Il mercato è la salvezza
Nelle crisi, si diffonde l’idea che lo Stato sia l’unica àncora disponibile di fronte ai disastri prodotti dal fallimento del liberismo, tesi che fa comodo alla politica ma che generalmente si paga, poi, con meno libertà e meno benesseredi Angelo PanebiancoSono tempi grami per i difensori del mercato, per coloro che pensano che, pur con i suoi difetti, il mercato non sia solo uno strumento più efficiente degli altri nell’allocazione delle risorse ma anche, e soprattutto, un massimizzatore della libertà individuale. Sono tempi grami ovunque nel mondo ma lo sono particolarmente in Italia: Paese in cui le culture politiche dominanti hanno sempre diffidato del mercato. Che poi questa storica diffidenza sia accompagnata a una forte avversione popolare per i politici, per l’uso che essi fanno delle risorse pubbliche, non implica l’esistenza di una contraddizione. Perché l’avversione per i politici non è quasi mai tradotta nella richiesta generalizzata di meno Stato e di più spazio all’iniziativa privata. Per esempio, nel Mezzogiorno d’Italia, tradizionalmente la parte più statalizzata del Paese, le continue denunce sul cattivo uso delle risorse pubbliche non sono mai sfociate nella formazione di movimenti liberali di massa che proponessero un almeno parziale ritiro dello Stato dal controllo dell’economia meridionale.
In Italia, oggi, non viviamo una fase di “ritorno dello Stato” a causa della crisi, dal momento che lo Stato non se ne è mai davvero andato. Viviamo piuttosto un momento di rivalutazione culturale del suo ruolo (dopo un periodo, non lunghissimo, di relativo appannamento dell’ideologia statalista). Come sempre nelle situazioni di crisi, si diffonde l’idea che lo Stato sia l’unica àncora di salvezza disponibile a fronte dei disastri prodotti da “fallimento del mercato”. A coloro, pochi o tanti che siano, che non credono che le cose stiano così, segnalo due libri freschi di stampa. Il primo è una pubblicazione dell’Istituto Bruno Leoni: La crisi ha ucciso il libero mercato? a cura e con un’introduzione di Alberto Mingardi. Evitando i tecnicismi, con un linguaggio comprensibile anche ai non economisti, un gruppo di studiosi di grande levatura esamina le varie facce della crisi economico-finanziaria in corso. Come ben spiega Mingardi nella sua introduzione, la crisi ha cause complesse, per nulla riducibili al cosiddetto fallimento del mercato. Elementi fortemente politici (come le politiche monetarie, regolatrici del mercato ma, a loro volta, non regolate dal mercato) hanno svolto un ruolo rilevante nello scoppio della crisi e, per giunta, la politica si è subito impegnata in azioni che, anziché risolverla, rischiano di aggravarla.
Il secondo libro che segnalo è il settimo rapporto sul Processo di liberalizzazione della società italiana a cura di società libera (Franco Angeli editore). Viene fatto un bilancio accurato (e si tratta di un bilancio in larga misura negativo) sul processo di liberalizzazione dei mercati dei servizi in Italia.
La mancata liberalizzazione determina la perpetuazione di rendite monopolistiche, comporta una grande dilapidazione delle risorse, e rappresenta uno dei più forti ostacoli alla crescita economica italiana. Non c’è dubbio: alla politica (alle sue possibilità di controllo sulla società) conviene che tante persone si convincano che il mercato non è, in tanti campi, una buona soluzione. La maggiore sicurezza che la politica è in grado di offrire nel breve termine si paga poi, in genere, nel medio termine, con meno libertà e meno benessere.
Da Il Corriere della Sera Magazine, 16 aprile 2009
http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=7837




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