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Discussione: Telecom America

  1. #1
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    Predefinito Telecom America

    Chi ha paura di Telecom America

    Il fatto che la Borsa apprezzi l'offerta di At&T e American Movil per Telecom Italia mentre nel governo Prodi e nella maggioranza c'è chi, come Piero Fassino, Vincenzo Visco e Fausto Bertinotti, grida all'emergenza democratica, la dice lunga su quanto certi personaggi abbiano a cuore gli interessi dell'azienda (ragionamenti analoghi, peraltro, si sentono provenire a mezza voce anche da alcuni settori del centrodestra).

    Il problema, per tutti costoro, è che argomentazioni serie non ne hanno. Le modalità con cui la cordata americana si candida ad acquistare Olimpia, la "cassaforte" di Marco Tronchetti Provera, e tramite essa Telecom Italia, sono paragonabili a quelle con cui nel 1999 Roberto Colaninno ed Emilio Gnutti, con la benedizione dell'allora presidente del Consiglio Massimo D'Alema, misero le mani su Telecom Italia. Con la differenza che At&T non è un socio finanziario improvvisato, ma una delle primissime compagnie telefoniche al mondo, ovvero uno dei migliori soci industriali possibili. Che gli stessi che allora dettero il via libera ai corsari bresciani adesso facciano gli scandalizzati dinanzi all'offerta mossa dalla At&T è francamente comico.

    Né il problema vero, per il governo, può essere davvero l'ingresso degli stranieri nel capitale di Telecom Italia. Intanto perché, semmai, dovevano pensarci prima di mettere Telecom Italia sul mercato (operazione varata nel '97, governo dell'Ulivo): una volta che sei in Borsa, chi ha i soldi per comprarti ti compra. E poi perché la sinistra italiana, in alcune sue componenti (anche diessine), si è evoluta quanto basta da lasciarsi alle spalle certe tentazioni protezionistiche.

    Insomma, se gente paracula e navigata come i diessini si aggrappa alla più ingenua delle argomentazioni, la difesa della italianità, vuol dire che dietro c'è la fregatura. Diciamo allora le cose stanno. E cioè che gli americani, con la loro offerta pari a 2,9 euro per azione, hanno fatto saltare il copione che era già stato confezionato con il beneplacito della sinistra e di una parte del centrodestra. Copione che avrebbe visto Telecom finire nelle mani di una cordata italiana - composta da banche e imprese gradite nel complesso all'una e all'altra parte dello schieramento parlamentare - tra gli applausi di tutto il Belpaese, tranne che di Tronchetti Provera, il quale avrebbe dovuto accettare il prezzo offerto, se non altro per mancanza di alternative. Adesso, invece, nella migliore delle ipotesi Telecom finirà lo stesso in mano agli amici degli amici, i quali però dovranno pagare un prezzo più alto del previsto. Nella peggiore, resteranno a bocca asciutta e l'unico che festeggerà sarà Tronchetti Provera.

    La partita è appena iniziata e la politica, costretta a uscire allo scoperto dal blitz americano, ha iniziato adesso a fare le sue mosse. I Ds gridano all'invasione straniera e i dalemiani si dicono disposti ad aprire le porte a Mediaset (che ovviamente faceva parte del progetto che ora gli americani rischiano di far saltare) piuttosto che cedere il passo ad At&T e American Movil. Una parte del centrodestra la pensa allo stesso modo, ma preferisce lasciare il cerino acceso in mano al governo. La sinistra più primitiva - comunisti e dintorni, per capirsi - ne fa una questione di antimericanismo viscerale, e probabilmente, a differenza dei Ds, non arriva nemmeno a capire che così facendo difende anche la causa delle aziende di Silvio Berlusconi. Lo hanno capito invece benissimo i prodiani, che infatti giurano di non voler mettere mano nella partita.

