eh va beh. mettiamoli che waltera si è perso..![]()



eh va beh. mettiamoli che waltera si è perso..![]()
"extraterrestre.. portami via.. voglio una stella che sia tutta mia.. extraterrestre.. vienimi a cercare.. voglio un pianeta su cui ricominciare"
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grazie a tutti..


ecco ho pure sbagliato. ho fatto il sondaggio pubblico. :gluglu:
"extraterrestre.. portami via.. voglio una stella che sia tutta mia.. extraterrestre.. vienimi a cercare.. voglio un pianeta su cui ricominciare"
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grazie a tutti..


va beh. non votiamo allora. chi se ne fotte..![]()
"extraterrestre.. portami via.. voglio una stella che sia tutta mia.. extraterrestre.. vienimi a cercare.. voglio un pianeta su cui ricominciare"
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grazie a tutti..


Akabara
Stanno arrivando
Sento le urla
Ma non ha importanza
Ho ottemperato al mio voto
Ed accolgo volentieri la fine
Antefatto
Sono nato libero in un mondo di schiavi. I miei genitori appartengono all’ordine della trasmissione della lampada, uomini liberi che hanno mantenuta accesa la fiamma in questa era di tenebra.
Sono stato addestrato sin da bambino, in me c’è la forza di generazioni di adepti che mi hanno forgiato, sono un guerriero, sono la spada, sono il filo della spada.
Un tempo eravamo liberi e gli uomini e donne di questo immenso mondo cercarono la conoscenza l’arte e le lettere…..poi venne il signore del mondo….e con lui la notte ed il buio.
Il suo nome è Avidya, il suo volto è oscuro, il suo regno tenebra il suo verbo ignoranza.
Lui parla alle menti degli uomini e loro si perdono in lui perdendosi ….non sentono più la vita….non più l’amore …non più se stessi….camminano con gli occhi spenti obbedienti ai suoi comandi insensibili ad ogni emozione, nascono e muoiono…..uno uguale all’altro, un unico immenso gregge obbediente.
Il re del mondo ha in se il più grande crudele potere che sia mai stato concepito, il controllo della mente……è il mago oscuro dell’umanità, un demone, la vera morte.
Egli ascolta e percepisce il mare delle menti umane e le domina a piacimento….è impensabile non obbedirgli
Si è fatto costruire un altissima torre bianca come avorio, gli uomini non osano neanche alzarvi lo sguardo….non ha guardie….il mondo intero è di guardia alle sue porte.
Si nutre dell’umanità intera come un immondo parassita….si narra che non può morire…..domina il mondo ormai da millenni.
Io sono stato scelto dagli uomini liberi per ucciderlo.
Io sono la spada, sono la morte.
Uccidere il re del mondo si dice che sia impossibile, egli dall’alto della sua torre percepisce ogni pensiero, ogni emozione…quindi non devo avere né mente né pensieri né emozioni.
Per questo noi siamo gli uomini liberi, lo siamo perché la nostra mente è libera e non ascolta i suoi comandi.
Io sono stato scelto per ucciderlo, non ascolterò null’altro.
Io sono la morte
Sto entrando nella torre, gli occhi bassi, la spada sotto il mantello, la mente vuota…ad ogni passo l’oscurità è più fitta, sono entrato nel cuore del potere nero, sono veramente solo….ogni flebile legame con la mia gente è reciso….e lui avverte la mia presenza!
Lo sento nella pressione alle porte della mia mente…lo vedo nelle orbite vuote dei suoi schiavi nelle teste che si girano verso di me.
Mi avvento sulle scale….getto il mantello ed alzo la spada…e lui ordina a tutta la corte di tagliarmi la via.
Tra me e lui uomini donne e bambini….la mia lama taglia come il vento…chiudo il mio cuore al dolore….mi si aggrappano addosso…taglio mani e braccia…ci sarà tempo per la compassione ed il pianto….eppure insieme a loro muore qualcosa in me.
Le scale sono un fiume di sangue…entro nei suoi saloni….sbarro le porte dietro di me….siamo vicini lo sento.
Lo vedo…il suo potere mentale è un urlo….gli mostro la punta della spada e la mia maschera i ghiaccio….in un lampo sono attaccato da promesse di eternità da confusione e paura….non offro scudo alle emozioni…alzo la spada….in un ultimo rabbioso urlo di odio mi mostra la sua vendetta ed il suo estremo disprezzo….la sua aurea nera che abbandona il corpo oscura per un attimo ogni luce.
La fine di ogni cosa
Sono ferito, in cima a questa torre vuota, al centro di un mondo torturato io ho ottemperato al mio voto.
Il re del mondo nell’ultimi istanti di vita ha gettato sulla terra il suo estremo inganno….su tutte le menti ottenebrate e che ora aprono gli occhi alla vita ha generato un falso ricordo…..
Egli era il Profeta, il Maestro, il benefattore dell’umanità…ed io il demone che ha osato ucciderlo.
Salgono le scale pieni di dolore e di rabbia…..mi uccideranno con le unghie e i denti
Stanno sfondando le porte…il mio nome sarà maledetto per l’eternità.
Entrano …sono qui…
Il mio ultimo pensiero è amore.
Nota dell’ordine della trasmissione della Lampada:
Il nobile distruttore dei demoni viene ricordato in eterno con il nome di Akabara che vuol dire “colui che continuamente ritorna a soccorrere il mondo.”
"extraterrestre.. portami via.. voglio una stella che sia tutta mia.. extraterrestre.. vienimi a cercare.. voglio un pianeta su cui ricominciare"
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grazie a tutti..


La ricerca della libertà
La notte era ormai giunta al termine e all’orizzonte si profilavano le prime luci dell’alba.
Ben e Kate dormivano ancora profondamente dopo la lunga notte di sesso appena trascorsa. L’uomo era riverso su un lato in posizione fetale mentre la donna era completamente distesa a pancia in giù. Non mancava molto all’ora in cui il padrone del motel avrebbe bussato alla loro porta per invitarli a lasciare libera la stanza. Ma pochi minuti prima che ciò avvenisse Ben aprì gli occhi, si alzò dal letto, prese le sue cose e uscì dalla stanza cercando di non fare rumore. Non voleva svegliare Kate.Se l’avesse fatto avrebbe dovuto guardarla negli occhi e spiegarle che quel loro rapporto durato sei mesi era giunto al termine e che ciò che era successo la notte precedente non significava nulla per lui se non del semplice piacere fisico. E Ben sapeva che Kate non sarebbe rimasta zitta a guardarlo impassibile mentre metteva fine alla loro relazione, avrebbe sicuramente controbattuto a quelle parole, avrebbe pianto, si sarebbe arrabbiata. Certo probabilmente appena si fosse svegliata e avesse capito cos’era capitato avrebbe avuto in ogni caso le stesse reazioni ma in quel caso Jack non sarebbe stato presente e non avrebbe dovuto assistere a quello spettacolo indecoroso e a cui aveva preso parte più volte nella sua vita. Per lui l’importante era sparire il prima possibile.
