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Discussione: Lo scambio di Kabul

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    Predefinito Lo scambio di Kabul

    Kabul. Alle cinque e dieci del pomeriggio Daniele Mastrogiacomo è stato liberato, in tunica verdone e a capo inturbantato, con uno scambio di prigionieri, tra cui il fratello del feroce mullah Dadullah, da una riva all’altra di un fiume nella provincia di Helmand. Il suo interprete, Ajmal Naghshbandi, secondo fonti del Tg1, è stato invece liberato poco dopo. “Ho visto andare libero anche lui”, aveva detto Mastrogiacomo, ma l’ambasciatore italiano a Kabul, Ettore Sequi, in un primo momento aveva fatto sapere di non avere informazioni certe al riguardo. Mullah Dadullah, il leader talebano senza una gamba, aveva minacciato di ammazzarlo, accusandolo di spionaggio.
    La sorte toccata venerdì scorso all’autista dell’inviato di Repubblica, Said Agha. “L’ho visto decapitare, è stato terribile – ha detto Daniele Mastrogiacomo in un’intervista a Primo piano del Tg3 – Il loro comandante si è alzato e ha detto: ‘In nome dell’islam ti condanniamo a morte’”.
    Lo stesso presidente afghano, Hamid Karzai – che sta concludendo un breve viaggio in Europa e ieri è stato ringraziato coralmente dal governo italiano – aveva confermato poche ore prima della liberazione che l’inviato di Repubblica
    “potrebbe essere già libero o in via di rilascio”.
    Ieri pomeriggio fonti del Foglio in Afghanistan, sia governative sia talebane, concordavano sul fatto che le condizioni per il rilascio del giornalista italiano erano state soddisfatte, ma l’operazione rimaneva complessa.
    Mastrogiacomo era stato consegnato ad alcuni capi tribù locali, che giocano il ruolo di garanti neutrali in queste delicate operazioni. Anche due prigionieri talebani, l’ex portavoce Abdul Latif Hakimi e Ustad Yasar, ideologo del movimento integralista, erano già stati affidati da Emergency, l’organizzazione umanitaria italiana, ai capi tribù.
    Il giorno prima, domenica, lo scambio di prigionieri era fallito perché sembrava impossibile accettare la richiesta del feroce mullah Dadullah, che ha gestito il sequestro dal suo rifugio a cavallo fra Pakistan e Afghanistan, di liberare suo fratello, Ahmed Mansoor, che era stato arrestato in Pakistan.
    Su di lui le notizie sono incerte, ma sembra che fosse legato a Lashkar e Jhangvi, un gruppo terrorista pachistano affiliato ad al Qaida, i cui miliziani erano stati addestrati nei campi di Osama bin Laden in Afghanistan durante il regime talebano.
    Lo stallo è stato poi superato e alla fine lo scambio di prigionieri è avvenuto con la contropartita di cinque talebani, tra cui Mansoor, detenuti in Afghanistan o in Pakistan. I tre che ancora mancavano sono stati consegnati ieri mattina all’ospedale di Emergency a Lashkargah, il capoluogo della provincia di Helmand, dove era stato inghiottito l’inviato di Repubblica.

    I talebani hanno accettato l’offerta.
    Secondo Emergency, non sarebbe stato pagato alcun riscatto. “Fin dall’inizio – assicurano dall’avamposto umanitario in Afghanistan – hanno detto di non volere denaro in cambio dell’ostaggio italiano”.
    La giornata di ieri è stata finalizzata all’organizzazione dello scambio sul terreno, che in una provincia dove talebani e signori della droga la fanno da padroni, è sempre difficile e può saltare all’ultimo minuto per qualche incidente di percorso
    .
    Il luogo dello scambio
    Secondo il racconto degli stessi talebani, è stato scelto come luogo dello scambio il fiume Loj Rod.
    Da una parte della riva Mastrogiacomo. Dopo il rilascio ha raccontato di essere stato tenuto in catene per tutti i quindici giorni del sequestro, e di avere cambiato prigione continuamente, per paura che il covo fosse individuato:
    “Case terribili, piccole come ovili, in mezzo al deserto”, ha detto l’inviato di Repubblica, “abbiamo percorso ogni notte chilometri e chilometri, abbiamo dormito spesso per terra in mezzo alle dune del deserto”. “Sapevo –ha aggiunto – che l’Italia mi sosteneva e mi stava vicino: è stato l’unico conforto nei momenti più disperati in cui temevo da un momento all’altro di essere ucciso”.
    Con lui sulla riva i capi tribù che facevano da garanti e tutto attorno i talebani armati fino ai denti. Dall’altra parte l’intelligence afghana e gli emissari italiani, con i soldati della Nato nelle retrovie pronti a intervenire se qualcosa fosse andato storto.
    Lo scambio sarebbe avvenuto con delle barche. Poi l’inviato di Repubblica è stato portato anche lui all’ospedale di Emergency a Lashkargah. Ma per alcune ore è rimasta incerta la sorte del suo interprete.
    Gino Strada aveva ammesso: “Stiamo ancora lavorando per la sua liberazione”. Poi in serata (italiana) sono giunte le prime conferme della liberazione anche dell’interprete.

