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Partecipanti
20. Non puoi votare in questo sondaggio
  • La lunga notte di Vincenzo C

    3 15.00%
  • La capitale del sud

    3 15.00%
  • Dove c'è grigio c'è strada

    2 10.00%
  • Maschere e parrucche

    6 30.00%
  • Matinée

    2 10.00%
  • Coscienza

    2 10.00%
  • Giustizia è fatta

    3 15.00%
  • Villaggio globale

    5 25.00%
  • Il manoscritto

    6 30.00%
  • La Fiera

    6 30.00%
  • Il segreto del Bellini

    7 35.00%
  • L’appuntamento

    6 30.00%
  • Qualcosa che scotta

    1 5.00%
  • La fuga

    5 25.00%
  • Notte metropolitana

    5 25.00%
Sondaggio a Scelta Multipla.
Pagina 1 di 13 1211 ... UltimaUltima
Risultati da 1 a 10 di 128

Discussione: Contest I - racconti

  1. #1
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    Predefinito Contest I - racconti

    E ce l'abbiamo fatta!

    Aspettate solo che metta le opzioni del sondaggio poi posto i racconti. :giagia:

    si possono scegliere fino a 5 preferenze. denghiù (per il piacere di betel ).
    "extraterrestre.. portami via.. voglio una stella che sia tutta mia.. extraterrestre.. vienimi a cercare.. voglio un pianeta su cui ricominciare"
    ----------------------------

    grazie a tutti..

  2. #2
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    Predefinito Rif: Contest I - racconti


    La lunga notte di Vincenzo C



    Ieri sera

    Sheena indossa un grembiule azzurro.
    Sheena è stanca.
    Sheena non sa neanche che ore sono.
    Sheena ha i capelli lunghi malcurati e le braccia sono nude, coperte di pustole papulo squamose che lasciano poche speranze di guarigione.
    Con le lacrime agli occhi pulisce le feci gettate da qualche buontempone sulle piastrette addobbate da messaggi di omosessuali, pervertiti e pederasti delle vecchie latrine alla turca.
    Non voleva questo. Decisamente non VOLEVA QUESTO.
    ---
    L'aria inquinata di Milano lo fece tossire. Cercò subito una boccata di MS mentre radiografava da
    capo a piedi una bella nigeriana di corso Lodi dietro ai suoi occhiali gialli. Era sera e lui era il commissario, era il dott. Vincenzo, ed era consapevole di esserlo.
    Si guardò intorno e sbuffò una nuvola densa, poi si gettò a capo basso lungo il viale, attaccato al muro, con le mani in tasca. Percorsi 200 metri si buttò in un vicolo e la sera lo inghiottì, mentre clacson si lamentavano lontani.
    Raggiunse una minuscola porta di legno marcio e lanciò un'occhiata indietro. Afferrò la pistola che teneva infilata nella cintola proprio in mezzo alle chiappe sudate e con l'altra mano bussò un paio di colpi secchi. Una voce bofonchiò qualcosa da dietro all'uscio. La porta si socchiuse e appena fu rivelata l'identità dell'ospite partì una bestemmia probabilmente in una lingua asiatica. Il commissario afferrandosi allo stipite della porta con il braccio sinistro lasciò partire un jab che si infranse sul naso del malcapitato orientale, poi fracassò la porta marcia con un calcio e si trascinò all'interno il corpo esanime. L'azione era durata al più 5 secondi e la classica sigaretta pendeva ancora da un angolo di delle labbra sottili. Fece un sorriso di autocompiacimento. Aveva steso il cinese senza neanche dargli il tempo di reagire e questo la diceva lunga sulle sue capacità. Abbandonò il corpo in un angolo del corridoio buio, lo mise seduto e gli sistemò il colletto della camicia con una espressione divertita dandogli uno schiaffo bonario sulla guancia glabra, voleva anche mettergli in bocca una sigaretta ma si trattenne.
    In fondo al lungo corridoio una porta socchiusa lasciava filtrare un pò di luce. Pensò immediatamente che quella palla di lardo di Graziano poteva essergli utile in momenti come questi, ma non aveva senso portarselo dietro, ma già pregustava le risate dell’indomani alla macchinetta del caffè con i colleghi.
    Un’altra boccata mentre origlia poggiando l’orecchio alla porta di legno:
    - Sono cazzi vostri adesso... – pensa sfoderando un sorriso che quasi degenera in una grassa risata.
    (Nel frattempo)
    In una automobile poco lontano un tizio si è appena svegliato.
    Un bicchiere di acido e succhi gastrici fa su e giù per il suo esofago da un quarto d'ora. Prova a ruttare per migliorare la situazione mentre accanto all'auto passano una donna con una bambina odiosa. Decide allora di accendersi l’ultima Galouoise senza filtro.
    Aspira con gusto, chiude gli occhi, il fumo in gola fa il resto: apre la portiera velocemente e vomita una gettata di formaggio giallo che scroscia rumorosamente sull'asfalto spaventando la bambina.
    I commenti della donna che tira via la figlia controllando che nulla le sia schizzato addosso non gli importano più di tanto: il mal di testa e forte e c'è di nuovo da decidere come far passare la notte; si passa la manica sulla bocca per asciugarsi, osservando incuriosito quel simpatico quadretto familiare allontanarsi nel buio.
    La sigaretta galleggia nella pozza maleodorante, la guarda commosso ma rinuncia a ripescarla, pensa che incominciano ad essere troppe le volte che si risveglia in auto e non ha altro da fumare.
    Guarda il locale: Sheena è a pochi passi da lui.
    (7 minuti dopo...)
    Non doveva andare così.
    Non DOVEVA andare così. Merda.
    Vincenzo corre, la pistola scarica in mano: la tiene per la canna calda, l’impugnatura è ancora bagnata dal sangue dell’ultimo cinese che gli si era piazzato davanti. Ma erano cinesi poi? si domanda mentre attraversa la strada guardandosi dietro.
    Non mi stanno seguendo si ripete; ansima: non sente il caldo, non sente il freddo, non sa dove sta andando. Le strade sono tutte uguali a quell’ora: auto parcheggiate, silenzio, qualche cane forse abbaia al suo passaggio.
    Si ferma: c’è da riordinare le idee. Si appoggia da una familiare scura, sistema la pistola nella cintola.
    Un urlo ovattato: strabbuzza gli occhi, si volta, due passi indietro, la pistola di nuovo in mano.
    Una bambina lo guarda a bocca aperta da dietro il finestrino posteriore della familiare osservando la canna puntata in direzione del suo naso. Gira lo sguardo verso il finestrino anteriore: una donna giovane immobilizzata lo osserva.
    Vincenzo fa due conti.
    - Sono della polizia - dice alzando la pistola quasi sottovoce.
    La donna se lo fa ripetere. Abbassa il finestrino.
    - Mi ha spaventata – gli risponde sfoderando un sorriso nervoso
    La bambina inizia a saltellare sul sedile posteriore battendo le mani. Vincenzo la guarda disgustato.
    - Ho bisogno di lei – continua la donna ormai tranquillizzata scendendo dall’auto.
    Vincenzo scuote la testa, si guarda attorno: non adesso. NON ADESSO.
    - Un tizio lì – riprende la donna indicando un punto non identificato in fondo alla strada – ha vomitato sui piedi della mia bambina. Guardi!
    Fa scendere la bambina e mostra a Vincenzo lo schizzo giallo sulle scarpe di vernice lucide.
    - Devo andare – quasi supplica Vincenzo liberandosi dalla stretta della donna.
    - No aspetti! – urla mentre lo osserva allontanarsi velocemente.
    ---
    Il locale è vuoto, le sedie sono state accomodate sopra ai tavoli, per agevolare le pulizie. Ancora un'oretta e sarà a letto. Non ha molto sonno, constata mentre si guarda allo specchio del bagno di servizio. Si tocca il piercing sul sopracciglio. Bella, indipendente. Il piercing fa ancora un po' male ma è figo, pensa. Uscendo, vicino alla cassa c'è Alberto con la paga della serata: per Sheena c’è scritto con grafia tremolante da analfabeta.
    Uscendo fuori le lacrime le sciolgono il trucco e le segnano il viso fa qualche passo frettoloso verso la macchina poi si ferma, si appoggia ad una pianta e inizia a singhiozzare.
    Dei passi frettolosi la discostano dai suoi pensieri.
    "extraterrestre.. portami via.. voglio una stella che sia tutta mia.. extraterrestre.. vienimi a cercare.. voglio un pianeta su cui ricominciare"
    ----------------------------