Uscì dalla stanza, si avvicinò a quello che la scorsa notte si era presentato come il proprietario del motel e si avvicino per pagare l’affitto della stanza. Non gli sembrava carino lasciare che a pagare fosse Kate, soprattutto non dopo aver scoperto di essere stata lasciata senza neanche una parola dall’uomo che fino al giorno prima le aveva promesso mari e monti. Per cui pagò tutto il dovuto e abbandonò il motel a bordo della sua Alfa romeo 159 nuova di zecca. Tirò fuori dalla tasca il cellulare e compose il numero del servizio di radiotaxi.
<< Si salve, mi servirebbe che tra mezzora mandasse un taxi presso il Motel “Sun & Moon” sulla 495, kilometro 68 >> - detto questo Jack chiuse la conversazione e ripose il telefono nella tasca del suo lungo capotto.
Tornò a concentrarsi solo sulla guida. Mancavano ancora 30 Km a New York ma aveva tutto il tempo per arrivare puntuale in ufficio. Guardò l’ora e vide che l’orologio segnava le 6 A.M. Si era sarebbe arrivato con netto anticipo. Era giunto all’altezza dove la 495 si incontrava con la a”Northern state Pkwy” quando il suo cellulare prese a squillare da dentro la tasca del suo capotto.
Tolse un attimo gli occhi dalla strada per guardare chi lo stava chiamando. Era Kelly. Che cosa scontata. Doveva essersi svegliata pochi minuti prima. Non era certo andato via di soppiatto per poi sentirla piangere e lamentarsi al telefono. Pertanto non rispose . Dopo un centinaio di metri, girò a destra in quella che gli pareva si chiamasse “Shelter Rock road” o qualcosa del genere. Prosegui ancora per un breve tratto e girò in una strada più piccola dove accostò. Prese nuovamente in mano il cellulare, lo spense, lo aprì e ne estrasse la sim card. La spezzo e la butto fuori dal finestrino. Certo girare al giorno d’oggi con un cellulare con carta ricaribile aveva le sue scomodità. Sempre a dover controllare il traffico telefonico residuo e sempre a doversi fermare a comprare una ricarica telefonica. Però alle scomodità facevano eco anche alcune comodità. Ad esempio poteva liberarsi della sim una volta che non gli servisse più senza dover disdire alcun contratto e quindi senza stare dietro a noiosissimi cavilli burocratici. E per lui, che molto spesso nella propria vita aveva dovuto mollare tutto all’improvviso e scomparire, questa era senz’altro una cosa positiva. Rimise in moto la macchina e tornò sulla strada principale. Da lì torno sulla 495 e nel giro di venti minuti giunse in città. Prese il terzo svincolo a a destra giungendo così in Junction Boulevard. Dopo alcune decine di metri parcheggiò sulla destra e smontò dal veicolo. Entrò dentro un ufficio postale poco più avanti dove aiutò un ragazzo in sedia rotelle ad entrare, dopodiché si diresse verso il primo sportello libero:
<< Dovrei spedire questa lettera >> - domandò all’impiegato dinnanzi a lui che la raccolse e la fece finire dentro una grossa scatola.
<< Sono 70 cent>> - rispose il suo interlocutore.
Jack pagò la somma richiestali e ritornò in macchina. Mentre era in marcia diretto in ufficio iniziò a piovere intensamente. Questo gli fece venire in mente il giorno in cui aveva conosciuto Kate. Si erano accidentalmente ritrovati ambedue senza ombrello nel mezzo di Central Park durante il primo giorno di autunno e lui vedendola tutta scombinata per la pioggia gli aveva lasciato la sua giacca per coprirsi la testa. Quando lei era tornata a casa, aveva trovato il biglietto da visita di Jack dentro una tasca della sua giacca e l’aveva richiamato per restituirli il suo capo. Così inizio la loro relazione. Ma ora faceva parte del passato, come tutte le altre sue relazioni, a partire dalla prima avuta con Karen. Abbandonò questi ricordi quasi strappandoli via dalla propria mente e ripromettendosi di non pensarci mai più. Giunto a metà della Gran Avenue parcheggiò dietro una Ferrari che doveva avere almeno una decina di anni dato lo stato in cui era. La vernice era ormai opaca e la carrozzeria era ammaccata in più punti. “Un vero peccato” pensò Jack. Uscì dalla sua vettura e si diresse verso la Chiesa Luterana dietro l’angolo. Per quel giorno non aveva preparato alcun discorso ma non se ne fece un cruccio. Tanto quello sarebbe stato il suo ultimo giorno da prete. Si era stufato di dover apparire sempre così morale agli occhi dei fedeli e raccontare frottole sulla fratellanza, sull’amore di Dio, e via dicendo. Entrato dentro la struttura si diresse verso il retro dove aveva l’ufficio. Aprì la porta, entrò nella stanza e prese un pezzo di carta dalla sua agenda. Recuperò una penna da dentro un cassetto della scrivania e scrisse:
“ Caro Luc, è giunto per me il momento di andare altrove. Ti auguro una vita felice”.
Ripose il pezzo di carta e la penna sulla scrivania posizionandoli in maniera da essere ben visibili. Dopo di che da dentro la libreria alle sue spalle raccolse l’unica cosa che si portava appresso ogni volta: una prima edizione del “dictionnaire Philosophique” di François-Marie Arouet. Soffiò sul libro sul quale nel tempo si era depositata un po’ di polvere e lo aprì. Lesse brevemente qualche passaggio nelle prime pagine iniziali e lo richiuse. Adesso poteva partire. Uscì per l’ultima volta da quella chiesa che per un anno era stata la sua casa e montò in macchina. Accese il motore della sua 159, diede un occhiata alla cartina che aveva sotto il sedile della macchina e partì. In meno di quaranta minuti attraversò tutta New York e si ritrovò all’ingresso della 280. Guardò un ultima volta New York svanire nello specchietto della sua auto e partì alla volta della sua prossima destinazione.
Tre giorni dopo a Londra un ragazzo di 15 anni riceveva una lettera da suo padre. Quando l’aprì e la lesse una lacrima gli rigò il volto:
“Ciao Ronald,
qua sulla petroliera si lavora tanto e ho pochi momenti liberi. Per cui mi dispiace non riuscire a inviarti più di una lettera ogni tre mesi ma volevo dirti che ti voglio bene. Oggi è stata una di quelle giornate dure che mi capitano almeno una volta ogni anno e sono parecchio stanco ma quando penso a te ritrovo la forza per reagire a tutte le difficoltà che incontro. Ho qui accanto a me quel vecchio libro che ti piaceva tanto, lo tengo sempre con me. E come ogni volta che ti scrivo anche questa volta ti trascrivo una frase che mi ha colpito mentre lo leggevo:
“Un uomo è libero nel momento in cui desidera esserlo.”
Ti voglio bene,
Tuo padre jack.”
"extraterrestre.. portami via.. voglio una stella che sia tutta mia.. extraterrestre.. vienimi a cercare.. voglio un pianeta su cui ricominciare"
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grazie a tutti..


Il giuramento
Me lo avessero detto 20 anni fa, non ci avrei mai creduto. Mai. Invece sono qui. Prima fila. E le telecamere del mondo puntate su di noi.
Roba da matti.