    Da il Foglio di martedì 20 marzo

    saluti

  2. #2
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    Predefinito L’imbarazzo del governo Garzai

    Kabul. Ieri Daniele Mastrogiacomo ha lasciato Lashkargah, capoluogo della provincia di Helmand, per atterrare a Kabul. E’ stata una giornata densa di colpi di scena, che stanno mettendo in ombra la felicità per la liberazione del giornalista di Repubblica. Dalla capitale afghana, dov’era prevista una conferenza stampa poi saltata, l’ostaggio liberato è di nuovo decollato in fretta alla volta di Roma, con atterraggio previsto alle 23.
    Il primo problema era già sorto al mattino, quando decine di persone hanno cominciato una manifestazione di protesta di fronte all’ospedale di Emergency a Lashkargah, dove il giornalista italiano aveva appena passato la prima notte da uomo libero. Si trattava in gran parte di parenti e membri del clan di Said Agha, l’autista dell’inviato di Repubblica, decapitato dai talebani davanti al suo sguardo terreo.
    I familiari della vittima afghana non volevano lasciare partire Mastrogiacomo fino a quando non fosse stato recuperato il corpo. Inoltre chiedevano a gran voce di mettere sotto inchiesta Rahmatullah Hanafi, direttore dell’ospedale di Emergency, di origini pachistane, ieri prelevato dai servizi segreti afghani. Il collaboratore di Gino Strada ha gestito in prima persona le trattative per la liberazione di Mastrogiacomo. Khan Zaman, cugino dell’autista decapitato, ha spiegato al Foglio che l’uomo di Emergency “ha pensato solo all’italiano abbandonando i due afghani, che erano con il giornalista, al loro destino”. Ancora incerta la sorte di Adjmal Naskhbandi, l’interprete. Il comandante talebano Ibrahim Hanifi – che si è occupato dello scambio di prigionieri – giura di averlo consegnato ai capi tribù per il rilascio. Adjmal, però, non è mai arrivato all’ospedale di Emergency e i giornalisti afghani hanno lanciato un appello convinti che sia ancora prigioniero. Non si esclude che possa essere finito anche lui nella mani poco delicate dell’intelligence afghana.
    La speranza era che l’interprete ricomparisse a Kabul assieme a Mastrogiacomo, ma così non è stato. “Non è giusto. Hanno rilasciato cinque talebani per liberare l’italiano, ma per liberare mio figlio non ne rilasceranno uno solo. Non fanno nulla”, ha dichiarato alla France presse il padre di Adjmal, davanti al ministero dell’Informazione assieme ai giornalisti firmatari dell’appello.
    La situazione a Lashkargah si è sbloccata soltanto quando il direttore dell’ospedale e mediatore di Emergency è stato arrestato dalle autorità afghane, sollevando le ire di Gino Strada, fondatore dell’organizzazione umanitaria.
    Alla famiglia di Said Agha è stato anche indicato dove andare a disseppellire il corpo senza testa dell’autista, in un villaggio poco distante dal fiume Helmand, il luogo dov’è avvenuto lo scambio. L’acredine tra afghani e italiani, per i due pesi e le due misure, sta però montando.
    “Said Agha è diventato il capro espiatorio, per poter poi liberare il giornalista italiano”, insistono i parenti dell’autista.
    Munir Naskhbandi, fratello dell’interprete scomparso, ha addirittura minacciato
    “di indire manifestazioni davanti all’ambasciata italiana se i vostri diplomatici continueranno a non volermi ricevere”.
    Un imbarazzato Abdul Karim Rahimi, portavoce del governo Karzai, ha dovuto rispondere al fuoco di fila di domande dei giornalisti afghani sulla liberazione dell’inviato di Repubblica, sul rilascio dei prigionieri talebani, mai avvenuto prima nei casi di rapimenti di afghani – finiti anche con la decapitazione – e sulla sparizione dell’interprete di Mastrogiacomo.
    Alla fine Rahimi ha sostenuto che “in nome della nostra amicizia con l’Italia abbiamo ceduto ad alcune richieste dei talebani, ma si è trattato di un caso eccezionale che non si ripeterà più”. Nel frattempo i talebani gongolano e – secondo notizie non ancora confermate –avrebbero ottenuto non cinque prigionieri, in cambio di Mastrogiacomo, bensì 15, come i loro portavoce sostenevano fin dall’inizio.
    Dai forum su Internet vicini ad al Qaida arrivano le congratulazioni per l’abile conduzione delle trattative. Dei cinque sicuramente liberati cominciano a trapelare maggiori dettagli, sempre più imbarazzanti.
    Ustad Yasar, l’ideologo della guerra santa, ha parlato al telefono con il figlio annunciando di avere già ripreso il fucile per combattere il jihad.
    Il vero nome di Ahmad Mansoor, il prigioniero misterioso che stava per far saltare tutto, è mullah Akhtar Mohammad, fratello del feroce Dadullah con il quale ha aizzato la rivolta talebana nella provincia di Helmand.
    E Hafiz Hamdullah, arrestato sette mesi fa a Kabul e definito da Emergency
    “un pesce piccolo”, era la mente delle cellule di terroristi suicidi che infestano la capitale afghana.

