“LA GERMANIA E IL POPOLO TEDESCO ETERNI OBBIETTIVI DEI NEMICI
DELL'EUROPA”
di Sergio Gozzoli – numero 47
Un testo rivelatore: GERMANY MUST PERISH! Di Theodore Kaufman – Alle radici storiche della menzogna – La dannazione per l'Olocausto come vantaggioso surrogato della castrazione.
Chi abbia vissuto in età consapevole la Seconda Guerra Mondiale, e ne abbia poi seguito con un minimo di interesse le polemiche interpretative, sa che l'opinione ufficiale dei vincitori - e quindi dell'odierna cultura politically correct - è quella che il conflitto sia stato reso necessario dalla follia irrazionale di Hitler e del Partito nazionalsocialista che lo sostenne in
Germania, insieme a tutti i movimenti fascisti o parafascisti del mondo che si erano schierati con loro.
A somma riprova di questa follia sta la perfidia dell'antisemitismo, concentrata
nell'irrevocabile ed eterna accusa dell'Olocausto: sei milioni di ebrei freddamente massacrati in una crudele e pianificata volontà di genocidio.
Le conclusioni sull'Olocausto sono ormai considerate irreversibili: tutto, nella storia, può essere rivisitato e discusso, eccetto questa assiomatica verità. L'informazione ne riparla, in un clima di celebrazione, quasi ogni giorno. E in molti Paesi del mondo anche un minimo tentativo di riconsiderare le cifre, le condizioni e la tecnica del presunto smisurato eccidio
viene punito come un gravissimo reato penale.
Alcune settimane fa, durante uno dei grandi dibattiti televisivi sul recente conflitto fra NATO e Serbia, una giovane signora - non smentita e non contestata da nessuno - affermò che la Seconda Guerra Mondiale era stato uno scontro fra Germania ed Ebrei. È questa oggi, in buona fede, la convinzione di una gran parte del pubblico mondiale.
Ma nel 1941, a guerra ormai avanzata, e con gli USA ancora neutrali, negli Stati Uniti d'America venne edito un libro. Il suo titolo è GERMANY MUST PERISH!, LA GERMANIA DEVE MORIRE! - o perire, o andare in rovina, o essere distrutta: il verbo to perish ha in inglese una somma di significati analoghi a quelli dell'italiano perire, ma più penetranti. Questa è, letteralmente tradotta, la nota introduttiva al volume: «Delle migliaia di libri antinazisti pubblicati negli ultimi pochi anni, LA GERMANIA DEVE MORIRE! di Theodore
N. Kaufman è l'unico volume che abbia sparso paura e terrore nel cuore e nell'animo dei Nazi. Questo libro irritò tanto il Dr. Goebbels che egli lo denunciò sulla prima pagina di ogni giornale in Germania e sull'intera rete-radio tedesca! E il giornale personale di Adolf Hitler, in un frenetico e pazzesco commento sul libro, dichiarò che non Kaufman, ma il Presidente Roosevelt era colui che aveva realmente scritto LA GERMANIA DEVE MORIRE!».
A parte però questa prima nota, ve n'è una seconda indirizzata al lettore: «GERMANY MUST PERISH! presenta un piano per la struttura di una pace permanente e durevole fra nazioni civili. Esso basa la sua tesi sulla definitiva sconfitta della Germania da parte dell'Impero
Britannico e dei suoi Alleati, senza l'aiuto degli Stati Uniti.
Dovessero comunque le circostanze orientare il pubblico americano a rovesciare il suo voto a favore della guerra come misura di autodifesa (e la fervente preghiera dell'Autore è che (ciò non debba mai accadere) bisogna che allora diventi fondamentale che le vite dei nostri
concittadini non siano sacrificate invano come quelle dei loro padri una generazione fa. Se i nostri soldati dovranno procedere per uccidere o morire in battaglia, che almeno essi ricevano non uno Slogan, ma una Solenne Proposta ed una Sacra Promessa. Che questa proposta sia una Durevole Pace. (1)
E, questa volta, quella promessa va mantenuta!»