Mi dico: sorridi Marce. 6 miliardi di persone ti osservano, e 60 milioni con occhio ancora più curioso. E ci credo, un italiano proprio lì non c’era mai stato, lo guarderei anch’io, anche solo per curiosità.
E poi mica un italo-americano. Nonono. Un italiano vero e proprio. Nato e cresciuto nella penisola, che vive negli Usa da pochi anni, al seguito della moglie.
Ah, ma io gliel’ho detto ad Elena (si chiama Helen, lo sapete anche voi, ma io la chiamo in italiano): finisci il periodo del tuo nuovo impiego e poi si torna a vivere in Italia, qui non ci si sta un minuto di più. 4 anni, massimo 8 te li concedo, ma poi si prende il primo volo. Voglio tornare in una città dove il centro storico è vecchio di minimo 10 secoli, voglio tornare dove il caffè è tale, voglio tornare a cercare i funghi sull’appennino.
Che freddo, cavolo. Si gela; e poi ci toccherà fare quel viale a piedi, ed i bambini che già ora sono stanchi morti non ce la faranno mai a farla tutta. Elena su questo è stata inflessibile: “Devono farlo, punto e basta”. Ma chissene… , se la piccola me lo chiede la prendo in braccio. Anzi, me la carico sulle spalle, così si diverte. E mica posso seguire tutta ‘sta pantomima fino in fondo, eh!
I giornali scrivano quel che gli pare. D’altro canto, lo hanno già fatto. Mi hanno battezzato con numerosi nomignoli. Meglio che non ci pensi, altrimenti mi giro e scappo.
Non farei molta strada. Mi tiene la mano così stretta che ho le dita paonazze.
Elena è bellissima. Non che non lo fosse anche nei trascorsi 20 anni di vita insieme, però l’avevano ‘apparecchiata’ bene. Il sorriso non è come quello del giorno del matrimonio – quello non me lo scorderò mai, mi sembra appena ieri - ma è comunque bello, solare. Non si nota neanche che è forzato – perché io la conosco, è un sorriso forzato, inutile che tentiate di convincermi del contrario-. Lei davanti alle telecamere ci sa stare. Io proprio no.
Mi ricordo ancora quando la conobbi, una turista americana in giro per una città dell’Italia, spaesata e persa.
Mi scusi, cerco l’Hotel taldetali.
Massì, lo conosco, venga, è vicino all’agenzia di viaggi dove lavoro, ecco siamo già arrivati.
Grazie, grazie! Certo, lei lo parla bene l’inglese.
Beh, quando si lavora in un’agenzia di viaggi… vuole prenotare un tour? Un museo?
Un museo volentieri, ma solo se mi fa da guida.
Ok, io sono Marcello.
Io mi chiamo Helen, piacere. Dove mi porti?
A vedere la Madonna col bambino di Martino da Capraia, pittore del quattrocento. E’ straordinario, io lo adoro.
Nel museo passa mezz’ora estasiata davanti al quadro. E già lì guadagno un migliaio di punti.
Gli racconto puntigliosamente la vita del pittore – uno che passava più tempo con in mano la spada che il pennello, ma che quando dipingeva, ah, se dipingeva - ed aumento il punteggio.
La sera la porto in un localino in collina, totalmente fuori dal giro turistico -l'ultimo americano l'hanno visto nel '44- e dove la proprietaria prepara personalmente le tagliatelle. Un viaggio mistico già al primo boccone. Altre migliaia di punti.
Poi la chiamo Elena, ed a quel punto mi crolla praticamente tra le braccia. Due mesi dopo torna in Italia per vivere con me.
Il resto è stato sviscerato da tutti i giornali, da parecchi mesi. Matrimonio, figli, lei che impara l’italiano, entra a lavorare all’ambasciata Usa grazie ai master che aveva conseguito nel suo paese, e tutto il seguito di fan che aumenta grazie al suo blog.
Fissa su internet a portare avanti la sua causa.
Finchè un giorno non mi spiattella il suo progetto. Ed a quel punto che avreste fatto voi? Lasciarla andare da sola? Andiamo. La cosa gli falliva subito, ci volevo anch’io.
Così mi toccò dirgli “ok, facciamo ‘sta cosa.”.
Prende bagagli, figli e sottoscritto, ci sbatte sul primo volo e ci trascina negli Usa per quest’avventura.
Ho cercato di starne fuori più che potevo. Mi trovo un lavoretto per conto mio e sto molto tempo con i bambini. Poi mia suocera è adorabile, riesce a fare tutto: aiutare la figlia nel suo progetto, accudire i nipoti, lavorare.
In cucina meglio se ci sto io, però.
Il bello è che tutto quest’affare – come avrete ormai intuito - non è che all’inizio. Ora arriva il difficile.
Non è tanto l’idea di andare a vivere in quel porto di mare. Neanche di trovarsi in mezzo a così tante guardie del corpo – ho provato a rifiutarle, ma non mi hanno neanche considerato-.
No, a quello ci farò l’abitudine.
E’ alle telecamere che non mi abituerò. No, io di farmi riprendere, proprio …
Ricordo i giornalisti alla prima conferenza stampa: “Marcello! Marcello, look here”, tutti a fare il verso alla Egberg.
Ogni giorno telefonano che vogliono un’intervista. 9 chiamate su 10 da giornali e tv italiane. Ma andate in …
E poi dovrò pure incontrare certi personaggi pubblici. Si, pure quello! E vabbè, sorriderò e gli stringerò la mano, che devo fare? Tirargli il modellino della statua della libertà? Ha già detto che non vede l’ora di conoscermi, e quando l’ho letto sul giornale ho avuto un attacco di panico. Dovrò stare attento a quel che dico o faccio. Io di gaffe non voglio farne, nella maniera più assoluta. Morirei dall’imbarazzo.
Ma roba da matti.
Ecco, Elena si alza. Ok, ho studiato il protocollo fino alla noia. Devo avvicinarmi e stare al suo fianco. E' facile, non mi molla la mano un attimo, praticamente mi trascina.
Lei alza la manina per il giuramento.
Ed ho proprio l’impressione che si siano più telecamere puntate su di me che su di lei.
Ma no, è una falsa idea, mi sto già montando la testa. Stai calmo, Marce, è solo gloria riflessa.
E’ lei che inquadrano, è lei la star, è lei l’attrazione principale, l’evento del secolo.
La prima donna presidente degli Stati Uniti d’America.
Io sono solo il marito. Quindi non sono nessuno. Per fortuna.
…
O no?
"extraterrestre.. portami via.. voglio una stella che sia tutta mia.. extraterrestre.. vienimi a cercare.. voglio un pianeta su cui ricominciare"
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grazie a tutti..


Lunedì
Vi ho mai detto che odio il Lunedì?
Dai, diciamolo apertamente, è un giorno di merda.
Anche quando mi sveglio alle 5 di pomeriggio parto già incazzata.
Perché?
Perché so che dopo un weekend stirazzato fra L-Word visto dalla prospettiva divanesca, una capatina di rappresentanza per un drink notturno al PonyTail con relativa scopata dell’ennesima troia di turno e una chiacchierata al telefono con mia madre fingendo di essere etero, mi aspetta una giornata di lavoro pesante.