    Da il Foglio di mercoledì 21

    saluti

  3. #3
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    Predefinito “Strada” facendo

    Roma. Agguato fuori dalla nostra zona in Afghanistan. Ieri un incursore del 9° Reggimento d’assalto Col Moschin, i Berretti verdi dell’esercito italiano, è stato ferito non gravemente da una raffica mentre era in ricognizione nell’area di Farah, dove il governo non ha mai confermato la presenza di nostre truppe.
    Non è la sola operazione “si fa ma non si dice” in corso in queste settimane.
    Per tre volte gli elicotteri inglesi con a bordo gli uomini dello Special Air Service, il reggimento degli specialisti antiterrorismo, si erano alzati per andare a liberare l’inviato di Repubblica, Daniele Mastrogiacomo, dai sequestratori talebani.
    Per quattordici giorni l’esercito britannico e i servizi segreti di Kabul hanno seguito i movimenti degli estremisti – che qualcosa avevano intuito, tanto da dormire ogni giorno in un posto diverso – e del loro ostaggio. I militari hanno seguito le tracce elettroniche lasciate dai telefoni satellitari dei rapitori verso sud, lungo il corso del fiume Helmand – dove è avvenuto lo scambio – e poi lungo il confine con il Pakistan.
    Ma per tre volte –confermano fonti militari del Foglio a Kabul – agli elicotteri in volo e ai duri del Sas è stato ordinato di interrompere il blitz e di rientrare.
    Roma non ha voluto la soluzione di forza, e ha preferito la via dei negoziati.
    Dal silenzioso malumore di Arturo Parisi sembra emergere tutta l’amarezza per l’emarginazione dei militari che pure rappresentano la più importante forma di presenza italiana in Afghanistan.
    Al ministero della Difesa non è piaciuta la decisione del governo (cioè di Romano Prodi e Massimo D’Alema) di affidare la gestione della trattativa a Emergency e Gino Strada, tagliando fuori il Sismi, che peraltro, raccontano a Kabul, pare si fosse mosso con accortezza grazie al supporto dei colleghi dell’intelligence britannica, massicciamente presente da tempo nella provincia di Helmand.
    Dal comando di Kandahar ricordano che nessun paese alleato ha mai trattato con i terroristi, tanto meno accettando di liberare esponenti di spicco dei talebani o di al Qaida.
    A Helmand i britannici non nascondono l’irritazione per i cinque pezzi grossi talebani tornati in libertà uno dei quali, Ustad Muhammad Yasir, ha atteso soltanto poche ore dalla riacquistata libertà per annunciare che tornerà a combattere “con due fucili”.
    Impossibile registrare commenti a microfoni aperti tra i militari italiani e alleati dislocati in Afghanistan.
    Eppure tra i brits, impegnati in prima linea nell’operazione Achille – e che finora hanno perso oltre 50 soldati in combattimento – c’è chi ricorda che “per combattere i talebani e catturare alcuni loro comandanti i nostri ragazzi hanno pagato un alto tributo di sangue mentre altri contingenti si rifiutano di combattere”.
    Valutazioni che devono essere state poste anche ad alto livello, al quartier generale della Nato di Kabul.
    Ma sul secco no dei militari a qualsiasi cedimento alle richieste di liberare talebani prigionieri si sarebbe imposta la decisione del Dipartimento di stato di Washington, che avrebbe “tollerato” l’iniziativa italiana per evitare un nuovo strappo tra Italia e Stati Uniti e non alimentare il rischio di un ritiro delle forze italiane dall’Afghanistan.
    Non a caso Massimo D’Alema ha ammesso con Condoleezza Rice che non ci sarebbe stata soluzione positiva “senza la cooperazione del governo afghano e senza la comprensione del governo americano”.
    Nonostante gli ottimi rapporti tra Roma e Kabul, ora si percepisce nervosismo anche negli ambienti governativi di Hamid Karzai, dove si fa notare che la liberazione di cinque capi guerriglieri indebolisce un esecutivo accusato già da più parti di non riuscire a controllare il territorio e contestato per non aver compiuto lo stesso genere di sforzi per salvare la vita agli ostaggi afghani.
    Le critiche di Gino Strada contro il presidente Karzai, accusato di aver ostacolato le trattative e ritardato la liberazione dei talebani prigionieri, sono sembrate come minimo ingenerose a Kabul (che ha rimandato in libertà l’ex capo delle cellule suicide dei talebani, catturato soltanto sette mesi fa), dove l’Italia viene considerata ingrata e dove ci si stupisce per l’eccessiva autonomia politica-diplomatica di cui gode il numero uno di Emergency (le cui parole rischiano di mettere in serio imbarazzo anche l’ambasciatore – quello vero – Ettore Sequi).
    Ora negli ambienti militari italiani le preoccupazioni riguardano soprattutto i possibili sviluppi sul terreno dopo il sequestro di Daniele Mastrogiacomo.
    Il timore è che il mullah Dadullah, forte di un successo mediatico celebrato anche sui siti Internet jihadisti, punti sul sequestro di altri civili italiani (sono almeno un centinaio, senza protezione, in Afghanistan): con il duplice scopo di ottenere la liberazione di altri prigionieri e di mettere in crisi i rapporti tra Roma e Kabul e tra Italia e i partner della Nato.
    Metterli sotto scorta costante richiederebbe quei rinforzi finora negati da Roma anche per soddisfare le pressanti esigenze operative. A denti stretti c’è anche chi teme che l’Italia si sia rivelata il “ventre molle” della Nato in Afghanistan, con il rischio che ora i talebani si concentrino sulle nostre truppe.