Il titolo del primo capitolo è «About This Book» - Su questo libro. I suoi argomenti - sia esso stato scritto da Kaufman col patrocinio di Roosevelt, o dallo stesso Roosevelt sotto pseudonimo - sono stupefacenti: «La guerra odierna non è una guerra contro Adolf Hitler. Né è una guerra contro i Nazi (Today's,war is not a war against Adolf Hitler. Nor is it a war against the Nazis.) E' una guerra di popoli contro popoli, di popoli civili, ispirati dalla
Luce, contro barbari incivili che hanno a cuore l'Oscurità. ... È una battaglia fra la nazione tedesca e l'umanità.
Hitler non è da accusare per questa guerra tedesca più di quanto lo fosse il Kaiser per la precedente. Né Bismark prima del Kaiser.
Questi uomini non originarono né intrapresero queste guerre della Germania verso il mondo. Essi erano semplicemente degli specchi che riflettevano la secolare bramosia della nazione tedesca per la conquista e il massacro di massa (for conquest and mass murder). Questa guerra è stata intrapresa dal popolo tedesco. È lui il responsabile. Ed è lui che deve
pagare per la guerra! Del resto, vi sarà sempre una guerra tedesca contro il mondo. E con questa specie di spada sospesa sul capo delle nazioni civili del mondo, qualunque sia la vastità delle loro speranze e la combattività dei loro sforzi, essi non avranno mai successo nel trovare quella determinante e solida fondazione di pace permanente che essi dovranno stabilire se vorranno mai pensare di iniziare a costruire un mondo migliore. Giacché non basterà che non vi siano in atto guerre «tedesche»: non deve rimanere neppure
la più pallida possibilità che una di esse possa ripetersi. Un alt definitivo all'aggressione tedesca - non una occasionale cessazione - deve essere l'obbiettivo dell'attuale battaglia. Questo non significa un dominio armato sulla Germania, né una pace fondata su aggiustamenti politici e territoriali, e neppure una speranza basata su di una nazione sconfitta e pentita. Tali accorgimenti non sono garanzie del tutto conclusive per l'abbandono
di ulteriori aggressioni tedesche.
Questa volta la Germania ha portato una guerra totale (2) contro il mondo. Di conseguenza, essa deve essere pronta a pagare una PENA TOTALE.
E v'è una, e una sola, di queste Penalità Totali. La Germania deve morire per sempre. Ma in assoluta realtà di fatto - non per fantasia.»
(1) Le guerre combattute finora in questa «Durevole Pace» sono state 57 (cinquantasette!).
(2) È un'altra delle abituali menzogne. La guerra non era affatto «totale» per la Germania, che nel '39, dopo la campagna di Polonia, e nel '40, dopo quella di Francia, offrì più volte la pace agli avversari. Il conflitto era invece totale per gli Americani prima ancora di intervenirvi. La pretesa di una resa incondizionata della Germania venne ufficialmente annunciata a
Casablanca nel 1943. A questo punto il testo passa a considerazioni di ordine storico che, quanto meno nelle pretese dell'Autore, dovrebbero rappresentare una documentazione indiscutibile della eterna,
indominabile, naturale vocazione tedesca al dominio del mondo. Dopo una premessa che asserisce la totale coincidenza in Germania della bramosia di dominio mondiale fra capi di vertice e passionalità popolare, coincidenza senza la quale i capi non sarebbero espressione intera e globale del proprio popolo, il libro comincia ad esaminare la storia del Germanesimo e del Pangermanesimo.
