questo nuovo documento politico, l'iniziativa del 15 marzo a pisa e tutto il materiale de Sardigna Ruja potete trovarlo sul sito aggiornato www.sardignaruja.altervista.org


Una premessa dovuta


Negli ultimi mesi il collettivo Sardigna Ruja ha ritenuto opportuno sospendere la propria attività pratica per soffermarsi sulla revisione del proprio manifesto politico. Tale necessità si è presentata a seguito dell'allontanamento di alcuni compagni dopo l’ondata repressiva dell'11 luglio scorso, quando dieci militanti dell’organizzazione comunista-indipendentista a Manca pro s’Indipendentzia furono arrestati dalla polizia italiana nell’ambito dell’operazione “Arcadia”. La discussione interna a Sardigna Ruja su come affrontare nel migliore dei modi la situazione è stata segnata da dure contraddizioni sia sulla necessità di intervenire nella solidarietà ad a Manca, sia soprattutto sul dibattito circa la nascita della Sinistra anticolonialista sarda. Sardigna Ruja in particolare, e per la sua giovane età e per la mancata condivisione dei suoi propositi da parte di tutti i suoi militanti, si è dimostrata impreparata ad affrontare la forte crisi determinata da avvenimenti di tale gravità, (sia umana che politica), che costituiscono il più grave attacco alla lotta indipendentista e in generale anticolonialista di sinistra sarda degli ultimi anni. È stato particolarmente allarmante il fatto che pur non facendo direttamente parte del panorama politico sardo per ovvie ragioni, il collettivo ha accusato il colpo in modo drammatico. Ecco quindi la necessità di rifondare la propria linea politica alla luce di un dibattito interno che ristabilisse alcuni presupposti fondamentali e che desse a Sardigna Ruja una base più solida della precedente sulla quale costruire l’attività politica futura. Tra i punti principali quelli che hanno reso più accesa e produttiva la discussione sono stati quei temi su cui si fonda il dibattito attuale in Sardegna.




