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Discussione: "Israele siamo noi"

  1. #1
    Sionista
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    Per amore di Sion, non tacerò, per amore di Gerusalemme non mi darò pace, finchè non sorga come il sole la sua giustizia e la sua salvezza non risplenda come una fiaccola ardente. Isaia 62.1
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    Predefinito "Israele siamo noi"

    Dimitri Buffa intervista Fiamma Nirenstein sui temi del suo ultimo libro

    Testata: L'Opinione
    Data: 21 marzo 2007
    Autore: Dimitri Buffa
    Titolo: «Israele rappresenta tutti noi»

    Da L'OPINIONE del 21 marzo 2007:

    Fiamma Nirenstein, giornalista e scrittrice, da anni in prima linea per riportare l’informazione sullo stato ebraico alla correttezza formale se non sostanziale, ha scritto "Israele siamo noi", da pochi giorni in libreria distribuito dall’editore Rizzoli.
    Noi l’abbiamo intervistata per chiederle: perché?

    Tu hai scritto un libro che si chiama "Israele siamo noi". In Europa e in Italia molti movimenti e partiti di sinistra e di destra sono invece vicini ai terroristi e sembrano rispondere quasi "hezbollah siamo noi" o "Ahmadinejad siamo noi". Tu come la vedi?

    "Ahmadinejad presto sarà incriminato per istigazione al genocidio perché un’associazione di avvocati ha ormai raccolto indizi importanti per farlo deferire al tribunale dell’Aja. Io poi non sarei così pessimista: ancora non siamo arrivati a quello che tu dici. Certamente l’Europa assomiglia sempre di più a quella del 1938 quando si pensava di fare l’appeasement con Hitler. Io però vorrei spiegare perché "Israele siamo noi", perché mi pare la cosa più importate da fare capire adesso."

    Già perché?

    "Cominciamo a dire che, benché tutti i giornalisti politically correct si occupino da anni di Israele per descriverlo sempre come la sentina di tutti i problemi del Medio Oriente, oggi come oggi lo stato ebraico è il meno conosciuto del mondo."

    E poi?

    "Noi non sappiamo nulla di tutte le buone cose di quel paese.
    A partire dal fatto che è il paese più appassionatamente democratico dell’Occidente ed è deciso a difendere non solo sé stesso ma tutti quei valori da cui è nato. A cominciare dai diritti umani e civili, a cominciare da quelli dei suoi nemici."

    In che senso?

    "Beh il paese si trova a affrontare dal 1948 uno stato di guerra di difesa costante. Nella quale è immerso anche l’Occidente da quando è iniziato l’11 settembre 2001 l’attacco del fanatismo terroristico islamico . E noi invece di prendere a modello i metodi usati da Israele stiamo lì a pontificare. Poi bisogna precisare che Israele non ha nulla di destra e che un’opinione a lui favorevole non ha nulla di "fascista", ma ha a che vedere solo con il buon senso. Nel libro io racconto in maniera dettagliata come la mia generazione abbia perso la bussola quando si è dovuta misurare con Israele e le guerre per la sua sopravvivenza."

    Tu parli della tua generazione soprattutto?

    "Sì, noi siamo la prima generazione che ha scoperto la libertà sessuale e che ha cominciato a non dare più retta ai genitori e a volere fare di testa sua. Davamo retta solo ai nostri coetanei, in orizzontale accettavamo consigli, mai in gerarchia verticale. Poi noi eravamo la prima generazione che assaporava la libertà dopo venti anni di oppressione da parte del fascismo e noi credevamo che tutta la classe dirigente di allora fosse in qualche modo legata al nazifascismo.. e poi la sinistra, che ha sempre utilizzato Israele come punto d’incontro nelle sue difficoltà.."

    Che intendi dire?"

    Basta pensare a Craxi che è stato un personaggio importante e coraggioso della politica italiana, quello che aveva osato rompere con i comunisti, e che pure però a un certo punto per riaffermare il suo spirito terzo mondista che cosa ha fatto? Si è scelto come interlocutore invece che lo stato di Israele i palestinesi dell’Olp di Arafat, che in quegli anni erano i terroristi delle olimpiadi di Monaco o dell’Achille Lauro e di tutte quelle imprese spaventose come quella di Lod o dell’attacco alla Sinagoga di Roma o di Fiumicino..stare contro Israele è stato sempre il facile appuntamento di tutti quelli che a sinistra andavano alla ricerca di un punto d’incontro dovevano rifarsi una verginità a sinistra"

    Tu hai scritto anche un libro sui "progressisti antisemiti". Come è possibile per la sinistra andare a braccetto con i nazi islamici di hezbollah o di Teheran?