    grazie a tutti..

  3. #3
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    Predefinito Rif: Contest I - racconti

    La capitale del sud



    Trascinando dietro di se il trolley, Vincenzo attraversò l’ultima barriera tra il paradiso e l’inferno, o meglio, tra l’aria condizionata e il clima “naturale” che lo aspettava fuori. L’impatto non fu bello, alla temperatura alta - 35 o più o quel cazzo che è, pensò Vincenzo – si univa un’umidità che nell’aria ci si poteva nuotare. E il calore dell’asfalto, è quello che da là botta, sei preso da sopra e da sotto.
    Lasciandosi dietro le grandi vetrate, Vincenzo si avventurò sul marciapiede, sempre trascinandosi dietro il trolley e stando bene attento a non abbattere nessun pedone e nessuna bicicletta, che le biciclette dovrebbero stare sulla pista ciclabile ma - cristo d’un dio! – la pista ciclabile era invasa dai motorini. Il breve tragitto dalla porta fino al piazzale dei taxi fu abbastanza per respirare lo smog della metropoli e scrutare verso il cielo, o quel che si poteva intravedere del cielo – effettivamente qualche sprazzo di blu c’è, deve aver fatto vento nei giorni scorsi. –
    Salire sul taxi fu una seconda botta climatica, dal caldo oppressivo e umido a un’aria condizionata ancora più folle di quella dell’aeroporto – Sto stronzo, ma che è? Saranno 15 gradi. È pazzo - . Per Vincenzo giusto il tempo di indicare l’indirizzo sul biglietto da visita dell’Hotel ed estraniarsi dai tentativi di discorso del taxista, che con un pesante accento del sud blatera qualcosa sul Milan, sui mondiali di calcio e sul derby che ci sarà di lì a breve in città. –Chissenefotte- Vincenzo cominciò a guardare fuori dal taxi, osservando il traffico caotico, apparentemente privo della minima regola, con i pedoni che sembravano rischiare la vita ad ogni incrocio – e come cazzo è possibile che non mai visto nessuno tirato sotto… - .
    Il taxista si immise sulla tangenziale con una manovra che Vincenzo classificò tra “De La Rosa in uno dei suoi primi ed ultimi Grand Prix” e “un truzzetto della Valseriana che esce strafatto di ecstasy da una Festa Della Luna”, lanciando alcune occhiate al contachilometri, notò che la lancetta non scendeva mai sotto i 150 - cristo, cristo… - . Sul retro del sedile del conducente c’era la pubblicità di un film di gangster ambientato negli anni ’30, lo stesso film di cui Vincenzo aveva visto la pubblicità ovunque in città – A volte il paradiso confina con l’inferno. Bello slogan, sarà sicuramente un capolavoro, Quei Bravi Ragazzi gli fa una sega -.
    Il taxista alla fine imboccò la rampa che portava all’entrata dell’hotel e ci si fermò davanti. Vincenzo butto un’occhiata al display del tachimetro e tirò fuori un paio di biglietti color rosa, di quelli della serie nuova con i monumenti nazionali sopra. –ladro… ma chi cazzo c’ha voglia di star a far questioni -.
    Salì in camera, un altro sbalzo terrificante di temperatura tra l’esterno e l’aria condizionata, le formalità burocratiche sbrigate in fretta e furia che l’ultima sbalzo era stato fatale per lo stomaco. Rimessosi a posto in bagno, fatta una doccia e indossato vestiti più leggeri Vincenzo uscì dall’hotel, diretto verso la zona dei ristoranti. I piedi, scoperti dai sandali, si sporcarono velocemente, Vincenzo prese un pacchetto di fazzolettini umidi che un ragazzo distribuiva come omaggio al di fuori di un negozio di elettronica. Ne usò uno per darsi una pulita sommaria – non che serva poi a molto, tra qualche minuto è poi uguale – poi si diresse verso una baracchino per comprare una bottiglietta d’acqua. Il padrone del baracchino, vestito con sandali, un paio di braghe blu scuro che gli arrivavano appena sotto le ginocchia e una canotta –come quella del nonno- , sputò per terra e andò a prendere una bottiglia da in fondo al frigorifero.
    Arrivato alla zona dei ristoranti, Vincenzo si fermò un attimo per decidere dove mangiare. Il numero e la dimensione – e la pacchianaggine – delle insegne al neon, facevano sembrare quella strada un angolo di Las Vegas esportato attraverso l’oceano.
    Una bambina si mise a fare i capricci i mezzo alla strada, urlando, piangendo e battendo i piedi. La madre la presa di forza e la strattonò via, passando vicino a Vincenzo la bambina lo guardò con gli occhi sbarrati dallo stupore e si mise a gridare:”LAOWAI! LAOWAI!”,
    Vincenzo sorrise e finalmente si decise su quale porta varcare.
    - C’è un cazzo da fare, la Cina è il più bel posto del mondo -
    "extraterrestre.. portami via.. voglio una stella che sia tutta mia.. extraterrestre.. vienimi a cercare.. voglio un pianeta su cui ricominciare"
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    grazie a tutti..