    Da il Foglio del 21 marzo

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Il “fiero” Parisi….!!

    La parola onore esiste e Arturo Parisi la utilizza con coscienziosa generosità.
    Lo fa alternandola ai termini dignità e orgoglio, quando gli viene chiesto di ricordare il senso e il risultato della missione “Antica Babilonia” ripercorsa in un bellissimo libro scritto da due inviati di guerra, Leo Petrilli e Vincenzo Sinapi, e appena pubblicato da Lindau: “Nassiriya, la vera storia”.
    Dice così, il nostro ministro della Difesa: “Quello che possiamo e dobbiamo innanzitutto dire dopo una missione durata 1.273 giorni, segnati da un pesante bilancio di perdite umane, è che a Nassiriya noi lasciamo un’eredità della quale gli italiani possono essere orgogliosi”.
    Per apprezzare questa ricognizione della più imponente missione militare italiana dopo la Seconda guerra mondiale, bisogna partire dall’appendice nella quale gli autori intervistano Parisi e il suo predecessore Antonio Martino.
    Il secondo difende con voce calma le ragioni del nostro impegno internazionale in Iraq e produce un’apologia scarna nella sua precisione, molto calibrata sulla “dimensione quantitativa del problema”, come esplicita Martino quando deve rispondere alla domanda più sonora: “Ne valeva davvero la pena?”.
    Parisi invece è un sardo, quindi un uomo dalle fedeltà ancestrali che si commuove alla vista della Brigata Sassari.
    Lui, che quella missione l’ha portata a termine senza averla prima voluta né votata in Parlamento, sembra più assorbito nel fotogramma dell’ammainabandiera andato in scena a Nassiriya il 2 dicembre del 2006. Quando un fiore giallo e una corona di lauro facevano la guardia al cippo piantato in memoria dei nostri caduti, ricordati uno per uno con il nome scandito e seguìto dall’esclamazione: “Presente!”.
    Mentre nel coro dei soldati passati in rassegna rimbombava per l’ultima volta in Mesopotamia l’inno di Mameli: “Tutti lo cantano forte – scrivono gli autori –senza timidezze, come se volessero essere sentiti da quei fratelli d’Italia che hanno lasciato la vita qui a Nassiriya”.
    Ecco, Parisi alla domanda se ne valeva la pena risponde che è stato fatto quel che bisognava fare: quegli uomini “erano lì per fare il loro dovere, per adempiere a un mandato della Repubblica deliberato dalle nostre libere istituzioni attraverso le regole della democrazia”. Il dovere dei nostri soldati –delle migliaia tornati vivi o ammaccati e dei 32 morti, insieme con 7 civili fra i quali Fabrizio Quattrocchi e il funzionario del Sismi Nicola Calipari – era talmente chiaro che Parisi non esita mai nel ricordarlo: “La nostra è stata una missione militare anche se accompagnata da attività umanitarie”.
    Anche se intorpidita dai tatticismi della politica sospesa tra la verità delle armi e il galateo della Costituzione, tra un pacifismo autocommiserativo e la volontà di pacificare con la divisa indosso.
    Adesso c’è questo libro a raccontare una moltitudine di vicende minute che si confondono con le più note carneficine, con la strage vigliacca alla base Maestrale e con le battaglie dei ponti di Nassiriya che sono state almeno tre, sono state combattute e vinte con i panzerfaust sotto il braccio e la volontà di riconquistare ogni angolo d’Iraq assegnato al controllo italiano.
    Con un coraggio che nel libro viene raccontato tante volte quante furono le grandinate di artiglieria sparate dai terroristi per bersi il sangue degli infedeli. In questa storia c’è naturalmente tutto un mondo di umanità militare e di ricostruzioni non meno importante, che rende più incresciosa la narrazione degli agguati portati da guerriglieri vestiti come soccorritori o protetti dai corpi dei civili.
    “Quando i miliziani hanno usato come scudi proprio donne e bambini abbiamo immediatamente interrotto il fuoco”.
    E c’è infine un particolare che in questi giorni suona più carico di senso: nessuno scontro a fuoco dei nostri soldati ha oltrepassato le rigidissime regole d’ingaggio, ogni pallottola è stata accompagnata da trattative con gli sceicchi locali. Ma non una parola di pace è stata sprecata senza aver prima fronteggiato il nemico che attaccava.

    Alessandro Giuli su il Foglio

    Mi chiedo: come “sopporta” il sardo on.Parisi solo la vicinanza fisica con coloro che hanno liberato quei “bastardi”che nascosti dietro donne e bambini uccidevano i nostri figli.

    saluti

  5. #5
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    Predefinito Niente aereo di servizio