    "E’ l’odio verso se stessi tipico degli occidentali che vivono una sorta di complesso di colpa di tutti i crimini commessi nella storia dell’umanità, ci vediamo imperialisti, colonialisti, capitalisti e violatori di diritti umani . Abbiamo bisogno di flagellarci per dare ragione ai poveri e ai reietti non capendo che i loro dittatori non sono affatto poveri né reietti ma utilizzano abilmente questa condizione di psico labilità dei paesi occidentali per continuare a stare al potere rubando soldi ai loro popoli. Come hanno fatto per decenni Arafat e altri dittatori arabi che hanno rubato tutto il petrolio ai paesi da loro governati lasciando la gente a morire di fame. La nostra morale in tal senso non contempla più il concetto di responsabilità."

    Cambierà qualcosa con il nuovo esecutivo palestinese di unità nazionale?

    "No. La verità è che abbiamo assistito fin dall’incontro de la Mecca dello scorso 17 febbraio ad una sottomissione da parte del Fatah alla linea di Hamas. I sauditi si riproponevano di ristabilire una situazione egemone rispetto agli iraniani che finanziano Hamas, ma Hamas era troppo forte per cedere. Per cui ha accettato un accordo con Fatah che però non cambia nulla dal punto di vista delle prospettive di pace visto che non accetta le posizioni del cosiddetto Quartetto (Usa, Russia, Ue e Onu) che prevedono il riconoscimento dello stato di Israele e la fine del terrorismo. Solo l’altro ieri lo testimoniavano le dichiarazioni tanto di Abu Mazen quanto quelle di Haniyeh."

    E che succederà adesso?

    "Il prossimo fine settimana ci sarà il vertice di Riad in cui si discuterà quel famoso piano saudita che prede il diritto al rientro per tutti i profughi che ormai dopo quatto generazioni conservate nei campi profughi sarebbero circa 4 milioni e trecentomila persone quindi all’orizzonte si intravede solo il tentativo di distruggere lo stato ebraico".

    Insomma una presa in giro?

    "Più che altro tutto ciò riflette il legittimo desiderio dei palestinesi di evitare di continuare a uccidersi fra di loro come hanno fatto in tutto il 2006. Però non ha a che fare con la prospettiva di una pace con Israele. Semplicemente non c’entra."

    L’Unione europea muore però dalla voglia di ricominciare ad avere rapporti politici ed economici con questo governo di unità nazionale?

    "Non si capisce basata su di che e poi è bene precisare che i fondi ai palestinesi non sono mai stati tagliati perché, dalle dichiarazioni del ministro delle finanze precedente, si è saputo che erano giunti comunque 700 milioni di dollari dall’Europa a fronte dei 350 dell’anno precedente. E se poi si considera che Hamas con i soldi raccolti autonomamente ha costruito a Gaza un esercito dotato di armi nuove e micidiali, come missili terra aria e armi anti carro, mi domando se l’Unione europea vorrà ricominciare i finanziamenti a pioggia ai palestinesi come poi potrà controllare che non vengano usati per comprare armi e dilapidati in vari altri canali..?"

  2. #2
    marcus22
    Ospite

    Predefinito The Nobel

    Citazione Originariamente Scritto da IloveISRAEL Visualizza Messaggio
    Dimitri Buffa intervista Fiamma Nirenstein sui temi del suo ultimo libro

    Testata: L'Opinione
    Data: 21 marzo 2007
    Autore: Dimitri Buffa
    Titolo: «Israele rappresenta tutti noi»

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    Fiamma Nirenstein, giornalista e scrittrice, da anni in prima linea per riportare l’informazione sullo stato ebraico alla correttezza formale se non sostanziale, ha scritto "Israele siamo noi", da pochi giorni in libreria distribuito dall’editore Rizzoli.
    Noi l’abbiamo intervistata per chiederle: perché?