  4. #4
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    Predefinito Rif: Contest I - racconti

    Dove c'è grigio c'è strada



    Ho capito che devo dare nell'occhio il meno possibile, ma Vincenzo non mi piace proprio come nome, mi ricorda quel tizio che chiamava l'amico dall'altra parte della strada, senza preoccuparsi di sputare fuori dalla bocca pezzi di kebab mentre continuava a urlare: “Enzo! Enzo! Vieni che ti devo presentare una persona..” mentre l'altro stava attaccato al palo a urinare e faceva gestacci con la mano libera..Fosse per me avrei scelto di chiamarmi Massimo, o Francesco..è una settimana che organizzo questa cosa, sono stato talmente efficiente da potermi concedere anche dei momenti di piacere, e avrei fatto sicuramente un altro effetto presentandomi a una bella ragazza con un altro nome. Sembra strano come un corpo riesca a fornirmi sensazioni che non mi apparterebbero nella mia forma abituale, le donne mi eccitano, e questo asfalto sembra attirare i miei piedi come una calamita, un passo dopo l'altro, guardo spesso per terra, come se dal cemento potesse arrivarmi qualche rivelazione, nel frattempo si limita comunque a darmi energia.
    Ho scelto di arrivare alla scuola a piedi proprio per questo, è l'ultima volta che cammino in queste strade, poi chissà dove mi manderanno. Ho calcolato tutto alla perfezione, questo percorso lo conosco a memoria, devo arrivare esattamente otto minuti dopo l'uscita da scuola, i genitori avranno già scambiato i loro convenevoli e si staranno affannando a raggiungere le macchine per tornarsene a casa con i loro figli, facendo finta di ascoltare cosa dicono e mettendo loro in bocca una merendina sperando che tacciano per qualche secondo..Lei si avvierà da sola verso casa, non abita distante, per questo non devo sbagliare i tempi.
    Chissà perché hanno scelto proprio lei, dallo zaino enorme che trascina sembra abbastanza studiosa, ma preferisco pensare che l'abbiano scelta perché poche persone sentiranno la sua mancanza, d' altronde se avesse qualcuno che si interessa a lei non tornerebbe a casa da sola dopo la scuola..sì deve essere per questo, e poi non devo permettere che questo corpo mi condizioni anche nelle emozioni, certo è piacevole, anche interessante se vogliamo, ma devo ricordarmi che si tratta di processi chimici che non mi appartengono e non lasciarmi condizionare..ecco mi sono distratto e non ho svoltato nella seconda via dopo la lavanderia, potrei svoltare adesso, da questo vicolo arriva un invitante odore di cibo, non so cosa sia, evidentemente qualcosa che non mi è capitato di assaggiare, ma no, meglio tornare indietro e non rischiare di perdermi.
    Dall'altro lato della strada c'è un vecchietto con una bacinella nella quale sono immerse delle birre fresche, direi che un ultimo lusso posso concedermelo, ho ancora dieci dollari e il cartello ne chiede due.
    Mentre il vecchio mi dà il resto mi si avvicina un giovane che mi chiede della moneta, dice che gli hanno rubato il portafoglio e deve comprare il biglietto del treno per tornarsene a casa..a me sembra strano che uno così possa aver mai avuto un portafoglio, in ogni caso gli lascio tutti gli otto dollari che mi rimangono, non so perché, ma mi ha infastidito e sento che anche se sembra entusiasta del mio regalo, saprà farsi più male di quanto gliene vorrei fare io.
    Sono quasi arrivato e un po' mi dispiace..amo questa sensazione alle gambe, a metà tra stanchezza e potenza, vedo la scuola in lontananza, se svolto di qua arrivo direttamente nella via che percorre la bambina senza dare troppo nell'occhio, tutto procede alla perfezione, nel parcheggio c'è già la folla che si appresta a tornare a casa..”Mi scusi signore..” questa è sfiga, un vigile deve avermi notato mentre guardavo insistentemente verso i bambini, adesso che gli dico? “Mi dica!” rispondo e lui: “Stiamo facendo un controllo di routine, in questi giorni sono state notate persone sospette nella zona, non si preoccupi, le chiedo solo di vedere i suoi documenti”
    ok, calma, so cosa fare.. “Certo, ho lasciato il portafoglio in macchina, è parcheggiata proprio lì..se vuole seguirmi le prendo la patente..”
    Ci incamminiamo verso la mia finta macchina, ne ho indicata una in un angolo abbastanza isolato, con la mano sinistra sento in tasca il mio laser, mi avvicino alla portiera della macchina, fingo di cercare le chiavi, il tizio è dietro di me, estraggo il laser e gli trancio la testa di netto, cade tutto a terra, un pezzo grosso di carne e un pezzo più piccolo che rotola via..non doveva mettersi in mezzo, mi sono sporcato il cappotto, ma non importa, sono in ritardo..inizio a correre, devo correre di più, devo raggiungerla, risvolto nella via parallela, eccola! Vedo il suo zaino in lontananza, è a circa 200 metri dal portone di casa sua, ma cammina, lentamente, io corro, mi basta toccarla, un attimo, la raggiungo, la supero e mi fermo davanti a lei..lei mi guarda incuriosita, forse cerca di capire se ci conosciamo, le appoggio una mano sulla testa e via, rieccoci nel vuoto, verso casa.
    Tranquilla piccola tra poco saremo sull'astronave.
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    grazie a tutti..

  5. #5
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    Predefinito Rif: Contest I - racconti

    Maschere e parrucche



    “Vincenzo…”.
    Pensava lui tirando giù l’ultimo boccone del panino. "Vincenzo...", continuava sistemandosi le scarpe. "Questi tacchi fan male e la gonna mi stringe il pacco!". Sputò per terra in segno di disprezzo. "Vedrai che ti farai l'abitudine. Volevi o non volevi fare la donna?", lo scanzonò Annette, tirando fuori dal reggiseno un cavatappi. "Tiè! Prendi sto vinello e non rompere!". Prese la bottiglia e bevve a canna tutto d'un fiato, quasi come per rimarcare la sua mascolinità. "Anche a me faceva male 'o pacco, Vincè!", cercò di tirarlo su l'amico.
    "Vedrai che domani non riusciremo per un cazzo!".
    "Scherzi? Mattia è già sistemato, Antonio pure, ci sta pure Gianfranchino, capirai.."
    "Si ma non mi convince, Salvatore!"
    "E chiamami Annette, porca troia! Quante volte te lo devo dire? Ora ti saluto. Vado a casa. Ripassa tutto e ci vediamo domani alle sei. Ti chiamo stanotte alle tre. Vedi di esserci!".
    "Ok", disse in fretta buttando giù l'ultimo sorso di nero d'avola e facendo un gesto con la mano come ad indicare intesa.

