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Discussione: Un'esperienza

  1. #1
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    Predefinito Un'esperienza

    Desidero condividere con voi, questa volta, non delle teorie, ma un'esperienza, un esplorazione, un incontro.
    La offro in umiltà a coloro che condividono la mia via: e il peggior uso che se ne potrebbe fare - visto che parla delll'incontro con un'altra via - è misurarla con metri di questo è meglio e questo è peggio.

    Ho partecipato ad un'officiatura ortodossa. alla quale ero stato invitato da un amico pieno d'affetto.
    In generale, quando si parla di liturgia ortodossa, ho dentro due immagini: lo splendore dell'Anastasis a Gerusalemme e - sempre a Gerusalemme - l'oscura caverna, umida, profonda e densa di sacro, la chiesa della Dormizione al termine della lunga scalinata verso il profondo. Ma non avevo idea di quello che poteva essere in Italia.

    La mia esperienza inizia con una tempesta di pioggia e di vento, un nubifragio che giocosamente squassa la città. Vidi aquam. E con una discesa. Perché anche qui vi sono scale, anche qui si scende nel buio. La chiesa è in un edificio come tanti, e sopra di essa vi sono depositati strati di case di uomini. Si suona a un campanello normale, viene aperta una porta normale: ecco, sono dentro.

    Anche questa è una grotta. Le chiese ortodosse ti fanno sentire quasi fisicamente in un grembo, in un ventre, in un utero - con quel che di buono e di problematico vi può essere in un utero (perché da un utero in qualche modo devi poter uscire). Fuori ci sarà anche il nubifragio: qui però tutto è caldo, le candele illuminano quiete, a quella luce scintillano vive le icone, le poche persone si sentono a loro agio, parlano forte e ridono senza problemi. C'è una prima differenza con le chiese romanocattoliche. Nelle chiese occidentali si sussurra. Si parla sempre sotto-voce. Ovviamente il valore esplicito è quello del rispetto. Del timore. Del pudore. Però credo ci sia anche la parzialmente inconsapevole tendenza a non farsi sentire da chi abita il Luogo Sacro. Sentire non solo nel senso di udire. In questa chiesa ortodossa non si sussurra. Si tace, o si parla. Per lo più si tace (un ragazzino accanto a me, dall'aria compresa e intensa, manterrà il silenzio ininterrottamente per quasi due ore): ma quando si parla, si parla. La parola che mi viene in mente è familiarità. Questa gente ha familiarità con Dio: così sembra. Una signora del coro non ha alcun timore a spegnere il proprio telefonino stando dritta in piedi dinanzi alla Grande Porta spalancata sull'Oltre: lo fa senza tentare di nascondersi, poi si sposta al suo leggio e canta (benissimo). C'è chi arriva in ritardo e suona un campanello: si va, del tutto tranquillamente, ad aprire. Eppure questa familiarità non è mai sciatteria. Guardate, io sento di essere un detector (e detestatore) sensibilissimo, quasi infallibile, della sciatteria: potete dunque fidarvi. Qui non c'è alcuna sciatteria. C'è forse la disinvoltura un po' guascona del domatore che infila la testa della bocca del leone. Ma, che sia un leone, lo si sa. Che in un attimo potrebbe staccarti il collo, lo si comprende bene. Che un giorno o l'altro certamente lo farà, anche.

    Una seconda differenza la rilevo nell'uso dei corpi. Non c'è un'assunzione comunitaria dei gesti. Le posture vengono prese a seconda di un accordo (in senso musicale) tra la propria condizione interiore e ciò che di oggettivo sta accadendo: e l'accordo può non essere uguale per tutti. Il celebrante si muove all'interno dello spazio secondo geometrie non solenni e probabilmente non previste: mi ricorda l'atteggiamento di certe massaie di un tempo nelle grandi cucine. Esprime - mi pare - un prendersi cura delle cose, dei riti, delle persone, delle parole. Ma un prendersi cura sufficientemente buono, non eccessivamente identificato nella funzione o nel ruolo.

