di Maurizio Blondet - 15/03/2007
Fonte: effedieffe
Eliezer Wiesel, scrittore rumeno ebreo sopravvissuto all'Olocausto, che ha scritto le sue memorie e le sue esperienze in numerosi libri. Ha ricevuto il Premio Nobel per la pace nel 1986.
Nel luglio 2006, quando Israele aggredì il Libano, spiegò di averlo fatto dopo che un gruppo Hezbollah era penetrato in territorio israeliano e aveva «rapito» un suo soldato, un innocuo soldatino con le orecchie a sventola.
Molti bravi giornalisti avanzarono una versione contraria: il soldatino era stato catturato durante un’incursione di Tsahal in territorio libanese, in violazione della sovranità.
Lo scrissero e lo documentarono la brava giornalista svizzera Silvia Cattori che vive in Palestina, lo ripetè Seymour Hersch.
Lo dissero altri: Matthew Kalman sul San Francisco Chronicle del 21 luglio 2006, riferì che ufficiali israeliani erano venuti in USA a presentare i piani d’attacco in Libano ben un anno prima dell’aggressione, proiettando al Pentagono tanto di mappe e una presentazione PowerPoint.
Thierry Meyssan riferì anche che gli USA avevano messo a disposizione di Tsahal un massiccio sostegno logistico all’operazione programmata.
Tutti costoro (e noi che riportammo i loro articoli) furono trattati da mentitori e antisemiti.
L’omoisraeliano Pezzana ci segnalò alla vendetta dei militanti sionisti e invocò, come al solito, la polizia: l’«informazione corretta» era solo quella ufficiale degli aggressori giudaici, quella della Nirenstein e di Introvigne (1) o di Guzzanti, questi eroi della «verità»: Israele era l’aggredito e la vittima, Hezbollah l’aggressore.
Ora Ehud Olmert, davanti alla commissione Winograd, l’entità israeliana che indaga sulla conduzione disastrosa della guerra a Hezbollah, ha ammesso di aver dato il suo placet all’attacco ben quattro mesi prima.
Vari piani gli erano stati presentati dal generale Dan Halutz, e lui ne aveva scelto uno.
Da attuare alla prima occasione, alla prima provocazione propagandisticamente presentabile.
Dunque «Informazione corretta» era scorretta e menzognera, la Nirenstein e Introvigne hanno mentito diffondendo la propaganda del Mossad, e la verità era quella dei liberi giornalisti che non si lasciano intimidire.
Essi sono stati diffamati da mentitori professionali e dai loro volonterosi carnefici.
Ad essere condannato per diffamazione è stato il Centro Simon Wiesenthal: questo organo della psicopolizia giudaica aveva accusato (ed esposto alle vendette sioniste) il Comitato di beneficenza e sostegno ai palestinesi (CBSP) di raccogliere fondi che poi versava alle famiglie di attentatori suicidi palestinesi.
Il CBSP ha querelato: la sua attività consiste nell’assistenza a 3 mila bambini palestinesi orfani, o resi orfani da Israele.
Un tribunale di Parigi ha condannato il Wiesenthal riconoscendolo colpevole di «grave diffamazione».
E lo ha condannato a pagare… un euro simbolico.
Certo se a risultare diffamato fosse stato il centro Wiesenthal, il risarcimento non sarebbe stato così simbolico.
Il Wiesenthal avrebbe preteso e ottenuto la rovina economica dei suoi diffamatori.
Ma tuttavia, la corretta informazione può trarre alcune doverose conclusioni.
La prima: il Centro Wiesenthal, dopo essersi dedicato per oltre mezzo secolo alla caccia di «criminali nazisti» con la cui cattura teneva viva la cosiddetta «memoria», anziché sciogliersi per esaurimento del suo scopo sociale, si è riconvertito come megafono della propaganda e delle menzogne di Israele.
La seconda: la comprovata capacità di diffamare e mentire coscientemente del Centro Wiesenthal getta un’ovvia ombra sulle sue attività precedenti.
Quanti innocenti il centro Wiesenthal ha diffamato come sterminatori nazisti?
Quanti ne ha fatti incarcerare e condannare a torto?
Fino a che punto i delitti e gli stermini e le gassazioni di cui questi presunti criminali sono stati accusati non sono mai avvenuti?
Il Wiesenthal, adattandosi a diffondere le menzogne propagandistiche di uno Stato-canaglia, ha colpito la stessa «memoria» della shoah.
