Per capire Rosarno. Intervista ad Ercole Giap Parini
Per capire Rosarno. Intervista ad Ercole Giap Parini
Stampa questo post martedì 23 febbraio 2010 07:20 - di Valerio De Nardo - Categorie: Articoli
Ercole Giap Parini, sociologo, è ricercatore nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università della Calabria e membro dello Standing Group on Organized Crime dell’European Consortium for Political Research (ECPR), che si occupa della diffusione internazionale del crimine organizzato, con particolare attenzione agli effetti che provoca sui diversi contesti sociopolitici e istituzionali.
In queste settimane, assieme alla sua compagna e collega Donatella Loprieno, ha seguito con particolare attenzione i fatti di Rosarno, con la vicenda della “rivolta” dei lavoratori africani, sulla quale vogliamo continuare la riflessione.
Le condizioni inumane a cui sono stati costretti i lavoratori migranti della Piana di Gioia Tauro erano note da tempo, tanto da essere assurte a “emergenza umanitaria permanente”. A proposito della vicenda di Rosarno lei ha scritto di una “piramide dell’arroganza”: come sarebbe costituita questa piramide?
La condizione di sfruttamento dei lavoratori migranti, soprattutto quando irregolari o clandestini, rappresenta una delle facce oscure delle economie dei paesi a capitalismo avanzato. Vi sono interi settori produttivi che affidano la loro prosperità proprio alla possibilità di sfruttare questo tipo di lavoro. E questo, spesso, indipendentemente dal loro livello di competitività.
In certe aree della Calabria, che pure con tutte le loro contraddizioni sono parte integrante del sistema economico globale, la condizione di marginalità sociale e di sfruttabilità economica del lavoratore migrante assume toni sinistri e di particolare odiosità. A Rosarno, ma potremmo allargare lo sguardo a molti altri centri della Piana di Gioia Tauro, ad una crescente arroganza delle cosche corrisponde un altrettanto crescente stato di abbandono da parte dello Stato e delle sue istituzioni territoriali. Qui la regolazione sociale è affidata spesso a meccanismi che prevedono l’uso dell’arroganza, in dispregio di un principio di legalità divenuto etichetta senza contenuto e senza ‘valore’ (nel significato letterale del termine). Anche la sicurezza sociale, per esempio, quella risorsa sulla quale dovrebbe essere fondata la reale possibilità di funzionamento della democrazia, in tali contesti è diventata affare privato in cui il più forte – che è anche il più arrogante – gioca il ruolo di ‘protettore’. E giù di lì ciascuno tenta di far valere quel che gli è concesso dell’arroganza su chi sta sotto.
Quando l’arroganza e la violenza diventano risorse chiave per regolare i rapporti tra le persone e per mettere in scena un surrogato dell’ordine sociale, a soccombere sono i più deboli. E oggi i più deboli sono appunto i lavoratori migranti, ‘indegni’ di qualsiasi tipo di tutela, ‘sacrificabili’ – quando non servono – in nome anche di una futile violenza. Nella piramide dell’arroganza gli unici a non poterla esercitare, l’arroganza, sono proprio loro, i lavoratori migranti: meno che schiavi, vite a perdere che vanno invisibilizzate quando i loro corpi non sono più sfruttabili, magari per quelle ragioni di mercato che possono indurre i produttori a lasciare marcire sull’albero quelle ormai famigerate arance.
Rosarno, come altri comuni caratterizzati da forti fenomeni di infiltrazione mafiosa, vive una situazione di degrado economico, politico e istituzionale che meriterebbe una continua attenzione. I riflettori si sono accesi invece solamente in occasione della “rivolta degli africani”. L’illegalità si nutre principalmente di silenzio, non solo di quello omertoso?
Certamente il silenzio istituzionale su queste vicende è una questione ormai divenuta strutturale. Vi è il sospetto che si agisca come se certe aree siano perse all’esercizio della democrazia e che sia meglio amministrare interstizi di amministrabilità, tanto per dare una parvenza di presenza dello Stato e della legge. La realtà è che ci sono interi comparti agricoli, in certe aree della Calabria, che funzionano da collettori di sovvenzioni, dove la truffa è diventata sistema capace di coinvolgere differenti soggetti, anche istituzionali. Intorno a questi interessi, si viene a creare una fitta rete di convenienze e complicità che rende tutto opaco, a partire dal diritto e dalla legge.
In un tale sistema tutto diventa ammissibile … anche i fatti di Rosarno. In questo quadro diventa persino scontato registrare che, nel corso del 2009, in Calabria le ispezioni da parte delle Direzioni provinciali del lavoro abbiano subito una contrazione prossima al 50 per cento. Parliamo di una riduzione disposta dall’alto.