    Vincenzo fece ancora due passi. Girare in tacchi e col trucco ormai non lo disturbavano più di tanto, a dire il vero. Erano ormai mesi che si preparavano, e anzi, Vincenzo sembrava sempre più Christine. "Vincenzo.. mi chiamo Vincenzo", si diceva ancora... "Non Christine, porca troia!”.
    Rimase fuori, pur rischiando di non rispondere al telefono per le tre in punto. I lampioni quasi spenti illuminavano poco e Vincenzo pareva una vera squillo, truccato e imparruccato a dovere era un amore vero e proprio. Anzi, la donna dei sogni. Sputò a terra dopo questo pensiero. "Che schifo...". Decise di andare in uno di quei distributori aperti 24/24 e prendersi qualcosa da bere. Tirò fuori il portafogli per decidere, poi cadde a terra. Cos'era stato? un cane? Un gradino non visto? "Oh mi scusi tanto, signore!". Era alto più o meno quanto le sue gambe, quel cane. E parlava. "Un bambino? Che ci fa un bambino a quest'ora di notte?" chiese a quel marmocchio. "Io non ho una casa, signore" "Dici davvero?" "Certo. Vivo per strada con chi trovo!", disse togliendosi il cappello di lana che gli copriva i lunghi capelli. "Ma sei un bimbo o una bambina?" chiese lui in un attimo di confusione.
    "Un maschio. Mi chiamo Francesco, ma la gente mi chiama Pustola, signore!"
    "E smettila di chiamarmi signore! Come hai fatto a non prendermi per una donna?" disse un po' arrabbiato Vincenzo...
    "Ahahah! Si capisce benissimo che lei è un signore. Non fregherebbe nessuno. E si capisce pure che lei non è un travestito. Cammina come mio padre che faceva il fabbro!" disse ridendo il piccolo Pustola...
    "Ma porc... va beh và! Vieni a casa mia che ti offro qualcosa di caldo!".
    Il piccolino chinò la testa come a porgere la sua gratitudine. Lui guardò l'orologio. Segnava le tre e un quarto. Cazzo se doveva correre! Si tolse i tacchi e si fiondò per i tre isolati che mancavano a casa sua.
    "Vieni! Corri!", disse poco dopo al ragazzino. Se l'era quasi scordato...
    Lui lo raggiunse subito. Non avrebbe fatto mai in tempo ad arrivare a casa. Si fermò alla prima cabina telefonica. Aveva qualche spicciolo in tasca.
    "Dove cazzo eri?"
    "Ecco io mi ero addormentato un attimo, Salvo"
    "E non chiamarmi Salvo, porca puttana! Hai tutto? Mancano meno di cinque ore e dormi??"
    "Si lo so, Annette. Scusami tanto. Si ho tutto e sono pronto"
    "Va bene. Io e gli altri passiamo da casa tua alle sei!"
    "Ok"
    "Fanculo".
    "Sempre simpatico, Salvo", pensò ironicamente riattaccando il telefono..

    "Scusi"
    Chi era? Ah già. Il cane... cioè, il bambino...
    "Dimmi"
    "Come mai si è messo a correre? C'era la polizia?"
    "No no. Nun te preoccupà!" lo ammonì Vincenzo quasi come un padre.

    Non volle andare a casa. Si sentiva carico per via di tutta quell'adrenalina che teneva prigioniera in corpo. Eppure aveva freddo.
    "Lei non ce l'ha una casa, vero?"
    "Certo che ce l'ho!", rispose stizzito l'uomo.
    Il bimbo e lui stettero tutta la notte sui gradini dietro casa. Arrivarono le sei velocemente. Come cazzo aveva fatto ad addormentarsi? Nel vicolo, una donna da un balcone sbattè il tappeto pieno di polvere sulle loro teste, urlando "Scansateve! Scansateve!" quando se n'era accorta ormai troppo tardi. "Scansateve!"
    "Eh?" Ecco cosa lo aveva svegliato... "Chi è?" "Tua nonna! Alzati, svelto!". Rispose Salvo che lo stava guardando già da lontano... Prese le chiavi, e in un blocco tutte le carte che aveva in tasca. Dov'era l'allarme telecomandato? "Porca troia! Vuoi vedere che l'ho dato a Franchino?". Non poteva più perdere tempo. Fece una corsa coi tacchi a malapena indossati e la parrucca storta. Si accese una sigaretta in macchina.
    "Forza. Andiamo al solito posto!"
    Il solito posto era la strada. Vestiti da donne. O meglio, travestiti, si mettevano nelle viuzze isolate assieme ai veri brasiliani. I poliziotti passavano, è vero. Ma non facevano o dicevano niente. Il posto più tranquillo che ci potesse essere. Erano mesi che occupavano quei posti per architettare il piano o scambiarsi informazioni assieme al "topo". "Tutto ok" fece cenno lui per tranquillizzare i compagni. "Certo che rendersi irriconoscibili truccati da donna era un po' 'na strunzata. Ma a quanto pare funzionava..." pensò lui.

    Si videro entrare cinque donne bruttissime, i bancari, quella mattina. Erano pure coperte con degli strani cappelli da vedova. Lentamente, facendo la coda, Gianfranchino bloccò le guardie con alcuni colpi ben assestati. Era piccolo ma picchiava come un fabbro, diceva sempre Salvo. Che intanto aveva coperto le telecamere con dei teli. La dolce Christine si mise a picchiare una malcapitata allo sportello con la borsetta per farsi dare i soldi, Mattia teneva sotto controllo da dietro tutti gli altri bancari e Antonio, che gli pizzicava parecchio il tanga, decise di accasciarsi e fumarsi una sigaretta. "Che cazzo fai?" gli disse Salvo che ormai aveva sistemato tutti quegli occhi rossi sulle pareti. "Sò nervoso!" "Ma vaffanculo!" intervenne Franchino dandogli un calcio per tutta risposta. Si decisero.
    C'era poco tempo. Dieci minuti massimo per andare alla macchina cambiarsi e sparire per sempre. Uscirono di corsa quattro donne prima e una piccoletta e tarchiatella dopo, che aveva deciso ancora di derubare tutti i clienti. Girato l'angolo si diedero una calmata, camminarono in modo noncurante per non farsi notare. Nel vicolo si tolsero tutti gli abiti e posarono le valigette piene nel cofano. Poi proseguirono a piedi per perdere tempo.