E’ stato colto sul fatto a strumentalizzare l’evento sacrale dell’unica religione rimasta.
Una specie di simonia del «politicamente corretto».
Non a caso, «Simon» Wiesenthal.
Elie Wiesel è senza dubbio, come ha scritto Gilad Atzmon, il più noto gran sacerdote della religione olocaustica, una bella carriera al servizio della «memoria».
Ma anche lui è stato beccato a far simonia - smercio delle cose sacre.
Un suo spot è stato diffuso in cinque cinema parigini, fra le pubblicità di Audi e Renault e i clip dei «prossimamente».
Nello spot appare il gran sacerdote Wiesel che incita gli spettatori a «essere duri con l’Iran», a impedire «il ritorno alla barbarie» rappresentato da Teheran e dalla sua inesistente bomba atomica, mantenendo aperte «tutte le opzioni» (il bombardamento dell’Iran, da tempo già pianificato e in attesa dell’opportuna provocazione).
Lo spot di Wiesel fa parte della grande campagna su scala mondiale lanciata dal ministero degli Esteri israeliano, allo scopo di restaurare l’immagine di vittima di Israele, alquanto scossa dalla feroce aggressione in Libano.
La promozione mediatica è stata affidata a una Foundation for the Defense of Democracies, ente di propaganda creato da Ariel Sharon dall’11 settembre (diavolo di un Arik, pensava a tutto prima).
Questo ente di propaganda ha arruolato personalità intellettuali di ogni genere.
Già nel settembre 2006, i volonterosi cooperatori hanno pubblicato su Le Monde, Figaro e Le Point un appello a «impedire la barbarie» iraniana.
Un altro appello alla distruzione dell’Iran è stato diffuso in ottobre: noto con dolore che tra i firmatari c’è Rémy Brague, un cattolico molto ascoltato dal Papa.
Il 30 novembre, Henry-Lévi ripeteva l’appello su Le Point; il 7 dicembre, Elie Wiesel sempre su Le Point; il 15 dicembre è arrivato Pascal Bruckner su La Croix.
Questi salvatori di Israele sono stati poi ricevuti dal ministro francese degli Esteri, a cui avranno ripetuto che Teheran delenda est.
Tutti i media ufficiali e ufficiosi d’Occidente cantano in questo coro.
Ma non bastava.
Di qui lo spot di Wiesel.
I cinque cinema in cui è stato trasmesso sono di proprietà ebraica. (2)
Il guaio è che in Francia esistono leggi che vietano l’indottrinamento dei giovani e la propaganda di guerra fatta nell’interesse di uno Stato straniero; di più, lo spot ideologico è stato imposto ad un pubblico venuto a vedere un film.
Ragion per cui varie associazioni hanno elevato una querela di fronte alla Procura.
Vedremo Wiesel condannato e costretto a pagare un euro?
Importa poco, perché l’eccesso di zelo sacerdotale ha già nuociuto alla causa che vuol sacralizzare. Wiesel si dice un sopravvissuto dell’olocausto, e racconta continuamente in conferenze - è il suo mestiere - i suoi giorni di prigionia ad Auschwitz e a Birkenau.
Oggi possiamo chiederci: sarà vero?
Fino a che punto i suoi racconti riflettono la realtà o sono invece propaganda israeliana?
Bisogna chiederselo anche perché in questi giorni a Parigi esce, con enorme grancassa, il libro di un altro sopravvissuto che racconta i suoi dolori ad Auschwitz.
Il sopravvissuto si chiama Shlomo Venezia, nato nel 1923 a Salonicco.
«Con una memoria stupefacente per un uomo di 83 ann» scrive basito Le Monde, Venezia «racconta, precisa, corregge», confermando punto per punto la sacra storia ben nota: i forni crematori, le camere a gas dove «spingendo bene si facevano entrare 1.600 uomini, anche 1.700; ci mettevano da dieci e dodici minuti a morire».
Il fatto è che Shlomo, di questa sua esperienza, non ha parlato nemmeno coi familiari.
Non ci riusciva, dice Le Monde. «Ci ha messo cinquant’anni per poterne parlare». (3)
Shlomo Venezia dice di aver deciso di uscire dal suo silenzio nel 1992, vedendo le scritte antisemite sulle tribune degli stadi italiani, e per replicare alle «campagne revisioniste».
