Andarci o non andarci. Berlusconi non ha ancora deciso se accetterà l'invito che personalmente gli ha fatto il segretario dell'Udc, Lorenzo Cesa, oppure no.
L'ultimo congresso della vela non gli piacque neanche un po'.
Era il congresso della segreteria targata Marco Follini. Il quale non lasciò nel caricatore nemmeno un colpo: li sparò tutti. E tutti contro il Cavaliere, lì presente livido di rabbia.
«Questo è il secondo congresso dell'Udc, non sarà l'ultimo», cominciò Follini per freddare i progetti sul partito unico allora tanto di moda anche nel centrodestra. «Un candidato, scelto da tutti, democraticamente, magari facendo anche noi le primarie. Fin qui è stato il leader a definire largamente la nostra alleanza. Oggi deve essere l'alleanza ad esprimere il leader».
Qualcuno sperava che poi Casini, allora presidente della Camera, si prestasse a fare da crocerossina: fece qualcosa, ma neanche tanto. «Sono d'accordo: uno spara e l'altro fa la finta di recuperare», commentò coi suoi l'allora premier, che pochi mesi prima aveva dovuto accettare una crisi di governo proprio per l'impuntatura dell'Harry Potter centrista. Follini ora sta con il centrosinistra. L'Udc no. Ma il giudizio sulla stagione berlusconiana non è cambiato. La verità è che l'Udc nel giro di due anni ha curvato la sua macchina, allontanandosi progressivamente dalla Casa delle Libertà.
Il bandolo di Follini è stato ripreso da Cesa. Con la benedizione di Casini, regista dell'operazione Centro.
I rapporti tra lui e Berlusconi sono quelli di due leader di due diverse opposizioni. Due opposizioni che si sono manifestate apertamente con la doppia manifestazione, una di grande impatto mediatico e politico (Roma, piazza San Giovanni) l'altra di solo impatto politico (Palermo). Da lì a oggi, tante scaramucce e tanti tentativi di riconciliazione. Più le prime, ovviamente.
Il protocollo congressuale
Che fare allora: andarci al congresso degli ex alleati o starsene a casa? Berlusconi stavolta non sopporterebbe facilmente un altro affronto come fu quello di Follini. Un eventuale discorso duro da parte di Casini stavolta lo prenderebbe come un affronto, come uno schiaffo a mano aperta. Il guaio di Berlusconi è che il testo di Casini non prevederà variazioni al tema: l'ex presidente della Camera dirà esattamente quello che sta dicendo da tempo, ormai.
La sua rotta è segnata: niente rientri nella Casa delle Libertà e niente inciuci con il centrosinistra.
Berlusconi queste cose le conosce bene: i suoi plenipotenziari gli hanno ricostruito perfettamente il quadro della situazione. «Perché ci devo andare, allora?», si interroga il Cavaliere. «Perché sarebbe una scortesia», gli hanno risposto. «Allora se vado, porto il saluto di Forza Italia e dico due, tre cosette». E qui la squadra dei berlusconiani si divide nelle due correnti di sempre: falchi e colombe. «Non sono previsti interventi di altri segretari di partito; così era stato anche per lo scorso congresso», tagliano corto da via dei Due Macelli, sede dell'Udc. Solo brevi saluti di amici dell'Internazionale democristiana e del Partito popolare europeo, niente più.
Il protocollo congressuale non darebbe un diritto di platea a Berlusconi.
Perché complicarsi la vita, avranno pensato i vertici del partito. Un Berlusconi libero di parlare comporterebbe il rischio di spaccare la platea. Proprio adesso che Casini ha raggiunto l'intesa con tutti i "dissidenti" interni, Cuffaro e Bonsignore su tutti. Il rischio infatti che il governatore siciliano si sfilasse dai casiniani, appoggiando almeno in parte la corrente di Giovanardi, c'era ed è rientrato; Pier è stato paziente nel ricucire, dando garanzie che sulle amministrative non sarà lui a rompere il patto con gli alleati della ex Casa delle Libertà. Così Giovanardi rischia di restare su una casella poco pesante in termini di voti. Ne è consapevole, tant'è che vorrebbe disimpegnarsi; se non fosse che gli avrebbero chiesto di restare comunque in gara per dare peso a una minoranza interna, il che fa sempre comodo. Il pericolo (o la speranza: dipende dai punti di vista) di una spaccatura vistosa dell'Udc appare un'idea bizzarra.
Il distacco progressivo
L'ex presidente della Camera ha avuto la pazienza di staccarsi progressivamente («Senza le forzature di Follini», dice qualcuno), preoccupandosi di costruirsi il sentiero e nello stesso tempo evitando che i suoi elettori cadessero nel burrone. Ha bisogno di tempo, come ammette lui stesso, e il timer delle scadenze elettorali lo ripara. Alle amministrative, infatti, l'Udc non farà nulla per rompere gli accordi. Poi ci saranno le Europee, ma lì si vota con la proporzionale e allora Casini saprà se il suo progetto avrà le gambe per camminare. Questo è lo scenario che Casini presenterà al Cavaliere. Ecco che allora "andare o non andare" (alla fine andrà) assume un connotato diverso: forzare o non forzare? Ma che se ne fa Berlusconi di un centrodestra diviso? Il dibattito sulla legge elettorale rischia di diventare una gabbia pericolosa soprattutto per l'ex premier, il quale sta commettendo l'errore di pensare troppo in termini di coalizione e poco in termini di Forza Italia. La Lega, ad Arcore, gli giura fedeltà ma intanto non si sa bene cosa combini con il ministro Chiti e soprattutto gli sta scombussolando le acque presentando suoi candidati alternativi al centrodestra alle amministrative. Quanto a Fini, non vuole in alcun modo svincolarsi troppo dal referendum, né dare l'impressione che si sia dimenticato della parola data. Così, Silvio resta fermo per paura di scontentare tutti. Berlusconi è convinto che la ricetta di Calderoli sia il jolly per fare in fretta quella riforma che chiede anche il presidente della Repubblica, nella speranza che poi scatti il semaforo verde per nuove elezioni. La cosa però rischia di essere una scommessa un po' al buio. Lo scenario politico sta modificando pelle e i cantieri aperti all'interno dei partiti, per la nascita di nuovi, si basano su fondamenta non più bipolari e maggioritarie. Se il Cavaliere non vuole restare fregato, farebbe bene a svincolarsi anch'egli dalla logica di coalizione e pensare al referendum come l'improvviso colpo di acceleratore. Lo spauracchio del premio di maggioranza al partito vincente gli consentirebbe di guidare il valzer, sempre che si voglia concedere l’ultimo giro.
G.Paragone su Libero
saluti




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