Non sento Serena da una settimana quasi, l’ultima volta l’ho chiamata venerdì scorso prima di uscire dall’‘’ufficio’’.
Non è stata una conversazione piacevole per me.
Per lei molto meno, in ogni caso tre anni buttati al cesso.
Entro nell’atrio con il solito passo scocciato da Lunedì classico, Roberto sa che sono di pessimo umore e in quanto portinaio istruito, al massimo mi concede un cenno del capo.
Personalmente me ne fotto e dopo due rampe di scale e un portoncino d’ingresso di lucido legno scuro, mi chiudo alle spalle la porta dell’ufficio che la ‘’Snow Investigazioni’’ ha riservato a me e Nitro.
‘’La neve è silenziosa e pericolosa, non è così?’’ Mi ha detto il capo cercando di colpirmi, al nostro primo colloquio.
Bertoli, che uomo del cazzo; Per soldi venderebbe anche sua moglie ed è esterofilo fino all’idiozia tanto che i nostri nomi li ha scelti lui.
Ah, non fatevi illusioni, il mio collega si chiama Maurizio e ha una manciata di anni più di me.
Ma un investigatore privato che si chiama Nitro fa più effetto di un investigatore privato che si chiama Maurizio e a priori più effetto di un investigatore privato di sesso femminile che si chiama Lorena.
Mi salva il disgustoso suono internazionale del nome che Bert mi ha risevato, Midnight.
Maurizio è già dentro, seduto alla scrivania con dei documenti in mano e con quella fottuta mania di dondolarsi sulla sedia quando si mette a riordinare le idee.
Quel suono scricchiolante (come lui ben sa) a differenza del resto mi da fastidio tutti i giorni della settimana, festivi compresi.
Ma gli occorre solo qualche attimo per mettere a tacere quel suo tic, sbuffa e mentre mi avvicino alla sua scrivania tirata a lucido allunga il malloppo verso di me.
Trattenute in una carpetta di pietoso cartoncino color vomito ci sono diverse fotocopie, una fotografia o due marcate con una lettera P, delle ricevute commerciali sbiadite e qualche altro documento dall’aria deliziosamente riservata.
Scartabello tranquillamente, sedendomi con calma sulla scrivania di Matt e ignorando la mia, abitudine.
<<Allora, così a occhio e croce stavolta direi non si tratta del solito caso di marito pluricornuto o di figlio tossico, mh?>> Fra tutte, mentre attendo la risposta mi metto a osservare una delle ricevute.
<<No.>> Risponde lui. E non è un buon segno quando non ironizza, quando non è prolisso, quando non mi rompe le palle perché ho osato appoggiare le chiappe sulla sua scrivania del cazzo. <<Almeno a questo giro non lavoriamo per la polizia.>> Aggiunge. E allora capisco tutto. Sospiro e lo guardo. Anzi, ci guardiamo.
Fra di noi c’è l’intesa che scatta dopo 10 anni di lavoro insieme, di cui i primi 2 spesi a litigare fra di noi.
No, niente di buono.
Quando si ammazza gente per soldi in due si impara a respirare all’unisono.
In questi casi il protocollo di Bert è chiaro: Ci si vede in ufficio,studiamo le istruzioni, mettiamo le rispettive auto nel garage privato dell’agenzia e prendiamo l’auto di servizio.
<<Foto ravvicinata… Carnagione chiara la nostra bionda sbarazzina>> Inizio mentre scendiamo verso il garage al piano interrato, ripensando all’obiettivo. <<Non hai scoperto niente della tizia oltre le poche cose che sappiamo?>> Non posso certo nascondere il giramento di palle, ci sono casi in cui non sappiamo un capello in più di quanto serva necessariamente e mi da noia perché vorrei fare in modo di essere il più tranquilla possibile.
Insabbiare una seccatura con le forze dell’ordine costa fin troppi soldi.
<<No, e non per scrupolo ma me no ne so è meglio è, per entrambi. Lo sai.>> Tono morbido e paziente, lo detesto quando fa così, ma la sua indulgenza è la mia fortuna.
Nitro apre il box e chiudiamo la serranda alle nostre spalle, ci piace partire leggeri quindi si limita a sistemare un fucile Smith & Wesson 1012 e la relativa attrezzatura in una grande valigia grigio scuro.
Io prendo dall’armadietto la mia adorata 1911, comoda ma potente.
In inverno la fondina ascellare è ben occultata dalle giacche imbottite, fa un freddo cane e ora che sono le 7 di sera è già buio, il tempo di sistemare tutto e di montare sulla Captiva nera dai vetri oscurati, e si parte.
Adoro questa macchina, grossa e comoda, vetri scuri, tatticamente sporca di fango per non dare troppo nell’occhio.
Ci lasciamo tutto alle spalle e ci spostiamo serenamente, come due piccioncini intenti ad andare a trovare dei parenti per qualche giorno.
Guido io e parcheggio tranquillamente dopo aver percorso una trentina di chilometri secondo le istruzioni di Nitro.
Le vie cittadine hanno lasciato spazio a una provincia in crescita, ma ancora priva del caos maniacale che tanto mi sta sui coglioni.
Non diamo particolarmente nell’occhio, la giusta quantità di via vai ci accompagna fino a che non parcheggio nell’ampio cortile ombroso di una casa in cui i lavori di ristrutturazione sono quasi ultimati.
C’è puzza di calce, piscio e pittura.
Guardandomi attorno non riesco a fare a meno di chiedermi quanto abbia sborsato Bert per avere questo posto ora, disponibile per poco più di un paio d’ore.
Nitro si guarda scrupolosamente più attorno di me poi mi fa cenno di spostarmi dalla grande finestra socchiusa che dà verso la strada.
E’ un fottuto maniaco dell’ordine ma ormai ci sono abituata, rimango ad osservarlo mentre apre la valigia e sistema con precisione millimetrica il supporto modificato da lui, fucile, silenziatore, munizioni.
E’ nato per questo lavoro almeno quanto me, ma c’è qualcosa in lui di selvatico e di crudo che io nego di possedere perché così mi fa comodo, perché in fondo mi spaventa.
Eppure lo ammiro, mi siedo sull’unica sedia disponibile, un metro più indietro e mi metto a guardare fuori dalla finestra con il mio binocolo compatto.
Tutto regolare, dal primo piano della villetta a tre livelli è tutto buio ma sereno, e i lampioni fanno il loro dovere.
Dimenticatevi dell’ora x, la stronza viene a casa quando vuole, anzi, nello specifico è in ritardo di 20 minuti sulla scaletta di marcia.
Si fa attendere ma non manca di fare la sua comparsa alle 206 precise.
Nella sua Fiat 600 rossa fiammante dagli interni chiari si intravvede movimento, sono in due a bordo e non era previsto.
Io e Nitro ci guardiamo, lui ha le palle più girate che mai e tace, me ne accorgo dalla linea della mascella che si contrae ogni tre secondi: Cazzi amari.
La stronza esce dalla macchina con una risata idiota, e sorpresa sorpresa dalla parte del passeggero esce Sabrina, che zompetta attorno alla vettura e raggiunge Lady P coprendo i loro volti con i sui lisci capelli castani.