Nel 1992. ma prudentemente, tace per altri 15 anni.
Intanto i sopravvissuti che lo hanno conosciuto muoiono ad uno ad uno, non saranno lì a confermare la sua prodigiosa memoria.
Perché Shlomo Venezia, ad Auschwitz, era membro di un Sonderkommando, ossia di quei prigionieri che, in cambio di migliori razioni, selezionavano gli altri ebrei per le camere a gas, e li portavano a destinazione.
L’estrema ambiguità di queste «vittime» Sonderkommando giustifica e spiega la reticenza e il silenzio di chi prese parte ai lavori di allora.
Bisogna elaborare bene il loro ruolo di vittime.
E non è facile.
Anche l’ex ministra Simone Veil, un’altra sopravvissuta, sente l’imbarazzo, e nella prefazione al libro di Venezia si sente in dovere di avanzare una giustificazione: «Che vale un po’ più di pane e di riposo quando si hanno tutto il giorno le mani nella morte?».
A chi fa la domanda?
Noi goym non abbiamo il diritto di rispondere se non nei termini della dogmatica consacrata, delle giaculatorie prescritte.
Lo chieda ai sopravvissuti, se ce ne sono ancora.
Alcuni di loro rifiutarono quella razione di pane in più.
Dei Sonderkommando non avevano, diciamo, una buona opinione.
L’indimenticabile Israel Shahak rifiutava di vedere in quei Sonderkommando delle «vittime» allo stesso suo titolo, e mi spiegò a modo suo il lungo silenzio di tanti sopravvissuti, che cominciarono ad esporre le loro «memorie» solo dopo la guerra dei Sei Giorni, 1967.
Arrivati in Israele, questi sopravvissuti di Auschwitz ammutolirono, perché videro che la classe dirigente sionista, che comandava su Israele, era composta in gran parte di collaborazionisti e Sonderkommando.
Questi avevano salvato sé e le loro famiglie selezionando i più poveri per salvare i ricchi, i non-sionisti militanti, gli antisionisti per salvare i sionisti: lo facevano per Eichmann, gli facilitarono il lavoro.
In cambio, Eichmann fece caricare quei suoi collaboratori e i loro cari sugli ultimi convogli, destinazione in braccio agli Alleati.
Gli ex internati videro di essere comandati dai Sonderkommando, e ammutolirono.
Non so se sia vero.
Ma Shahak era stato a Belsen, aveva il diritto al revisionismo; e gli ci volle comunque tutto il coraggio del grande veritiero che era.
Quello che abbiamo diritto di chiederci ora è se la memoria di Venezia Shlomo è fedele.
O se il suo libro esce nell’ambito della grande campagna per migliorare l’immagine di Israele.
Perché la spiegazione di Shahak può anche spiegare perché, ora, lo stato d’Israele ha un presidente della repubblica che violentava le segretarie, un capo di stato maggiore che speculava in Borsa vendendo le sue azioni un’ora prima di attaccare il Libano (un insider trading della morte), perché Olmert e decine di altri governanti sono sotto indagine per corruzione, stupri, menzogne.
Era normale, nei Sonderkommando.
Magari non ha fatto che continuare la tradizione, l’ambasciatore israeliano in Salvador, Tsuriel Raphael, trovato in stato di incoscienza alcoolica completamente nudo, a parte alcune bardature acquistabili nel reparto «sadico-anale» dei porno-shop: una palla di gomma in bocca, molti «giocattoli sessuali», manette e altri ausilii per sesso estremo.
L’ambasciatore anal-sadico non fa che seguire la traccia luminosa del suo capo di Stato, il lubrico Katsav, altra «vittima» del complotto antisemita (l’ha detto lui).
La vita nei campi era triste, e i Sonderkommando non tralasciavano mai un’occasione di svago.
O forse è per questo che il Consiglio per i diritti umani dell’ONU, a Ginevra, ha messo sotto inchiesta permanente Israele per le continue violazioni che continua a commettere nei Territori: azioni che uno speciale rapporto ONU, risultato di investigazioni sul campo, paragona all’apartheid che fu in vigore in Sudafrica.
O magari, è da quella tradizione che viene la «rivelazione» di Leonid Nevzlin, già amministratore delegato della Yukos ed oggi presidente del museo della Diaspora a Tel Aviv: ossia che Alexander Litvinenko, l’ex KGB avvelenato col polonio a Londra, era andato in Israele con documenti segreti atti a diffamare Vladimir Putin.