    Tu hai scritto un libro che si chiama "Israele siamo noi". In Europa e in Italia molti movimenti e partiti di sinistra e di destra sono invece vicini ai terroristi e sembrano rispondere quasi "hezbollah siamo noi" o "Ahmadinejad siamo noi". Tu come la vedi?

    "Ahmadinejad presto sarà incriminato per istigazione al genocidio perché un’associazione di avvocati ha ormai raccolto indizi importanti per farlo deferire al tribunale dell’Aja. Io poi non sarei così pessimista: ancora non siamo arrivati a quello che tu dici. Certamente l’Europa assomiglia sempre di più a quella del 1938 quando si pensava di fare l’appeasement con Hitler. Io però vorrei spiegare perché "Israele siamo noi", perché mi pare la cosa più importate da fare capire adesso."

    Già perché?

    "Cominciamo a dire che, benché tutti i giornalisti politically correct si occupino da anni di Israele per descriverlo sempre come la sentina di tutti i problemi del Medio Oriente, oggi come oggi lo stato ebraico è il meno conosciuto del mondo."

    E poi?

    "Noi non sappiamo nulla di tutte le buone cose di quel paese.
    A partire dal fatto che è il paese più appassionatamente democratico dell’Occidente ed è deciso a difendere non solo sé stesso ma tutti quei valori da cui è nato. A cominciare dai diritti umani e civili, a cominciare da quelli dei suoi nemici."

    In che senso?

    "Beh il paese si trova a affrontare dal 1948 uno stato di guerra di difesa costante. Nella quale è immerso anche l’Occidente da quando è iniziato l’11 settembre 2001 l’attacco del fanatismo terroristico islamico . E noi invece di prendere a modello i metodi usati da Israele stiamo lì a pontificare. Poi bisogna precisare che Israele non ha nulla di destra e che un’opinione a lui favorevole non ha nulla di "fascista", ma ha a che vedere solo con il buon senso. Nel libro io racconto in maniera dettagliata come la mia generazione abbia perso la bussola quando si è dovuta misurare con Israele e le guerre per la sua sopravvivenza."

    Tu parli della tua generazione soprattutto?

    "Sì, noi siamo la prima generazione che ha scoperto la libertà sessuale e che ha cominciato a non dare più retta ai genitori e a volere fare di testa sua. Davamo retta solo ai nostri coetanei, in orizzontale accettavamo consigli, mai in gerarchia verticale. Poi noi eravamo la prima generazione che assaporava la libertà dopo venti anni di oppressione da parte del fascismo e noi credevamo che tutta la classe dirigente di allora fosse in qualche modo legata al nazifascismo.. e poi la sinistra, che ha sempre utilizzato Israele come punto d’incontro nelle sue difficoltà.."

    Che intendi dire?"

    Basta pensare a Craxi che è stato un personaggio importante e coraggioso della politica italiana, quello che aveva osato rompere con i comunisti, e che pure però a un certo punto per riaffermare il suo spirito terzo mondista che cosa ha fatto? Si è scelto come interlocutore invece che lo stato di Israele i palestinesi dell’Olp di Arafat, che in quegli anni erano i terroristi delle olimpiadi di Monaco o dell’Achille Lauro e di tutte quelle imprese spaventose come quella di Lod o dell’attacco alla Sinagoga di Roma o di Fiumicino..stare contro Israele è stato sempre il facile appuntamento di tutti quelli che a sinistra andavano alla ricerca di un punto d’incontro dovevano rifarsi una verginità a sinistra"

    Tu hai scritto anche un libro sui "progressisti antisemiti". Come è possibile per la sinistra andare a braccetto con i nazi islamici di hezbollah o di Teheran?

    "E’ l’odio verso se stessi tipico degli occidentali che vivono una sorta di complesso di colpa di tutti i crimini commessi nella storia dell’umanità, ci vediamo imperialisti, colonialisti, capitalisti e violatori di diritti umani . Abbiamo bisogno di flagellarci per dare ragione ai poveri e ai reietti non capendo che i loro dittatori non sono affatto poveri né reietti ma utilizzano abilmente questa condizione di psico labilità dei paesi occidentali per continuare a stare al potere rubando soldi ai loro popoli. Come hanno fatto per decenni Arafat e altri dittatori arabi che hanno rubato tutto il petrolio ai paesi da loro governati lasciando la gente a morire di fame. La nostra morale in tal senso non contempla più il concetto di responsabilità."