Un punto fermo da cui partire

Partiamo da una considerazione generale. In Sardegna esiste un diffuso senso di appartenenza, anche se spesso non si accompagna ad un'analisi approfondita delle cause che lo producono e non si realizza in una volontà politica collettiva conseguente. Siamo convinti che se si lavora bene è possibile che da un tale sentimento spontaneo e connaturato ad una larga maggioranza di sardi, posto in relazione con le motivazioni della situazione economica e culturale della Sardegna, si possa dar vita ad una coscienza nazionale, ovvero la coscienza del popolo sardo di appartenere ad una nazione con una lingua ed una cultura nettamente diverse da quelle dello stato colonizzatore, vale a dire lo stato italiano. Affidarsi a questo sentimento diffuso e radicato di appartenere ad un popolo che ha sue caratteristiche specifiche non basta però per costruire un percorso di riscatto sociale e nazionale, non basta per procedere ad una lotta anticolonialista seria e conseguente e non basta per fare presa sui sardi emigrati che per scelta o più spesso per necessità si trovano a vivere fuori della Sardegna. Partiamo dunque da un dato fondamentale: il popolo sardo è una nazione, la quale è stata oppressa e condizionata dall’esterno durante buona parte della sua storia. L'ultima di queste dominazioni, quella dello stato italiano, sta portando a termine una vera e propria deculturazione forzata del popolo sardo a vari livelli. Perfino un celebre storico moderato, addirittura dirigente democristiano, come Giovanni Lilliu, nella nota raccolta di saggi “La costante resistenziale sarda”, non si peritava di denunciare il “genocidio” del popolo sardo e sosteneva la necessità di opporvisi con ogni mezzo. Alcuni esempi pratici e quotidiani della liquidazione in atto del nostro essere popolo? Sui libri di scuola impariamo a parlare italiano, impariamo tutto sulle piramidi e sui romani, ma quasi nulla sui Nuraghese sulle meravigliose popolazioni che li edificarono; leggiamo Dante e Manzoni ma non una sola poesia in sardo, impariamo tutti gli articoli della Magna Charta ma nulla ci viene detto sulla Charta de Logu, su quel codice delle leggi dello Stato sardo indipendente del Giudicato d'Arborea, promulgata da Eleonora d'Arborea nel XIV secolo e sopravvissuta fino al 1827 in piena epoca moderna.
Impariamo ad apprezzare il canto gregoriano e ad ignorare il canto a tenore, impariamo che i romani sono stati grandi civilizzatori e non ci viene detto che fondevano ì bronzetti dell’antica ed evoluta civiltà sarda per farne spade e corazze. Quando i bambini a scuola parlano la loro lingua, la lingua sarda, le maestre li rimproverano e gli dicono “parla bene”, che significa “parla italiano” e ai sardi, compresi i sardofoni, è stato insegnato che la lingua sarda è un dialetto, contro lo stesso parere unanime di tutti i linguisti più accreditati che invece a Berlino e a Zurigo istituiscono cattedre di lingua sarda. L’opinione comune che presenta la fusione con lo stato italiano come un ritorno alle origini, un fatto naturale, è stata assunta come verità storica indiscutibile quando anche su un qualunque Bignami di storia si può trovare che la Sardegna fu colonizzata da molte diverse culture ma che mai una di queste divenne definitiva. Per quale ragione l’appartenenza allo stato italiano dovrebbe essere quella definitiva? Il problema è quello di capire che tutto ciò non avviene a caso ma è stato pensato, progettato e architettato da un disegno coloniale ben preciso finalizzato alla cancellazione della nostra cultura e della nostra storia o tutt’al più alla sua folklorizzazione e mercificazione in posizione subalterna e servile a quella italiana. Molti sardi hanno purtroppo assimilato la propaganda martellante del colonialismo e si indignano addirittura nel sentire affermare che il nostro popolo è una nazione, senza sapere che siamo riconosciuti tali dalla Comunità Europea e che infatti partecipiamo alla CONSEU, organismo europeo delle nazioni senza stato. Alcuni sardi hanno introiettato l’idea veicolata dalla propaganda italianista che la cultura sarda in tutti i suoi aspetti sia una cultura inferiore, degna soltanto di disprezzo e repressione mettendo in atto un’opera di autoghettizzazione e diventando Kapò del loro stesso popolo. Sardigna Ruja vuole contribuire a sradicare tali pregiudizi meschini e disarticolare l’autocolonialismo psicologico che porta molti sardi a vergognarsi di quello che sono e che sono stati per tutta la loro storia. Sardigna Ruja vuole contribuire a diffondere e rafforzare il concetto che l’appartenenza allo stato italiano è un fatto storico, che non si tratta cioè né di una realtà eterna, né di un avvenimento necessario. Apparteniamo all’Italia come saremmo potuti appartenere alla Spagna, alla Francia, all’Austria o a qualsiasi altro stato capace di soggiogarci con le armi e di distruggere e disperdere la nostra cultura e di cancellare la nostra storia. Siamo stati sardo-punici, sardo-romani, sardo-pisani, sardo-aragonesi, perfino sardo-austriaci e infine sardo-piemontesi e oggi sardo-italiani, domani forse sardo-americani, ma l’unica vera costante è l’essere sempre stati sardi, appartenenti ad una popolo senza stato, che hanno oggi il dovere e il diritto storico di procedere ad un riscatto nazionale.
Secondo Sardigna Ruja dunque il popolo sardo ha il diritto di partecipare alla storia mondiale come soggettività e comunità nazionale autodeterminata. In che modo ciò debba avvenire non è compito nostro dirlo, ma del popolo sardo nel suo farsi soggetto storico in lotta contro il colonialismo italiano e delle organizzazioni che ne costituiscono e ne costituiranno l’avanguardia politica. L’autoderminazione non è solo un fine e un ideale politico ma anche un metodo di lotta, vale a dire che Sardigna Ruja riconosce il diritto del popolo sardo a farsi artefice del proprio destino scegliendo tutte le strategie e gli strumenti utili e necessari alla sua lotta. Non abbiamo la presunzione di dire quale strada il popolo sardo debba imboccare per sollevarsi da centinaia di anni di oppressione e per sventare il pericolo in corso d’opera della sua distruzione e umiliazione totale, ma abbiamo la certezza che Sardigna Ruja voglia essere parte integrante di questo processo di riscatto.
Possiamo solo dire, al di là delle soluzioni da indicare, che esiste una lotta di liberazione nazionale in pieno sviluppo che noi ci sentiamo di appoggiare in maniera incondizionata e totale; una lotta che si basa sul diritto inalienabile all'autodeterminazione dei sardi in quanto popolo e nazione. La lotta per l'autodeterminazione del nostro popolo si traduce inevitabilmente in lotta anticolonialista, preso atto che esiste uno stato colonizzatore che dalla sua costituzione ha usato il territorio sardo unicamente come risorsa da sfruttare e il suo popolo come serbatoio di forza lavoro manuale (oggi anche intellettuale), come una sorgente praticamente inesauribile di plusvalore. Se come Sardigna Ruja non ci permettiamo di indicare le vie concrete attraverso cui il popolo sardo deve giungere all’autodeterminazione, vogliamo affermare con forza che continueremo a contribuire al lavoro di rinascita di una coscienza popolare forte e condivisa, consapevole dei suoi diritti e della sua storia, perché il piano della consapevolezza linguistica, storica e politica è fondamentale per ogni tipo di ulteriore progetto politico.

