Non capita tutti i giorni, di poter vantare insieme di fronte a se stessi e ai propri lettori tre elementi di tale soddisfazione.
Sentirsi fiero di essere giornalista.
Sentirsi orgoglioso di esserlo sotto un grande direttore. E fin qui passi.
Ma, in più, sentirsi così per merito di una sentenza della più alta Corte di giustizia italiana.
Ha del clamoroso, in un Paese che da quindici anni è in ginocchio di fronte alle Procure italiane.
Eppure, è quel che ci è capitato ieri, nell'apprendere la sentenza della Corte di Cassazione che scagiona in pieno Vittorio Feltri, e che cancella il verdetto con il quale a Brescia era stato condannato a ben sei mesi di reclusione, per un articolo in cui nel 1999 criticava il Pool di Mani Pulite e osservava che a un certo punto i pm milanesi avevano indagato a tutta manetta verso Berlusconi, e a freno tirato in altre direzioni.
Vedete cari lettori, l'esultanza non c'entra col fatto che noi di Feltri abbiamo già l'opinione che abbiamo, considerandolo un maestro che rianima giornali cadaveri e ne dà vita a nuovi di zecca come questo, portandoli a vendere centinaia di migliaia di copie mentre gli altri se lo sognano. Poteva anche restar condannato Feltri, ché non avremmo cambiato idea.
Ma il fatto clamoroso invece è che la sentenza della Cassazione dica una gran verità di solito indigesta, alla pletora di autorevoli testate e prestigiosi colleghi che di fronte a Procure e pm conoscono come solo luogo deputato all'esercizio della professione l'inginocchiatoio.
La Costituzione garantisce libera critica, persino nei confronti della magistratura, dice la Cassazione scagionando Feltri: evviva, noi lo ripetiamo da anni, ma ci sentivamo abbastanza isolati.
Perché non abbiam stima dei singori ,magistrati? Macché.
Perché da liberali noi siam di quelli che da anni pensano la giustizia italiana non sia proprio quella Gerusalemme in Terra che molti raccontano.
Lo pensiamo perché non ci crediamo, che vada a vantaggio dell'imparzialità del giudizio il fatto che l'Italia sia l'unico Paese al mondo in cui i magistrati contino su promozioni automatiche e progressi di carriera come di stipendio scevri da controlli di produttività e da ogni verifica di competenza professionale.
Che magistrati dell'accusa e quelli del processo abbiano la stessa carriera, che vi sia un finto e irrealizzabile principio generale di obbligatorietà dell'azione penale, che in realtà di fatto consente a ogni pm di decidere lui che cosa perseguire e che cosa no.
Che assegnazioni di sede ed eventuali contestazioni e sanzioni disciplinari siano competenza esclusiva di un organo come il Csm in cui i togati sono maggioranza, e che in quanto tale non garantisce affatto l'autonomia e l'indipendenza del potere giudiziario, ma il fatto che quest'ultimo in Italia abbia realizzato - unicum al mondo - una totale e assoluta autoreferenzialità.
Che diviene intoccabilità, non appena qualcuno si azzarda a osservare che anche i pm e i giudici sono uomini in carne e ossa e non sovrumane bocche della Legge, e dunque hanno simpatie e antipatie, convinzioni e avversioni politiche, lacune culturali e pregiudizi fattuali: come ciascuno di noi.
Altro che i depositari intangibili dello spirito della Giustizia.
I magistrati della requirente e della giudicante sono tanto imperfetti come tutti gli altri esseri umani, che tendono talvolta e anzi spesso ad assumere la veste dell'orgoglio e del disprezzo, verso chiunque osi sindacare come essi perseguano i reati, e attraverso quali pervasive e talora devastanti misure cautelari personali e patrimoniali conducano le proprie indagini, intervenendo con pesanti limitazioni e fuori da ogni giusto processo e da ogni contraddittorio paritario tra parti in ciò che agli occhi di noi liberali è più sacro: il diritto alla libertà personale, e quello alla proprietà.
Perché vedete, cari lettori, le critiche che allora Feltri scrisse e che gli valsero la pena oggi cancellata ma che si dovrebbe riservare a delitti infamanti, dipendono in definitiva da una sola essenziale distinzione.
A giudizio nostro, che siamo liberali, l'apparato e le procedure della giustizia dovrebbero essere innanzitutto volte a garantire che il cittadino indagato e le sue essenziali libertà vengano di fatto e di diritto tutelate, contro ogni ipotesi di uno Stato o di un qualsivoglia suo agente che possa arbitrariamente assumere decisioni afflittive.
Chi non la pensa così - il coro dei plaudenti a Mani Pulite, che nella buona e nella cattiva fede ha creduto di riscrivere la storia d'Italia tracciando sulla sabbia una linea di incoercibili virtù pubbliche a suon di manette preventive e connesse distruzioni d'immagine mediatica, ritiene invece che l'individuo e le sue libertà contino un ciufolo o comunque assai meno, rispetto allo Stato e alla sua superiore ed hegeliana esigenza di assumere qualunque misura necessaria, per difendere la presunta collettività da chi l'attenta. Dai tangentari a furor di popolo ai cosiddetti furbetti del mercato messi alla gogna mediatico-giudiziaria nel 2005, troppe volte questo meccanismo ad orologeria di Procure inviate da Dio e di media compiacenti nel pubblicare devastanti intercettazioni e interrogatori ha creato campagne a senso unico.
E vittime spaccate in due nella vita pubblica come privata e professionale.
Con incolpevoli "a tavolino" fuori dalla carceri, e benedizioni sui media alla virtù di chi magari gode solo del sostegno o della disattenzione di perfettibili, e talora faziosissimi, signori in toga.
Neanche il giudice è intoccabile, dice la Cassazione.
Noi, che non lo abbiamo mai pensato a nostro rischio e pericolo, stappiamo champagne e ringraziamo Dio di avere per direttore una schienadritta che non le manda a dire, come Vittorio Feltri.
Un tempo era alle corti dei re, che il modo per farsi grandi era incurvarsi.
Per tanti, è diventata abitudine nelle corti di giustizia.
Noi no, noi.
Noi, no.
Oscar Giannino su Libero di oggi
saluti




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