    Cambierà qualcosa con il nuovo esecutivo palestinese di unità nazionale?

    "No. La verità è che abbiamo assistito fin dall’incontro de la Mecca dello scorso 17 febbraio ad una sottomissione da parte del Fatah alla linea di Hamas. I sauditi si riproponevano di ristabilire una situazione egemone rispetto agli iraniani che finanziano Hamas, ma Hamas era troppo forte per cedere. Per cui ha accettato un accordo con Fatah che però non cambia nulla dal punto di vista delle prospettive di pace visto che non accetta le posizioni del cosiddetto Quartetto (Usa, Russia, Ue e Onu) che prevedono il riconoscimento dello stato di Israele e la fine del terrorismo. Solo l’altro ieri lo testimoniavano le dichiarazioni tanto di Abu Mazen quanto quelle di Haniyeh."

    E che succederà adesso?

    "Il prossimo fine settimana ci sarà il vertice di Riad in cui si discuterà quel famoso piano saudita che prede il diritto al rientro per tutti i profughi che ormai dopo quatto generazioni conservate nei campi profughi sarebbero circa 4 milioni e trecentomila persone quindi all’orizzonte si intravede solo il tentativo di distruggere lo stato ebraico".

    Insomma una presa in giro?

    "Più che altro tutto ciò riflette il legittimo desiderio dei palestinesi di evitare di continuare a uccidersi fra di loro come hanno fatto in tutto il 2006. Però non ha a che fare con la prospettiva di una pace con Israele. Semplicemente non c’entra."

    L’Unione europea muore però dalla voglia di ricominciare ad avere rapporti politici ed economici con questo governo di unità nazionale?

    "Non si capisce basata su di che e poi è bene precisare che i fondi ai palestinesi non sono mai stati tagliati perché, dalle dichiarazioni del ministro delle finanze precedente, si è saputo che erano giunti comunque 700 milioni di dollari dall’Europa a fronte dei 350 dell’anno precedente. E se poi si considera che Hamas con i soldi raccolti autonomamente ha costruito a Gaza un esercito dotato di armi nuove e micidiali, come missili terra aria e armi anti carro, mi domando se l’Unione europea vorrà ricominciare i finanziamenti a pioggia ai palestinesi come poi potrà controllare che non vengano usati per comprare armi e dilapidati in vari altri canali..?"
    To Nobel Pee..ss Price to F.Nirenstein..

  3. #3
    Bart Colleoni
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    cosa intende la Nirenstein per noi?

  4. #4
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  5. #5
    Breiner252
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    Ottiam questa carta igienica! La stampo subito!

  6. #6
    Hanno assassinato Calipari
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    Citazione Originariamente Scritto da IloveISRAEL Visualizza Messaggio
    Dimitri Buffa intervista Fiamma Nirenstein
    Che coppia

    Mancava solo Palazzi e Introvigne, e il gruppetto era al completo

  7. #7
    EUROSIBBERIANO CONVINTO
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    [...]Israele è la seconda o terza potenza militare mondiale.
    Dispone di 300 testate nucleari (più della Cina) e dei missili intercontinentali in grado di spedirle in ogni parte del pianeta.
    Oltre a ciò, grazie a quattro sommergibili Made in Germany in navigazione permanente e armati con missili a testata atomica, Israele è in grado di assestare il «secondo colpo» nucleare.
    Più precisamente, se uno Stato fosse così folle da lanciare una bomba atomica su Israele incenerendola, i sommergibili, sopravvissuti all’olocausto nucleare, punirebbero quel nemico azzerandolo.
    Questo «secondo colpo» è la massima garanzia di deterrenza di cui si abbiamo esperienza nella storia.
    E’ il principio «MAD» (Mutua Distruzione Assicurata) grazie al quale l’Europa ha vissuto oltre mezzo secolo di pace armata e nucleare fra USA ed URSS.
    Entrambe le superpotenze sapevano che un attacco nucleare a sorpresa avrebbe avuto come conseguenza, in ogni caso, la propria distruzione; nessuna «vittoria» di qualche significato sarebbe stata possibile sotto la MAD.
    Un genio strategico sovietico, il maresciallo Ogarkov, dedicò la vita a come «sferrare e vincere una guerra nucleare», ma non riuscì mai a proporre una soluzione che garantisse ai capi del Cremlino la sopravvivenza dell’URSS.