Il Pangermanesimo - che prese questo nome dopo avere unificato la vasta serie dei minori movimenti germanistici - è semplicemente l'idea di unificare, culturalmente e politicamente, tutti i popoli germanici entro gli stessi confini sulle basi di una comune tradizione di lingua e di costume. Ma nel testo questo corretto significato è sistematicamente dimenticato e distorto,
ed il Pangermanesimo viene mendacemente presentato come un mito nazionale tedesco di dominio del globo. Va comunque ricordato che la data di comparsa del Pangermanesimo coincide con l'epoca della massima espansione del colonialismo, che vede nel mondo i vastissimi imperi inglese,
francese, olandese, portoghese, belga tenere in soggezione quasi tutti i popoli del pianeta, mentre la Russia ha da tempo fatto della Siberia la propria continuità geografica in Asia e l'America sta portando i propri confini - attraverso una lunghissima serie di conflitti dichiarati e no - dalle colonie europee del Nord e Centroamerica a quelle dell'estremo geografico opposto del Pacifico, a ridosso del Giappone. I Paesi bianchi sono sostanzialmente liberi: tutti gli altri Paesi del pianeta, eccetto tre - Giappone, Siam ed Etiopia - sono soggetti direttamente o attraverso protettorati a nazioni
bianche.
Il Panslavismo, in Russia, trova gli stessi mèntori ideologico-culturali del Pangermanesimo in Germania, mentre la silenziosa creseità del Fabianesimo in Inghilterra fonda con più sicura forza l'idea di una egemonia anglosassone sul mondo attraverso la crescita culturale della casta dominante britannica, col sostegno della City e della Royal Navy. Perché allora attribuire alla Germania questa passione di dominio mondiale, che mai nella storia tedesca è apparso come aspirazione globale? Il debole richiamo ad un giudizio di
Machiavelli sull'amore dei tedeschi per le armi, o la citazione di alcune pagine del «Grande Enigma» di Bourdon, o il ricordo di due frasi di Nietzsche o di qualche minore autore tedesco, non riescono certo a documentare questa minaccia. La verità è un'altra.
Da quando l'America ha iniziato, nel corso del secolo passato, la sua progressiva espansione commerciale nel mondo - ben coperta dalla deliberazione politica della dottrina di Monroe, che negava a tutti i paesi europei la possibilità di un qualunque intervento nell'àmbito
dell'intero continente americano - la Germania fu il primo Paese europeo a rendersi conto che non già per lei, ma per tutta l'Europa si apriva una fase di progressivo declino, mentre smisuratamente cresceva la potenza americana.
Era non lontana la fine del secolo scorso. Il Kaiser di Germania, a suo cugino lo Zar di tutte le Russie, propose, per la prima volta nella storia, l'instaurazione di un mercato europeo che - proteso verso il Meridione e l'Oriente - potesse difendere gli Europei dall'invadenza
americana. Ma lo Zar Nicola II, per superficialità, per incompetenza, per mediocrità - lasciò cadere la cosa. Forse, qualche pressione antitedesca i Russi l'avevano ricevuta dall'Inghilterra e dalla Francia. Le quali anche - soprattutto la Gran Bretagna, allora totale dominatrice delle
rotte e degli stretti mondiali nella subordinazione di centinaia di popoli - avrebbero dovuto sentire più della Germania la crescente minaccia americana. Ma la comunanza di lingua fra Inghilterra e America, le matrici religiose parzialmente convergenti, la forza della Società di Rhodes e Milner che sognava un ritorno dell'America nella gran Madre fabianista, e
soprattutto la sovrapposizione delle stesse banche che da Londra muovevano verso l'America a creare il bozzolo dell'Occidente, impedirono al Regno Unito un sogno di ripresa. La continuità di questa politica segna oggi l'attuale caduta dell'Inghilterra a supino servitore degli interessi americani.