    Il rischio, molto concreto, è che alla fine l'azienda resti in mani italiane, e che il prezzo che Tronchetti chiede, siccome nessuno ha i soldi per pagarlo (il capitalismo italiano è morto da un pezzo, parce sepulto), lo versino i contribuenti. O scorporando la rete fissa di Telecom e rivendendola allo Stato a caro prezzo, come prevedeva il piano stilato da quel genio del braccio destro di Prodi, Angelo Rovati. Oppure lasciando il compito di risolvere la questione alle banche, le quali poi si rivarrebbero della spesa resa così alta dall'intervento degli americani cambiando - ovviamente in peggio - le condizioni praticate ai correntisti. Il mese di tempo che si è presa Pirelli per dare una risposta agli americani servirà proprio a capire se e come toccherà ai contribuenti italiani finanziare l'ennesima avventura Telecom.

    da A Conservative Mind

  2. #2
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    Fassino: «Questione delicata, ci sono strumenti per affrontarla»
    Telecom, il governo: sacre le decisioni del cda
    Le ipotesi di cessione ad At&t e Movil scuotono la poltitica. Sircana: rispettate le scelte. Bertinotti: serve un indirizzo del governo


    ROMA - Maggioranza di governo divisa sull'ipotesi di cessione del controllo di Telecom Italia agli americani della At&T e ai messicani di American Movil. «Le decisioni dei consigli di amministrazione sono sacre e vanno rispettate». Così il portavoce unico del governo, Silvio Sircana, risponde a chi gli chiede un commento sulle ultime vicende di Telecom. Il deputato dell'Ulivo precisa che al riguardo non ci saranno commenti da parte del presidente del Consiglio, Romano Prodi. Ad appoggiare Sircana la dichiarazione di uno degli uomini più vicini a Prodi, il ministro per l'Attuazione del programma Giulio Santagata, per il quale su Telecom Italia da parte del Governo c’è una «legittima preoccupazione» per quanto riguarda le infrastrutture di rete, tuttavia proprio in difesa di queste infrastrutture «nel concreto il Governo non può fare alcunché e credo che non farà alcunché».

    BERTINOTTI - Di diverso parere il presidente della Camera e leader di Rifondazione Comunista Fausto Bertinotti: «Quando sono in gioco le grandi scelte strategiche di sviluppo del Paese», come nella vicenda che riguarda Telecom, «parlamento e governo devono poter compiere una scelta di indirizzo» spiega Bertinotti. Per il presidente della Camera, se governo e parlamento non possono esprimersi «siamo in presenza di lesione della sovranità».

    VISCO - «La partita mi sembra ancora aperta» aveva detto in precedenza il viceministro dell'economia, Vincenzo Visco, il quale non ha nascosto «qualche preoccupazione», quando ci sono «vicende così complesse per imprese così importanti». Lasciar fare al mercato o incoraggiare la finanza italiana a rilanciare? «Non mi sembra - ha risposto Visco parlando a margine di un seminario sulla strategia di Lisbona - che ci sia molto entusiasmo da parte italiana». In riferimento alla golden share ancora in mano allo Stato, Visco ha precisato che «dopo la modifica delle regole europee non è più applicabile».

    FASSINO - Sulla questione è intervenuto anche Piero Fassino: «È una situazione molto delicata che va guardata con preoccupazione» ma «il governo ha tutti gli strumenti», ha osservato il segretario dei Ds a margine di un convegno su Sviluppo e difesa dell'ambiente in corso a Fiesole. «Vediamo cosa matura nelle prossime ore - ha aggiunto Fassino -. Naturalmente non è in discussione il diritto di chi possiede delle azioni di metterle sul mercato. Così come il nostro Paese è aperto agli investimenti stranieri. Il problema è sapere che il settore delle telecomunicazioni è strategico per la vita di ogni nazione e che anche nei paesi più liberisti c'è grande attenzione agli assetti proprietari e produttivi del settore delle telecomunicazioni». «In Italia - ha precisato Fassino - mi pare che non sia risolta la distinzione tra gli operatori di telefonia e chi possiede la rete. Può creare non pochi problemi il fatto che la rete, che in tutti i principali paesi del mondo è di proprietà pubblica mentre sono privati gli operatori, qui rischia di diventare proprietà di uno degli operatori».