    Se non bastasse, il super-armato Israele ha il completo appoggio dell’ultima superpotenza rimasta, gli Stati Uniti.
    Ed ha anche l’appoggio della NATO e quello ufficiale di tutti i Paesi europei.
    Io dico che nessuno Stato, nessun Paese al mondo, dispone di una sicurezza tale contro la «cancellazione».
    E’ la massima sicurezza umanamente possibile nel mondo reale, dove tutto è incerto e dove un margine di rischio esiste sempre.
    La Francia, con molte meno bombe atomiche, si sente abbastanza sicura.
    L’Europa ha vissuto «sicura» sotto la spada di Damocle della guerra atomica, e ciò per mezzo secolo.
    Molti Paesi disarmati vivono sicuri, garantiti da alleanze enormemente meno solide di quella fra Israele e USA.
    Perché solo Israele non si sente mai sicuro?
    Perché grida che l’Iran lo vuole «cancellare» con una bomba atomica che, per giunta, non ha ancora?
    A questa domanda si possono dare più risposte, tutte plausibili.
    Una la può dare Freud, che parlerebbe di «proiezione inconscia»: attribuire agli altri le intenzioni che noi stessi nutriamo verso gli altri.
    La seconda: ad Israele non basta essere umanamente sicuro.
    Vuole essere sicuro in modo «sovrumano», ossia divino.
    Non vuole la sicurezza, ma l’invulnerabilità intangibile che è propria di Dio (e a cui Dio ha rinunciato, secondo noi cristiani, mandando il Suo Figlio sulla croce).
    Forse perché nella comunità ebraica si vive non già come una parte dell’umanità, soggetta ai rischi e agli imprevisti della comune umanità; si vive come Dio - il dio di se stesso - e si pretende la sovrumana invulnerabilità divina.
    Se questa tesi sembra paradossale e incredibile, si guardino gli atti: Israele viola continuamente la sovranità del Libano.
    Con ciò, esprime disprezzo per il principio di sovranità: vuole che la sola sovranità sia la sua, quella degli altri non conta nulla.
    Gli altri non hanno dignità né diritti.
    Non riconosce alcun diritto ai palestinesi, che si riserva il diritto di cannoneggiare a piacere, di opprimere con atrocità, e nelle cui case fa irruzione, e distruzione, a piacere.
    Questo non è solo un atteggiamento razzista, ma molto peggio, l’atteggiamento di un dio. [...]


    www.effedieffe.com

  8. #8
    EUROSIBBERIANO CONVINTO
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    La Questione palestinese- Livia Rokach



    La questione palestinese nasce di fatto il 2 novembre 1917, con una lettera di poche righe che il ministro degli Esteri britannico d'allora, lord Arthur James Balfour, indirizza a lord Rothschild, membro dell'esecutivo sionista inglese. In essa il governo di Londra, intento a quell'epoca, insieme alle altre potenze occidentali, a smembrare l'Impero ottomano, s'impegna ad appoggiare "l'insediamento in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico".

    All'epoca, gli ebrei in Palestina - una provincia meridionale della Siria che soltanto nel 1918 sarà interamente occupata dalle truppe britanniche - costituiscono appena il 9% della popolazione e possiedono meno del 3 % delle terre. La maggioranza della popolazione, il 91 %, consiste del popolo arabo-palestinese, le cui origini in quella terra risalgono all'antichità preislamica. Ma il documento britannico accenna a questa solo di passaggio, limitandosi a definirla "comunità non ebraiche" i cui "diritti civili e religiosi non dovrebbero venir pregiudicati", e negandole quindi ogni definizione giuridico - politica d'identità nazionale. La Dichiarazione Balfour assume cosi' nella storia araba e palestinese il significato del primo di una serie di atti illegittimi effettuati dalle potenze occidentali e dalla comunità internazionale contro i popoli della regione. Ne seguiranno altri, culminanti nella risoluzione 181 dell'Onu del 29 novembre 1947 sulla spartizione della Palestina. Il carattere premeditato di tale violazione è confermato dallo stesso lord Balfour nel 1918 in un memorandum segreto al governo britannico. "In Palestina noi non ci curiamo dei desideri dell'esistente comunità bensì cerchiamo coscientemente di ricostruire una nuova comunità e ci stiamo adoperando decisamente per realizzare una maggioranza numerica ebraica nel futuro. Ciò costituisce evidentemente una flagrante contraddizione tra la lettera della Carta [della Società delle Nazioni] e la politica degli alleati"

