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    Annuncio la morte di Jean Baudrillard

    Traduttore, tra l'altro, di Marx in francese. Poi postmarxista, ha lavorato attorno ad una nozione di scambio simbolico non-economico che regge più oggi, in epoca di peer-to-peer, dell'inizio degli anni '80. Da menzionare i concetti di iperreale, inteso come oltrepassamento della società dello spettacolo, e di gioco come estrema possibilità del vivente. Un articolo di Perniola dal Manifesto di oggi

    A ripercorrere l’opera di Jean Baudrillard, all’indomani della sua morte, appare subito evidente come essa si divida in due periodi, il primo dei quali è segnato da una insistita riflessione sulle categorie dello scambio simbolico, dell’iperrealismo e del simulacro, estendendosi fino ai primi anni Ottanta, mentre con il volume Le strategie fatali (1983) una nuova fase si apre, più paradossale e più suscettibile dei molti fraintendimenti in cui è talvolta incorsa. È dal saggio di Marcel Mauss sul dono nelle società primarie e dalle considerazioni di Georges Bataille sul potlàc – quella forma arcaica di scambio basata sull’obbligo di una restituzione più cospicua da parte di chi riceve il dono – che Baudrillard prende il suo concetto di scambio simbolico.
    Oltre ai classici concetti marxisti di valore d’uso e di valore di scambio, il filosofo francese introduce un valore-segno, connesso con la società dei consumi e la universale semiotizzazione della vita, e infine un valore di scambio simbolico, inteso piuttosto come un non-valore perché, nel suo essere alternativo ai tre valori precedenti, implica la fine dell’economia. Già
    fuori dal marxismo, dunque, Baudrillard assegna alla propria teoria una dimensione utopica. Quanto alla nozione di iperrealismo, essa è nel suo pensiero una estensione all’ambito economico-sociale della parola nata in ambito artistico: come quel tipo di pittura forniva una copia del tutto realistica della realtà che intendeva rappresentare, così la società si trova a riprodurre con una rassomiglianza esasperata l’economia politica, quella economia che ha perduto, nella universale emancipazione del segno, ogni dimensione strutturale.
    La terza parola chiave, simulacro, porta con sé, nell’impiego che ne fa Baudrillard, l’eco di alcune considerazioni nietzscheane sul venir meno di una distinzione tra mondo vero e mondo apparente, e riprende anche il pensiero di Klossowski, di Foucault, di Deleuze e di Lyotard, applicandosi all’analisi dei fenomeni politici e sociali, in cui la realtà sembra dissolversi in una spirale infinita di segni e di rimandi, privi di referente. Derivano da qui le riflessioni sul terrorismo, che per un verso oppone un altro ordine a quello vigente, costituendo una specie di potlàc suicida, per un altro verso è un atto iperreale che spaccia per esistente una rivoluzione inattuata, e per un terzo verso partecipa del simulacro, che è estraneo all’ordine del senso e di una rappresentazione solidale con gli strumenti di comunicazione di massa, mentre dissolve qualsiasi prospettiva politica credibile.
    Nella seconda fase, aperta dall’idea di strategia fatale, è centrale la parola «illusione», che va intesa sia in senso metafisico-cognitivo, ossia come il contrario della realtà e della verità, sia in senso estetico psicologico, ossia come il contrario del disincanto e della delusione. Se si privilegia la prima accezione, il pensiero di Baudrillard acquista una coloritura scettico-nichilistica non lontana da alcune tendenze della filosofia italiana contemporanea – per esempio il «pensiero debole» di cui condivide il radicale rifiuto della metafisica e dell’etica, e quel filone della cultura filosofica caratterizzata dal catastrofismo vitalistico, che in Italia corre da Pirandello a Giorgio Colli e a Giorgio Agamben.