Ha raggiunto me decine di volte allo stesso modo, con quella fretta e quel sorriso come se non potesse fare altro che incollarsi a te il prima possibile.
Non me ne accorgo e di colpo mi trovo il suo sapore in bocca, senza preavviso.
Come se stesse baciando me, come se fossi china fra le sue gambe a sentirla mugolare.
L’ultima cosa che ricordo nettamente è un tintinnio di chiavi in lontananza, il fatto che non me ne frega un cazzo dei perché e dei percome e uno sparo rapido e asfissiato.
Ne ho sentito solo uno perché io e Nitro abbiamo sparato insieme, all’unisono e entrambi avevamo armi dotate di silenziatore.
Lui a Lady P e io a Sabrina.
Lui alla testolina bionda dai capelli chiari e io alla fontana color nocciola.
Dopo?
Solo un senso di vuoto, e fastidio e rabbia.
Assenza.
Sono passati tre giorni e i telegiornali non ne parlano più per dare rilievo alle ultime scopate del politico di turno.
Bert si è incazzato, ma non più di tanto perché in fin dei conti gli faccio più comodo di quanto sia disposto ad ammettere.
Nitro non mi rivolge parola, a lui serve tempo.
IO?
Io mi sono guardata allo specchio oggi, è giovedì.
Ho la faccia devastata dal pianto e dal Rum.
I miei capelli rosso sangue sono impataccati e sporchi, non è da me.
Ma non ho voglia di uscire, non ho voglia di andare al PonyTail e nemmeno di chiamare mia madre.
Voglio stare da sola e cercare di cancellarmi dalla testa l’immagine di quelle due, morte eppure unite, vicine seppur scomposte.
Al buio il sangue sembra nero pece.
Lo sparo, lo sparo, lo sparo , lo sparo.
Il Lunedì è il giorno che odio di più, ve l’ho mai detto?
"extraterrestre.. portami via.. voglio una stella che sia tutta mia.. extraterrestre.. vienimi a cercare.. voglio un pianeta su cui ricominciare"
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grazie a tutti..


Vita tranquilla a Kebab Town
Ore 9.00
"Dove cazzo sono i miei occhiali?" si chiese a voce alta Jàn, così chiamato dagli amici, tra se e se. "Dopo la nottata di ieri li ho visti volare da una finestra..."
"Che cazzo ci fai nel mio letto, tu?"
"Volevo dormire con te"
"Sei scemo?"
"No, è che ho dato il mio letto a Fra, è tornato a casa con una perù"
“E perché mi stai abbracciando?”
“Non so. Forse stavo sognando una bionda..”
"Ma porc.. ma davvero erano i miei occhiali?"
"Si".
Si alzò dal letto e si diresse in bagno a tentoni. Cercò di intravedersi in uno specchio malconcio e quando arrivò alla tazza lanciò un urlo "Ehi Mark! Chi cazzo ha vomitato qua dentro?" "Loris! Ci ha passato tutta la nottata, poraccio!". Mark e Fra erano i suoi coinquilini ormai da una vita. Mark era filippino, ma era alto uno e ottanta. Faceva il cameriere in un pub del centro e sbarcava il lunario trattando e rivendendo roba rubata. Fra vendeva droga nelle discoteche. Scese dopo essersi messo le lenti e dato una rinfrescata. Prese lo scooter. Il centro era particolarmente trafficato quella mattina. Diede una scorsa veloce al cellulare.
2 chiamate perse. Aziz.
Aziz era il fratello senegalese che stava in Via Garibaldi, pieno centro. Scendeva e andava a vendere per strada cappellini e cinture di dolce e gabbana ai marmocchi. "Non ho soldi..", pensò lui, dirigendosi verso Aziz, dove conosceva ormai tutti. Il centro era impensabile. Decise di passare dalle stradine pedonali e farla breve. Doveva correre da Aziz e da Modu per prendere un paio di scarpe e doveva farlo pure di corsa. "Ehi, Jàn!", si salutarono dandosi la mano. " che t'è successo?". "Sono arrivato stamattina da Napoli è ho saputo che è stato fermato Modu ieri in macchina, e c'erano pure Sidi e Vane.." "Porca troia!" "Sidi aveva una bustina di riso solo per lui e gli è andata bene, non hanno potuto trattenerlo.. Modu era mezzo partito dopo una serata a bere.. Vane è già tornata. E' su se la vuoi vedere..." "Faccio un salto!". Aziz diede il pacco a Jàn. Poi si abbracciarono e si diedero una pacca sulla schiena. Jàn salì. La porta era aperta, come al solito. Vane era in camera, a parlare ai suoi amici, cercando di trovare un modo per far uscire Modu di prigione. Appena lo vide lo abbracciò forte. "Come cazzo è successo?" "Non lo so". Aveva le lacrime agli occhi. "Vieni, andiamo al solito!". Prese lo scooter e in un lampo si trovarono in Piazza Vittorio, al solito bar. "Sono preoccupata per Modu", continuava a ripetere Vane, davanti alla sua tazza di cappuccino. Ci andavano ormai da anni in quel bar, ovvero dai tempi della scuola. "Se ha i documenti in regola non ci vorrà molto, al limite gli levano la patente" "Si ma non li aveva dietro!", iniziò ad agitarsi lei. "Che ora è?" chiese lui buttando giù il cornetto e bofonchiando pezzetti di crosta dappertutto. "Le 10 e mezzo". "Oh porca troia! Devo scappare! Ho un colloquio tra poco", le salutò baciandola e scappò di corsa lasciando 5 euro al bancone. "Il casco...", tornò indietro e corse di nuovo in piazza a prendere il vecchio scooter tutto scassato.
"Salve, sono venuto per il colloquio". La guardia lo squadrò. Poi chiamò l'ufficio "C'è un barbone che vuole fare un colloquio" "Testa di cazzo..." sibilò Jàn guardandolo. La guardia rise "Si? Ah. te lo mando..." smise di parlare al ricevitore di plastica e rivolgendosi all'Angus Young ritratto nella sua maglietta disse "Primo piano, coglione!". Non avesse parlato ad Angus ma a Jàn, lui si sarebbe sicuramente incazzato.. ma non aveva nemmeno tempo da perdere, pensò lui.
Il colloquio durò all'incirca 2 minuti. Il principale dell'ufficio spedizioni lo squadrò dalla testa ai piedi. Dalle scarpe da ginnastica fino ad arrivare alla cesta arricciata di capelli in testa. "Siamo già a posto, ci dispiace", mostrando un sorriso plastificato ed evitando accuratamente di dargli pure la mano.
"Cazzo vogliono per un posto da magazziniere? Uno vestito da James Bond??".
"Ma infatti... gira un po' sta cartina.."
"Che poi manco avessi avuto le zecche. Questo pantalone è un pantalone normale..."
"Filtro?"
"Ecco.. Ma io dico ma cosa pretendono? Che mi metta in ghingheri e… Ma mi stai ascoltando? Fraa??"
"Uh? Si, si"
"Ma vaffanculo!", si accese la sigaretta a metà usata per girare la roba e si sedette in cucina. Dopotutto si voleva solo sistemare. Fare un lavoro onesto. Magari guadagnare di meno.. ma senza rischiare..
