Kabul. Alle cinque e dieci del pomeriggio Daniele Mastrogiacomo è stato liberato, in tunica verdone e a capo inturbantato, con uno scambio di prigionieri, tra cui il fratello del feroce mullah Dadullah, da una riva all’altra di un fiume nella provincia di Helmand. Il suo interprete, Ajmal Naghshbandi, secondo fonti del Tg1, è stato invece liberato poco dopo. “Ho visto andare libero anche lui”, aveva detto Mastrogiacomo, ma l’ambasciatore italiano a Kabul, Ettore Sequi, in un primo momento aveva fatto sapere di non avere informazioni certe al riguardo. Mullah Dadullah, il leader talebano senza una gamba, aveva minacciato di ammazzarlo, accusandolo di spionaggio.
La sorte toccata venerdì scorso all’autista dell’inviato di Repubblica, Said Agha. “L’ho visto decapitare, è stato terribile – ha detto Daniele Mastrogiacomo in un’intervista a Primo piano del Tg3 – Il loro comandante si è alzato e ha detto: ‘In nome dell’islam ti condanniamo a morte’”.
Lo stesso presidente afghano, Hamid Karzai – che sta concludendo un breve viaggio in Europa e ieri è stato ringraziato coralmente dal governo italiano – aveva confermato poche ore prima della liberazione che l’inviato di Repubblica
“potrebbe essere già libero o in via di rilascio”.
Ieri pomeriggio fonti del Foglio in Afghanistan, sia governative sia talebane, concordavano sul fatto che le condizioni per il rilascio del giornalista italiano erano state soddisfatte, ma l’operazione rimaneva complessa.
Mastrogiacomo era stato consegnato ad alcuni capi tribù locali, che giocano il ruolo di garanti neutrali in queste delicate operazioni. Anche due prigionieri talebani, l’ex portavoce Abdul Latif Hakimi e Ustad Yasar, ideologo del movimento integralista, erano già stati affidati da Emergency, l’organizzazione umanitaria italiana, ai capi tribù.
Il giorno prima, domenica, lo scambio di prigionieri era fallito perché sembrava impossibile accettare la richiesta del feroce mullah Dadullah, che ha gestito il sequestro dal suo rifugio a cavallo fra Pakistan e Afghanistan, di liberare suo fratello, Ahmed Mansoor, che era stato arrestato in Pakistan.
Su di lui le notizie sono incerte, ma sembra che fosse legato a Lashkar e Jhangvi, un gruppo terrorista pachistano affiliato ad al Qaida, i cui miliziani erano stati addestrati nei campi di Osama bin Laden in Afghanistan durante il regime talebano.
Lo stallo è stato poi superato e alla fine lo scambio di prigionieri è avvenuto con la contropartita di cinque talebani, tra cui Mansoor, detenuti in Afghanistan o in Pakistan. I tre che ancora mancavano sono stati consegnati ieri mattina all’ospedale di Emergency a Lashkargah, il capoluogo della provincia di Helmand, dove era stato inghiottito l’inviato di Repubblica.
I talebani hanno accettato l’offerta.
Secondo Emergency, non sarebbe stato pagato alcun riscatto. “Fin dall’inizio – assicurano dall’avamposto umanitario in Afghanistan – hanno detto di non volere denaro in cambio dell’ostaggio italiano”.
La giornata di ieri è stata finalizzata all’organizzazione dello scambio sul terreno, che in una provincia dove talebani e signori della droga la fanno da padroni, è sempre difficile e può saltare all’ultimo minuto per qualche incidente di percorso
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Il luogo dello scambio
Secondo il racconto degli stessi talebani, è stato scelto come luogo dello scambio il fiume Loj Rod.
Da una parte della riva Mastrogiacomo. Dopo il rilascio ha raccontato di essere stato tenuto in catene per tutti i quindici giorni del sequestro, e di avere cambiato prigione continuamente, per paura che il covo fosse individuato:
“Case terribili, piccole come ovili, in mezzo al deserto”, ha detto l’inviato di Repubblica, “abbiamo percorso ogni notte chilometri e chilometri, abbiamo dormito spesso per terra in mezzo alle dune del deserto”. “Sapevo –ha aggiunto – che l’Italia mi sosteneva e mi stava vicino: è stato l’unico conforto nei momenti più disperati in cui temevo da un momento all’altro di essere ucciso”.
Con lui sulla riva i capi tribù che facevano da garanti e tutto attorno i talebani armati fino ai denti. Dall’altra parte l’intelligence afghana e gli emissari italiani, con i soldati della Nato nelle retrovie pronti a intervenire se qualcosa fosse andato storto.
Lo scambio sarebbe avvenuto con delle barche. Poi l’inviato di Repubblica è stato portato anche lui all’ospedale di Emergency a Lashkargah. Ma per alcune ore è rimasta incerta la sorte del suo interprete.
Gino Strada aveva ammesso: “Stiamo ancora lavorando per la sua liberazione”. Poi in serata (italiana) sono giunte le prime conferme della liberazione anche dell’interprete.
Da il Foglio di martedì 20 marzo
saluti




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