    Ma sono paralleli, in realtà, ingannevoli: perché ciò che davvero interessa Baudrillard non è il problema della conoscenza, né l’enfasi vitalistica che pervade i filosofi italiani del sublime. Per lui, infatti, l’illusione non significa sogno, inganno, miraggio, e nemmeno utopia, bensì l’ingresso in una dimensione non usuale, non quotidiana, non statica. Ed è a partire da questo momento che ha inizio una rivalutazione di ciò che chiamiamo l’arte, il teatro, il linguaggio: perché lì si è conservato qualcosa di quella violenza al reale che si attua nella cerimonia iniziatica e nel rito. È in quell’ambito che si conserva una padronanza delle apparizioni e delle sparizioni, e in particolare la padronanza sacrificale dell’eclissi del reale. Siamo quindi molto lontani dal gioco inteso come ricreazione, loisir o distrazione; l’idea che Baudrillard ha dell’arte come illusione è semmai prossima alla concezione antropologica della magia, dove la potenza dell’illusione riesce a irrompere nel reale e in qualche modo a prenderne il posto, senza però identificarsi con esso. Un passaggio fondamentale, questo, per capire una tra le idee più oscure della riflessione di Baudrillard, quella di strategia fatale. Non è un progetto o un piano di azione elaborato da un individuo, la strategia così come la pensa Baudrillard, bensì una concatenazione di elementi esterni alla volontà soggettiva: dunque è un sinonimo di regola e di rituale. Ma questa concatenazione non è né necessaria, né casuale, né teleologica, né fortuita, è un rito senza mito, un significante senza significato, tuttavia può diventare fatale, aggettivo cui Baudrillard consegna il senso di legato almale, funesto.
    Tutte le cose sono chiamate ad incontrarsi – secondo il filosofo francese – solo il caso fa sì che questo appuntamento non si realizzi; al contrario, dunque, di quanto è proprio all’idea di hasard objectif dei Surrealisti, che in un mondo retto dalla casualità cercavano di attribuirle un significato e un valore reconditi indipendente dalle intenzioni e dalle volontà soggettive, scoprendo una trama occulta: una specie di astuzia della ragione (List
    der Vernunft) hegeliana. Sebbene Baudrillard dia invece per scontato che le cose si incontrino, non attribuisce a questo incontro alcun significato, perché non di una concatenazione provvidenziale si tratta, ma di un rituale, che tuttavia talvolta manca l’appuntamento e si trasforma in rituale mancato. La distanza estetica su cui si reggeva il rituale è però annullata, in occidente, dalla cancellazione della scena e dall’annientamento delle mediazioni, di qualsiasi tipo esse siano (artistiche, politiche, sessuali).
    In questa direzione l’analisi di Baudrillard si distanzia da quella di Guy Debord: il mondo attuale, infatti, non sarebbe caratterizzato dal trionfo dello spettacolo, ma dalla sua sparizione. La scena è stata sostituita dall’osceno, il posto dell’illusione è stato preso da qualcosa che pretende
    di fornire un effetto realistico maggiore dell’esperienza della realtà (ed è perciò iperreale), ogni evento è anticipato e annullato dalla pubblicità e dai sondaggi.
    Dunque l’azione diventa impossibile e ad essa succede la comunicazione, che riesce appunto a fare precipitare ogni cosa nell’insignificante, nell’inessenziale, nel derisorio. Nel mondo della comunicazione, nulla più accade: tutto è senza conseguenze, perché senza premesse, suscettibile di
    essere interpretato in tutti i modi, tutti ugualmente irrilevanti e privi di effetti.