Troppa luce... Chiuse una persiana da una delle tante finestre che davano sul ballatoio. Da fuori, le luci si stagliavano in fila per tutta la casa. La fila del ballatoio era immensa. Sembrava una casa fin troppo illuminata, a volte. Fra la chiamava “l’acquario”.
La tv non c'era. Il vecchio frigo rosso era l'unica attrattiva per via di tutti i post-it e magnetini appiccicatici sopra, e il quadro di Wharol era quasi l'unica cosa presente nella casa. La cucina povera e l'ampio spazio davano luogo a partite di calcetto o squash contro il muro, così come a stare sdraiati sul tappeto e guardare il soffitto. Specie se ubriachi o con l'aroma di marijuana di Fra sparso per la casa.
2 messaggi. Vane. "Forse esce domani. Ho sentito qualche amico..". "Bene", sorrise lui.
Altro messaggio. Mark. "Vieni al negozio di mà!".
Che cazzo di giornata. Doveva passare ancora in facoltà ed erano già le dodici e mezzo..
Il “negozio di mà” dava sul lungo Po ed era un gioiellino. C'erano alcolici, roba da mangiare, e se avevi voglia andavi pure su internet. A gratis. Tanto era la mamma di Mark.. Alle volte Jàn le passava un venti euro per rimediare, anche se l'amico gli diceva di non farlo perché quella roba la prendevano a pochissimo.
Davanti al negozio in doppia fila c'era un camion. Era arrivato anche Fra.
"Cos'è?"
"Vuoi un televisore da regalare? Lcd. Lo appendi al muro. Bellissimo.."
"Ne ho già regalati tre quest'anno..e quest’anno è iniziato da due mesi.." disse mettendosi le mani nei capelli. "Ma mi hai chiamato solo per sta stronzata??"
"Arriva fresca fresca di giornata. Amici..". Facendo l’occhiolino come per dire che era un affare irrinunciabile..
"No, grazie. Ho già un amico in cella non voglio finirci pure io!". Montò sullo scooter.
"E una videocamera??" gridò ancora Mark dall'interno del furgone, come per convincerlo. Poi cercò lo sguardo di Fra, che fece spallucce..
Passò in facoltà. Doveva dare dei libri e il paio di scarpe di marca ad un certo Nat, che studiava Scienze della Comunicazione, o qualcosa del genere.. Prese 130 euro e se li mise in tasca. Lo salutò e se ne andò veloce.
Un kebab veloce da Sahmir. Due chiacchiere e una sigaretta ancora più veloce.
Ore 15.00, porca puttana!
Passò da casa in un lampo. Il vecchio frigo anni 70 teneva conservata una torta.
"Chi cazzo sta giocando alla Play?" gridò senza alcun timore sentendo la tv accesa. Quella casa era un puttanaio, dopotutto.
Era Loris, pallido in volto e ancora puzzolente dalla sera prima. "Mi hanno detto che ieri sera hai concluso con l'amica di là" disse sorridendo guardando il cesso.
"Fanculo. Sto vincendo 2 a 1 contro il Brasile. E passami un po' di quella roba che hai in mano"
"Col cazzo, questa è per Ramo!"
"Che fidanzatino modello che sei!", disse ridendo lui senza staccare gli occhi dal televisore.
Ramo era una ragazza rumena, indubbiamente rumena, ma ormai italianizzata fino all'osso.
Loris era un barilotto usato a ridere nelle feste come un giullare. Sempre sbronzo, perdipiù.
Jàn gli diede un pugnetto sulla spalla sorridendo. "Tua mamma!", gridò dal divano lui, sentendo sbattere la porta.
Ore 17.00.
Il brontoscooter non camminava più. Era giunta la sua ora, dopotutto. Lo lasciò in strada e andò a piedi.
Giusto dietro Piazza Carlina c'era Ramo.
1 nuovo messaggio. "Ti aspettiamo al vecchio magazzino alle nove, stronzone!". Doveva essere molto contento, Fra.
Forse stava per regalare un lettore dvd a qualcuno in cambio di un panetto di roba..
"Ramo!". Lei gli sorrise e lo baciò.
"Com'è andato il colloquio?"
"Male, son delle teste di cazzo!"
"Ma ti sei presentato così??"
"Si"
"Ahahaahha. Che cretino!", disse lei dandogli una pacca e un altro bacio.
Arrivarono poco dopo le nove al vecchio magazzino della mamma di Mark. Tutto addobbato a festa. Festeggiarono la nascita del fratellino di Ramo, il piccolo Bogdan. C'erano Vane, Fra, Mark, Loris, più pallido di un cencio. "Non lo fate bere, mi raccomando!" disse Jàn a Fra. "E toglierci il gusto? Io dico che tra mezz'ora lo troviamo steso! Punto 10 euro" "Va beh. tieni. Se tra un'ora è ancora su me ne devi venti!", rise Jàn.
Il piccolo Bog guardava stanco la sua famiglia. O perlomeno, qualcosa che sembrava tale. C'era lo zio ubriacone e tondo mezzo siciliano, la sorellina premurosa, lo zio buono che pensava sempre a tutti, l'amico fattone, l'amico filippino mezzo ladro e così via. Una piccola famigliola multiculturale, che ora sembrava un gruppo di idioti che facevano boccacce senza senso. Si lasciò prendere dal sonno.. Si. Molto meglio che vedere quello spettacolo raccapricciante..i suoi lo portarono a casa.
1 Nuovo messaggio. Sidi aveva fatto una visitina alla guardia dell’azienda con un paio di suoi amici. Forse lo troveranno domattina in un magazzino completamente vuoto, pensò lui. Poi staccò gli occhi dal display e sempre sorridendo incrociò lo sguardo degli amici..
"Che facciamo?"
"Al solito... Torino beach.." disse Jàn con aria sicura.
Ore 01.00
Il Brontoscooter era già stato smontato pezzo pezzo e la sua carcassa buttata a terra chiedeva pietà. “Cazzo se son stati veloci”, si disse tra se e se Jàn sorpreso..
Gli si dette l’estremo saluto e andarono lungo il fiume. Le luci dei ponti e dei locali riflessi nell’acqua erano uno spettacolo imperdibile. Si sedettero lui e Ramo sul bordo, con le gambe penzoloni sull’acqua, poi arrivarono anche gli altri due amici, che avevano portato con la macchina delle sdraio e le avevano posizionate ben bene sull’asfalto. “Torino beach!”, disse festoso Fra mentre apriva la sdraio per Jàn. Erano felici.
Spensierati e senza troppa fretta di pensare alle cose serie della vita. Felici..
Beh. Poco dopo, l’aroma della “sigaretta” girata da Fra li fece divenire ancora più felici e spensierati, dopotutto..
Ore 4.00
“Dove cazzo sono i miei occhiali? E dove cazzo sono io?”
“Non chiederlo a me”, rispose Fra appena svegliato e mezzo nudo in un campo..
“Fraa! La tua roba è proprio una merda”, disse Mark lanciandogli una ciabatta presa nell’erba alta e sistemandosi l’accappatoio, che mostrava un paio di boxer con delle papere sorridenti sopra..
“Un’ennesima giornata del cazzo..” disse Jàn guardando il sole e i grilli che saltellavano da tutte le parti e accendendosi una sigaretta.