    Kabul. Come in una poesia elementare, a Kabul oggi è tornato il sole, la neve luccica sui monti attorno alla città e la polvere si alza in sbuffi allegri. Ma la fine del sequestro di Daniele Mastrogiacomo non è la fine di tutto.
    Sono andato alla conferenza stampa dei giornalisti afghani. Sedie di velluto in cui si sprofondava, tappeti, lunghe introduzioni.
    Sembrava di essere ancora ai tempi dei sovietici, e non sono riusciti a comunicare il pathos necessario a fare una campagna per Adjmal Nashkbandi, l’interprete ancora in mano talebana: non c’erano i suoi familiari, non hanno distribuito neppure una foto di lui. Ma il senso del discorso, dietro tutte le dichiarazioni di principio sulla libertà di stampa era chiaro: noi lavoriamo
    con voi, non lasciateci indietro.
    E chiaro è stato il senso della protesta stamattina, attorno all’ospedale di Emergency a Lashkargah, dei familiari di Saied Agha, l’autista di venticinque anni ucciso davanti a Daniele. Hanno chiesto il corpo del loro congiunto, i talebani hanno detto: venitevelo a prendere. Qualcuno dice che per sprezzo l’hanno buttato in un fiume. Lamentano che Karzai e i mediatori non si siano preoccupati di quel corpo inutile.
    Quanto conti riavere un corpo noi lo sappiamo dai giorni, dai mesi, dagli anni di Enzo Baldoni, ma l’Italia è un paese dalla memoria corta.
    Infine, ci informa l’agenzia afghana Pajhwok, il corpo Saied Agha è stato consegnato alla famiglia.
    Qui, adesso, sono le tre del pomeriggio e fra tre ore è buio, e non si atterra e non si decolla dalla pista di Lashkargah.
    C’è una versione ufficiale, dopo il blocco dei parenti, per il ritardo.
    Si aspetta che venga liberato Adjmal, l’interprete.
    C’è una versione meno ufficiale: Gino Strada non vuole l’aereo dei servizi, o del governo. L’aereo di Emergency è tornato in Sudan o chissà dove, l’aereo di una ong che viene utilizzato dai volontari è impegnato altrove.
    Questa mattina a Lashkargah è stato fermato Rahmatullah Hanifi, responsabile del personale dell’ospedale italiano. La Sicurezza nazionale, cioè i servizi, vogliono sentirlo. Anche se la prima linea del negoziato è stata tenuta da altre due figure, un italiano e un afghano. Insomma, rischia di saltare il rientro di Daniele in Italia in tempi decenti per la famiglia, e meno decenti per le televisioni.
    Ma almeno ci è stata risparmiata la vergogna della consegna del traditore dottor Hanifi ai suoi vecchi compagni e promessi boia. Sarebbe stato uno sconcio atroce per i negoziatori, un macigno per Daniele, e una sventura per tutti coloro che lavorano a sgretolare l’omertà talebana, o a cercare tra i talebani, una leadership interlocutoria, che risolva ciò che non è risolvibile militarmente.
    Il prezzo politico è stato pagato, ma almeno questa resa morale è stata evitata.

    Toni Capuozzo su il Foglio

    saluti

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    Predefinito Quel disgraziato di Daniele

    Dovrebbero essere eroi della libera stampa con la schiena dritta o sacerdoti di un’alta vocazione umanitaria, ma quei disgraziati di nostri connazionali che finiscono nelle mani del nemico islamista, in Iraq o in Afghanistan, quando tornano si rivelano delle penose macchiette dello spirito penitenziale occidentale.
    Alla decima riga della corrispondenza della sua vita, scampato alla morte, spettatore dello sgozzamento rituale di un compagno di carcere, incatenato per quindici giorni e trattato come un maiale, come un animale immondo e una non persona, scambiato al duro prezzo di cinque comandanti militari nemici già tornati a combattere contro di noi, Daniele Mastrogiacomo paragona la galera talebana al carcere di Guantanamo, dove i fratelli dei suoi mandriani sanguinari hanno servita ogni giorno la dieta rituale islamica e una copia ciascuno del Corano.
    Liberato grazie alla “comprensione americana”, come dice l’ineffabile capo della nostra diplomazia di strada, o da marciapiede, il disgraziato di turno posa con il suo turbante e la sua djellabah d’ordinanza, e mentre un centinaio di poveracci assedia l’ospedale di Gino chiedendo notizie almeno del corpo del suo autista e compagno di disavventura trucidato, queste figure carnevalesche del Grand Hotel & d’Italie aspettano l’aereo giusto, quello con il brand di Emergency, perché non sia mai detto che l’ostaggio atterri con un aereo del Sismi, la vanità degli umanitari non lo consente.
    Hanno fatto tutto loro, dicono.
    La diplomazia pacifista ha dato certo una mano a Dadullah, il mullah che manda i suoi a esplodersi contro i convogli occidentali e italiani, gli ha consentito di alzare il prezzo del riscatto, di essere più efficace nella guerra contro il mondo che odia, il mondo di quel disgraziato di Daniele; ma i due decreti di scarcerazione dei cinque combattenti talebani li ha firmati quel porco di Karzai, con la complice “comprensione” degli americani, sotto gli occhi stupefatti ma alla fine rassegnati di quelli che nella provincia di Helmand fanno la guerra ai terroristi venuti dalle madrasse.
    Si sa, gli italiani.
    Ezio Mauro ha scritto che intorno a Repubblica si è formata una tribù che ha il raro privilegio, come ha detto, di combinare sovranità e sottomissione al ricatto. Vabbè, lasciamo perdere.
    Ma tribù per tribù, meglio l’etica tribale dei talebani, che sanno almeno quel che fanno, del cinico sentimentalismo di chi difende i sodali senza sapere quello che dice, senza pudore.
    Fino al rilascio degli ostaggi abbiamo sempre taciuto, e taceremo ancora la prossima volta, ma con la loro liberazione ci riprendiamo la libertà di dire quel che tutti pensano:
    che la guerra al terrorismo fatta all’italiana è una farsa di serie B, ma l’accoglienza impudica all’ostaggio è uno spettacolo che agisce come un revulsivo.
    Fa vomitare.