    "Scusate signori, fatevi indietro. C'è stata una rapina da parte di un gruppo di rapinatrici o travestiti", disse loro un poliziotto...
    "Scusi", intervenne il commissario "li lasci un attimo a me..Da quanto tempo eravate nella zona? Avete visto niente?" guardandoli sospetti.
    "Nossignore!", disse con gli occhi sbarrati Salvo.
    "A quanto pare cinque uomini travestiti sono entrati circa mezz’ora fa nella banca qua dietro...scusate", si fermò il commissario guardando le labbra a Vincenzo.
    "Voi vi mettet 'o rossetto?"
    "Eh? Ahah no. E' chilla scema di mia moglie che se ne mette troppo e me lo lascia sempr'addosso..." disse sorridendo.
    "Uh! Vabbuò! Potete andare ma rimanete a disposizione..." Gianfranchino, Mattia e Antonio erano rimasti in macchina. Non erano riusciti a sfilarsi i collant quegli scemi... Vincenzo e Salvo si guardarono con aria d'intesa. Avevano passato mesi vestiti da donne per non farsi più riconoscere e farsi dimenticare pure dalle loro madri. A dire il vero tutta la città ormai li conosceva a menadito quei trans, tanto che avrebbero giurato di averli sempre visti in vita loro. Mai invece di aver visto quei cinque uomini. Come se non fossero mai esistiti...
    "Ah, eccoti qua!"
    "Allora?"
    "Allora ridammi i biglietti che lo so che li hai presi tu.. E tieniti pronto che andiamo ai caraibi!"
    "E che sò?"
    "Sono posti caldi e pieni di sole"
    "Come Napoli?"
    "Tipo, Francè.. tipo..", ridendo e imbrugliandogli i capelli lunghi...
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    Predefinito Rif: Contest I - racconti

    Matinée


    Erano ormai settimane che mi trovavo in cassa integrazione e la storia cominciava seriamente a darmi sui nervi. Non solo per una questione economica (effettivamente il futuro non appariva roseo), più che altro mi sentivo come quei pensionati che scivolano verso l'apatia dopo essersi spaccati la schiena per cinquant'anni. La playstation ormai mi disgustava, anzi, credo che abbia contribuito a farmi calare la vista, la televisione era un palliativo da poco. Potevo darmi alla lettura di un libro, perché no? Suvvia, non scherziamo.
    Così, come ogni giorno, mi svegliai più o meno verso le dieci, scesi per strada e raggiunsi il bar più vicino, il Joker, lì feci colazione e diedi un'occhiata alla Gazzetta. A questo punto non mi rimaneva che ciondolare per il quartiere. Certo, rimanendo chiuso in casa non avrei speso neanche un soldo, ma non mi andava di autoinfliggermi gli arresti domiciliari solo per risparmiare un po'.
    Era il 7 gennaio. La gente era tornata in massa al solito tran tran. La città, che per un paio di settimane pareva aver assunto un volto umano, era di nuovo un assurdo distillato di astio e frenesia. 'Ma questa volta non mi farò contagiare. Andrò al supermercato, acquisterò della birra, mi siederò su una di quelle panchine che costeggiano quella porzione di terra, spelacchiata e piena di merda di cane, e che hanno il coraggio di chiamare parco; e lì mi sorseggerò una lattina di Faxe da litro, riflettendo. Ne ho proprio bisogno'.
    Così feci. Ma all'inizio fu dura, perché la sbornia della sera prima si sentiva ancora. Decisamente stavo esagerando, ogni volta avevo la solita scusa: tanto domani non si lavora. Addirittura avevo iniziato a insultare una ragazza, l'unica in quel periodo che avesse il coraggio di farmi gli occhi dolci. Era russa, si chiamava Maria (si scriverà Marja? Boh) e ricordo che fin dall'inizio della serata avevo preso ad apostrofarla come "slava", ma temo che verso la fine abbia cominciato a darle della puttana. Cristo, erano così confusi i ricordi... Di sicuro l'avevo fatta piangere, su questo non c'erano dubbi. Il solito stronzo.
    Non ero solo al parco. C'erano dei bambini che giocavano a calcio. Ma le scuole non avevano riaperto? Quella mattina mio fratello Andrea aveva ricominciato le lezioni. Non sembravano nemmeno italiani, si urlavano cose incomprensibili.
    Solo in un secondo momento mi accorsi che tra quei bimbi c'era Andri (Andrj? Andry?), il fratellino di Maria. Lo conoscevo perché era nella stessa classe di mio fratello (piccolo il mondo, no?). Si può dire che grazie ad Andri avevo approfondito la conoscenza di Maria, proprio la coincidenza dei nomi simili aveva fatto sì che si iniziasse un dialogo, che si cominciasse a vedersi volentieri in attesa che i rispettivi fratelli uscissero di scuola dai rientri pomeridiani. Insomma, così era nata una certa simpatia. Potevo tornare indietro? Probabilmente no, ma forse potevo rimediare, tanto, peggio di così...
    "Andri!" urlai. "Vieni qui!"
    Afferrò il pallone, che evidentemente era suo, e si fiondò verso di me: comprensibile, a quell'età ti senti gratificato se un ragazzo più grande ti ritiene degno di attenzioni. Gli altri lo seguirono, ma camminando.
    "Non dovresti esere a scuola?"
    "Per noi oggi è Natale" mi rispose, "siamo tutti in ferie oggi".
    "Ah sì, siete russi voi..."
    "Ucraini", puntualizzò bruscamente. Che idiota, tutte le volte che me l'aveva specificato Maria...
    Poi prese fiato un attimo e mi fulminò: "E tu, Vincenzo, che ci fai con la birra in mano a quest'ora?"
    Qualche bimbo rise; pure con loro facevo certe figure. "Senti..."
    "Guarda, io devo tornare a giocare". Bene, si era già spazientito.
    "Senti", ripetei, tirando fuori da una tasca 10 €. Drizzò subito le orecchie. "Te li do se vai da tua sorella e le chiedi scusa da parte mia. "
    Andri tentò di cavarmi di mano la banconota con una mossa, ma fui più lesto di lui. "Non provare a fregarmi. Dille che non ce l'ho con lei, né con la sua famiglia". Effettivamente non mi andava di venire inseguito da dei suoi parenti per tutto il quartiere. "Dille che le voglio bene", qui mi stavo decisamente esponendo, "e per favore, non dirle che mi hai visto mentre bevevo, ok?"
    "Ok, cinque minuti e sono di ritorno" e corse precipitosamente in direzione del suo condominio. Gli altri lo seguirono, ma sempre camminando e parlandosi in una lingua oscura. Uno di loro con le mani mimò un rapporto sessuale, gli altri risero in coro. Mocciosi.
    10 € a quel bambino? Certo che stavamo parlando di un quarto di giornata di lavoro, se così potevo chiamarlo, ridotto com'ero. Ma neanche morto. Rigirai tra le mie mani la banconota. Sapevo che di lì a poco al Joker si sarebbero presentati Enrico e Giacomo, per la pausa pranzo. Ci stavano tre Carlsberg di 33 cl e un bianchetto. Oppure cinque lattine di Forst, sempre da 33, misteri del listino prezzi. Oppure un boccale di birra da litro, più il solito bianco. Di certo non potevo affidarli a un bimbo che chissà cosa avrebbe riferito alla sorella. 'Sarebbe il colmo se trovassi l'unica russa che mi rinfaccia di bere troppo!' Mi concentrai in una lunga sorsata e terminai di bere la mia lattina in formato extra-large. 'Il colmo...' Cercai un cestino, ma nel parco erano tutti vandalizzati. La gettai per terra.
    Bar Joker, arrivo.
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    Predefinito Rif: Contest I - racconti