“Ma saremo mica a Chivasso?”, chiese Mark a una nuvola appena sopra la sua testa, come a volersi orientare in qualche strano modo.. “Ma mi stai ascoltando??”
“Uh? Si si... Gira un po’ sta cartina..”
“Proprio un’ennesima giornata del cazzo..”.
"extraterrestre.. portami via.. voglio una stella che sia tutta mia.. extraterrestre.. vienimi a cercare.. voglio un pianeta su cui ricominciare"
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grazie a tutti..


La sera e la spada
E’ l’anno domini 948 post Christum natum… e io sono Sifild Morszdorf, una semplice donna. Ho 35 anni e sono avvenentissima, molto alta, i capelli lunghissimi di un colore dorato. Irruenta e passionale, labbra taglienti. E la mia vita è dolore.
Mi trovo in un luogo indefinibile, a me sconosciuto… è scesa una caligine sottile poiché la sera incombe e intorno a me vi è molta umidità…alberi… sembra la radura in mezzo ad una pineta… la luce va affievolendosi pian piano… tutto sembra sfumare nell’indistinto avanti ai miei occhi.
Questa mattina , quando mi levai dopo una notte insonne e infinita, il cuore nella morsa di un presentimento opprimente, sostai a lungo davanti al fuoco acceso nella misera casa dove avevo trovato rifugio con il mio compagno, lontano dalle vie conosciute e dagli assembramenti di folla: noi siamo fuggiaschi e da tempo tentiamo di sottrarci alla furia vendicativa di Moritz Morszdorf, mio marito e signore in questa vita, che ho abbandonato insieme a colui che amo riamata, e che ora condivide la mia sorte raminga, dopo aver abbandonato per me la sua professione nell’avvocatura, ostaggio insieme a me di un fato crudele e senza pietà.
Di fronte al fuoco, mentre il mio compagno di sventura ancora dormiva stremato dalla lunga fuga che stiamo affrontando per avere salvezza della vita, ripensavo dolorosamente al mio passato…. che le guizzanti fiamme delineavano nel camino mentre mi arrossavano le guance e riscaldavano la mia chioma lunghissima disciolta che ondeggiava allorchè attizzavo con il mantice…. io ho 35 anni e mai come in questo momento ho sentito la vita tremare come le onde che s’increspano al soffio del vento sulla marina azzurra della quale tante volte ho goduto.
La pienezza della mia vita è pari alla sua precarietà oggi che il timore della morte spazza via la poca felicità goduta e sofferta.
Nacqui nell’anno 913 presso il Danubio, là dove sorge la città di Linze, anticamente la Lentia romana. La mia vita scorse serena fino al fatidico anno 935, quando scoppiarono rivolte e rivoluzioni nella mia città e la mia casa fu data alle fiamme…e le fiamme del camino mi ricordavano “quelle” fiamme, alte e rovinose, dalle quali mi strapparono due braccia indomite e audaci, le braccia di un uomo che non aveva paura del fuoco e che il fuoco sfidò per salvarmi quando ormai credevo tutto perduto.
Rifugiata tra quelle braccia toccai con la guancia la croce cristiana che quell’uomo portava sul petto: egli si chiamava Moritz Morszdorf ed era all’apparenza un semplice commerciante di pelli, nella realtà un esperto di armi al servizio segreto di potenti notabili locali, astuto e segreto, duro e inflessibile come gli scogli rocciosi inutilmente lambiti dalla onde giocose e biancheggianti. Non avevo più nessuno e così lui mi prese con sé, facendomi sua. Sposandomi poi dopo 3 anni.
Il destino aveva deciso per me: non mi ribellai al suo volere.
Le fiamme del camino questa mattina mi rimandavano ancora immagini, mentre mi scaldavo e lievemente mi assopivo al calore… così ripercorsi i nostri viaggi allorchè lasciammo Linze per Venetia e poi per Ravenna, il luogo fatale che aveva deciso il resto della mia sorte. Io non conoscevo nulla delle azioni di mio marito, misteriose quanto lui, e mai chiedevo dettagli: sapevo solo che era implicato in attività segrete. Non posso dire di essere stata una buona sposa per lui: non c’era amore tra noi…lui mi considerava un suo giusto possesso dovuto al fatto di avere salvato la mia vita e le sue maniere furono sempre brusche e senza delicatezza.
Cionondimeno egli teneva a me, orgoglioso della mia avvenenza e della mia fierezza, che destavano ammirazione e riguardo: la mia altezza, i lineamenti sottili e delicati, la chioma ribelle e arricciata, il candore della pelle suscitavano interesse e attenzione… così come le mie vesti sempre ricche e decorate: eravamo ricchi e il mio splendore era anche e soprattutto il suo, così come la mia gloria. Mi desiderava fortemente, mi desiderò sempre e più ero ammirata e più mi desiderava. Io ero ardente di natura e apprezzavo sensualmente il suo fuoco, corrispondendogli..ma altro nel mio cuore non c’era mai stato. Né a lui interessava.
E fu così che un giorno tagliò la mia via un avvocato, che da mio marito fu consultato per sue faccende. Lui, il mio amato…il solo che avesse mai incendiato il mio animo profondo insieme ai miei sensi… colui che dormiva ancora giacendo sulla pelliccia fulva davanti al fuoco….
La frequentazione, gl’incontri con l’esperto di leggi non dettero risultato solo in relazione alla professione e agli affari del mio sposo, ma legarono in un gioco di sguardi e di rovente vicinanza le nostre vite. C’incontrammo in segreto, prendendo piacere l’uno dell’altra in un crescendo infuocato di possesso reciproco che ci lasciava attoniti e sempre più assetati, mentre un sentimento violento dilagava nel cuore oltre che nei sensi.
Non tardammo a suscitare sospetti… e prima dell’irreparabile dovemmo fuggire… una fuga lunga, interminabile e senza respiro di luogo in luogo, braccati da vicino da chi sapeva come inseguire e dove, e come reperire informazioni.
Nel fuoco ancora questa mattina vedevo l’ansia e l’angosciosa corsa verso una possibile salvezza….la sola speranza poteva ormai essere solo una nave: il mare e a sua immensità tra noi e lui…e una nuova vita lontano, molto lontano…..
Poi ogni cosa è precipitata… mentre lasciavo il fuoco per attendere ad altro io ho visto… l’ho visto…. ascosta dietro la porta sconnessa… un cavaliere domandava qualcosa a qualcuno sulla strada… e l’ho riconosciuto agghiacciata: ci aveva raggiunti anche qui, dove non credevamo…
Ho svegliato il mio amante, ci siamo vestiti frettolosamente… atteso febbrilmente che il cavaliere si allontanasse… poi, raccolte le nostre poche cose, siamo scattati a cavallo allontanandoci al galoppo verso le odorose pinete che molto nascondono agli occhi crudeli di chi non porta ormai che morte nella mente e nelle viscere.
A lungo abbiamo cavalcato, fermandoci solo l’indispensabile per riprendere fiato, guardandoci negli occhi pieni di concitazione e di una confusa speranza… il porto era vicino e con esso una possibile nave sulla quale comprare il posto della salvezza… era ancora giorno, ma presto sarebbe calato il sole e giunto quel buio che attendevamo come il ferito attende il balsamo che lo salvi e sia nepente ai suoi dolori.