    FINI E TREMONTI - Diverso il parere dei leader dell'opposizione. «Non mi spaventa l'ipotesi che Telecom venga acquistata da capitali stranieri. È il mercato». Lo ha detto il presidente di An, Gianfranco Fini, aggiungendo: «La cosa che colpisce è che il governo è del tutto incapace di prendere atto di una situazione che per certi aspetti lo stesso governo ha contribuito a determinare». «Con le dichiarazioni di alcuni ministri - ha concluso Fini - si ha la riprova del fatto che abbiamo un esecutivo attento all' azione delle grandi industrie soltanto se pensa di avere un vantaggio».
    «Sono preoccupato tutte le volte che il Governo si preoccupa- dice invece il vicepresidente di Forza Italia Giulio Tremonti con ironia - e mi hanno anche detto che secondo il governo, o parte di esso, è competenza del governo la questione dell'indirizzo. Consiglio un'indicazione di indirizzo per il governo: a casa». E aggiunge: «Questa è una materia sulla quale la politica non può e non deve dire e far finta di niente. Le privatizzazioni, in gran parte, sono state fatte male e adesso si vedono i risultati». Ma se son fatte male, continua l'azzurro, «non si può aggiungere altro male, bloccando quelle che vengono a valle».

    BERLUSCONI - Il leader della Casa delle Libertá Silvio Berlusconi, non si pronuncia invece sulla vicenda Telecom e, a un'esplicita domanda dei giornalisti al suo arrivo all'assemblea nazionale del partito dei Pensionati, a Milano, liquida l'argomento con poche parole: «Non ho commenti da fare».

    da Il Corriere della Sera

  3. #3
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    La figuraccia del premier

    di Lodovico Festa

    C’era chi l’aveva previsto agli inizi del 2006, prima delle elezioni: la prossima guerra economico-finanziaria (dopo Antonveneta, Popolare di Lodi, Rcs) sarebbe stata su Telecom Italia. Sconfitte le truppe avventurose (da Gianpiero Fiorani a Emilio Gnutti a Giovanni Consorte) raccolte da Antonio Fazio e da Massimo D’Alema, la partita si sarebbe aperta sull’azienda guidata da Marco Tronchetti Provera. I segnali si coglievano nelle parole di Romano Prodi, candidato favorito alle politiche, che diceva di volere mettere le mani sulla Authority per intervenire sulle «reti» italiane (dalle comunicazioni alle autostrade). E si vedevano negli atti di Intesa che nervosamente minacciava e poi usciva da Olimpia per costringere Tronchetti a trattare. L’istituto guidato da Giovanni Bazoli aveva fatto capire che le reti dovevano essere suo terreno privilegiato di caccia, anche perché perdute un po' delle tradizioni incorporate con le fusioni (il know how per esempio della Comit e in parte del Mediocredito della Cariplo) si puntava a business dalla logica non troppo complessa.

    La logica di Prodi era semplice: da una parte individuava in Intesa la banca su cui fare sistema, dall’altra si trattava di ridimensionare quell’establishment milanese (da Tronchetti a Mediobanca) ma con propaggini romane (Cesare Geronzi) che gli aveva dato non poco fastidio nel 1996 fino alla caduta del suo governo e al subentro di quello D’Alema.

    Se questo era il quadro, le mosse dopo la piccolissima vittoria del 9 e 10 aprile furono conseguenti: la prima operazione consistette nel bloccare l’operazione di fusione Autostrade-Abertis (la società dei Benetton con quella spagnola) perché questa iniziativa avrebbe dato alla famiglia di Ponzano Veneto munizioni per intervenire in Olimpia, holding di controllo di Ti.

    Poi si passò a un doppio approccio di lusinghe (ti compriamo la rete a prezzi notevoli: il cosiddetto piano Rovati) e di minacce (la Telecom mi spia, disse Prodi. Anche se poi risultò che il premier era fra i meno spiati d’Italia). In questo quadro la fiducia di Tronchetti in un personaggio ultra-avventuroso come Giuliano Tavaroli, la triste idea che il dossieraggio (anche quello legale, non parliamo delle imprese tavaroliane) possa essere strumento decisivo nella lotta politico-finanziaria portarono all’esplosione dello scandalo (far scoppiare provvidenzialmente gli scandali è specialità di certi ambienti giudiziari italiani) nell’autunno del 2006.