  2. #2
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    Nessuno come lui aveva a mio avviso inquadrato l' attuale sviluppo delle società a capitalismo avanzato . Niente più di "iperreale" rende ciò che viviamo e proviamo. Il sistema deglio oggetti, il gesto, la semiologia degli scambi quotidiani.

  3. #3
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  4. #4
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    Jean Baudrillard l’estetica del simulacro
    di Gianni Vattimo - 07/03/2007

    Fonte: La Stampa

    È stato il padre del postmoderno, fedele fino in fondo allo spirito del ‘68.
    Sempre più pessimista nelle ultime opere, dove la storia diventa virtuale
    come un calcolatore
    GIANNI VATTIMO

    Il sociologo e filosofo francese Jean Baudrillard è morto ieri a Parigi,
    dopo una lunga malattia. Autore di fama internazionale, ha scritto una
    cinquantina di libri ed è stato uno dei più influenti pensatori
    post-moderni, in particolare per la sua critica ai meccanismi della società
    dei consumi. Nato nel 1929 a Reims, aveva iniziato la sua formazione come
    germanista. Dal 1966 docente all’università di Paris X-Nanterre, negli anni
    successivi era entrato a far parte dell’Institut de recherche sur l’innovation
    sociale, laboratorio del Centre national de la recherche scientifique.

    Sebbene lo si identifichi generalmente con il nome e l’opera di un altro
    grande maestro del pensiero francese, e cioè con Jean-François Lyotard, il
    postmodernismo deve forse di più alla riflessione di Jean Baudrillard, già
    professore a Nanterre nel periodo epico della rivolta studentesca del 1968.
    A quella rivolta e allo spirito di quell’epoca, Baudrillard rimase in fondo
    sempre fedele, e i suoi rapporti con il movimento comunista e il marxismo ne
    furono sempre segnati, nei termini di una costante polemica contro il
    burocratismo stalinista del Pcf dell’epoca e poi nello sforzo costante di
    integrare il marxismo in una visione più radicale della storia e della
    società.

    Nato nel 1929 a Reims, Baudrillard studiò a Parigi e nel 1966 era assistente
    di Lefèbvre, maestro di una sociologia critica della vita quotidiana che
    sarebbe stata sempre una delle tematiche favorite di Baudrillard. Degli Anni
    Sessanta e dei primi Settanta sono le opere più significative, che lo resero
    presto molto popolare presso l’intellighenzia europea e americana (secondo
    alcuni, anzi, più nel mondo latino-americano e anglosassone che nella stessa
    Francia). La ricchezza e originalità del lavoro di Baudrillard consistette,
    allora come più tardi, nel mettere a frutto da un punto di vista di critica
    sociale molte delle idee dello strutturalismo francese, che presso altri
    autori apparivano piuttosto come un semplice metodo di descrizione della
    nuova realtà sociale del mondo tardo-capitalistico.

    Da Il sistema degli oggetti (1968) a La società dei consumi (1970)
    Baudrillard sviluppa un discorso che, ispirato a un marxismo niente affatto
    ortodosso, vede nel crescente spossessamento del soggetto, ridotto a
    consumatore ossessivo delle merci che il sistema produttivo getta sul
    mercato, il vero senso della società attuale e dell’alienazione da essa
    indotta. Quello che per lo strutturalismo era la centralità e la quasi
    indipendenza del mondo dei segni - giacché anche il significato delle
    parole, per Saussure, è solo risultato di un sistema di differenze interne
    alla lingua, e non di un diretto riferimento alle cose - diventa per
    Baudrillard la realtà stessa nella quale non conta più tanto il valore d’uso
    degli oggetti e nemmeno il loro valore di scambio.

    Queste due categorie sono proprie di un marxismo ancora prigioniero della
    logica della produzione, intimamente compromessa con il capitalismo. Andando
    oltre queste categorie del valore, Baudrillard si ricollegava anche agli
    studi del sociologo americano Thorstein Veblen, che aveva messo l’accento
    sul valore delle cose come status-symbol, come simboli di differenziazione
    sociale molto più che come strumenti o come moneta di scambio; e riprendeva
    soprattutto la teoria dell’economia generale come l’aveva proposta Georges
    Bataille, che, contrariamente a tutta la tradizione classica che la fondava
    sulla penuria, poneva al centro l’idea di spreco, di consumo eccessivo come
    manifestazione di vitalità e di sovranità del soggetto.