Ma la Germania in formazione e in crescita, insediata dalla Sorte nel cuore dell'Europa, al centro di potenze europee antiche e nuove alla Storia per recente unità, cominciò a sollevare, con forza analoga all'Inghilterra e quindi all'America, il problema dei propri diritti: spinta dal
Pangermanesimo all'assorbimento dei tedeschi dell'Austria, dell'Olanda, del Belgio fiammingo, dei Sudeti, nel contesto europeo di milioni di Volksdeutschens - i tedeschi emigrati da secoli in Ungheria, Romania, Paesi slavi e Russia - essa cominciò a tentare una rincorsa alla potenza militare e ad una intrapresa di penetrazione nel mondo islamico. Fra le
altre Potenze era buon seme quello italiano, e potevano esserlo quelli iberici. Non era ancora palese, allora, la formidabile crescita del Giappone nel cuore dell'Asia Orientale, né la volontà d'indipendenza di Indonesia e India, e poi della cosiddetta Cocincina francese, né la grande rivolta araba che si esprimeva ancora in termini antiturchi.
Ma erano tutte premesse che, già nel Primo Conflitto Mondiale, potevano far presagire - senza il dominante intervento americano - una vittoria degli Imperi Centrali dopo la Rivoluzione Russa, e comunque una ripresa di sforzi qualche decennio dopo la sconfitta. Erano intanto nate in Europa - prima e magistrale quella italiana - le Rivoluzioni nazionalpopolari europee, mentre il militarismo nipponico creava ad Oriente una nuova forza mondiale.
Erano rinnovate forme di tenace, caparbio attaccamento alla propria realtà nazionale, alla sua sovranità politica, alla autarchia della propria produttività. La loro intesa in senso europeo - e del Grande Mondo Orientale per i Paesi dell'Est asiatico - creava una naturale barriera di
protezione e sostegno ad una Germania non disposta a soccombere agli anglosassoni. In sostanza, quel che si confrontava già allora erano due mondi antitetici in termini di visione della storia e due grandi potenziali di mercato mortalmente antagonisti: l'Europa da una parte, l'America dall'altra. E, sull'opposto lato del globo, attraverso le immense distese marittime
del Pacifico, era la Grande Asia Orientale ad affrontare, ancora una volta, l'America.
Ma da un punto di vista americano, il cuore di questo vasto movimento ideale, civile, politico e alla fine tecnologico-economico era la Germania.
Lo era allora, lo sarebbe stata sempre. È la capacità profonda del suo popolo di esprimere forza, intelligenza, istintivo amore per l'ordine. Lentamente, laboriosamente, faticosamente il
Paese sconfitto - e dopo la Seconda Guerra debellato e diviso in tre - è ritornato negli anni '70-'80 uno dei primi creditori mondiali. Mentre l'America passava dai decenni in cui era la splendida riserva dei risparmi propri e altrui, a quelli, tragici, di più grande debitrice del globo.
Niente al mondo in quegli anni faceva prevedere la Perestroika di Gorbaciov, né una fantomatica possibilità di unificazione tedesca (3). E tuttavia tutto, nel mondo, congiurava per
(3) Il 10 maggio 1941 Rudolf Hesse, con volo solitario, raggiunse la Scozia. Egli era latore di una proposta di pace. Le autorità inglesi non solo si rifiutarono di discutere i termini della questo. Nascevano fenomeni di opposizione alla società multirazziale, rinascevano i sogni di
un'Europa convinta del suo destino, si alzavano voci solenni contro il Mondialismo incentrato sull'egemonia americana, esplodevano i ribellismi arabi.
E l'America era profondamente percossa dalla sconfitta in Vietnam, perdeva battaglie tecnologiche, diveniva una società sempre più in crisi.
Unificati i suoi due principali tronconi dopo la caduta del Muro, la Germania coltivava in quell'epoca un suo grande disegno: riportare le decotte industrie tedesche dell'Est, col concorso del denaro pubblico, ad un altissimo livello che avrebbe condotto non solo la capacità produttiva tedesca, ma anche quelle polacca, ucraina e baltica ai massimi livelli mondiali. Era il sogno di Herrhauser, era quello di Rohwedder: due grandi economisti tedeschi, incaricati, uno dopo l'altro, di realizzare questo disegno.
Ma furono ambedue uccisi: saltò la macchina del primo nel 1999, e tre colpi di fucile sparati dal suo giardino freddarono nel 1991 il secondo.