    Giuliano Ferrara su il Foglio del 21 marzo

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    Predefinito Grand Hotel & d’Italie

    Siamo felici come tutti per il rilascio di Daniele Mastrogiacomo, che ha passato 15 giorni in catene e adesso è restituito alla gioia della libertà, però ci sentiamo in obbligo di riflettere sui costi che comporta questo tipo di presenza italiana nel teatro della guerra al terrorismo.
    Tanto più che, come avvenne in altri casi, nel clima limpido della festa si inseriscono qualche sporcizia ideologica, omissioni che parlano, esempi di cattivo gusto.
    La storia del rapimento del giornalista di Repubblica non è una favola a lieto fine di cui compiacersi, rilanciando da destra a sinistra e ritorno una quantità miserevole di complimenti per la trasmissione (con poche ma segnalate eccezioni).
    Quella di Daniele è una tragedia, con il suo autista trucidato, con la vedova che abortisce per il dolore, e ben cinque comandanti militari di una formazione terrorista restituiti alla loro libertà di combattere contro tutto ciò che ci dovrebbe essere caro, in nome di un regime e di un’ideologia del terrore che hanno generosamente ospitato, finché non sono stati spazzati via dall’azione di guerra dei nostri alleati, benedetti dall’Onu e sotto il comando Nato, le basi di Osama bin Laden.
    In un solo caso, quello dei body guard addetti alla sicurezza, abbiamo accettato che la liberazione degli ostaggi avvenisse attraverso un’azione militare, per poi accogliere i reduci con facce meste o imbarazzate, e magari sputare sui resti di uno di loro, Fabrizio Quattrocchi, che aveva commesso la gaffe di dire una frase patriottica prima di essere fucilato su una duna sabbiosa. Giornalisti e operatori umanitari godono di maggior prestigio sociale, a quanto pare, dunque si pagano riscatti e si fanno scambi di prigionieri anche con bande che selezionano l’ostaggio da liberare dietro un prezzo cospicuo dopo aver ucciso quello inutile, l’autista-spia.
    Bene, ma non ci vorrebbe un po’ più di sobrietà, e magari qualche visibile segno di imbarazzo, di fronte allo scioglimento di una tragedia che non è un happy end?
    Non si dovrebbe evitare di fare i complimenti, come Bertinotti, alla “diplomazia dei movimenti”?
    Non si dovrebbe distinguere tra operatori umanitari neutrali e ambasciatori dichiarati dei talebani presso la Repubblica italiana, come Gino Strada?
    Nessuno prova un po’ di ribrezzo per la trasformazione del rilascio di un ostaggio, pagato con un prezzo altissimo, in una festicciuola pacifista con il conforto delle più alte autorità?
    Per come ci comportiamo nella guerra al terrorismo, ieri in Iraq e oggi in Afghanistan, dovremmo ritirare le nostre truppe d’urgenza, proclamare la neutralità italiana, uscire dalle alleanze internazionali di cui facciamo disonorevolmente parte, e mettere a capo del paese, trasformato in un Grand Hotel & d’Italie, in un resort per il turismo di lusso, una società di gestione commerciale, e forse anche un barman.

    Ferrara su il Foglio

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    Predefinito I commenti degli "alleati"

    Kabul. A due giorni dalla liberazione di Daniele Mastrogiacomo, parlano Washington, Londra e Berlino. Non per fare le congratulazioni.
    Gli americani si dicono “colti di sorpresa” dalle concessioni fatte alla guerriglia talebana in cambio del rilascio ed esprimono la loro preoccupazione, altro che “comprensione”, per le conseguenze del metodo scelto dall’Italia.
    Anche il Foreign Office britannico è “preoccupato per le implicazioni dello scambio di prigionieri” e teme che la trattativa abbia mandato “il segnale sbagliato” agli estremisti.
    Secondo lo Spiegel, il governo tedesco considera lo scambio “un errore enorme”. “L’Italia si rallegra, il giornalista – apparso come il vincitore di un campionato mondiale, solo un po’ più esausto – si rallegra, ma a rallegrarsi di più sono i talebani”, dice un funzionario.
    Secondo un alto funzionario dell’Amministrazione Bush, la liberazione di cinque comandanti talebani e il metodo seguito in tutta la trattativa “aumentano i rischi per le nostre forze, per quelle afghane e per quelle internazionali”.
    I talebani liberati andranno a rafforzare di nuovo la lotta per riprendersi l’Afghanistan, “proprio quello che le forze americane e la Nato – dice la fonte - stanno cercando di evitare”.
    “Non è vero che abbiamo approvato lo scambio di prigionieri”. A questo, dice ancora la fonte, va aggiunto che tra gli estremisti scarcerati c’è un familiare dello stesso capo che ha organizzato il rapimento di Mastrogiacomo.
    Eppure il ministro degli Esteri italiano, Massimo D’Alema, nei giorni scorsi in viaggio negli Stati Uniti, aveva ringraziato la “comprensione americana, necessaria al raggiungimento della soluzione”.
    Ora la Farnesina dice soltanto che non è sua abitudine commentare fonti anonime.
    I giornali americani, Washington Post e New York Times in testa, non hanno peraltro dato conto della visita di D’Alema.
    E l’ipotesi della partecipazione dei talebani a un’eventuale conferenza di pace sull’Afghanistan, proposta dal segretario dei Ds, Piero Fassino, per il governo americano è “una pessima idea”.