    Si andava costruendo così in Baudrillard un’idea di società che lo collocava
    di fatto tra i pensatori più significativi della post-modernità. Come si sa,
    il postmoderno era cominciato con Lyotard quando si erano dissolti i
    «metaracconti», cioè le grandi visioni ideologiche della realtà ridotta a
    principi supremi che permettevano di spiegare tutto: marxismo, idealismo
    hegeliano, positivismo, metafisiche di carattere religioso. Questi
    metaracconti erano caduti di fatto con la fine dell’eurocentrismo e degli
    imperi coloniali, le altre culture avevano preso la parola, ognuna con il
    suo modo di ordinare e spiegare la storia. Non c’è più, lo dice Baudrillard
    ma in fondo lo pensava anche Lyotard, un mondo «reale» in base a cui
    criticare i «racconti» o stabilire la verità vera. Il mondo dei segni è il
    solo dentro cui ci muoviamo, e naturalmente è un mondo molteplice.

    Ma quale criticità è ancora possibile, allora? Baudrillard rimane fedele
    alla sua ispirazione «rivoluzionaria» d’origine; anche se non condivide più
    la filosofia della storia marxista, pensa tuttavia che una forma di
    resistenza al dominio - che ora si esercita anche e soprattutto nel mondo
    dei segni, nel determinare l’immaginario collettivo, i desideri e i
    bisogni - sia possibile, nella forma di una resistenza all’imporsi
    universale della logica della produzione e del consumo.

    Le opere del Baudrillard maturo, soprattutto Lo scambio simbolico e la morte
    (1976), e poi Strategie fatali (1983), L’illusione vitale (2000), Il Delitto
    perfetto (1994) tendono però ad accentuare gli aspetti pessimistici della
    sua filosofia. Il mondo dei segni diventa sempre più quello in cui tutte le
    forme di lotta e di contrasto storico si dissolvono in una sorta di
    iperrealtà che somiglia al mondo virtuale dei calcolatori, come se la storia
    fosse davvero finita - e del resto Baudrillard la considera in certo senso
    terminata con la fine dell’Unione Sovietica e la caduta del Muro di Berlino.
    Ciò che resta tuttavia sempre irrisolto nel suo pensiero - e ne costituisce
    la ricchezza e la proseguibilità anche nella situazione attuale della
    filosofia e delle scienze sociali - è il problema se la «perdita» della
    realtà a favore dell’iperrealtà del mondo dei segni, o di quelli che egli ci
    ha insegnato a chiamare i «simulacri», sia davvero solo un fatto di
    alienazione o anche un possibile modo di liberazione. Come forse il
    Baudrillard marxista eterodosso dovrebbe essere incline a pensare.

  5. #5
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    che riposi in pace!
    era un grande!

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Outis Visualizza Messaggio
    Jean Baudrillard l’estetica del simulacro
    di Gianni Vattimo - 07/03/2007

    Fonte: La Stampa

    È stato il padre del postmoderno, fedele fino in fondo allo spirito del ‘68.
    Sempre più pessimista nelle ultime opere, dove la storia diventa virtuale
    come un calcolatore
    GIANNI VATTIMO

    Il sociologo e filosofo francese Jean Baudrillard è morto ieri a Parigi,
    dopo una lunga malattia. Autore di fama internazionale, ha scritto una
    cinquantina di libri ed è stato uno dei più influenti pensatori
    post-moderni, in particolare per la sua critica ai meccanismi della società
    dei consumi. Nato nel 1929 a Reims, aveva iniziato la sua formazione come
    germanista. Dal 1966 docente all’università di Paris X-Nanterre, negli anni
    successivi era entrato a far parte dell’Institut de recherche sur l’innovation
    sociale, laboratorio del Centre national de la recherche scientifique.