    Analogamente, nei 1946, quando l'America di Truman decide di "assumersi gli obblighi dell'Inghilterra nel Mediterraneo orientale e in Medio Oriente, non essendo piu' la Gran Bretagna in grado di controllare la situazione" gli Stati Uniti esercitano tutto il peso del loro potere mondiale per far approvare dall'Onu una risoluzione che assegni alla comunità sionista in Palestina il 55% del territorio palestinese, anche se essa costituisce soltanto il 31 % della popolazione e possiede solo il 6% delle terre. Agli ambasciatori americani tornati a Washington per implorare la Casa Bianca di desistere da questo atto d'ingiustizia capace di compromettere gli stessi interessi statunitensi nel mondo arabo Truman rispondera': " Mi dispiace, signori, ma non ho centinaia di migliaia di arabi tra i miei elettori" .[...]

    Collateralmente, i governi occidentali, sia dopo la Prima guerra mondiale sia negli anni Quaranta, preferiscono che il flusso dei profughi ebrei, reduci delle persecuzioni nell'Europa centrale e orientale prima, e dello sterminio nazista poi, venga dirottato sulla Palestina piuttosto che accolto nei propri Paesi. Ma il rifiuto della popolazione arabo-palestinese di essere messa davanti a una scelta comunque inaccettabile - subordinarsi a uno Stato sionista oppure abbandonare la propria terra - e' fin da principio manipolato dai potenti mezzi di propaganda del mondo occidentale in modo da rovesciare le responsabilità per la sorte degli ebrei sul mondo arabo. [...]

    Privata di ogni diritto di organizzazione politica autonoma, la popolazione arabo-palestinese si rivolta: nel 1921, 1922, 1929, 1933 e 1936, 1939 scoppiano moti popolari che sfociano in assalti agli insediamenti ebraici e alle basi britanniche. Secondo una commissione d'inchiesta di Londra, inviata sul posto, la violenza tra le due comunità, che fino al 1918 intrattenevano rapporti di reciproco rispetto e tolleranza, aumenta dell'80 % rispetto all'intero secolo precedente. La grande rivolta araba del 1936,1939 - la più importante sollevazione anticoloniale dell'epoca - e' repressa nel sangue soltanto dopo l'invio da Londra di rinforzi militari di 20000 uomini che, assistiti dall'aviazione, spazzano via la tenace guerriglia dimostratasi capace di occupare intere zone agricole e città, e di resistere a lungo contro forze di gran lunga superiori, grazie a un vasto appoggio tra le popolazioni locali.