    Tronchetti lasciò e subentrò il «solito» Guido Rossi, l’uomo che quando interviene attenua le inchieste giudiziarie e ricompone gli interessi. La soluzione Rossi non era del tutto favorevole a Prodi perché l’avvocato d’affari non è privo di rapporti con Mediobanca, con D’Alema e con Geronzi. Ma era una scelta (forse obbligata per evitare guai peggiori) difficile per Tronchetti perché lo metteva nelle condizioni di subire scelte altrui. Era in parte giustificata dalla politica di indebitamento eccessiva compiuta come socio di riferimento di Ti, che finiva per ricadere sulla politica industriale, ma era comunque una scelta a rischio. E il pericolo si è avverato quando Tronchetti ha tentato la sua mossa «industriale», il rapporto con la spagnola Telefonica. Un approccio che Rossi ha spiegato che era ancora a uno stadio primitivo e che comportava una manipolazione impropria di cespiti industriali. Ma una scelta non priva di una logica perché realizzata con un partner dal solido background, interessato a un Sud America dove la società italiana già opera alla grande. Chiusa la via telefonica, il complesso sistema politico-finanziario che sembra oggi dominare l’economia italiana si è messo in testa di forzare Tronchetti a vendere a un prezzo unitario per azione, certamente correlato agli attuali valori di Borsa ma tale da mettere in difficoltà strategiche Pirelli (socio di riferimento via Olimpia di Ti).
    Un’operazione che ricorda le pratiche di esproprio di altri grandi gruppi italiani del passato (da Rizzoli a Montedison) tra l’altro spesso avvenute proprio sotto la regia di Rossi.

    Che cos’è successo, però? Da una parte si è riscontrata la mancanza di quel regista unico di queste operazioni che è stato Mediobanca e che Bazoli non è riuscito a sostituire. Dall’altra si è sentito il peso dell’apertura dell’economia italiana ai mercati internazionali: l’appello di Tronchetti ad At&t e America Movil ha questo senso. La trappola non è scattata (almeno sinora). Il cedimento al potere assoluto delle banche (anzi della «banca») non si è realizzato. La questione dell’italianità della rete di telecomunicazioni che ha fino a un certo punto un senso, non permette però di cavalcare i vecchi metodi. Prodi colleziona l’ennesima figuraccia su un terreno che da ex ras dell’Iri pensava di poter dominare. Qualunque soluzione sarà praticabile solo se il governo farà scelte umili e non prepotenti. Altrimenti la prospettiva di convivere con telefoni At&t (o anche messicani) non è affatto disperante.

  4. #4
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    Telecom, tensione nella maggioranza

    Bertinotti: "Il Parlamento si pronunci"

    La maggioranza è nuovamente divisa. Questa volta sul progetto di cessione di Telecom agli americani della At&T e ai messicani di American Movil. Il portavoce del governo, Silvio Sircana ha voluto sottolineare che "le dicisioni del consiglio di amministrazione sono sacre e vanno rispettate". Ma non tutti la pensano così. Per Bertinotti "Parlamento e governo devono poter compiere una scelta di indirizzo", altrimenti "siamo in presenza di lesione della sovranità".

    Se Silvio Sircana ha voluto prendere le distanze dal caso Telecom e su una possibile intromissione del presidente del Consiglio e l'esecutivo, il presidente della Camera, invece, ha sottolineato che quando sono in gioco "le grandi scelte strategiche di sviluppo del Paese, il potere politico e istituzionale non può non esprimersi". Per Bertinotti la questione non è quella dello "Stato imprenditore", ma "quello dell'indirizzo".

    In generale tutta la maggioranza ha espresso preoccupazione per la cessione dell'unico gruppo telefonico rimasto italiano a stranieri. Il ministro Nicolais ha definito "preoccupante" l'interessamento delle due società in Olimpia e, anzi, ha voluto sottolineare che "una grande impresa di telecomunicazioni, dovrebbe avere un controllo nazionale". Per Paolo Gentiloni "il problema non è che il governo debba interferire nei meccanismi di mercato. Il governo indica un obbiettivo di interesse generale, in questo caso che il sistema sappia reagire a questa sfida".