    Sebbene lo si identifichi generalmente con il nome e l’opera di un altro
    grande maestro del pensiero francese, e cioè con Jean-François Lyotard, il
    postmodernismo deve forse di più alla riflessione di Jean Baudrillard, già
    professore a Nanterre nel periodo epico della rivolta studentesca del 1968.
    A quella rivolta e allo spirito di quell’epoca, Baudrillard rimase in fondo
    sempre fedele, e i suoi rapporti con il movimento comunista e il marxismo ne
    furono sempre segnati, nei termini di una costante polemica contro il
    burocratismo stalinista del Pcf dell’epoca e poi nello sforzo costante di
    integrare il marxismo in una visione più radicale della storia e della
    società.

    Nato nel 1929 a Reims, Baudrillard studiò a Parigi e nel 1966 era assistente
    di Lefèbvre, maestro di una sociologia critica della vita quotidiana che
    sarebbe stata sempre una delle tematiche favorite di Baudrillard. Degli Anni
    Sessanta e dei primi Settanta sono le opere più significative, che lo resero
    presto molto popolare presso l’intellighenzia europea e americana (secondo
    alcuni, anzi, più nel mondo latino-americano e anglosassone che nella stessa
    Francia). La ricchezza e originalità del lavoro di Baudrillard consistette,
    allora come più tardi, nel mettere a frutto da un punto di vista di critica
    sociale molte delle idee dello strutturalismo francese, che presso altri
    autori apparivano piuttosto come un semplice metodo di descrizione della
    nuova realtà sociale del mondo tardo-capitalistico.

    Da Il sistema degli oggetti (1968) a La società dei consumi (1970)
    Baudrillard sviluppa un discorso che, ispirato a un marxismo niente affatto
    ortodosso, vede nel crescente spossessamento del soggetto, ridotto a
    consumatore ossessivo delle merci che il sistema produttivo getta sul
    mercato, il vero senso della società attuale e dell’alienazione da essa
    indotta. Quello che per lo strutturalismo era la centralità e la quasi
    indipendenza del mondo dei segni - giacché anche il significato delle
    parole, per Saussure, è solo risultato di un sistema di differenze interne
    alla lingua, e non di un diretto riferimento alle cose - diventa per
    Baudrillard la realtà stessa nella quale non conta più tanto il valore d’uso
    degli oggetti e nemmeno il loro valore di scambio.

    Queste due categorie sono proprie di un marxismo ancora prigioniero della
    logica della produzione, intimamente compromessa con il capitalismo. Andando
    oltre queste categorie del valore, Baudrillard si ricollegava anche agli
    studi del sociologo americano Thorstein Veblen, che aveva messo l’accento
    sul valore delle cose come status-symbol, come simboli di differenziazione
    sociale molto più che come strumenti o come moneta di scambio; e riprendeva
    soprattutto la teoria dell’economia generale come l’aveva proposta Georges
    Bataille, che, contrariamente a tutta la tradizione classica che la fondava
    sulla penuria, poneva al centro l’idea di spreco, di consumo eccessivo come
    manifestazione di vitalità e di sovranità del soggetto.

    Si andava costruendo così in Baudrillard un’idea di società che lo collocava
    di fatto tra i pensatori più significativi della post-modernità. Come si sa,
    il postmoderno era cominciato con Lyotard quando si erano dissolti i
    «metaracconti», cioè le grandi visioni ideologiche della realtà ridotta a
    principi supremi che permettevano di spiegare tutto: marxismo, idealismo
    hegeliano, positivismo, metafisiche di carattere religioso. Questi
    metaracconti erano caduti di fatto con la fine dell’eurocentrismo e degli
    imperi coloniali, le altre culture avevano preso la parola, ognuna con il
    suo modo di ordinare e spiegare la storia. Non c’è più, lo dice Baudrillard
    ma in fondo lo pensava anche Lyotard, un mondo «reale» in base a cui
    criticare i «racconti» o stabilire la verità vera. Il mondo dei segni è il
    solo dentro cui ci muoviamo, e naturalmente è un mondo molteplice.