Sconosciuti i colpevoli. Sconosciuti allora, sconosciuti oggi.
Il governo tedesco capì il messaggio. Affidato l'incarico di Rohwedder ad una donna, essa svendette le industrie dell'Est ai banchieri cosmopoliti, e la vasta area di milioni di occupati tesi a far crescere l'Europa, si
ridusse ad uno stuolo di milioni di sottoccupati e cassintegrati a generare, nel cuore del
continente europeo, una vasta e penosa plaga di assistenzialismo.
E l'America - sostituendo la Germania - ricostituì potenza produttiva e forza di denaro. Ma torniamo a GERMANY MUST PERISH!, quel libercolo ingenuo, fanatico e grossolano, antistorico nei contenuti, ma adatto all'incolto e semplicistico gusto americano. Esso doveva, nel 1941, preparare l'America all'intervento, sperando che un attacco giapponese potesse
contribuire a spingere il popolo americano alla guerra. Ma esso doveva anche costituire, nel linguaggio dei simboli, una dura minaccia per la Germania.
Che la Germania non abbia mai, nei millenni, sognato un dominio del mondo che l'Inghilterra invece operava da secoli col concorso subordinato di altri Paesi europei, non era rilevante per GERMANY MUST PERISH!. Quel che serviva era ricordare all'Occidente che una Germania proposta, ma arrestarono Hesse e lo tennero incarcerato sino a guerra finita, quando lo
condussero quale imputato dinanzi al processo di Norimberga. Dopo la condanna all'ergastolo fu rinchiuso nel carcere di Spandau dove visse sino al 17 agosto 1987.
Recentemente suo figlio Wolf Rudiger ha dichiarato: «Mio padre fu l'uomo che, col sacrificio della sua vita e del benessere della sua famiglia, il 10 maggio 1941 volò in Inghilterra verso una drammatica missione, per impedire che una guerra europea divenisse mondiale. Quest'uomo fu sottoposto alla vendetta di Norimberga, condannato dal cosiddetto Tribunale militare internazionale all'ergastolo per "crimini contro la pace". Fino al novantatreesimo anno di età fu incarcerato e gli ultimi venti anni li passò completamente
solo nel carcere militare di Spandau. Quando nel 1987 Gorbaciov si disse pronto a togliere il veto russo alla sua liberazione, mio padre fu barbaramente ucciso da agenti inglesi delle
S.A.S. il 17 agosto 1987 per impedire che con la libertà potesse parlare. Le potenze che lo
tenevano incarcerato fecero passare l'assassinio per un suicidio. Una seconda autopsia fatta
eseguire dalla famiglia ha incontrovertibilmente dimostrato che la versione ufficiale, ovvero
il suicidio per impiccagione alla maniglia di una finestra alta 140 cm., è falsa».
dalle grandi risorse intrinseche, come era stata in grado di riaccendere il conflitto Europa-
America dopo 25 anni, avrebbe di nuovo potuto rifarlo ancorché battuta e debellata.
Era quindi necessario terrorizzarla di fronte al mondo. Quello che il libro presenta, in
conclusione è la minaccia della castrazione di un popolo: maschi e femmine. Poiché questa
era la punizione che il libro proponeva: la sterilizzazione di tutti i tedeschi. Non a caso, qua e
là nel mondo, in paesi nordici e scandinavi di antica e sicura fede democratica, la
sterilizzazione dei portatori di tare ereditarie era stata a lungo effettuata. Nel silenzio, o
comunque nell'omertà generale. È un principio che in qualche misura doveva conservarsi
vitale e vivo. Era la matrice di un processo che doveva mantenersi valido nelle strutture
organizzative, nella disponibilità dei medici e del pubblico, fermo e stabile nelle leggi di
Paesi scontatamente democratici, per potere poi essere richiamato - come minaccia, come
realtà operativa - e finalizzato alla totale estinzione del popolo tedesco.