    Coscienza



    La vita di Vincenzo volgeva al termine. La ferita riportata nello scontro a fuoco in cui era stato coinvolto poche ore prima stava pian piano peggiorando: non gli rimaneva ancora tanto da vivere. Continuava a trascinarsi per le vie dell’immensa metropoli contornato da quei suoni tipicamente cittadini e da quel puzzo di smog con cui aveva dovuto convivere quasi ogni giorno della sua vita.
    Accanto a lui passavano numerose persone con la medesima espressione insignificante sul viso che probabilmente ormai non erano neanche più consapevoli della loro stessa esistenza. Avevano deciso di soggiogarsi volontariamente alla volontà dell’Uno, quell’Uno che altro non era che una mente universale cibernetica creata da quegli stessi individui. Vincenzo non ricordava granché su come negli ultimi decenni la civiltà terrestre fosse mutata in ciò che era diventata, ma rammentava ancora le urla e il sangue degli umani che avevano accompagnato questo cambiamento. E in quei momenti quelle urla gli rimbombavano nella testa e l’odore di quel sangue sembrava risalire lungo il suo naso annebbiandoli il cervello. Ma niente di tutto ciò stava percependo era per lui veramente importante: in quel luogo e in quel tempo doveva pensare solo a se stesso nelle fauci di quella enorme metropoli che cercava di attraversare trascinandosi sulle sue gambe.
    L’uomo era diretto verso un vecchio magazzino da cui era partito tutto il suo viaggio, un viaggio che lo stava portando sempre più vicino alla sua morte. Ma prima di cedere e lasciarsi andare alla nera falciatrice di vite doveva incontrare quel bambino. In realtà colui che cerava non era precisamente un bambino, non nel senso umano della parola. Si trattava precisamente di un cyborg, una macchina con bulloni,viti ,ingranaggi e microchips costruita come tanti altri suoi simili negli ultimi anni per servire l’Uno. Ma a differenza di tutti gli altri, si diceva che questo bambino-cyborg sembrasse essere dotato di una personalità unica ed univoca. Per qualche motivo aveva sviluppato una coscienza propria, completamente indipendente da quella dell’Uno e questo aveva portato gli umani ribelli a credere di poter trovare nei cyborg degli ottimi alleati. E la missione che Vincenzo doveva compiere prima di morire era proprio quella di valutare se ci si potesse veramente fidare di questo bambino-macchina o se fosse anche lui un cyborg controllato dall’Uno.
    L’uomo era ormai giunto nei pressi del magazzino, la sua destinazione finale, quando la sua attenzione fu catturata da un rumore dietro di lui. Istintivamente estrasse la pistola al plasma dalla tasca della tuta termica e sparò al suo bersaglio senza esitazione: l’ultima volta che aveva tentennato nel premere il grilletto era stato ferito mortalmente. Il colpo raggiunse il suo obiettivo in piena fronte scaraventandolo all’indietro per una decina di metri. Mantenendo la pistola puntata su quello che a prima occhiata sembrava essere un uomo di bassa statura, Vincenzo gli si avvicinò pian piano finché non riuscì a scorgerne la parte del volto rimasta integra. Il corpo del suo nemico rimase inerme per alcuni secondi fino al momento in cui le sue palpebre si spalancarono a mostrare due vivissimi occhi viola. Fu allora che Vincenzo si rese conto che l’uomo a cui aveva sparato non era propriamente un uomo ma bensì una macchina. E subito dopo si rese anche conto che per l’età che avrebbe dovuto dimostrare non era affatto basso. Infatti di lì a poco capì che l’essere a cui aveva appena sparato non era altro che il bambino cyborg che gli era stato chiesto di trovare. Dinnanzi a questa scoperta l’uomo si rimise l’arma in tasca e si avvicinò ancor di più al bambino-cyborg che continuava a guardarlo fisso con quei suoi due occhi viola. In quegli attimi l’uomo iniziò ad agitarsi pensando di aver probabilmente distrutto l’unica ancora di salvezza dei ribelli. Provo a farfugliare qualcosa all’indirizzo del cyborg ma le parole gli uscirono dalla bocca confuse. Cercò di riprendere il controllo di se stesso e si rivolse nuovamente al cyborg:
    “Mi capisci?” – domandò Vincenzo.
    Il bambino continuò a fissarlo senza dare alcuna risposta. Per quanto poteva saperne Vincenzo quel bambino-cyborg poteva essere morto o rotto, a seconda dei punti di vista.
    Non si diede per vinto e continuò a parlargli:
    “Mi dispiace averti sparato, ti ho scambiato per un mio nemico”
    Ancora silenzio.
    “Cazzo si deve essere rotto” – constatò l’uomo sottovoce.
    Fu allora che il bambino cyborg con un balzo si tirò in piedi e prese a correre verso Vincenzo che non ebbe neanche il tempo di rendersene conto prima di essere buttato a terra e ritrovarsi le mani del cyborg strette intorno al collo.
    “Cosa vuoi fare?”- sussurrò Vincenzo con un filo di voce mentre cercava divincolarsi nel tentativo di liberarsi della presa del suo aggressore.
    Il cyborg non rispose ma iniziò a fissare l’uomo con uno sguardo d’odio e sofferenza che Vincenzo non aveva mai visto negli occhi di nessun’altra macchina.
    Le mani del bambino-cyborg si strinsero rendendo quasi impossibile all’uomo respirare ma Vincenzo smise di divincolarsi. Fissava quegli occhi viola, quegli occhi che esprimevano una consapevolezza di sé che non si era mai vista in un cyborg. Non aveva più bisogno di lottare, comprese che quella creatura che aveva davanti era diversa dalle altre e che come lui sarebbero potuti essercene tanti altri disposti a lottare per la propria sopravvivenza e per la propria libertà. Comprese che gli umani che ancora non volevano assoggettarsi all’Uno avrebbero avuto dei nuovi alleati in questa loro battaglia.
    E infine morì fissando quegli immensi occhi viola, speranza di vittoria, speranza di cambiamento.
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    Giustizia è fatta