Ma la nostra sosta in quella radura è stata la notte caduta anzitempo… la trappola ove il misero animale trova conclusione al suo esistere.
Lui è giunto feroce, cadendo su di noi ansimante come il suo cavallo, furente quale temporale improvviso, luccicante di sdegno e d’ira… grondante onore perduto, sottratto della sua proprietà, un tuono…un violento flagello fattosi uomo….
Uno sguardo atterrito, grida selvagge… il futuro trapassato da parte a parte con una spada affilata.
Guardavo, senza più nulla di me, fuggire la mia stessa vita, il mio sangue, le mie speranze, l’intera mia essenza morta con lui. Nessuna voce mi è parso uscisse dalla mia gola….il NO! premeva dentro come rombante e muta folgore… l’amore interminato che provavo per quell’uomo era puro rovescio dei più intimi e sacri recessi dell’anima mia sparpagliata a brandelli nel vuoto dell’Erebo.
Fu forse muto il mio grido. Ma il mio sembiante parlò per me e fu l’estremo oltraggio. Fui a terra mentre dall’alto di una furia impazzita la spada penetrò nel mio petto, in uno scricchiolio pietoso d’ossa violentate. Non pago, non ancora placato, quell’uomo che un giorno mi salvò spogliò i cadaveri, li scempiò selvaggiamente, appendendoli poi nudi ad un albero. Dove ancora restano..finchè notte non li inghiotta.
Io sono qui..in un non-luogo indefinibile, sospesa sul suolo, avvolta di bruma sottile… non vedo alcuno, nemmeno il mio amato signore così crudamente distrutto… sono ancora qui, lo sguardo senza oggetto… so che devo avviarmi altrove e dove non so.
Fui Sifild Morszdorf: una semplice donna vinta d’amore. Di me nessuno saprà. Le dolci acque del Danubio si mescolarono con quelle salse del mare ove una nave attese invano.
"extraterrestre.. portami via.. voglio una stella che sia tutta mia.. extraterrestre.. vienimi a cercare.. voglio un pianeta su cui ricominciare"
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grazie a tutti..


La fuga
“Sulle straaade al mattino il troppo traffico mi sfianca; mi innervosiscono i semaafori e gli stop, e la seeera ritorno con malesseri speciaaali. Non servono tranquillaaanti o teeerapie ci vuole un'altra vitaaaaaa.” La canzone le era sempre piaciuta e ora lo stava cantando fra sé e sé, mentre cercava di guadagnare l’altra parte del Lungotevere in macchina. Erano le sei di pomeriggio, pioveva, il traffico era fuori controllo. Uno stronzo in scooterone la sorpassò da destra. Sentì un “ellevetedarcazzo…!” provenire da dentro un casco nero. Pensò a quanto erano antiestetiche quelle copertine che gli scooteronisti usano per coprirsi le gambe dal freddo e gli augurò di andare a schiantarsi.
Già, un’altra vita, ci voleva un’altra vita, proprio. Riuscì a trovare un posto miracolosamente, scattando in avanti mentre l’altra auto non era neanche uscita dal parcheggio. Due figli adolescenti, un marito sempre assente, le bollette, il condominio, la suocera impicciona, la spesa, la cucina, le pulizie, la noia, la noia, la noia! Da darsela a gambe. Immaginava la scena.
Guido avrebbe chiamato “Chi l’ha Visto?” e avrebbe fatto la sua faccia contrita di circostanza, quella che usava ai funerali (Guido adorava i funerali, chi lo sa perché, non ne mancava uno). Era sicura che avrebbe chiamato il programma televisivo, non si sarebbe certo lasciato scappare l’occasione per reclamare i cinque minuti di celebrità che, pare, spettano di diritto a tutti. I suoi figli (se non li avesse partoriti lei non avrebbe mai creduto che fossero i propri) nel sottofondo, le brache calate, il berretto da baseball sulle teste abbassate, con il cellulare in mano a mandare sms. La Sciarelli avrebbe detto: “Alta, magra, capelli biondi, lunghi, occhi azzurri, al momento della scomparsa indossava un giubbetto nero e una gonna nera, stivali neri e una grossa borsa, nera. Negli ultimi tempi soffriva di depressione, il marito teme il peggio.”
Altro che depressione, ma che ne sapeva lui! Erano ormai anni che non la guardava più, che non parlava più con lei. Non si era neanche accorto che si era tagliata i capelli, che se li era tinti di rosso. Con quella descrizione, chi l’avrebbe mai trovata? Le venne un nervoso terribile, a pensare a quello che avrebbe detto Guido alla Sciarelli. Altro che depressione. Negli ultimi tempi soffriva di claustrofobia, di voglia di evadere, di scappare via lontano. Pensò alla propria vita: sempre uguale a sé stessa, ogni giorno gli stessi problemi, il traffico, i figli perennemente incollati davanti al computer o alla televisione o a quel maledetto gioco, come diavolo si chiama, l’X Box. Guido, che torna a casa, si siede, mangia e si incolla davanti al computer pure lui. Mai un “grazie!”, “che buona questa pasta!” “che cosa hai fatto oggi?” Niente, tutti con lo sguardo vitreo, perso nel vuoto. Rispondevano a monosillabi, e via, di corsa, davanti a uno schermo, a rimbambirsi. Più ci pensava, più le saliva l’urto di nervi.
Scese dall’auto, sbatté la portiera con più forza del necessario. Suonò il campanello dell’interno 1. Disse al citofono: “E’ per il ritiro…”
Scese nel seminterrato, la porta era aperta di uno spiraglio. La spinse ed entrò. Dentro una stanzetta c’era un losco individuo, molto grasso, con i capelli unti e le mani piccole, che le fece segno di sedersi.
“E’ tutto qui.” Spinse una busta gialla, che stava appoggiata sul tavolo, nella sua direzione. L’aprì. Conteneva un passaporto. Un biglietto aereo di sola andata. Una carta di credito e una patente. Tutto a nome di Stefania Rossi (era il nome di una compagna di scuola delle elementari che le era sempre stata antipatica). “E’ tutto come aveva chiesto. E ora mi dia i soldi.”
Aprì la propria borsa e prese una busta piuttosto gonfia. La porse al ciccione, che ne estrasse una mazzetta di soldi e li contò. Soddisfatto, si mise tutto nella tasca interna della giacca.
“Bene, signora, spero che trovi quello che cerca. Anche se, mi consenta, non la capisco. C’è chi farebbe carte false per avere la sua, di vita.”
Lei ci pensò un attimo. Già. Aveva un marito, due figli, una bella casa, le vacanze al mare, le vacanze in montagna. Una vita esemplare. Una vita invidiabile. La mia vita. “Ma non è la mia, pensò. Non lo è mai stata”. Al ciccione rispose, stringendogli la mano: “Non servono più eccitanti o ideologie, ci vuole proprio un'altra vita”.
"extraterrestre.. portami via.. voglio una stella che sia tutta mia.. extraterrestre.. vienimi a cercare.. voglio un pianeta su cui ricominciare"
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