Quando è in discussione un provvedimento legislativo sulla giustizia, il clima delle relazioni tra politici e magistrati registra un netto peggioramento.
Questa volta gli argomenti sono addirittura due, la riforma dell’ordinamento (o meglio la riforma della riforma di Roberto Castelli approvata nella scorsa legislatura) e la regolamentazione delle intercettazioni.
La magistratura associata ha già ottenuto, attraverso i suoi amici, il blocco delle norme sulle intercettazioni e che si discuta prioritariamente dell’ordinamento.
Su questo tema il Quirinale ha inviato una lettera ai presidenti delle Camere per sollecitare l’approvazione del nuovo testo prima della scadenza del decreto che ha rinviato l’entrata in vigore della legge Castelli.
Castelli si è irritato, ma in realtà nell’invito pressante di Giorgio Napolitano era implicita l’indisponibilità ad avallare un nuovo rinvio.
Approvare in Senato con tempi tassativi e ristretti norme tanto importanti si può fare solo in due modi, con un accordo tra la maggioranza e ampi settori dell’opposizione (la “bicamerale sulla giustizia” alla quale però i giustizialisti e Di Pietro sono contrari) o con un voto di fiducia che rimetterebbe alla prova la compattezza della maggioranza.
Una politica che volesse esprimere la propria autonoma determinazione nel preservare la potestà legislativa, sceglierebbe la strada delle larghe intese, ma non sarà facile emanciparsi dalle pressioni della magistratura, che hanno fatto dire persino a Cesare Salvi che non si riesce a legiferare su queste materie con tanti ex giudici in Parlamento.
Ferrara su il Foglio
saluti




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