    Ancora. Il senso del vuoto. Non c'è. O c'è, ma raggiunto secondo vie di pieno. Tento di spiegare: non è facile.
    Non c'è (senso del vuoto) rispetto allo spazio. Gli spazi sono tutti ingombri di cose. Le pareti sono letteralmente cosparse di icone grandi e piccole. C'è l'idea che moltiplicare le immagini rafforzi l'esperienza della santità (un po' come quando si dice santo, santo, santo). Siamo agli antipodi di ogni aniconismo monoteistico. Si direbbe quasi di essere più vicini al Tibet che all'Islam. Nella postazione dove sono seduto io la mia testa è collocata a pochi centimetri da un santo coronato dal volto limpido e sereno, e appena sotto si apre la ferita oscura di una natività nel sepolcro. Sì, sentirsi circondati da immagini è un'esperienza interessante e s-concertante.
    Il vuoto non c'è neppure rispetto alle parole. Le parole, recitate rapidamente in italiano e in greco, formano una specie di risacca marina, arrivano a ondate sulla spiaggia della consapevolezza. Non è richiesto di seguirle analiticamente: no. Sarebbe impossibile. Ogni tanto un'ondata lascia sulla spiaggia qualche conchiglia risplendente, qualche stella marina. Io mi sono portato a casa alcune conchiglie, e le ho ancora qui davanti a me. Sono le parole: luogo di riposo, luogo erboso, luogo di refrigerio. E' il destino dei defunti, di tutti, quello che spero essere il mio. Vengono ripetute continuamente, teneramente, struggentemente. Portalo lì, in un luogo di ristoro, un luogo erboso, un luogo di refrigerio...
    Alcune orazioni ambrosiane (e anche romane) sono piccoli capolavori di concisione. Potrebbero essere scritte nella pietra. Dense come stelle di neutroni e fuori il vuoto cosmico. Qui il vuoto viene ricercato estenuando forme e suoni, portandoli al loro limite estremo, fino a vederli finalmente cedere nell'apofasi.

    A un certo punto capita davvero quel che io non ho mai visto. Nell'aria già satura di incenso (le incensazioni sono continue e tintinnanti), mentre il piccolo coro canta dolcemente e sommessamente Kyrie Eleison, il celebrante comincia a leggere (no: a gridare) letteralmente centinaia di nomi di morti. Li chiama: sì, li chiama. Anna!, Anna!, Anna! Antonio!, Antonio vescovo!, Antonio!, e così via. Centinaia. Un tempo lunghissimo. La stanza già piccola si riempie di morti, di storie. La morte li accomuna: un Christos può stare accanto a un Ciccio: ed è un unico grido. L'immagine che ho dentro è quella di un frullare impazzito di ali o di api dentro un bicchiere: ne posso udire quasi fisicamente il ronzio. Ora è veramente tutto pieno, la densità umana è forse non tollerabile. Sì, perché una cosa sono gli angeli (ce ne sta come è noto un intero girotondo sulla punta di uno spillo, gli angeli sono presenze agilissime, danzanti, lievi, sono riflessi, bagliori), e una cosa sono le anime umane: che saranno anche spirituali ma, quando chiamate, ingombrano, riempiono, premono fisicamente su cuori e su memorie, accendono emozioni, condensano lacrime.

    La liturgia si conclude. Resta da congedare e raccomandare a Dio un parrocchiano in partenza per l'estero, che viene teneramente avvolto sotto una stola. Rimane da benedire un'icona, in cui è raffigurata la Santa Vergine si erge immensa sopra la santa montagna dell'Athos.

    Usciamo: è buio ma non piove più. C'è ancora un dono per me. L'ascolto di un racconto pieno di tenerezza, di mancanza, di speranza, che riguarda una persona importante per Dio e per quella gente, una persona che non è più tra noi, se non nella memoria, nell'attesa di un ri-vederlo, nell'invocazione. Una persona presente per assenza: ma presentissima. Mi viene in mente una frase di Thomas Mann che, quando parla della promessa di Dio ad Abramo, dice che essa - che viene sempre tradotta tu sarai una benedizione, potrebbe essere più adeguatamente resa con tu sarai un destino. Mi sembra che per coloro me ne parlano, questa persona sia stata un destino.

    Grazie, Barsanufio

  2. #2
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    molto meglio la Chiesa cattolica...se poi ti affascinano i riti perché non vai ad una S.Messa in Latino?
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  3. #3
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    La Liturgia credo sia una cosa molto intima che comunica a livello personale. C'è a chi comunica la liturgia ortodossa, a chi quella tridentina, e a chi i gospel battisti. Sensibilità personali.

  4. #4
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    grazie B

    buona giornata a tutti

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Mister Fabio Visualizza Messaggio
    Nessuno qui, finora, aveva fatto un discorso del tipo: il mio detersivo lava più bianco del tuo.
    Il tuo contributo va in questa direzione.
    io sono dell'idea opposta.
    Lo ho invitato a fare una esperienza diversa, così da metterle a confronto.

    Paura dei confronti?
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  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Mister Fabio Visualizza Messaggio
    Ha gia' testimoniato la sua esperienza, non hai letto?
    lo invitavo a farne una nuova ancora...comunque forse posso essere stato male interpretato...é solo che di esperienze "forti" se ne possono fare pure con rito cattolico..e perfino senza latino..
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