Senza Gianni Letta
Roberto Cotroneo
L’era del gossip non lo ha sfiorato neppure lontanamente. Neanche in tempi di indiscrezioni forzate, di notizie che rimbalzano e scoloriscono perdendo di veridicità a ogni passaggio, Gianni Letta si è convertito a qualche parola di più che non sia quella che dice in forma sempre riservatissima.
A Largo del Nazareno a Roma, dove ha l'ufficio dopo che ha lasciato Palazzo Chigi come sottosegretario alla Presidenza, non c'è via vai di giornalisti, e per dirla meglio: non c'è via vai affatto. La sua segretaria, Lina, è gentile, almeno quanto il suo capo: «lo sa che il dottor Letta non parla con i giornalisti». Neppure in forma riservata? Neppure in quella forma. In un'epoca dove parlare, dichiarare ed esternare è un segno di visibilità, Gianni Letta sembra tra i pochi ad aver capito che tacere rende molto, aiuta, ed è un segno vero del potere (Cuccia docet, ovviamente).
Un potere che mantiene saldo soprattutto su Berlusconi, che lo annovera tra i suoi amici più fidati. Un potere che soprattutto negli ultimi giorni si è sentito a rovescio. Dopo aver tentato di convincere Berlusconi sul voto favorevole alla missione in Afghanistan, dopo aver cercato, nei giorni immediatamente precedenti a convincere il leader di Forza Italia a non rompere con Pier Ferdinando Casini, ha come lasciato che le cose prendessero una piega inevitabile, con le divisioni sul voto nel centro destra che abbiamo visto. Con le indecisioni insolitamente umorali di Gianfranco Fini che non ha certo brillato in chiarezza e strategia politica.
Mancava Gianni Letta? Mancava la solita regia sottile, ponderata, figlia di una esperienza democristiana di antica data? Molti sono pronti a giurarlo. E molti altri che Berlusconi lo avrebbe ascoltato se avesse potuto.
Certo è che un Letta con un ruolo secondario e defilato, non è affatto credibile. Certo è che a Largo del Nazareno il via vai dei giornalisti non ci sarà, ma si fanno le riunioni che contano. Certo è infine, che Gianni Letta è l'uomo meno bipolare che si conosca. Ascoltato con estrema attenzione in tutto il centro sinistra, mai messo in discussione dal suo cen-tro destra che fa capo ovviamente a Forza Italia e ai moderati che circolano da quelle parti. In questo senso è un uomo tra-sversale, in due direzioni, da sinistra a destra, e soprattutto tra passato e presente. Democristiano doc in passato, ma allergico alle correnti. Un po' andreottiano, per via del Tempo, giornale di riferimento di Giulio, un po' fanfaniano, certamente doroteo, non ostile alla sinistra di base. Tra la direzione del Tempo e la carriera politica, è stato lobbista e consulente fininvest, poi gran manovratore della politica più discreta. In silenzio sempre e comunque. Quando due anni fa scomparve la madre di Gianni Letta, il necrologio della famiglia era testualmente questo: «Gli otto figli la ricordano con amore e profonda gratitudine, ma anche con quella discrezione che lei ha sempre praticato e insegnato. Avrebbe preferito il silenzio, con l'annuncio dopo l'ultimo commiato».
Una discrezione familiare, certo, una discrezione che è passata di madre in figlio ma che sarebbe banale considerare l'elemento unico e distintivo di quest'uomo non facilmente catalogabile. Perché in Letta, dietro il suo fare cortese, dietro il baciamano che pratica volentieri (tra i pochissimi), dietro i suoi capelli un tempo un po' troppo vaporosi, dietro tutti gli appellativi che negli anni si è tirato dietro - dal più antico, il «Letta Letta» che coniò negli anni Settanta Sergio Saviane, fino ai più recenti «l'Ombra Gentile», «il Portasilenzi», «Delikatessen», «il Tessitore invisibile», «il Cuccia della politica», «il Cellini di Palazzo Chigi», «l'Eminenza azzurrina», «il Pensiero pettinato» - dietro tutto questo dicevamo c'è una sottile arte di equilibri e una strategia personale. Non è solo mediazione, ed equilibrio, non è il rappresentare una tradizione politica antica di cui si sono quasi perse le tracce, è il «noumeno democristiano», «la cosa in sé», come avrebbe detto Kant. Con uno come Letta puoi caricarci gli orologi, tanto tanto ogni suo gesto è preciso. Ma quelle telefonate a Casini, dopo gli strali e Berlusconi, non hanno indiscrezioni che tengano, nessuno, neppure gli amici più stretti che possano saperne qualcosa, e si possono soltanto immaginare. Genere: «Sai Pierferdinando, io a Berlusconi gliel’ho detto. Che poi lo sai che ha Fini che preme... E gliel'ho detto anche sull'Afghanistan. Ma tu non pensare che sia un attacco vero e proprio». Su questo può solo l'immaginazione. Lui è come il poliziotto buono dei serial televisivi americani. Quello che cerca di convincere i colpevoli a confessare, facendogli capire che quella è la loro grande occasione, perché quelli che lo interrogheranno dopo saranno assai peggio.
Dall'ufficio del «dottor Letta», come continua a chiamarlo Berlusconi, non passa nulla. Persino la sua segretaria, la mitica Lina, sembra uscita, in una versione aggiornata e più moderna, da quella scuola di segretarie leggendarie che un tempo avevano come capostipite la signora Enea, ovvero la mitologica segretaria di Giulio Andreotti dei tempi che furono. Nell'era di tutti che sanno tutto, di Letta si sa solo quel che lui che lui vuol far sapere. Time ha scritto di lui che è un maestro della «backroom diplomacy». Ma l'altro ieri in Senato si è sentito qualcosa mancava, più che qualcosa. Che il «dottor Letta» si era volontariamente distratto. Come un direttore d'orchestra che lascia spazio a degli orchestrali senza spartito. E li lascia sfogare, per poi ricominciare e scrivere le note giuste. Come un medico che attende che la malattia faccia il suo corso. Berlusconi una volta ha dichiarato «che ha sempre paura che Letta lo sgridi». Quanto lo avrà fatto negli ultimi giorni? Se non fosse per tutta quella discrezione, lo sapremmo, forse.




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