Un esempio dei drammi che affliggono oggi la Sardegna è la necessità della difesa della lingua nazionale cui abbiamo già accennato nelle prime righe, ma che senza dubbio merita una riflessione particolare. Negli ultimi decenni sono stati innumerevoli i “tentativi” di ridare una dignità anche letteraria al Sardo, dignità tra l'altro giustificata da solide basi storiche dato che esistono documenti in lingua sarda nel novero delle prime opere in lingue romanze. Tante sono state le normative o i decreti legge che però non sono mai approdati a nessun risultato concreto. Il colonialismo italiano sta procedendo ad una italianizzazione forzata e davvero preoccupante dagli effetti ancora più devastanti se pensiamo al ruolo delle televisioni che affiancano alla supremazia dell'italiano anche una ben più pericolosa derisione e ridicolizzazione della cultura sarda. La questione linguistica è una questione politica oltre che culturale perché politico-culturale è l’attacco che la nostra lingua e la nostra cultura subiscono. Perciò va data una risposta politica: la lingua sarda deve essere parlata nelle scuole, negli uffici, nei luoghi pubblici ed ovunque deve diventare ufficiale e prioritaria rispetto a qualunque altra straniera, a partire da quella italiana. Troviamo quindi nella difesa della lingua una delle nostre necessità prioritarie: esprimerci e scrivere in sardo servirà a ridare nuova forza alla nostra lingua in un momento in cui rischia per la prima volta nella storia di essere relegata al semplice stato di dialetto o di parlata locale, o peggio di lingua morta. I sardi infatti per ora non costituiscono pur essendo considerata una "minoranza linguistica" nei fatti non viene tutelata e sembra a tutti gli effetti che non sia nemmeno considerata un patrimonio culturale da preservare, come invece avviene con il tedesco nell'Alto Adige. Siamo quindi noi sardi a doverne decidere il destino con un semplice gesto: il suo utilizzo e con una riappropriazione politica in senso lato che faccia diventare la nostra lingua nazionale uno strumento di identità e di rivendicazione immediatamente riconoscibile. Avremo modo di sviluppare in altre sedi questo argomento, che resta però, e ci teniamo a precisarlo, uno dei nodi principali di tutto il lavoro di ricostruzione nazionale.

Che cosa possiamo fare?