Probabilmente, si intuisce, Litvinenko agiva su commissione pagata degli «oligarchi», i mafiosi ebreo-russi che Putin ha avuto la colpa di privare del maltolto.
Lo sostiene l’agenzia mossaddiana Debka, sulla base di quel che ha detto lo stesso Nevzlin: oligarca sovietico, Sonderkommando a Mosca nei bei tempi, ed oggi «sopravvissuto» e custode di uno dei musei della «memoria», proprio come i governanti israeliani della prima ora.
Questo lo diceva Shahak.
Noi abbiamo almeno il diritto di farci domande su questa memoria, così ben organizzata e coordinata con la campagna israeliana in corso: quanto c’è di vero, nella «memoria»?
Quanto è falso, menzogna e cinica strumentalizzazione - da Sonderkommando - delle sofferenze altrui?
Naturalmente ora ci aspettiamo che Pezzana, su «Informazione Corretta», segnali anche questo articolo «antisemita» e un po’ forse «negazionista», a chi di dovere, poliziotti o picchiatori: apprendiamo infatti che è stato pestato a sangue il mite rabbino Friedman, di Neturei Karta, il coraggioso che è andato alla conferenza di Teheran non già per «negare l’olocausto» - di cui ha confermato la realtà - ma per denunciarne la strumentalizzazione che ne fanno i sionisti.
Già i figli di Friedman sono stati cacciati dalla scuola ebraica in cui studiavano.
Ora il capo dei picchiatori, Jehuda Meshi-Zahav, si è vantato con Maariv: «Gli abbiamo dato una bella ripassata, come non facevamo da tempo. Gli abbiamo strappato il cappello e il cappotto, perché almeno non avesse l’aspetto di un ebreo». (4)
Costui appartiene ad un gruppo di autodifesa chiamato ZAKA, ed è stato onorato, dopo l’azione, affidandogli la lettura della Torah nella sinagoga.
Dunque sono ancora all’opera, i Sonderkommando; continuano a fare quel che hanno appreso nei lager; Israele è un Sonder-governo in piena, gioiosa attività.
Pezzana dunque si riposi, non ha più bisogno di denunciare le verità che scriviamo come menzogne antisemite.
Sono già tanti quelli che ci pensano, ormai anche Bernard Henry e Wiesel… ubi major minor cessat.
Il giornalismo di propaganda non fa per lui, del resto.
Torni alla sua antica passione.
Un detto latino invitava il ciabattino a non parlare di nulla superiore alle suole, di cui è esperto: «ne sutor supra crepidam».
Lo stesso invito rivolgiamo a lui: «Pezzana nec supra culum». (5)
E’ il campo, glielo riconosciamo volentieri, dove può ancora insegnarci molto.
Maurizio Blondet
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Note
1) Introvigne ha recentemente scritto su Cristianità un dotto studio sul complottismo: chi dubita della versione ufficiale sull’11 settembre è secondo lui un malato mentale. Nessuna indagine compie Introvigne su quel che dicono i «complottisti», e se per caso qualcosa di quello che dicono sia vero; la sua indagine verte sulla condizione psichiatrica che il dubbio rivelerebbe. Introvigne, che un tempo era un anticomunista, sa bene da chi ha preso a prestito questo metodo - erano gli aguzzini del KGB a chiudere i dissidenti non in prigione, ma in manicomio. Critica il regime? Non può che essere un paranoico. Francamente degradante, il riuso di un simile argomento da psico-polizia da parte di un proclamato cattolico.
2) «Cinq cinémas parisiens diffusen un appel de Elie Wiesel à la guerre», Réseau Voltaire, 13 marzo 2007.
3) Henry Tincq, «Les mains dans la mort», 8 marzo 2007.
4) «Iranian Holocaust denial conference attendee neaten», Jewish Telegraphic Agency, 12 marzo 2007.
5) Il termine «culum», anzichè il più aulico «anum», è attestato in Catullo. Il quale si chiede, nel carmen 97, se ad un certo Emilio è meglio «olfacere os an culum», dal momento che l’alito della bocca non è migliore di quel che spira dal «culum». La parola è più adatta, quando si tratta di Pezzana. A lui spetta, per competenza, di sciogliere l’enigma catulliano.




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