L'ultimo capitolo del libro, Death to Germany, Morte alla Germania, si apre con un richiamo
all'antica legge non europea, ma ebraica «An eye for an eye, a tooth for a tooth, and a life for
a life»: occhio per occhio, dente per dente, e una vita per una vita. Ma v'è, in termini più
giuridicamente consistenti, la frase di Heinrich von Treitschke: «Ecco la fine, qui l'umanità
non è più possibile. Si deve poter infliggere alla fine una punizione dietro la quale vi sia il
nulla, e questa non può essere che la punizione della morte». Non è una legge, ma ha il tono
del Salmo. Anche se concepita nei rapporti tra Stato e individuo, e non fra stati vincitori e
vinti, essa sembra calzare al testo come norma conclusiva.
E così, conclude il libro, sia fatto alla Germania!
E qui parte il discorso scientifico sulla sterilizzazione di tutti i Tedeschi. È un metodo
moderno, chiarisce l'autore, conosciuto dalla scienza come sterilizzazione eugenica - che
significa «miglioramento della razza»: è «pratical, humane and thorough», - cioè è pratico,
umano e risolutivo. È un metodo, aggiunge il sano democratico e antirazzista Autore, che va
visto quale mezzo tecnico per ripulire la razza umana dai degenerati, dagli insani, dai
criminali ereditari.
È un metodo che neppure un razzista si sognerebbe oggi di offrire: alla peggio si
nasconderebbe dietro il «seme dei geni» conservato in frigorifero. Ma l'accanito e fanatico
cultore della democrazia di stampo americano lo propone con serenità ed orgoglio: è contro il
popolo tedesco. Con 20.000 buoni chirurghi, ed escludendo i vecchi sopra i 60 anni e le
femmine sopra i 45, in due generazioni il mondo sarebbe libero dalla nazione tedesca. La
scomparsa della Germania - e il vecchio eugenista mondiale ritrova l'antico spirito delle
conquiste - non creerebbe effetti più negativi di quel che accadde con la graduale scomparsa
degli Indiani d'America.
Che cosa accadde mai, allora, col genocidio protratto per lunghi decenni dei pellerossa
padroni dei vasti confini dell'West? Proprio niente: si allargò l'America a potenza
continentale.
Nient'altro succederà se moriranno, entro due generazioni, tutti i Tedeschi. Questi son coloro
che si oppongono, primi ma sempre seguiti da molti, all'imperialismo mercantile americano e
al mondialismo armato della egemonia aeronavale USA. Pericolo mortale per la plutocrazia
mondialista, oggi e domani: la soluzione è la loro cancellazione.
Ma non si fa la storia - nel bene e nel male - senza rifare allo stesso tempo la geografia: che
accadrà della Germania, quando non ci saranno più i tedeschi? L'autore prende in
considerazione il problema, e abbozza una mappa nella quale la Polonia - persa la fetta già
incorporata dall'URSS - sposterebbe verso Occidente il suo territorio inglobando Berlino,
l'Olanda fedele quadruplicherebbe il suo, la Francia si incuneerebbe fino a Monaco per
confinare con una Cecoslovacchia almeno triplicata, mentre Belgio e Svizzera si
accontenterebbero di incrementi territoriali minori. E nessuno si sorprenda della eliminazione
dell'Austria: nella mentalità americana, gli Austriaci sono tedeschi e come tali devono
scomparire anche loro.
È il 1941. Ma pochi anni più tardi, a guerra ormai in procinto di concludersi dopo l'immane
intervento americano, dopo gli anni dei bombardamenti a tappeto sull'Europa con la sua
sostanziale distruzione, dopo Montecassino, Dresda, Hiroshima e Nagasaki, cosa accadde di
nuovo, a far rientrare il progetto di sterilizzazione obbligata dei Tedeschi? Sorse - quasi
all'improvviso - qualcosa che GERMANY MUST PERISH! non aveva previsto, forse non
sapeva neppure immaginare: sorse l'Olocausto ebraico.