L’attività di Sardigna Ruja si è inserita finora contestualmente in una lotta che ha alla base il bisogno essenziale di informazione e ha fatto di questo bisogno la sua pratica politica fino a questo momento. Pensiamo ancora che la priorità sia quella di lavorare ad una immagine della Sardegna diversa e distinta dalle servili icone delle agenzie del turismo.
L’immagine della Sardegna dipinta come terra di formaggelle e mare è da denuciare come una pura mistificazione; la Sardegna è purtroppo terra di disoccupazione, di annichilimento culturale, di abusi di ogni genere, di occupazione militare, di repressione del dissenso politico e soprattutto del movimento indipendentista. Questa è la Sardegna di cui ci interessa parlare, questo è il fronte che ci ha visto e che ci vedrà impegnati. Per condurre questo lavoro in maniera positiva si pone per Sardigna Ruja una necessità di intrattenere rapporti con altre realtà, sia sarde che italiane, rapporti fino ad ora mai organici, a causa di divergenze sia nella linea politica sia nella pratica. Ma su questo bisogna distinguere i piani, i rapporti con le realtà politiche italiane e i rapporti con le realtà politiche sarde.
Che cosa ci aspettiamo dagli uni, che cosa ci aspettiamo dagli altri? Come associazione che opera su territorio italiano Sardigna Ruja è intenzionata a stringere rapporti di collaborazione politica con tutte quelle associazioni, gruppi, collettivi e partiti antifascisti e di sinistra non ostili o non indifferenti alla lotta di liberazione nazionale sarda. L’unica cosa che esigiamo per aprirci al dialogo è il rispetto della nostra linea politica di fondo e della nostra collocazione nell’area dell’anticolonialismo sardo. Ciò non è poco e due anni di lavoro in Italia hanno dimostrato che le posizioni del movimento e delle realtà di sinistra italiane su queste tematiche, nel migliore dei casi, è appiattita su uno sciovinismo inconsapevole che spesso sfocia in una malevola indifferenza, pienamente complice della marginalizzazione che il popolo sardo e la sua lotta subiscono ad opera dei potenti mezzi dello stato italiano. Il nostro compito non è certo quello di fare cambiare idea o missionarizzare le realtà del movimento italiano. Solo il progressivo maturare della lotta in Sardegna potrà portare, certo non in maniera lineare, l’espandersi del fronte della solidarietà anche fra le compagini democratiche, antagoniste e rivoluzionarie italiane.
Valutando caso per caso ci renderemo conto se ci sono i margini per collaborare a singoli progetti di comune interesse internazionalista, o per potere allargare anche fra le compagini politiche italiane il fronte d’appoggio alla nostra causa di liberazione nazionale e sociale. Per questo è da considerarsi solidarietà internazionale efficace qualsiasi rapporto di appoggio delle nostre pratiche che contempli il reciproco rispetto e una elementare sintonia sul piano della linea politica e della pratica. Non ci interessa ottenere un appoggio verbale quando questo sia frutto di un fastidioso ed inutile "opportunismo politico”, oppure di semplice facciata che mette magari solamente capo ad un comunicato politico distratto e insufficente, come spesso è già avvenuto in passato.. Una cosa ci sentiamo di dirla con franchezza al movimento (o ai movimenti) italiani che si pongono in termini di liberazione sociale verso il popolo italiano: non ci sarà mai nessuna liberazione in Italia e nessun cambiamento significativo fino a quando anche l’oppressione coloniale italiana verso il nostro popolo non sarà spezzata, nessun popolo può liberarsi se nel frattempo ne opprime un altro!
Per quanto riguarda invece il rapporto con le realtà sarde le cose sono diverse. Innanzitutto cosa intendiamo per realtà sarde? Rientrano in questa categoria tutte quelle strutture politiche, culturali, sociali che si pongono sul piano della costruzione nazionale. Non rientrano in questa categorie quelle realtà composte da sardi ma che di sardo non hanno proprio nulla, essendo in tutto e per tutto filiali dell’unionismo e del colonialismo di destra, di centro, di sinistra o anche di estrema sinistra)in terra sarda. Con queste realtà l’unico rapporto può essere solo quello della collaborazione per così dire tecnica, su questioni specifiche in difesa dell’ambiente, dei diritti sociali ma non del tutto costruttivo. Siamo invece aperti ad un discorso di comunanza di progettualità organica con tutte quelle strutture democratiche e antifasciste che lavorano per il riscatto del popolo sardo. Ma in particolare vorremmo essere protagonisti di un dibattito che ci sta realmente a cuore e che comincia ad essere di reale attualità in Sardegna. Ovvero la formazione di una Mesa della Sinistra anticolonialista sarda, attorno alla quale possano sedersi, confrontarsi e lavorare tutte quelle forze che fanno della liberazione nazionale e sociale le parole d’ordine del loro agire politico. Crediamo che questo possa essere un percorso di unificazione e centralizzazione di quelle realtà che lottano su un terreno anticolonialista di sinistra, ma che finora sono rimaste frastagliate più a causa di inezie che di motivi reali di dissenso politico.