    Uzbeki contro pachistani
    Ieri, intanto, nella turbolenta provincia del Waziristan del sud, al confine tra Pakistan e Afghanistan, è scoppiata una guerra “fratricida” tra i talebani e i “combattenti stranieri”.
    E’ una situazione che gli americani chiamano in gergo militare “red on red”, rosso su rosso, quando i cattivi si sparano tra loro, il caso diametralmente opposto all’infausto “blu su blu” , il nome in codice per il fuoco amico.
    In due giorni di combattimenti, ci sono stati almeno un centinaio di morti, tra cui due scolaretti presi in mezzo a uno scontro a fuoco a bordo di uno scuolabus.
    Secondo il giornale pachistano Dawn, il più diffuso nella capitale Islamabad, le violenze sono state innescate dall’uccisione di un arabo legato ad al Qaida, identificato come Saiful Adil, avvenuta la scorsa settimana.
    Il corpo di Adil è stato rinvenuto abbandonato sul ciglio di una strada poco fuori la cittadina di Wana. Gli uzbeki hanno addossato la colpa dell’assassinio ai talebani comandati da Maulavi Nazir (conosciuto anche come mullah Nazir).
    Nazir è considerato uno dei comandanti militari talebani più potenti della regione. Ha riunito sotto il suo comando 14 gruppi indipendenti.
    Maulavi Nazir ha rotto le relazioni con i miliziani uzbeki a causa del loro coinvolgimento in crimini locali e ha deciso di dare loro la caccia, con il favore e l’appoggio della popolazione.
    Nazir a sua volta è spalleggiato da un altro grande comandante talebano, Haji Khanan, che si oppone alla presenza del Movimento islamista dell’Uzbekistan.
    Il gruppo uzbeko guidato dal famigerato Tahir Yuldashev, da tempo sulla lista nerissima degli specialisti antiterrorismo americano e con più di un legame con al Qaida, ha almeno mille combattenti nella regione e serve da cerniera per gli estremisti che vanno e vengono dal fronte afghano.
    Al Qaida, secondo fonti locali, ha molto interesse a far sì che la tensione tra i due gruppi si allenti velocemente – perché va contro i suoi piani di consolidamento nella regione e contro gli sforzi bellici antioccidentali più a nord – e a questo scopo avrebbe mandato “un’importante personalità a mediare”.
    Altre fonti dicono che Jalaluddin Haqqani in persona, l’unico comandante talebano pari al mullah Dadullah per importanza, sarebbe sceso per fermare i combattimenti.
    Il governo pachistano si tiene alla larga, lascia credere ai media che siano scontri tra milizie “filogovernative” e “miscredenti” – così indica quelli di al Qaida –ma dalla firma dell’accordo del Waziristan in poi non ha più un controllo sulla regione.

    saluti

  9. #9
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    Predefinito Ancora sul ministro della Difesa

    Il silenzio ostile di un sardo è più temibile d’una minaccia armata.
    Perché l’uomo continentale fa la faccia cattiva per non tradire la paura.
    L’isolano invece si costruisce un muro intorno e poi colpisce dalla feritoia.
    O casomai sorride di un sorriso muto e inquietante, appunto detto sardonico dacché Simonide di Ceo, duemilacinquecento anni fa, aveva visto come “ i Sardi vanno incontro alla morte ridendo”.
    Come certe statue arcaiche che, a osservarle, non si sa se accondiscendano o stiano per saettare.
    Con le dovute proporzioni non fa differenza il mutismo ostinato di Arturo Parisi, ministro della Difesa salernitano di nascita e sassarese per formazione, intimamente segnato da quella sarditudine che è uno stato dell’essere non riproducibile altrove. Impermeabile a ogni pedagogia mondana, la sarditudine è ancora uno stile di coltello e di pietra, un’identità chiusa ma anche avvezza alla pirateria improvvisa.
    Il coltello è una compagnia tipicamente pastorale (come sa il compatriota Francesco Cossiga, che ne è massimamente esperto) e la metallurgia sarda ha fatto della spada corta un’opera d’arte a forza di battere lame a foglia di mirto e scortecciare manici in legno di ginestra o corno di montone.
    Un tempo era il bisogno vitale d’avere sempre con sé un coltello da scanno (“sa pattada”).
    E oggi, all’occorrenza, pure, sebbene l’aspetto ludico e artigianale abbia reso antiquata la sveltezza nello sfidarsi a duello.
    Ma il valore d’uso non è andato perduto, come dimostra il più compiaciuto squartatore di capretti che sieda in Parlamento, Oliviero Diliberto, nato a Cagliari. La sarditudine di pietra è ciò che lo sguardo pigro scambia per cocciutaggine, talvolta per ottusità.
    Invece è fierezza che si tramanda come l’arte di distillare il mirto sacro alle Veneri sarde del neolitico.
    E’ l’orgoglio autosufficiente di chi consente agli italiani di concentrarsi nelle acque internazionali del Billionaire, purché il resto dell’isola si salvi dalla modernità.
    Importa nulla, poi, se qualcuno dei moderni si permette di dare al sardo di uomo rozzo.
    Ignorandone così l’educazione, pareggiata soltanto dall’ospitalità, da lui insegnata ai regnanti Savoia prima che il ceppo ingrato degenerasse.
    Quanto alla pirateria, quando si ha davanti un sardo si rammenti che Ramesse II chiamava “Shardana dal cuore ribelle incontrastabile” i protosardi capaci, oltre tremila anni fa, d’invadere l’Egitto.
    E si ricordi che c’è una ragione se la capitale della Lidia, in Asia minore, si chiamò Sardi proprio come il più antico abitato dell’attuale capitale bulgara, Sophia.
    Perché il sardo è un isolano introflesso, ma sa pure essere conquistatore di mondi.
    Piccolo di statura quanto smisurato nei sentimenti d’accoglienza o inimicizia, come i giganti che proprio in Sardegna hanno trovato le tombe più sontuose e tanto visitate dai turisti.
    E sopra tutto è sempre silenzioso: nelle isole la parola pesa come la clava di Ercole e va trattenuta a dovere, ma una volta espressa quella resta.
    Chiedere ai siciliani se non è vero, ma anche agli abitanti della Corsica, l’isola consanguinea dalla quale la Francia è riuscita a sradicare soltanto puttane, sbirri e imperatori.
    Dalla Sardegna noialtri continentali abbiamo trapiantato ministri, soldati e grandi chef.
    Ma ci manca la memoria della comune sapienza sarda per la quale ogni pezzo di realtà è affidato alla sua lenta Parca (“sa filonzana”) che ne fila la trama con un duplice rocchetto.
    Basta però un colpo di pugnale, e allora addio. Vale per gli umani, figurati per un governo.