    Ma quale criticità è ancora possibile, allora? Baudrillard rimane fedele
    alla sua ispirazione «rivoluzionaria» d’origine; anche se non condivide più
    la filosofia della storia marxista, pensa tuttavia che una forma di
    resistenza al dominio - che ora si esercita anche e soprattutto nel mondo
    dei segni, nel determinare l’immaginario collettivo, i desideri e i
    bisogni - sia possibile, nella forma di una resistenza all’imporsi
    universale della logica della produzione e del consumo.

    Le opere del Baudrillard maturo, soprattutto Lo scambio simbolico e la morte
    (1976), e poi Strategie fatali (1983), L’illusione vitale (2000), Il Delitto
    perfetto (1994) tendono però ad accentuare gli aspetti pessimistici della
    sua filosofia. Il mondo dei segni diventa sempre più quello in cui tutte le
    forme di lotta e di contrasto storico si dissolvono in una sorta di
    iperrealtà che somiglia al mondo virtuale dei calcolatori, come se la storia
    fosse davvero finita - e del resto Baudrillard la considera in certo senso
    terminata con la fine dell’Unione Sovietica e la caduta del Muro di Berlino.
    Ciò che resta tuttavia sempre irrisolto nel suo pensiero - e ne costituisce
    la ricchezza e la proseguibilità anche nella situazione attuale della
    filosofia e delle scienze sociali - è il problema se la «perdita» della
    realtà a favore dell’iperrealtà del mondo dei segni, o di quelli che egli ci
    ha insegnato a chiamare i «simulacri», sia davvero solo un fatto di
    alienazione o anche un possibile modo di liberazione. Come forse il
    Baudrillard marxista eterodosso dovrebbe essere incline a pensare.

    Ritenetevi fortunati voi italiani, che avete un Vattimo per ricordare con tanta intelligenza l'opera di Baudrillard.

    Io invece ho spogliato tutta la stampa nazionale francese, e provo pietà per il grado di nullità intelletuale e morale di quella gentaglia che scrive li dentro. Infatti lo schifoso ambiente giornalistico francese non ha mai perdonato al Baudrillard alcune sue prese di posizioni anti-conformiste, sul 11 settembre (da leggere assolutamente il suo "tower inferno"), sugli intermittenti del spetacolo e sulle émeutes des banlieues.

    A me poi rompeva un po le palle con il suo ermetismo, specie nei suoi Cools Memories, ma intanto era sempre mille volte meglio che i pietosi "intellectuels" che si fanno vedere in TV.


    Repose en paix, Jean.

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da orkonner Visualizza Messaggio
    Ritenetevi fortunati voi italiani, che avete un Vattimo per ricordare con tanta intelligenza l'opera di Baudrillard.

    Io invece ho spogliato tutta la stampa nazionale francese, e provo pietà per il grado di nullità intelletuale e morale di quella gentaglia che scrive li dentro. Infatti lo schifoso ambiente giornalistico francese non ha mai perdonato al Baudrillard alcune sue prese di posizioni anti-conformiste, sul 11 settembre (da leggere assolutamente il suo "tower inferno"), sugli intermittenti del spetacolo e sulle émeutes des banlieues.

    A me poi rompeva un po le palle con il suo ermetismo, specie nei suoi Cools Memories, ma intanto era sempre mille volte meglio che i pietosi "intellectuels" che si fanno vedere in TV.

    Repose en paix, Jean.
    Compagno, perché non scrivi un bell'articolo per il prossimo numero di "Comunità e Resistenza" su Baudrillard, esponendone le tesi per chi non lo conosceva?

  8. #8
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    Perché sono una persona troppo scrupolosa. Se scrivo un bell'articolo lo scrivo davvero bello. E per scrivere bello ci vuole tempo. E io non ho tempo.
    Ci sono mille articoli che scriverei per voi.
    Però pensavo tradurre alcuni articoli di una rivista del movimento anti-industriale, perché mi sa che dalle vostre parti c'è influenza di La Grassa con il quale sono in totale disaccordo sulla questione del produtivismo (vedere le critiche di Preve al riguardo, nella sua risposta a Claudio Amodio).