Ci sentiamo in dovere di accennare un’ulteriore spunto di analisi in merito alla “questione meridionale”. La questione sarda non è riconducibile alla “questione meridionale”, anche se una “questione meridionale” esiste fin dalle origini dello stato unitario principalmente come questione legata ai problemi dei contadini poveri e dell’arretratezza del latifondo agrario. Certamente l’Italia del sud e la Sardegna presentano delle caratteristiche abbastanza simili se vengono osservate nella superficie. Entrambi i territori soffrono di un ritardo di sviluppo e sono interessati ancora oggi dall’emigrazione; entrambi i territori risentono di carenze sul piano della produzione, dei servizi, del credito; entrambi i territori sono stati utilizzati come riserva di manodopera per lo sviluppo del Nord e come mercato per le merci prodotte dalle industrie settentrionali. E da questo punto di vista si può parlare in entrambi i casi di colonie dello stato italiano, ma vi sono delle differenze macroscopiche. La Sardegna è passata sotto il dominio dei Savoia per un accordo internazionale in un momento in cui faceva parte dello stato spagnolo e la sua classe dirigente era formata quasi del tutto dai discendenti dei feudatari insediati dopo la guerra di liberazione nazionale condotta dagli Arborea e purtroppo finita con una pesante sconfitta. La persistenza del regime feudale ha impedito la nascita di una classe imprenditoriale indigena capace di sviluppare e difendere i propri interessi economici. Il Sud invece è stato conquistato con le armi quando si era già formata una borghesia imprenditoriale che esplicava la sua attività nella cantieristica (Napoli e Palermo) e nell’agricoltura e che aveva stabilito dei rapporti internazionali con altre realtà produttive. Il regno delle due Sicilie era uno stato autonomo con a capo una dinastia mentre la Sardegna faceva parte della corona spagnola ed era governata da un viceré. I ceti dirigenti della Sardegna erano emanazione del potere del re e rispondevano solo ad esso, mentre I ceti dirigenti meridionali avevano alle spalle una economia propria e uno status imprenditoriale e politico da difendere. Queste differenze comportarono un diverso atteggiamento dello stato sabaudo ed italiano, nei confronti dei due territori. Nel caso della Sardegna si utilizzò il sistema classico della colonizzazione: militazizzazione, scolarizzazione con imposizione di un’altra lingua, criminalizzazione delle usanze precedenti (su connottu), creazione di una borghesia compradora. Nel caso del Sud si cercò un compromesso con i poteri esistenti e si creò un’alleanza fra borghesie: a quella del Nord il controllo dell’economia, a quella del Sud il controllo del territorio. Una volta determinati gli ambiti di dominio, la borghesia del Sud potè affermare e sviluppare un proprio ruolo fino alla creazione di un vero e proprio antistato (mafie) articolato in modo organico sul territorio con centri di comando riconosciuti ed accettati. Il risultato insomma è che nel Sud si assiste allo scontro fra due poteri reali con interessi ben definiti, in Sardegna lo scontro è tra un potere (lo Stato e i suoi fiduciari locali) ed un popolo sottomesso. A questo punto si possono aggiungere tutti i corollari che si vogliono: la lingua sarda che ha in comune con l’italiano soltanto la provenienza romanza mentre la scuola poetica siciliana ha contribuito allo sviluppo della lingua e della cultura italiana, la Sardegna legata alla civiltà fenicia, il Sud alla civiltà greca, la Sardegna non ha mai visto una forte e duratura presenza araba, il Sud è entrato per centinaia di anni sotto tale dominio, etc…