    Anche se priva di adeguate strutture scolastiche ( soltanto al 25 % dei giovani arabi e' consentita l'istruzione elementare e media contro il 90 % nella comunità ebraica) e debole in quelle sociali (basti pensare che il 50 % delle terre appartengono a quell'epoca a 250 famiglie feudali che dominano la popolazione e le cui rivalità offrono un fecondo terreno agli intrighi tramati dal potere coloniale), la popolazione palestinese è senza dubbio già a quell'epoca una delle piu' avanzate nella regione e possiede un alto grado di coscienza politica e nazionale. Nel 1929 una commissione d'inchiesta britannica constata: "L'opinione che il fellah non s'interessa di politica non trova conferma nella nostra esperienza in Palestina... Qui nessuno può dubitare che i contadini e i braccianti sono autenticamente interessati sia alla creazione di un loro Stato nazionale sia allo sviluppo di istituzioni di autogoverno. Non meno di 14 quotidiani vengono pubblicati in Palestina e quasi in ogni villaggio vi e' qualcuno incaricato a leggerli a quei contadini che non sanno leggere. Essi discutono tutti di politica e questa fa abitualmente parte dei sermoni di venerdì nella moschea. Questi fallahin... sono con tutta probabilità più politicizzati di molta gente in Europa". Schiacciata la rivolta del 1936, 1939, anche grazie alle complicità in seno alla classe dirigente feudale araba che temeva la sua trasformazione in un moto di riscossa sociale che colpisse i propri interessi; decapitato il movimento nazionale (con 15000 morti e feriti, migliaia di quadri imprigionati, i dirigenti espulsi dal Paese); rafforzata, invece, l'organizzazione militare sionista; Londra raggiunge pero' la conclusione di non potere piu' controllare la situazione da essa stessa creata. Un libro bianco preannuncia nel maggio del 1939 l'intenzione del governo mandatario di provvedere alla costituzione di uno Stato unitario indipendente in Palestina entro dieci anni, e blocca, nel frattempo il diritto sionista all'immigrazione e all'acquisto delle terre. Tuttavia, lo scoppio della Seconda guerra mondiale, che esige il controllo militare della Palestina in quanto grande base alleata, e che e' seguito dall'ascesa dell'influenza statunitense quale potenza mondiale a scapito dell'Inghilterra, comporta ancora una volta la vanificazione delle promesse fatte agli arabo palestinesi e un ulteriore rafforzamento della posizione contrattuale sionista. Il 29 novembre del 1947, sotto la massiccia pressione degli Stati Uniti e con il consenso dell'Unione Sovietica, l'assemblea generale dell'Onu, pur avvertita da una commissione angloamericana che "un ritiro delle truppe britanniche senza un precedente raggiungimento di un accordo tra le due comunita', e un periodo transitorio sotto il controllo di un'amministrazione fiduciaria, condurrebbe necessariamente a prolungati e immediati scontri sanguinosi dalle imprevedibili conseguenze", approva con 33 voti favorevoli contro 13 e l0 astenuti, la spartizione della Palestina. La risoluzione dell'Onu assegnava allo Stato arabo-palestinese soltanto il 40% del territorio, con una popolazione di 749010 arabi e una minoranza di l0000 ebrei. Allo Stato ebraico, invece, veniva assegnato il 45 % del territorio, con una popolazione pero' formata da una leggera maggioranza araba (509780) e 490020 ebrei. Il 90 % delle terre coltivabili sarebbero appartenute ai primi, le funzioni dirigenti esclusivamente ai secondi. Era una soluzione che in ogni caso non poteva funzionare ed era destinata a frustrare le ambizioni nazionaliste di entrambe le parti. Gli arabi la rifiutarono. La comunità sionista l'accettò, dando inizio immediatamente a operazioni militari dirette a "ripulire" il proprio territorio dalle popolazioni arabe. Vennero adoperati drastici mezzi di guerra psicologica (la diffusione di voci allarmistiche su epidemie, avvelenamenti di pozzi d'acqua, ecc.), perpetrati massacri di civili (Deir Yasin), attuate deportazioni forzate. Nel novembre 1948, soltanto il 15 % (130000) della nativa popolazione arabo-palestinese resta nel territorio diventato lo Stato d'Israele ed entro l'estate del 1949 lo Stato ebraico si appropria definitivamente di un terzo in piu' del territorio assegnatogli dall'Onu. Il tentativo dei Paesi arabi circostanti di venir in aiuto ai palestinesi - in maggioranza cacciati via già prima della fine del mandato britannico (il 15 maggio 1948) - si risolve in un fallimento totale. Una sconfitta altrettanto palese e' quella dell'Onu che tra l'11 dicembre 1949 e il 1975 voterà non meno di venti risoluzioni in cui a Israele e' richiesto, invano, di consentire il ritorno in patria dei profughi. Il 1948 segna cosi' l'inizio della tragedia palestinese. Un popolo intero si trasforma in una nazione di profughi. La piccola minoranza araba rimasta in territorio israeliano è sottoposta per dieci anni a un duro regime di controllo marziale, ma anche dopo l'abolizione di questo restano in vigore nei suoi confronti leggi discriminatorie e prassi persecutorie sul piano politico, economico e culturale. Il 90 % circa delle terre vengono sequestrate, al 20 % è negata la cittadinanza, il tessuto socioculturale, specie nelle campagne, viene smembrato, è vietata ogni forma di organizzazione politica autonoma, ogni protesta è schiacciata con mano ferrea, detenzioni amministrative (senza processo) sono frequenti, è effettuata una rigida selezione degli studenti universitari, e in ogni caso ai laureati, agli intellettuali, è impedita la possibilità di trovare sbocchi adatti alle loro capacità, con l'obiettivo d'incoraggiare la loro definitiva emigrazione all'estero. Ma la maggioranza dei palestinesi e', in seguito alla guerra, stipata in Cisgiordania e Gaza - due zone della Palestina che restano in mano rispettivamente al Regno hashemita e all'Egitto - o dispersa nel resto del mondo arabo: nella stessa Giordania, in Siria, Libano (dove il delicato equilibrio intercomunitario renderà sempre più precaria ed esplosiva la loro presenza), in Iraq, nei Paesi del Golfo.

