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Outis
Jean Baudrillard l’estetica del simulacro
di Gianni Vattimo - 07/03/2007
Fonte: La Stampa
È stato il padre del postmoderno, fedele fino in fondo allo spirito del ‘68.
Sempre più pessimista nelle ultime opere, dove la storia diventa virtuale
come un calcolatore
GIANNI VATTIMO
Il sociologo e filosofo francese Jean Baudrillard è morto ieri a Parigi,
dopo una lunga malattia. Autore di fama internazionale, ha scritto una
cinquantina di libri ed è stato uno dei più influenti pensatori
post-moderni, in particolare per la sua critica ai meccanismi della società
dei consumi. Nato nel 1929 a Reims, aveva iniziato la sua formazione come
germanista. Dal 1966 docente all’università di Paris X-Nanterre, negli anni
successivi era entrato a far parte dell’Institut de recherche sur l’innovation
sociale, laboratorio del Centre national de la recherche scientifique.
Sebbene lo si identifichi generalmente con il nome e l’opera di un altro
grande maestro del pensiero francese, e cioè con Jean-François Lyotard, il
postmodernismo deve forse di più alla riflessione di Jean Baudrillard, già
professore a Nanterre nel periodo epico della rivolta studentesca del 1968.
A quella rivolta e allo spirito di quell’epoca, Baudrillard rimase in fondo
sempre fedele, e i suoi rapporti con il movimento comunista e il marxismo ne
furono sempre segnati, nei termini di una costante polemica contro il
burocratismo stalinista del Pcf dell’epoca e poi nello sforzo costante di
integrare il marxismo in una visione più radicale della storia e della
società.
Nato nel 1929 a Reims, Baudrillard studiò a Parigi e nel 1966 era assistente
di Lefèbvre, maestro di una sociologia critica della vita quotidiana che
sarebbe stata sempre una delle tematiche favorite di Baudrillard. Degli Anni
Sessanta e dei primi Settanta sono le opere più significative, che lo resero
presto molto popolare presso l’intellighenzia europea e americana (secondo
alcuni, anzi, più nel mondo latino-americano e anglosassone che nella stessa
Francia). La ricchezza e originalità del lavoro di Baudrillard consistette,
allora come più tardi, nel mettere a frutto da un punto di vista di critica
sociale molte delle idee dello strutturalismo francese, che presso altri
autori apparivano piuttosto come un semplice metodo di descrizione della
nuova realtà sociale del mondo tardo-capitalistico.
Da Il sistema degli oggetti (1968) a La società dei consumi (1970)
Baudrillard sviluppa un discorso che, ispirato a un marxismo niente affatto
ortodosso, vede nel crescente spossessamento del soggetto, ridotto a
consumatore ossessivo delle merci che il sistema produttivo getta sul
mercato, il vero senso della società attuale e dell’alienazione da essa
indotta. Quello che per lo strutturalismo era la centralità e la quasi
indipendenza del mondo dei segni - giacché anche il significato delle
parole, per Saussure, è solo risultato di un sistema di differenze interne
alla lingua, e non di un diretto riferimento alle cose - diventa per
Baudrillard la realtà stessa nella quale non conta più tanto il valore d’uso
degli oggetti e nemmeno il loro valore di scambio.
Queste due categorie sono proprie di un marxismo ancora prigioniero della
logica della produzione, intimamente compromessa con il capitalismo. Andando
oltre queste categorie del valore, Baudrillard si ricollegava anche agli
studi del sociologo americano Thorstein Veblen, che aveva messo l’accento
sul valore delle cose come status-symbol, come simboli di differenziazione
sociale molto più che come strumenti o come moneta di scambio; e riprendeva
soprattutto la teoria dell’economia generale come l’aveva proposta Georges
Bataille, che, contrariamente a tutta la tradizione classica che la fondava
sulla penuria, poneva al centro l’idea di spreco, di consumo eccessivo come
manifestazione di vitalità e di sovranità del soggetto.
Si andava costruendo così in Baudrillard un’idea di società che lo collocava
di fatto tra i pensatori più significativi della post-modernità. Come si sa,
il postmoderno era cominciato con Lyotard quando si erano dissolti i
«metaracconti», cioè le grandi visioni ideologiche della realtà ridotta a
principi supremi che permettevano di spiegare tutto: marxismo, idealismo
hegeliano, positivismo, metafisiche di carattere religioso. Questi
metaracconti erano caduti di fatto con la fine dell’eurocentrismo e degli
imperi coloniali, le altre culture avevano preso la parola, ognuna con il
suo modo di ordinare e spiegare la storia. Non c’è più, lo dice Baudrillard
ma in fondo lo pensava anche Lyotard, un mondo «reale» in base a cui
criticare i «racconti» o stabilire la verità vera. Il mondo dei segni è il
solo dentro cui ci muoviamo, e naturalmente è un mondo molteplice.
Ma quale criticità è ancora possibile, allora? Baudrillard rimane fedele
alla sua ispirazione «rivoluzionaria» d’origine; anche se non condivide più
la filosofia della storia marxista, pensa tuttavia che una forma di
resistenza al dominio - che ora si esercita anche e soprattutto nel mondo
dei segni, nel determinare l’immaginario collettivo, i desideri e i
bisogni - sia possibile, nella forma di una resistenza all’imporsi
universale della logica della produzione e del consumo.
Le opere del Baudrillard maturo, soprattutto Lo scambio simbolico e la morte
(1976), e poi Strategie fatali (1983), L’illusione vitale (2000), Il Delitto
perfetto (1994) tendono però ad accentuare gli aspetti pessimistici della
sua filosofia. Il mondo dei segni diventa sempre più quello in cui tutte le
forme di lotta e di contrasto storico si dissolvono in una sorta di
iperrealtà che somiglia al mondo virtuale dei calcolatori, come se la storia
fosse davvero finita - e del resto Baudrillard la considera in certo senso
terminata con la fine dell’Unione Sovietica e la caduta del Muro di Berlino.
Ciò che resta tuttavia sempre irrisolto nel suo pensiero - e ne costituisce
la ricchezza e la proseguibilità anche nella situazione attuale della
filosofia e delle scienze sociali - è il problema se la «perdita» della
realtà a favore dell’iperrealtà del mondo dei segni, o di quelli che egli ci
ha insegnato a chiamare i «simulacri», sia davvero solo un fatto di
alienazione o anche un possibile modo di liberazione. Come forse il
Baudrillard marxista eterodosso dovrebbe essere incline a pensare.