    Sulla questione è intervenuto anche Piero Fassino: "E' una situazione delicata che va guardata con preoccupazione. Naturalmente non è in discussione di chi possiede le azioni di metterle sul mercato. Così come il nostro Paese è aperto agli investimenti stranieri". Sulla stessa linea, anche se più aggressivo, è Daniele Capezzone che ha voluto sottolineare la sua contrarietà a ogni interferenza politica sull'eventuale cessione Telecom. "Sono anch'io preoccupato, ma non per le trattative avviate per Olimpia, bensì per la deriva dirigista e interventista della politica e del governo", ha detto il deputato della Rosa nel pugno.

    Se Silvio Berlusconi ha preferito non fare commenti, Gianfranco Fini, invece, ha dichiarato: "Non mi spaventa l'ipotesi che Telecom venga acquistata da capitali stranieri, è il mercato. La cosa che colpisce è che il governo è del tutto incapace di prendere atto di una situazione che per certi aspetti lo stesso governo ha contribuito a determinare". Per Maurizio Gasparri "è patetico lo sconcerto di alcuni esponenti del governo". L'esponente di Alleanza Nazionale si è augurato che "qualcuno in Italia faccia un'offerta migliore" perché "questa è la logica di mercato".

    TGCom

  5. #5
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    Il fatto che Telecom finisca in mani straniere è triste ma è imputabile unicamente al fatto che la classe imprenditoriale italiana è pessima.
    Affaristi di basso livello, capaci sì a fare la bella vita spendendo i soldi di papà, ma del tutto improponibili sui mercati globalizzati.
    E' una tara del sistema italiano, dove di vera concorrenza non ce n'è mai stata e chi è fallito 30 volte continua a godersi i soldi che ha rubato ai consumatori, mentre chi ha fatto le stesse cose una sola volta negli US di solito sta in cella senza il becco di un dollaro...

    Ma ne' destra ne' sinistra hanno la benchè minima voglia di intaccare questo mondo, dove tutti sono amici di tutti e la massima aspirazione è una trombata a pagamento con una mignottella della tv...

  6. #6
    Padania libera dai padioti
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    Grande Aeroplanino.

    Quando lasci stare l' ideologia riesci andare al nocciolo della questione senza sbavature.

  7. #7
    a.k.a. tolomeo
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    Citazione Originariamente Scritto da Aeroplanino Visualizza Messaggio
    Il fatto che Telecom finisca in mani straniere è triste ma è imputabile unicamente al fatto che la classe imprenditoriale italiana è pessima.
    Affaristi di basso livello, capaci sì a fare la bella vita spendendo i soldi di papà, ma del tutto improponibili sui mercati globalizzati.
    E' una tara del sistema italiano, dove di vera concorrenza non ce n'è mai stata e chi è fallito 30 volte continua a godersi i soldi che ha rubato ai consumatori, mentre chi ha fatto le stesse cose una sola volta negli US di solito sta in cella senza il becco di un dollaro...

    Ma ne' destra ne' sinistra hanno la benchè minima voglia di intaccare questo mondo, dove tutti sono amici di tutti e la massima aspirazione è una trombata a pagamento con una mignottella della tv...
    aeroplanino ha di nuovo perduto la memoria...
    riassuntino:

    Le telecomunicazioni italiane sono disastrate proprio a causa dell'attuale presidente del consiglio.
    E' vergognoso che uno che ha prodotto tanti disastri al fine di ingrassare le clientele ancora dica la sua su temi tanto delicati.
    Nel 1997, quando il governo (Prodi) privatizza Telecom, ne ricava 11,8 miliardi di euro.
    Lo Stato esce dalle telecomunicazioni, si proclama.
    Ma nel 2001 ENEL - società pubblica - rientra nelle telecomunicazioni comprando Infostrada, una concorrente di Telecom, ma più piccola.
    E per quale cifra? 11 miliardi di euro.
    Ma che c’entra Infostrada, direte voi.
    C’entra e spiega come avvenne il saccheggio.
    Infostrada è, sostanzialmente, la vecchia rete telefonica interna delle Ferrovie dello Stato.
    Il governo (Prodi) vendette questa preziosa infrastruttura, nostra e pagata da noi, ad Olivetti (De Benedetti) per 700 miliardi di lire, pagabili con comode rate in 14 anni.
    E Olivetti la vendette subito alla tedesca Mannesman per 14 mila miliardi di lire, mica a rate, ma in unica soluzione.
    Non è un bel regalo, un patrimonio nostro ceduto a un amico loro a un ventesimo del suo valore?
    Nessuno fu incarcerato per questo.
    Anzi, uno sì: Lorenzo Necci, onesto manager delle Ferrovie, cercò di opporsi.
    Giuliano Amato e Massimo D’Alema gli consigliarono di non fare il difficile, di dare la rete a Olivetti senza tirare sul prezzo.
    Necci non capì l’amichevole consiglio.
    La magistratura lo incriminò subito dopo, le sue telefonate intercettate divennero di pubblico dominio, lo attendevano mesi di carcerazione preventiva.
    Poi assolto
    .
    .

    A fool and his money can throw one hell of a party.

  8. #8
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    Santelli: per il governo liberismo vale per i barbieri ma non per Telecom

    "Come tutti i neofiti, ecco che la maggioranza casca sulla classica buccia di banana. Dopo aver proclamato la ’crociata’ liberista per l’apertura di barbieri e parrucchieri il lunedi’ o revocare le concessioni Tav, quelle che, naturalmente, non vedano presenti le ’cooperative’, oggi che si parla davvero di libero mercato per Telecom eccoli urlare come Erinni". Lo ha affermato il deputato azzurro, Jole Santelli, aggiungendo che dopo l’interessamento di At&t e America Movil "scatta l’immancabile difesa dell’italianita’, la preoccupazione per gli ’spezzatini’ e, in definitiva, per tutto quello che sfugge o puo’ sfuggire al loro controllo. Forse che in ricordo della antica merchant-bank, c’era qualche amico di famiglia da accontentare?".

    Esagerata e di parte...ma azzeccata!

  9. #9
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    E i prodiani vedono complotti Usa dopo il colpo di scena di Tronchetti
    di Fabrizio Ravoni da Il Giornale
    Gli istituti di credito erano pronti a rilevare il gruppo con il placet del Professore Ma il prezzo offerto dall’americana At&t ha spiazzato tutti. In fumo i piani del premier