La prospettiva dentro cui muoviamo è quella del riscatto nazionale e sociale del popolo sardo ma è inammissibile ricondurre la nostra prospettiva politica ad un becero nazionalismo. Che cosa ci distingue dunque dall’impostazione nazionalista che riteniamo solamente un vicolo cieco pericolosissimo per la stessa lotta di liberazione nazionale e sociale sarda? Noi concepiamo la lotta del popolo sardo per la sua autodeterminazione come una componente della lotta generale del proletariato e dei popoli oppressi contro l’imperialismo. Ciò che massimamente importa sottolineare è che Sardigna Ruja non lavora per soluzioni diplomatiche di alcuni problemi fondamentali come l’occupazione militare, la lingua sarda, il lavoro, l’emigrazione perché siamo consapevoli che nessuna soluzione diplomatica potrà avere l’interesse a riparare i danni secolari prodotti dal colonialismo italiano e perché sappiamo bene che nessuna trasformazione riesce ad essere reale, solida e permanente se non vede una ampia e convinta partecipazione popolare. Noi vogliamo contribuire appunto a fare in modo che il popolo sardo, e in particolare le sue componenti lavoratrici, si sentano protagoniste di un processo di trasformazione reale diventando il soggetto principale, egemonico, nella lotta per ottenere l’autodeterminazione. Chi ha interesse a liberare la Sardegna dalla schiavitù secolare? Non la borghesia sarda compradora che da sempre si accontenta delle prebende e delle briciole elargite dallo stato centrale e dalle ben più forti e abili cordate della borghesia italiana ed internazionale. Non tutti quei ceti che intorno allo stato crescono a dismisura, soffocando ogni attività produttiva reale, creando una economia di dipendenza asfissiante e fedele allo stato coloniale e all’unionismo da lui diffuso sul territorio sardo. Soltanto il popolo lavoratore sardo, nelle sue diverse componenti, ha davvero interesse a prendere in mano le sorti della sua terra e della sua cultura e, liberando se stesso, libererà il popolo sardo in generale, vale a dire le compagini tendenzialmente vicine e spontaneamente solidali con i lavoratori (studenti, piccoli borghesi, piccole realtà artigianali, intellettuali progressisti, ecc..).

Concludendo possiamo dire che il lavoro di Sardigna Ruja si inserisce in questo particolare contesto, mirando ad essere un punto di riferimento al di fuori della Sardegna del movimento di liberazione nazionale in generale e in particolare uno strumento per la costruzione della sinistra anticolonialista, facendo conoscere quei contenuti che fanno parte di questa lotta, rendendoli quindi conoscibili a chi ha deciso, spesso a malincuore, di lasciare la propria terra senza pensare che alla base di quella che può apparire come una banale scelta personale vi sono cause ben diverse.
L'allarmante fenomeno dell'emigrazione e dell'allontanamento di un sempre maggior numero di sardi, per motivi svariati, che trovano nel continente europeo ed italiano, quando non altrove, una pseudo-soluzione ai loro problemi, è uno dei motivi fondamentali che ci ha portato a fondare questa associazione. Il progressivo spopolamento della Sardegna non è e non può essere frutto solamente di un caso. Crediamo che questa emorragia di forze vive della nostra nazione sia uno dei tasselli fondamentali dell’attacco politico, culturale e dell'occupazione militare che lo stato italiano sta portando direttamente al cuore del popolo sardo. Crediamo che sia nostro dovere intervenire su questo punto, parlare con gli emigrati, con gli studenti, con chi lascia la propria casa convinto che in Sardegna non ci sia più speranza. Ci siamo stancati di aspettare che una speranza piova dal cielo e ci siamo stancati di andarla a cercare sciamando all’estero, una speranza la dobbiamo costruire noi, con le nostre forze, sulle nostre spalle. Il lavoro, alla luce anche dell'esperienza accumulata negli scorsi anni, non si preannuncia semplice ma è fondamentale per creare, per ora in Italia e in futuro anche altrove, una rete di solidarietà e sostegno dei sardi residenti all’estero della causa della lotta di liberazione nazionale e sociale sarda, una forte organizzazione capace di fondare e radicare ovunque i nodi dell’associazione Sardigna Ruja.

Ultimo aggiornamento ( domenica 11 marzo 2007 )