    Privati di ogni cosa, colpiti nello stesso rispetto di se, ammassati in sovraffollate tendopoli, umide d'inverno e torride d'estate, soggetti al disprezzo delle popolazioni "ospitanti" e alle misure restrittive dei governi "fratelli", i profughi palestinesi tuttavia non si arrendono. La determinazione di rientrare in patria e la costante affermazione della propria identità nazionale diventano la loro ragion d'essere personale e collettiva, la matrice dell'educazione dei figli, il tema dei canti e dei racconti, la motivazione per acquistare una preparazione professionale, per reagire anche culturalmente alla condizione umiliante di rifugiati. La coscienza nazionale anzichè tramontare, s'intensifica.



    [L. Rokach, Questione palestinese, in Storia dell'Africa, La Nuova Italia, Firenze, 1979, pp.404-407]


    [...]
    L’ebrea Livia Rokach, che fu sionista e che rigettò il sionismo dopo averne visto le trame in Israele (trasferendosi in Italia, dove fu uccisa da «ignoti») ha scritto nel suo «Israel Sacred Terrorism» cosa disse Moshe Dayan in un consiglio dei ministri dell’aprile 1955.
    Allora il presidente egiziano Nasser dichiarò che «la coesistenza con Israele è possibile». Washington colse l’occasione per proporre un accordo di pace complessivo, che comprendeva un «patto di sicurezza», ossia la protezione militare USA, con obblighi (ovviamente) reciproci.
    Dayan disse, testualmente: «Non abbiamo bisogno di un patto di sicurezza con gli USA. Un tale patto sarebbe solo un ostacolo per noi. Per i prossimi 8-10 anni, non abbiamo di fronte nessun pericolo dovuto ad un vantaggio di forze degli arabi. Anche se essi ricevono aiuti militari massicci dall’occidente (sic), noi manterremo la nostra superiorità militare grazie alla nostra capacità, infinitamente più grande, di integrare nuovi armamenti. Il patto di sicurezza ci legherebbe semplicemente le mani e ci negherebbe la libertà d’azione di cui avremo bisogno nei prossimi anni. Le azioni di rappresaglia, che non potremmo più attuare se legati ad un patto, sono la nostra linfa vitale. Esse ci rendono possibile mantenere un alto livello di tensione tra la nostra popolazione e nel nostro esercito».
    Conclusione: la risposta di Israele all’onesta offerta di Nasser fu la «operazione Gaza», un’incursione ebraica che colse di sorpresa e massacrò una quarantina di soldati egiziani.
    Così il patto fu cancellato.
    La cosa si è ripetuta infinite volte: ad ogni proposta di pace definitiva elevata da arabi, qualche provocazione israeliana o qualche «atto di terrorismo islamico» mandava tutto a monte.
    Ma le frasi di Dayan (le ha riportate Moshe Sharett, presente alla riunione, e per breve tempo primo ministro israeliano) sono molto significative per il nostro discorso.
    [...]
    www.effedieffe.com

  9. #9
    Gaeta resiste ancora!
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    Voltaire si vantava di non essere mai stato a Gerusalemme e di non avere alcuna intenzione di visitarla...
    E nfatti, non se ne può più di questi fanatici abramitici!

  10. #10
    Hanno assassinato Calipari
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    Ma che c'entra Voltarie che viveva nel 1700???

 

 
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