Era la più grande costruzione celebrativa di un popolo. Un popolo che finiva vincente senza
avere mai dichiarato alcuna guerra, e che poteva attingere le dimensioni di vittima
insuperabile e atteggiarsi, di colpo, a centro culturale del mondo: per farsi costruire nella terra
da colonizzare, la Palestina, un bilancio da forte potenza nucleare.
E la Germania doveva vivere, non morire, per produrre e pagare ad Israele fin dentro il
Duemila le fortissime spese destinate a garantire un'indiscussa superiorità militare sull'intero
mondo islamico.
Ma era anche una autocelebrazione che elevava a carnefici eterni, per la storia, finché sarà
scritta, le decine di milioni di tedeschi ritenuti tutti moralmente responsabili.
Non più, quindi, la conquista del mondo, ma il genocidio del popolo ebraico: era una
condizione per la Germania di infamia perpetua, di perfidia quotidianamente riattribuita da
libri e filmati, di progressiva separazione nei confronti dei camerati europei di ieri, di rigetto
e di rifiuto da parte degli europei di domani.
Non contavano le decine di milioni di vittime dei bolscevichi, né il milione di soldati e
ufficiali tedeschi fatti sistematicamente morire nei campi di prigionia americani, né le
centinaia di migliaia di fascisti rimasti ad imbiancare di croci i Kriminal Camps, né i milioni
di europei massacrati a guerra finita in tremende pulizie etniche, conclusesi con quella tragica
di Palestina: via gli arabi dalle case, dai villaggi, dalle città - attraverso qualunque crudele
mezzo - per lasciare spazio alle nuove città israeliane.
Ecco dunque la castrazione morale dei Tedeschi, la castrazione a tempo indeterminato, per
sostituire la più infamante e complessa sterilizzazione sessuale-chirurgica.
Questo spiega la mancata attuazione del progetto di sterilizzazione previsto dal libro.
Ma questo spiega anche molte altre cose: prima fra tutte la mendace ricostruzione della
guerra, delle sue premesse, dei suoi protagonisti, delle sue conclusioni e delle singole storie
nazionali.
Quasi la metà dei popoli del mondo - ma in fondo tutti, anche i vincenti, giacché la storia è
mendace anche per loro - sono obbligati oggi a non riguardarsi indietro, e a gettare la prima
metà del secolo in un grande buco nero.
Spariscono decenni di eventi grandiosi, di geniali costruzioni ideali, di entusiasmi trascinanti.
Si rovesciano i Valori, si rovescia la Verità.
Tutto, in fondo, è oggi piantato sulla menzogna.
Ma sulla menzogna, soprattutto se riferita ad eventi storici, non si costruisce niente di
positivo: le terribili miserie di ieri torneranno ad esplodere in violenze cento volte più
drammatiche. Mentre deflagreranno dieci Cambogie, dieci Serbie, dieci Kurdistan, dieci
Palestine.
Forse, fra i mille esempi di mendacio, uno dei più didattici è proprio il nostro - quello
italiano.
V'è un giudizio, scritto da uno degli opinionisti di vertice del Corriere della Sera, grande
editorialista del giornale e certo uno dei più colti e preparati fra i giovani rappresentanti
dell'antifascismo italiano: Ernesto Galli della Loggia.
In «Intervista sulla sinistra», pubblicata da Laterza, 1'opinionista scrive queste parole: «La
verità è che in Italia l'ambigua fine del Fascismo genera una ideologia antifascista
altrettanto ambigua. Si afferma un regime della doppia verità. La maggioranza della
popolazione non crede alla mitologia della Resistenza, anche perché sa bene di non avervi
partecipato; non crede che siano stati i nostri pochi antifascisti a vincere il fascismo, non si
lascia ammaliare dalle realtà ufficiali. Sa però, in omaggio alla grande e cinica intelligenza
italiana, che bisogna far finta di crederci. Perché è l'unica merce spendibile sul mercato
politico interno e internazionale. Non c'è altro governo accettabile agli occhi di chi ha le
carte in mano, cioè gli americani.