    Saluti

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da orkonner Visualizza Messaggio
    Perché sono una persona troppo scrupolosa. Se scrivo un bell'articolo lo scrivo davvero bello. E per scrivere bello ci vuole tempo. E io non ho tempo.
    Ci sono mille articoli che scriverei per voi.
    Però pensavo tradurre alcuni articoli di una rivista del movimento anti-industriale, perché mi sa che dalle vostre parti c'è influenza di La Grassa con il quale sono in totale disaccordo sulla questione del produtivismo (vedere le critiche di Preve al riguardo, nella sua risposta a Claudio Amodio).

    Saluti
    Ve benissimo, sarà un piacere leggere i tuoi articoli o le tue traduzioni! E poi, la rivista non è nostra, è NOSTRA, cioè di tutti i compagni che vogliono portare avanti il comunismo nazionalitario di orientamento comunitarista!

  10. #10
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    O Hitler a Mosca, o Stalin a Lisbona! Fuori gli yankee!!
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    Addio al critico della modernità
    di Maurizio Cabona - 07/03/2007
    dalla mailing-list Arianna Editrice
    Fonte: ilgiornale [scheda fonte]

    Jean Baudrillard, morto ieri a Parigi a 77 anni, si definiva «patafisico a venti, situazionista a trenta, utopista (come fondatore della rivista Utopie, ndr) a quaranta, trasversale (come collaboratore di Traverses, ndr) a cinquanta, virale (informaticamente, ndr) e metalepsico a sessanta». Dove «metalepsico» (chi antepone o pospone argomenti) era autoironico.
    Andato nel 1967 in cattedra di sociologia a Nanterre, grazie al Sistema degli oggetti (Bompiani, 1968), nel 1970, dopo La società dei consumi (Il Mulino, 1974) era già mitico. I più impervi Critica dell’economia politica del segno (Mazzotta, 19 74) e Lo scambio simbolico e la morte (Feltrinelli, 1979) gli avrebbero dato prestigio mondiale, ma si capiva già che era schierato contro gli schieramenti. Della seduzione (Cappelli, 1980) gli valeva l’odio di femministe e minorati; Il Partito comunista o i paradisi artificiali del politico (Bertani, 1982), riedito come La sinistra divina (Feltrinelli, 1986), sarcastico col progressismo consumista, ne faceva un autore inviso alla sinistra, mentre per la destra rimaneva ostico. Ne La trasparenza del male (SugarCo, 1990) il tizio assorto nel televisore anche con lo sciopero dei programmi esulcerava l’ironia di All’ombra delle maggioranze silenziose (Cappelli, 1978), umiliando l’uomo qualunque. Ne Lo scambio impossibile (Asterios, 2000) alla derisione della massa succedeva la preoccupazione per l’élite: «L’atmosfera liberal-democratica, assorbendo virtualmente ogni divergenza ideologica o consentendo ogni differenza fittizia, equivale al divieto di pensare».
    Vita privata e vita pubblica(ta) di Baudrillard erano inscindibili. Nel diario del 1982, poi edito in Cool Memories (SugarCo, 1991), scriveva: «Sono nato nel 1929, subito dopo il giovedì nero, nel segno del Leone e della Crisi. Queste forze mitiche non ci lasciano più. Figlio della prima grande crisi della modernità, vorrei vivere tanto da vedere la sua svolta catastrofica a fine secolo». Dopo la svolta, scriveva nell’Illusione della fine (Anabasi, 1993): «Le cose non accadono più, sembrano solo farlo, il contrario della tipica astuzia della storia, quando cambiamenti essenziali non si notavano».