    Fermo all’ennesimo semaforo l’uomo al volante si accorge che sull’altro lato della strada c’è un bambino con una cuffietta rossa che cammina sul marciapiede con passo incerto. La gente gli scivola a fianco senza degnarlo nemmeno di uno sguardo. Ognuno diritto per la sua strada. E si fotta il resto. Il bimbo continua a camminare. Solo. Nessun adulto sembra accompagnarlo.
    Un pensiero nella testa dell’uomo: “Mi sa che è lui”. Verde. Mentre avanza verso l’incrocio l’uomo pensa che è questo il problema della maledetta città. La città non ti degna di uno sguardo. Mai. Al suo paese, lasciato dieci anni prima, era ed è matematicamente impossibile che un bambino possa camminare per ore, da solo, senza che nessuno se ne accorga, senza che nessuno si fermi un secondo anche solo per chiedergli, o quantomeno chiedersi, chi sia o se possa avere bisogno di qualcosa.
    L’auto arriva all’incrocio. Di nuovo rosso. L’uomo prende il telefono e compone il numero del lavoro. All’altro capo una voce femminile risponde: ”Commissariato zona tre, dica pure…’
    “Ciao Valeria, sono Vincenzo” “Ciao Vincenzo…. Ma sei appena uscito…. successo qualcosa?” ‘No, tranquilla, tutto a posto…. Senti…
    Sono su viale Abruzzi, all’altezza di via Pascoli, e credo di avere visto il bambino….
    Quello dell’istituto ….di stamattina… ma non sono sicuro. Fammi una cortesia: rileggimi la sua scheda” ‘ Ah…. Ho capito…. Si…. Aspetta un minuto”. Verde. L’auto accelera e supera l’incrocio. Vincenzo nel frattempo tiene d’occhio il bambino. La voce al telefono: “Ce l’ho…. allora ti riassumo: Andrea Mora, otto anni, autistico. Era con altri ragazzi del CSE di Brugherio al Parco Sempione. A mezzogiorno l’educatrice si è accorta che era sparito. E alle 2 si è presentata qui per la denuncia” “Me lo ricordo ma…mi serve…. Dimmi come era vestito..” “Si….jeans, giacca a vento blu e berretto rosso” “Cazzo…. Mi sa che è proprio lui! Fammi una cortesia, Valeria. Io adesso vado e lo fermo, mandami una pattuglia che se lo vengano a pigliare loro che io debbo passare a prendere i ragazzi in palestra. Ti richiamo tra cinque minuti per confermarti se è veramente lui o cosa…” “Ok. Aspetto la tua chiamata allora…. A dopo”.
    Vincenzo accosta l’auto sulla destra. Scende e attraversa la strada. Il bimbo è circa a cinquanta metri di fronte a lui. Lo raggiunge e lo ferma prendendolo delicatamente per un braccio. Lo osserva, gli occhi del bambino gli paiono decisamente stralunati. “Andrea? Sei Andrea?” Il piccolo non risponde e comincia a strillare forte, piangendo a dirotto. Una signora con una borsa della spesa in mano si avvicina e poi si ferma restando ad osservare la scena da due, forse tre metri di distanza. Altre persone, invece, proseguono per la loro strada, indifferenti. Vincenzo prova a calmare il bambino, ma inutilmente. “E’sicuramente il bimbo scomparso”, pensa. Si tasta il giubbino cercando il telefono, in modo da avvisare il commissariato, ma non lo trova: dimenticato in auto. Prendendo la mano del bambino lo tira a se in modo da potersi incamminare verso l’auto per recuperare il telefono. Il bambino senza smettere di urlare oppone una certa resistenza. La signora con la borsa della spesa si fa avanti. Non è più sola. Al suo fianco una coppia di fidanzati e altre due o tre persone. Un ragazzo alle spalle di Vincenzo urla: “Cazzo stai facendo?” Vincenzo si volta, sempre tenendo per mano il bimbo, e fa per rispondergli, ma in quel preciso istante il bambino sfugge alla presa e, urlando, prova a scappare. D’istinto Vincenzo si gira di scatto e lo abbranca per un braccio. Altre persone si fermano e assistono alla scena.
    All’improvviso un urlo, meglio: uno strillo. Una parola sola e tagliente: ‘Pedofilo’. E’ la signora con la borsa della spesa che urla a squarciagola: ‘Fermatelo, fermatelo!!!! è un pedofilo!!!!’ Vincenzo non si rende nemmeno conto di quello che sta succedendo. Nella testa sente solo il rimbombo di quella parola: “Pedofilo. pedofilo!, pedofilo!” Molla il braccio del bambino e si gira verso la signora per farsi riconoscere come poliziotto. Nemmeno il tempo di aprire bocca che il ragazzo che si accompagnava con quella che presumibilmente era la sua fidanzata gli tira un forte calcio in mezzo alle gambe. Vincenzo, senza fiato, si piega sulle ginocchia. Attorno a lui un nugolo di persone. Donne che gridano, immagini confuse, voci e rumori. Riesce a cogliere distintamente solo un vocione baritonale che urla “Ammazzatelo!!!” Vincenzo prova ad rialzarsi, ma un calcio si abbatte sulla sua faccia risbattendolo a terra. Non fa a tempo a riaprire gli occhi che cinque poi sei persone si accaniscono contro di lui, inerme, prendendolo a calci su tutto il corpo e in particolare sulla testa. In due minuti è tutto finito. Gli uomini si fermano ed osservano Vincenzo a terra, immobile, volto tumefatto e rivoli di sangue scuro ai lati della bocca. Il cerchio di persone si allarga. Ormai intorno alla scena ci sono almeno una ventina di persone. Ai nuovi arrivati che chiedono cos’è successo coloro che hanno assistito alla scena, indicando il bambino che non ha mai smesso di strillare, spiegano: ‘Un bastardo di pedofilo ha provato a rapire quel bimbo laggiù. Ma fortunatamente è stato fermato in tempo. Ed ha avuto quello che si merita’. Nel frattempo la volante promessa da Valeria si avvicina, senza sirena e senza lampeggianti. Un ragazzo commenta a voce alta ‘Eccoli che arrivano…gli sbirri…. Mai una volta che ci sono quando servono…’ ‘Già’, commenta un altro tipo “ E poi, se per sbaglio intervengono, tanto c’è sempre qualche giudice che li manda subito a casa, questi bastardi… oggi però è diverso. Questa volta giustizia è fatta”.
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    Villaggio globale



    La Marianna che la va in campagna lo vuole tanto bene al Vincenzo, e ci hanno un bel figliolo. Ogni sera la Marianna ci dice al Vincenzo: "Scendi il bimbo che lo gioco", ed il Vincenzo ci risponde: "Il bimbo l'ho già giocato io, ti scendo il cane che lo pisci".

    Allora il Vincenzo ci scende il cane alla Marianna, e la Marianna lo porta a spasso per pisciarlo, ma sulla strada incontra la Pina, e decide di farci due chiacchere. La Marianna e la Pina si fermano davanti al semafero dell'incrocio, che da là c'è una bella vista della piazzetta e della campagna intorno, dove le vecchiette raccolgono i pomidori di prima mattina.

    La Marianna ci dice alla Pina: "Sai che ieri un estracomunitario voleva rubarmi la borzetta? Per fortuna che ci avevo l'ombrela, che ci ho dato tanti colpi sulla testa che alla fine è scappato!". La Pina gli risponde: "Hai fatto bene, mannaggia! Ma adesso te lo dico, la prossima volta nella gabina delle elessioni io ci voto per quelli là, che hanno detto che a tutti quegli estracomunitari ci danno il foglio del via e li rimandano ai loro paesi! Che ahò, mica se li potemo tenè tutti in Itaglia a rubbare a nnoi che llavoramo, nè!"