    Roma - Sabato sera le banche interessate ad Olimpia erano così convinte di riuscire a mettere le mani su Telecom che avevano messo a punto anche il nuovo consiglio d’amministrazione della società. Palazzo Chigi seguiva talmente da vicino il negoziato, che era stato informato anche del livello di prezzo che erano pronte a pagare per azione: Intesa, pur di arrivare a Telecom, era pronta offrire a Tronchetti Provera 2,7 euro per azione; un centesimo di euro in più, rispetto a quel che era disponibile a pagare la spagnola Telefonica. Operazione saltata con il vertice bilaterale di Ibiza fra Prodi e Zapatero; dove nacque, invece, la missione spagnola dell’Enel su Endesa.
    I giochi delle banche su Telecom sembravano fatti. Ma, nel pomeriggio di domenica, arriva la notizia che Tronchetti ha avviato contatti con l’americana At&t e la messicana America Movil: entrambe disponibili a salire a 2,82 euro per azioni. «Un prezzo alto, molto alto. Forse troppo alto», commentano da Palazzo Chigi. E proprio il valore scatena le fantasie che dietro l’operazione At&t ci possano essere interessi del Dipartimento di Stato americano per bloccare un’operazione «made in Prodi».
    Se fosse passato l’ingresso delle banche in Olimpia, il presidente del Consiglio avrebbe rafforzato il suo peso specifico nell’economia. E portato a compimento l’obbiettivo del Piano Rovati: allungare le mani su Telecom.
    «Dietro l’At&t c’è solo l’At&t», commentano due ex ministri degli Esteri fortemente «amerikani» come Antonio Martino e Lamberto Dini. «Si tratta di un’operazione di mercato», precisa il presidente della Commissione Esteri del Senato. «Immaginare un coinvolgimento del Dipartimento di Stato nell’operazione Telecom - sottolinea l’ex ministro della Difesa - vuol dire avere una visione paranoica dell’economia».
    Scettico in parte anche Francesco Cossiga. Il presidente emerito sottolinea che «i colossi americani sono più grossi del Dipartimento di Stato. Non si muovono certo per la bella faccia di Condoleezza Rice. Certo - commenta - gli Stati Uniti sarebbero ben lieti per la loro strategia internazionale se un’azienda Usa assumesse il controllo delle telecomunicazioni in Italia. Non foss’altro per contrastare il ruolo del finanziere tesoriere di Hamas». E chi è? «Ma è possibile che queste cose le sappia soltanto io? - si chiede Cossiga - ma è quello che si è preso Wind».
    Insomma, Telecom come crocevia di trame internazionali, con At&t interessata al mercato italiano per allungare «un orecchio» in Europa; e perché no, in Medio Oriente. Fantasie, «paranoie», come le chiama Martino? Il fatto è che Palazzo Chigi è stato colto di sorpresa dalla mossa di Tronchetti. «Non ne sapevamo nulla. L’abbiamo saputo domenica pomeriggio», confida Silvio Sircana. «In effetti - commenta il portavoce di America Movil da Città del Messico - non risulta che ci siano stati contatti diplomatici con il governo italiano».
    La tensione, però, è alta. Così a qualcuno torna in mente una coincidenza del passato. Già un’altra volta l’At&t si affacciò sul mercato italiano: quando era sul punto di stringere un’alleanza con l’Italtel, all’epoca azienda dell’Iri presieduta da Romano Prodi. Quell’accordo saltò e dopo poco esplose Tangentopoli. Come a dire: con l’At&t non si scherza. Non a caso, l’atteggiamento dei Ds è cambiato durante la giornata: dapprima duri contro l’operazione («preoccupa», commenta Latorre), poi più cauti («bisogna vedere le prospettive industriali», osserva Bersani).
    Vera o no la coincidenza storica, vero o no il ruolo dell’amministrazione Usa, la mossa di Tronchetti rompe le uova nel paniere alla strategia di Prodi. Volta a creare un sistema di potere economico disegnato sul modello della “sua“ Iri ed a lui riconducibile. Da mettere sul tavolo al momento della nascita del Partito democratico.

  10. #10
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    Terzo scivolone di Prodi sul caso Telecom, con figuraccia planetaria

    Scritto da Carlo Panella

    ''C'e' il serio rischio che l'Italia diventi una sorta di 'colonia industriale' americana!'' Questa frase spiega meglio di mille trattati perché la Telecom sta per essere venduta a un gruppo americano e perché il governo Prodi non sappia fare altro che strapparsi le vesti, totalmente incapace di una qualunque politica industriale, nazionale o europea che sia. La frase è di Pino Sgobio, capogruppo del Pdci alla Camera ed esprime la ''cultura d'azienda'' che condiziona questo baraccone di governo. Un estremismo parolaio, attento solo a proteggere ''i livelli occupazionali'', cieco e miope a fronte della realtà del mercato mondiale. Prodi si è speso personalmente nella partita Telecom e ha sinora collezionato una figura peggiore dell'altra. In autunno il ''piano Rovati'' ha portato alle dimissioni del suo consigliere economico personale, alla crisi frontale con Tronchetti Provera e alla prima figuraccia del premier.

    Nelle scorse settimane, Prodi e il suo sodale Bazoli hanno ritentato di rocostruire la loro privatissima ''Iri dell'Ulivo'' e hanno provato a mettere insieme il pool di banche che doveva rilevare Telecom, proposta arcaica, ottocentesca, ma gravida di ricadute sul piano politico, perché la Telecom sarebbe stata vittima di tutti i più bassi e speculativi contraccolpi degli intrecci tra finanza e politica. Ora, Tronchetti spiazza tutti e avvia la trattativa con gli americani e Prodi e i suoi minsitri non riescono a nascondere la sorpresa e l'imbarazzo. Evidentemente non riescono a entrare in sintonia con un mondo che si basa sulle regole del mercato, e già studiano nuove manovre protezioniste dando al paese e al mondo degli afari una scialba immagine di burosauri.

 

 
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