Ma questa doppia morale rode come un tarlo il tessuto connettivo della nostra giovane
democrazia, e non ha cessato, fino ad oggi, di minarne la fibra. Non si può costruire una
coscienza civica su una base così incerta e in sostanza menzognera. Nella sfera politica i
membri della coalizione partitica antifascista si assicuravano reciprocamente che le cose
stavano come a loro faceva comodo fossero dipinte. C'era stata la rivolta del popolo
italiano, insofferente dell'oppressione fascista; la Repubblica era sorta in conseguenza di
questa ribellione popolare, maturata dalla libera coscienza degli italiani, eccetera, eccetera.
Naturalmente il nuovo regime repubblicano-democratico doveva pur darsi una qualche
legittimazione, e certamente la leggenda rosa di cui sopra ha adempiuto a questo ufficio.
Insomma non se ne poteva fare a meno, è stato un fatto necessario, inevitabile. Ma una
legittimazione del genere era sicuramente assai debole. Io sono convinto che il carattere
progressivamente oligarchico-conservatore di quella che poi sarebbe stata chiamata la
partitocrazia dipende da questa sua origine, che l'ha assomigliata a un gruppo di congiurati,
legati per la vita alla preservazione della menzogna originaria su cui abbiano fondato la
propria fortunata esistenza.
Ciò spiega anche, in buona misura, il silenzio che circondava fino a ieri il regime della
corruzione. Tutti sapevano benissimo che le gigantesche macchine partitiche costavano ben
più di quanto non ammettessero, ma tutti facevano finta di nulla, per non rompere il fragile
tabù partitocratico. Solo in Italia è potuto accadere che il principale partito di opposizione
non abbia avuto la benché minima parte nello smascherare la corruzione della sfera
governativa. Ciò la dice lunga su che tipo di opposizione fosse quella del P.C.I. e sul comune
tabù fondativo che per mille vincoli lo legava agli altri attori del sistema politico.
Non so se e quando l'Italia potrà guarire dal morbo morale che la nostra democrazia nel
1945 fu costretta a inocularsi per sopravvivere».
L'ultima frase del brano di Galli della Loggia si pone e si chiude come una domanda, alla
quale egli non si sente di offrire una risposta.
Non so se e quando, si chiede 1'opinionista, la democrazia italiana potrà liberarsi di quella
insana tara che si è inoculata nel 1945.
Ma la risposta la possediamo noi. E non riguarda soltanto la democrazia italiana, ma tutte le
democrazie europee. Esse si libereranno di questa profonda menzogna che le ammala tutte,
quando i popoli europei si decideranno, liberamente e civilmente, a rimandare a casa la
madre di tutte le menzogne e di tutte le ipocrisie: l'America.
E con l'America si libereranno di colpo di tutte le loro classi dirigenti, che da oltre cinquant'anni servono come piccoli lacché i detentori della sovranità dell'Occidente, tradendo ogni giorno l'interesse più profondo e più vero dei propri popoli.
Noi dobbiamo tutti, dall'Atlantico agli Urali, rifiutarci di fare qualsiasi guerra fratricida imposta dagli USA e, dietro di loro, dalla grande plutocrazia mondialista. Non dovranno esserci più Serbie, aggredite sostanzialmente da centinaia di velivoli da guerra americani. La Serbia ha offerto, di fronte ad un mondo nemico, un esempio di fierezza che lascerà un segno per l'Europa. Ma l'Europa, tra mille revanscismi e resistenze nascoste, ha certamente perso la faccia. Migliaia d'anni di civiltà stanno alle nostre spalle: qui dobbiamo attingere la forza per costruirci un'indipendenza armata e ideale, e per liberarci, una volta per tutte, dalla vergognosa sudditanza al peggiore dei nostri nemici.




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