    La Marianna ci risponde: "Hai ragione Pina, ostrega! Ce la facciamo vedere noi! Adesso scusami, che aggio da andare dalla parrucchiera e poi devo portare lu guaglione al luna parco sull'otto volanto, che ce l'ho promesso domenica scorza". La Pina saluta la Marianna, e ci dice: "Mo beata te che hai quel bel figliolo là, dio bonino... poareta me che son rimasta sola e zitela, mannaja la fresca!".

    E così, la Marianna se ne va, ed il Vincenzo l'aspetta a casa, davanti alla TV a guardare il derby Verona-Napoli, mangiando una pizza margherita e bevendo una bottiglia di Barbera. E mentre l'aspetta s'abbiocca, e quando la Marianna rientra in casa, gli dà un cuccio e ci dice: "Ma varda ti 'sti teroni, i xe sempre a magnare e dormire!". Il Vincenzo si sveglia e ci risponde: "Ajò Marianna, i cogglioni non rromperre, che stanco sònno, cappito mi hai?".

    La Marianna va su dalle scale in camera del cinno, lo canta la ninna nanna e poi finisce che si abbiocca anche lei sul lettino. Il Vincenzo alla fine si sveglia, va su anche lui, prende la Marianna e la porta in camera da letto. La Marianna ci ha un sonno dell'osti, e non c'è verso di svegliarla. Il Vincenzo si gira da un lato, guarda il cane che, con la lingua penzoloni, lo osserva scodinzolando dai piedi del letto, e gli mormora: "Anca stasera se ciava domàn, Dio te!". Guarda un attimo la Marianna, poi si gira di nuovo e si addormenta, pronto ad affrontare la nuova ggiornata.
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    Il manoscritto



    Mi chiamo Vincenzo, ho 32 anni, sono basso, magro e ho pesantissimi occhiali da vista con la montatura spessa e nera e lenti da miope. Vendo abiti usati su una bancarella che monto ogni mattina partendo all’alba da un condominio in serie della Falchera fino a questo slum, via Goffredo Mameli, Balôn, Torino.

    Mi chiamo Rashid, ho nove anni, sono il terzo di cinque fratelli. Mia madre si chiama Farida, mio padre Amid, abitiamo in queste due camere fredde in via Goffredo Mameli, Balôn, Torino. Sono un bambino come tutti gli altri bambini arabi del quartiere, scuro di pelle, di occhi. E sono muto.

    Anche stamattina ributto sul banco il contenuto dei sacchi che fanno avanti e indietro tra la sala da pranzo trasformata in magazzino e quest’angolo di strada. Ci sono gilet da uomo con file di asole ancora cucite a mano, gonne con inserti macramè una volta bianchi e ora paglierini, maglioni pesanti a scacchi blu e neri, cappelli, colletti di pelliccia e su tutto l’odore della naftalina. I vestiti si comprano a quintali, vengono da cantine o appartamenti svuotati per fare posto a gente e cose nuove che diventeranno ineluttabilmente vecchie e smesse, vengono da raccolte di beneficienza che hanno preso strade non esattamente consone. Mi piacciono i vestiti vecchi, mi piace immaginare la loro storia. Come per questa camicetta di organza tagliata col carré, che deve avere ospitato un seno bianco e generoso, appena un po’ avvizzito nel reggipetto color carne, col suo desiderio di carezze rivelato dalla sottilissima macchia color rouge densité mate di YSL sul retro del colletto che il lavaggio non è riuscito a cancellare. Ci sono molti indumenti per bambini. Tengo da parte i più robusti per Farida, che passa speranzosa cercando di ben spendere i due euro che le sono avanzati risparmiando tra i banchi di frutta e verdura. Si ferma rientrando in casa, non parla italiano e si fa capire a gesti. Ha sempre almeno un bambino con sé, la sua scorta silenziosa. Oggi ha con sé Rashid, il muto.

    Vincenzo sta per smontare il banco, oggi fa freddo e la gente passa veloce dopo la corsa a Porta Palazzo. Tengo la mano alla mamma cercando di guardare il cavalluccio a dondolo che ogni mattina il vecchio Ciano mette fuori dalla vetrina incriccata di sporco. Mi piace quel cavallo a dondolo, ha scolpiti finti medaglioni forse arabo-berberi su finti finimenti in cuoio. Sembra più arabo lui di me. Vincenzo sta tirando fuori da sotto il banco un maglione color pesca marcia, sospiro pensando di doverlo indossare, ma non tutti i bambini possono dire “non mi piace”. Io non posso dirlo per due buone ragioni, per non addolorare mia madre e perché tengo la voce dentro di me. Non sono malato, semplicemente non ho nulla da dire, non mi va. Il fatto che io non parli fa in modo che nessuno mi voglia parlare, e così non devo ascoltare. Mia madre mi mette davanti il pranzo e la cena, chiedendo a mio padre se domani lavorerà, speranzosa. Ha nascosto negli anni un minuscolo tesoro nella fodera dell’abaya per quando lui scuote la testa, consumando le suole e contrattando ferocemente tra un banco e l’altro, trattenendo uno spicciolo. E’ così che ha comprato tutti i miei quaderni. Lei sa che è importante, anche se non capisce i segni di matita sul foglio.

    Anche oggi Farida arriva carica di borse e con la faccia stanca. Le porgo il maglione che ho tenuto per Rashid, è di lana buona, peccato per il colore, un indefinibile color pesca marcio, ma non ho trovato altro. Farida glielo appoggia sul petto e annuisce piano, si gira e strofina l’indice col pollice, io alzo due dita, due euro. Rashid mi guarda perplesso, probabilmente il colore non gli è piaciuto. “Ti piace Rashid?”, ma lui non risponde, guarda il cavallo a dondolo di Ciano. Ciano, o Luciano, vecchio piemontese nato e cresciuto qui, tra via Giulio Cesare e la Consolata, memoria vivente della Torino delle case di ringhiera e dei cinegiornali dell’Istituto Luce. Farida non ha due euro, ed io spiando Rashid non abbasso il prezzo, anche se Farida è delusa, sollevo le spalle, le palme delle mani all’insù. E quando vede che non cedo abbassa appena la fronte in segno di saluto e risale le scale col bambino, che sembra felice di allontanarsi da quel colore pesca marcia.

    o – o – o

    Andrea posò il manoscritto sul piano in radica lucida sulla scrivania, scuotendo la testa. Riceveva ogni giorno nell’ufficio di Catania manoscritti di improbabili scrittori, a volte trovava un talento, sì, ma spesso non riusciva a capire che cosa muovesse le dita sulla tastiera dell’autore, perché tutti fossero convinti che fosse tanto facile mettere parole su un foglio. Avrebbe mandato il solito biglietto “Siamo spiacenti di doverLe comunicare che pur avendo apprezzato il suo scritto…”. Mise il cappotto e uscì in strada, aveva appena piovuto.
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