LETTERA INVIATA DALL'ON. SERVADEI DEL MAR.
E' EVIDENTE A CHIUNQUE ABBIA VOGLIA DI VEDERE COME NON SOLO LA ROMAGNA, MA ANCHE FERRARA, e PARMA-PIACENZA, SIANO SOLO COLONIE
SENZA PARI DIGNITA' DEL SISTEMA BOLOGNA-CENTRICO.
Forlì, 14 maggio 2007
Questa, purtroppo, la realtà romagnola
Il “piano” presentato dalla Regione per dare razionalità ed economicità agli Aeroporti emiliano—romagnoli è stato cestinato dalle parti in causa per manifesta inadeguatezza. Era stato promesso da oltre trent’anni, e la circostanza ha lasciato la bocca amara soprattutto a Forlì ed a Rimini i cui Aeroporti, pure utili all’economia locale e nazionale, continuano ad essere fortemente a carico delle Istituzioni del posto.
La Società, poi, che gestisce il Marconi di Bologna (la SAB), e che pochi anni fa ha preteso per se la maggioranza azionaria del Ridolfi di Forlì, cerca ora di sganciarsi da tale situazione, senza pagare la sua parte di passività maturate nel periodo relativo.
Il governo regionale di Bologna non si è preso cura, in questi decenni, anche del “sistema fieristico” romagnolo, come era sua competenza, alla stregua di quanto accaduto in Emilia. La sensazione attuale è che si richiami su Bologna quanto di meglio da noi espresso, onde rafforzare la relativa capacità contrattuale nei confronti di Milano, trascurando tutto il resto. E lasciandolo, al solito, diviso ed a carico delle realtà locali.
A quasi un ventennio dall’arrivo da noi dell’Università di Bologna, l’impegno della stessa continua a prescindere totalmente dalla ricerca e dalla sperimentazione. Supporti, questi, fondamentali ai fini dello sviluppo della nostra realtà, secondo le relative vocazioni e potenzialità. .E secondo le promesse della vigilia. Per sopraggiunte difficoltà finanziarie, poi, che non hanno toccato altri settori, l’inizio dei lavori del “Campus universitario forlivese” è ulteriormente slittato.
A causa della inadeguatezza e vetustà della nostra rete viaria, manteniamo, in quanto romagnoli, il record nazionale degli incidenti stradali. La Via Emilia, l’Adriatica, i collegamenti vallivi, scoppiano. La E—45 è pericolosamente inagibile, la terza corsia autostradale da Rimini verso il sud continua ad essere una speranza. In aggiunta, la “grande velocità ferroviaria” si è fermata a Bologna. E, da noi, sono in smobilitazione persino alcune Stazioni ferroviarie.
Il mare continua ad erodere i nostri arenili. Il ripascimento con sabbia “succhiata” dei fondali è un costoso espediente destinato ad essere ripetuto dopo ogni, anche lieve, mareggiata. Intanto, però, le piattaforme a mare davanti alla nostra costa per l’estrazione del gas metano sono aumentate di numero e di “produzione”, ciò che assicura alla Regione crescenti cespiti. Contrariamente a quanto verificatosi nel vicino Veneto, dove l’estrazione del gas, per evitare rischi “bradisistici”, è stata vietata.
Sulla base di una trattativa che ha coinvolto l’Unione Europea e La Regione Emilia—Romagna, oltre un anno fa sono stati definitivamente chiusi i restanti Zuccherifici romagnoli, con l’impegno di realizzare in loco impianti industriali di altro genere ai fini dell’occupazione della precedente manodopera. Purtroppo, però, la situazione è ferma al punto di partenza, ciò che pone seri interrogativi sul mantenimento dell’impegno.
Il Parco Nazionale di Campigna, Falterona, ecc. coinvolge un’area romagnola assai più consistente della toscana. E, tuttavia, è, dal sorgere, più legato alla dirigenza ed agli interessi di quest’ultima. Come non è, da nessun punto di vista, giusto che accada.
Il nostro turismo rappresenta l’85 per cento di quello complessivo della Regione Emilia—Romagna. E la nostra Riviera è, per ampiezza ed attrezzature, la prima d’Europa e la seconda del mondo (dopo la Florida negli Usa). Con tutto ciò continua ad essere gestito prevalentemente da Bologna con margini di partecipazione limitatissimi per i nostri operatori del settore.
In aggiunta: tale Riviera, dal suo sorgere (un secolo fa circa), è sempre stata opportunamente denominata “romagnola”, e tale conosciuta in tutto il mondo. La qualche anno, chissà perché, la Regione l’ha ribattezzata: “Riviera adriatica dell’Emilia—Romagna”. Distruggendo un “logo” di alto valore turistico—commerciale, non si vede a vantaggio di chi. E, certamente, a nostro notevole danno.
La nostra gente è fortemente dedita al risparmio. Per questo, nel giro di pochi anni siamo stati invasi da sportelli bancari e da Istituti di credito nazionali, con l’obiettivo di sostituirsi ai nostri tradizionali riferimenti nel settore. Abbiamo, quindi, assunto anche tale primato nazionale, con l’evidente rischio che, in questo modo, gran parte del nostro risparmio, anziché essere investito localmente, come è necessario, prenda il volo per altri lidi, anche extra nazionali. Pure in questo settore non siamo stati assistiti da alcun progetto regionale o locale, ed abbiamo dato la sensazione, vera, di essere essenzialmente una “terra di conquista”, in funzione di interessi terzi.
Mi fermo qui, anche se la materia per continuare non mancherebbe. Il quadro tracciato mi sembra abbastanza desolante ed allarmante. Siamo, senza ombra di dubbio, la colonia di Bologna e delle zone farti emiliane. “Forti” anche perché usufruiscono nei servizi, nelle strutture e infrastrutture, nei finanziamenti, ecc. di quote supplementari che vengono sottratte alla nostra :disponibilità.
E ciò anche per la circostanza che l’attuale nostra classe dirigente, per antiche sbagliate suggestioni e soggezioni ideologiche, considera Bologna, Modena, Parma, ecc. come una sorta di Mecca che merita comando ed obbedienza. E favorendo tale stato di cose anche col mantenimento delle divisioni e dei “campanilismi” romagnoli, per cui agli appuntamenti che contano, mentre i nostri concorrenti “fanno massa”, noi ci presentiamo sistematicamente in “ordine sparso”.
Sono anche queste le ragioni di fondo della nostra battaglia per la Regione Romagna. La quale non è soltanto un atto di ossequio e di coerenza con la storia, la cultura, la pari dignità della nostra gente, ma il modo per dare “unità programmatoria e gestionale” alla nostra realtà, per disporre di un rapporto diretto coi governi di Roma e Bruxelles.
In buona sostanza, per essere finalmente “padroni in casa nostra”, per smettere di fare i “donatori di sangue” nei confronti di chi sta assai meglio, sotto ogni aspetto, di noi. E questo non soltanto nell’interesse della “piccola patria romagnola”, ma anche, con la crescita del nostro apporto in ogni campo, delle grandi patrie Italia ed Europa.