Jefferson ci insegnò come combattere i terroristi
Thomas Jefferson, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, teorico dello Stato minimo, federalista radicale, ordinò il primo intervento oltre-mare con la guerra contro i Berberi (1783-1815). I Berberi assaltavano e saccheggiavano le navi mercantili americane, catturavano schiavi, ricattavano. John Adams pagava i riscatti. Jefferson sosteneva invece che più si pagava, più i Berberi sarebbero diventati esosi. Quando, nel 1785, Jefferson tentò di negoziare un accordo con il Pasha di Tripoli, quest’ultimo dichiarò apertamente che i Berberi erano in guerra contro gli Stati Uniti, così come contro tutti gli Stati infedeli. Unica soluzione: combattere. La flotta e i marines furono inviati in Nord Africa. Ce lo ricorda lo storico Michael Oren, nel suo nuovo saggio sulle relazioni tra America e Medio Oriente dal 1776 ad oggi.
I libertari di oggi avrebbero protestato contro il loro stesso capostipite. Un Lew Rockwell o un Justin Raimondo si opponevano alla guerra in Afghanistan, immediatamente dopo l’11 settembre, perché comunque danno la priorità alla lotta contro lo Stato Federale americano, anche in caso di attacco diretto contro il cuore della nazione americana. Poi, non contenti, Raimondo scrive pure un libro su presunte cospirazioni ebraico-neoconservatrici per giustificarsi di fronte all’opinione pubblica: l’11 settembre sarebbe opera dello stesso Stato federale o dei suoi alleati. Quindi il pericolo è solo lo Stato, la minaccia islamica non esiste.
Cosa c’è che non va nella teoria libertaria di oggi? Lo può vedere chiunque: è anarchica. Chi è anarchico è cieco di fronte alle minacce esterne, che pure esistono. Vede il pericolo solo nel proprio Stato. I liberali classici, i libertari miniarchici e gli oggettivisti, al contrario, pur non essendo affatto statalisti, ritengono che la difesa dei cittadini sia il compito fondamentale di un governo. Se un cittadino, che paga le tasse al governo, viene attaccato, in patria o all’estero, il governo deve proteggerlo. E’ questo il patto fondamentale tra Stato e cittadini: i secondi delegano al primo (pagandolo) la protezione dei loro diritti.
Lo Stato minimo è la difesa più efficace. Uno Stato minimo (come gli Stati Uniti alla fine del ‘700) esiste solo per proteggere i diritti individuali dei suoi cittadini da aggressori esterni. Più lo Stato si espande, meno difende i suoi cittadini. Se un governo vuol controllare le aziende nazionali, i loro investimenti all’estero, fare affari con altri governi, finisce per essere invischiato in una rete di contatti e compromessi che gli impedisce di agire coerentemente in difesa dei suoi cittadini. L’interesse nazionale diventa un’astratta “ragion di Stato”, che nella pratica si traduce nella protezione degli interessi dei soli boiardi di Stato. Con buona pace dei comuni cittadini minacciati, presi in ostaggio, aggrediti.




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