    Illusione la fine della storia coincidente con quella del comunismo reale; il tempo reale però era peggio. Baudrillard aveva cercato il futuro, vagando nell’America del Nord. Ora cercava il passato, vagando nell’America del Sud, ma non portava souvenir nel suo appartamento di rue St. Beuve, arredato con l’essenziale, per sottrarsi al sistema degli oggetti e alle sue gerarchie.
    Ma cattedra illustre e «nascita» a sinistra permettevano a Baudrillard di scegliere l’isolamento, invece che subirlo. Una volta comunque ne sentì i morsi, per aver lasciato che Il complotto dell’arte (tr. it. Pagine d’arte, 1999), già edito a Parigi, fosse ri-stampato da Krisis di Alain de Benoist. Del resto, in Germania e negli Stati Uniti Baudrillard era più apprezzato che in Francia; perfino gli hollywoodiani fratelli Wachowsky dei tre Matrix si richiamavano a lui; in Italia la sua auge era stata connessa con l’Autonomia bolognese: i professori simpatizzanti l’avevano incluso nella collana «In/discipline» dell’editore Cappelli, dove nel 1977 - per seppellire il 1968 - apparve il suo Dimenticare Foucault. I devoti del dimenticando non dimenticarono Baudrillard, giurandogliela. Quanto agli altri, nemmeno se ne accorsero. Anche dodici anni dopo, «cancellata l’ipoteca del Muro», pochi s’accorsero con lui che il Muro «proteggeva più l’Ovest che l’Est», che «il com unismo esploso, destabilizzato, passerà nelle vene dell’Occidente sotto forma metabolica e surrettizia, per destabilizzarlo a sua volta. Non sarà più la violenza dell’Idea, ma il virus dell’immunodeficienza. Un comunismo che si dissolve è un comunismo riuscito». Comunismo solubile, liofilizzato, privo di pulsioni, livido di repulsioni, sbeffeggiato da Baudrillard per il suo «stigmatizzare i milioni d’italiani “vittime consenzienti di Berlusconi”, denunciare la stupidità delle masse e avvolgersi nelle pieghe della sinistra divina, della sua arroganza democratica». Ciò «è tipico dell’intellettuale illuminato, deciso a espatriare per rappresaglia (salvo non farlo)» (Taccuini 1990-95, Theoria, 1995).
    Quando non era sociologo, Baudrillard era fotografo. Lo ispiravano i deserti e le loro oasi meccaniche: le stazioni di servizio. Gli pareva che gli Stati Uniti fossero l’Europa di domani. Però, apparso il terrorismo, né Stati Uniti, né Europa reggevano la sfida. Fin dallo Scambio simboli co e la morte, constatava che «le “richieste dei terroristi” sono un non-negoziato. E questo è in gioco: il passaggio all’ordine simbolico, esente da calcoli e scambi (solo di negoziati vive invece il sistema). Quando irrompe il simbolico, il sistema risponde solo con la morte fisica dei terroristi ed è sconfitto, perché è proprio la morte che essi mettono in gioco». Con Lo spirito del terrorismo e Power Inferno, editi da Cortina nel 2002, poteva solo ribadirlo.
    Lucido con Foucault, che ri(con)duceva tutto a politica o a sessualità, lucido con chi paventava solo il «fascismo eterno», Baudrillard opponeva che il fascismo era morto, ma soprattutto che era stato «resistenza profonda, irrazionale, folle magari, che non avrebbe suscitato un’energia di massa, se non avesse resistito a qualcosa di peggio». Intanto, passata la guerra contro il Vietnam e venute le guerra contro l’Irak e la Serbia, gli antifascisti passavano dall’ossessione antiamericana a quella filoamericana. Esente dalla prima, dunque dalla seconda, Baudrillard coglieva ciò che altri non volevano vedere: «L’Urss e i Paesi dell’Est erano un congelatore, un test e un ambiente sperimentale per la libertà, sequestrata e sottoposta a pressioni altissime, ma l’Ovest è la discarica di libertà e diritti dell’Uomo». Anche per questo Baudrillard ci mancherà.

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