Sette esemplari uccisi nel parco di Virunga Congo, il giallo della strage dei gorilla L'Onu decide di inviare una missione: scorta armata
per gli animali. «Un attacco inspiegabile»
MILANO — Il ranger Paulin Ngobobo non è riuscito a trattenere le lacrime. Mburanumwe, la femmina di gorilla incinta che tante volte aveva incrociato nella foresta, era lì per terra, uccisa, il suo pelo in parte bruciato, il piccolo morto in grembo. Pochi passi più in là altre due femmine senza vita (una è la madre di un cucciolo di due anni). E poi ancora Senkekwe, un maschio dominante. Tutti sterminati a colpi d'arma da fuoco. E Paulin non sapeva spiegarsi il perché. Quello che gli era molto chiaro, fra lacrime e rabbia, era la necessità assoluta di fare qualcosa, qualsiasi cosa, per non vedere mai più scene come quelle. Tutto questo alla fine di luglio. Ieri le sue preghiere hanno trovato ascolto.
L'Onu ha organizzato una missione d'urgenza per salvare quel che resta della stirpe dei gorilla beringei beringei, più conosciuti come gorilla di montagna e in gran parte «inquilini» del Parco nazionale del Virunga, ottomila chilometri quadrati nella Repubblica democratica del Congo, al confine con l'Uganda e il Rwanda. È in quell'angolo d'Africa — parco più antico del continente e sito patrimonio dell'Umanità — che da mesi i rangers contano le esecuzioni dei primati, sette da gennaio a oggi. Nelle prossime settimane una squadra internazionale indagherà su mandanti, esecutori e, soprattutto, sul movente della strage («cercheremo di capire le cause per cui qualcuno attacca i gorilla» spiegano all'Unesco), mentre gli amministratori del Parco proveranno a studiare come proteggere il futuro della specie, classificata a rischio di estinzione (in tutta l'Africa ce ne sono fra i 650 e i 700). La Monuc, la missione Onu a Kinshasa, ha annunciato che nel team internazionale appena creato ci saranno esperti del Programma per l'educazione e la cultura dell'Unesco, membri dell'Istituto congolese per la conservazione della natura, componenti del Programma Onu per l'ambiente ed ecologisti dell'Unione mondiale per la natura. Nei giorni scorsi Noelle Kumpel, dirigente del Programma di conservazione delle foreste e della fauna selvaggia per la Società zoologia londinese, aveva lanciato un appello per raccogliere fondi da impiegare nella «protezione costante delle famiglie superstiti»: creare, in sostanza, una sorta di scorta armata per i 370 gorilla di montagna rimasti nel Parco del Virunga, con pattugliamenti speciali nell'area di Bukima, dove sono stati uccisi, tutti assieme, il maschio e le tre femmine.
Un piano che però le bassissime condizioni di sicurezza della zona rendono impossibile. La regione è territorio di gruppi di milizie locali o straniere, oltre che di militari dell'esercito regolare congolese, ed è la stessa missione Onu a Kinshasa e ricordare che, proprio per questo, le guardie forestali del Virunga «pagano un pesante tributo di sangue»: durante scontri a fuoco nel Parco sono stati ammazzati più di cento rangers. In gennaio anche due gorilla rimasero uccisi in uno scontro a fuoco tra le truppe dei rinnegati del General Laurent Nkunda e le forze di governo. Poi furono mutilati e abbandonati lungo i percorsi delle guardie, perché li trovassero facilmente. Lo stesso un mese fa, stavolta con una femmina. I forestali prendono tutto come un avvertimento e ipotizzano interessi economici: qualcuno vuole che loro si diano da fare il meno possibile per la causa dei primati perché proteggerli e applicare alla lettera le restrizioni ecologico-amministrative imposte dal Parco, significa ostacolare il lucroso commercio di carbone che ha bisogno del legno del Virunga e del passaggio attraverso i suoi sentieri. L'equazione, secondo questa teoria, è semplice: niente gorilla, niente controlli nel Parco, quindi via libera ai traffici commerciali. Ma ancora prima dell'ecosistema dell'area, è il Paese di Joseph Kabila ad aver bisogno di un parco come il Virunga, uno dei più ricchi di risorse naturali di tutta l'Africa e che gioca un ruolo essenziale: per i gorilla beringei beringei, certo, ma anche per il turismo che, a quelle latitudini, spesso significa sopravvivenza.
Giusi Fasano
19 agosto 2007
http://www.corriere.it/Primo_Piano/C...ne_congo.shtml




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