    Alessandro Giuli

    saluti

  10. #10
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    Predefinito D’Alema è in fuorigioco

    Gli articoli dei giornali italiani che lodavano l’astuzia sopraffina di Massimo D’Alema, capace di conciliare Gino Strada con Condoleezza Rice, non si erano ancora asciugati che già dall’America arrivava un’altra musica.
    I grandi giornali liberal non dedicavano neppure una riga alla “storica” missione all’Onu del nostro ministro degli Esteri, mentre arrivava l’irritazione, per bocca di un portavoce, del dipartimento di stato, che giudica pericoloso il modo in cui è stata trattata la vicenda della liberazione del giornalista di Repubblica, e campata per aria l’idea di una conferenza di pace in Afghanistan, per non parlare dell’ipotesi di invitare i talebani.
    Foggy Bottom nega di aver mai espresso “comprensione”, come detto invece dal nostro ministro degli Esteri dopo la cena con Condoleezza Rice al ristorante Aquarelle.
    All’evidente insoddisfazione degli alleati si somma quella dei settori “riformisti” della maggioranza, che pare abbia un’eco anche al Quirinale, visto che la tutela dell’onore delle nostre forze armate non è sembrata al primo posto nelle priorità del capo della diplomazia italiana.
    Intanto Bobo Craxi contribuiva per parte sua a far apparire la nostra politica estera inaffidabile, con le sue conversazioni con il premier di Hamas, che ha poi dovuto derubricare a telefonate personali.
    Ognuno, d’altra parte, si sceglie gli amici che crede, anche un sottosegretario che però, se stesse in un ministero degli Esteri serio, avrebbe già dovuto renderne conto.
    Da noi, invece, basta raccontare di trionfi immaginari che la stampa amica ci crede e li amplifica, confondendo il provincialismo con la dignità nazionale.

    Parisi gioca in difesa
    Arturo Parisi, per il suo ruolo ministeriale, è in permanente contatto con i nostri militari in Afghanistan, che soffrono, senza alcuna loro responsabilità, la condizione di “imboscati” cui li condanna l’ambiguità del governo di Roma.
    Anche le vicende legate al sequestro e alla liberazione del giornalista di Repubblica, viste dalla prospettiva afghana, hanno mostrato il rovescio della medaglia, e Parisi ha avuto il merito di dirlo chiaramente.
    I primi attacchi contro il nostro contingente, peraltro, mostrano quanto sia insostenibile la posizione equivoca del governo e delle forze politiche della maggioranza verso i Talebani.
    Il ministro Parisi fa bene a esplicitare il suo pensiero, che dovrebbe pesare anche nella definizione del mandato della missione della quale si sta discutendo il rifinanziamento, peraltro con il contributo dell’opposizione, che per essere doveroso non deve essere gratuito.
    Oltre che a rendere un po’ meno dannosa per le nostre truppe la posizione altalenante del governo, la resistenza di Parisi dovrebbe servire a recuperare un minimo di credibilità nei confronti degli alleati.
    E’ vero che Massimo D’Alema, che può vantare l’appoggio dato alla guerra del Kosovo e qualche furbizia sulla base di Vicenza, riesce ancora a farsi passare in America per amico degli americani e in Italia dei loro contestatori, ma forse qualora la Casa Bianca arrivasse a trattare il governo italiano come quello palestinese, distinguendo i ministri accettabili dagli altri, a Parisi verrebbe riconosciuto quel che gli spetta.

    Giuliano Ferrara su il Foglio

    saluti

 

 
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