Si insiste sul binomio immigrazione/sicurezza, lo ha fatto anche Berlusconi in occasione del Consiglio dei Ministri tenutosi a Reggio Calabria. Ma esiste anche una volontà di “assottigliare” il confine tra la regolarità e l’irregolarità, precarizzando sempre di più la condizione del lavoratore migrante? A che scopo?
Anche in questo caso, le ragioni possono essere di varia natura.
Vi è in primo luogo una questione generale che riguarda la politica come gestione del potere in senso lato. In periodo di crisi e di grandi cambiamenti, in cui le incertezze rischiano di tradursi per i governati in paure ingovernabili, bisogna dare dei facili bersagli. Per fare questo una strategia vincente può essere quella di creare degli outsider e di criminalizzarli, prevedendo per loro uno status a parte che ne allontani la presenza alla coscienza e sui quali ammassare il carico di paura e di incertezza che è tipico della nostra epoca. Detto in termini meno tecnici, da che mondo e mondo, il potere si amministra organizzando e gestendo la paura della gente.
Guardando, invece, più in generale alla condizione di sfruttabilità del lavoratore migrante, non può che venire alla mente il sospetto di una tacita volontà di creare sacche di vulnerabilità sociale che rendono quei corpi sempre più sfruttabili. Economicamente e anche politicamente.
A suo parere la vicenda di Rosarno può rappresentare un’occasione di riflessione sull’impatto della mancanza di politiche organiche di integrazione nel nostro Paese?
Certo … se si intende trattare con dignità le persone. Tuttavia, il concetto di integrazione è di per sé problematico, incapace di sciogliere le contraddizioni che vedono la riproduzione della logica dominante-dominato nel rapporto tra chi deve integrare e chi deve essere integrato. Non mi piace neanche la parola ‘contaminazione’, che va di moda ma dice poco ed elude il problema, come gran parte del patrimonio lessicale del cosiddetto ‘postmoderno’. Piuttosto si dovrebbero porre quelle poche e precise regole di convivenza che permettono agli individui di incontrarsi come soggetti dotati di pari dignità almeno umana, se non sociale e politica. Ma per fare questo ho l’impressione che serva una cultura laica che nel nostro paese è ancora ampiamente deficitaria.
Di fronte alla complessità del fenomeno, il nostro legislatore non ha saputo fare altro che ridurre la questione dell’incontro tra persone appartenenti a diverse esperienze culturali a questione di ordine pubblico e di sicurezza. Basta avere un minimo di spirito critico e di sguardo curioso per comprendere come in Italia la prima accoglienza abbia partorito delle situazioni di oggettiva detenzione e come la seconda accoglienza sia stata nel corso del tempo svilita.
Tuttavia proprio dalla Calabria – terra di grandi contraddizioni che non finisce mai di stupirmi – viene l’esperienza di Riace, un comune della locride che ha deciso di rivitalizzare il proprio borgo antico offrendo alloggio e accoglienza reale ai migranti e ai profughi. Ma si tratta di iniziative isolate e che ancora non riescono a diventare sistema.
Che cosa intende per “recita legittimante della mafia” ed in che senso ritiene che la reazione dei cittadini di Rosarno provenga da una popolazione “costitutivamente impaurita”?
Se c’è una dote riconosciuta alla mafia è quella di saper volgere al proprio vantaggio le occasioni che di volta in volta le si presentano. Nel caso di Rosarno, venuta meno la funzione economica del migrante, venuta meno la sua sfruttabilità, ma soprattutto divenuta quella presenza ingombrante, in assenza delle più elementari misure di accoglienza, alle cosche si presenta il pretesto per ribadire il ruolo di detentore del controllo su quel territorio. Il potere della mafia è fatto di capacità di intimidazione, di violenza, ma è fatto anche di consenso. E il consenso va ricercato anche con queste recite. Ne è venuta fuori una rappresentazione paradossale: le cosche si mettono in azione per cacciare dal territorio quegli africani, aizzano i più facinorosi tra i loro sgherri e minacciano i lavoratori migranti. Poi … lo Stato interviene con la sua forza, con i suoi mezzi antisommossa, per terminare il lavoro che era stato appena cominciato. Un bel segno della presenza dello Stato!
La questione della paura costitutiva, invece, apre scenari ancora più foschi. La chiamo anche ‘paura istituzionalizzata’ e per afferrarne i tratti, bisogna comprendere cosa significhi vivere in contesti controllati dalla mafia: si tratta di una continua necessità di misurare le proprie azioni e i propri interessi con quelli del più forte (dove il più forte è colui che potenzialmente può esercitare violenza), vivere negli interstizi dell’altrui arroganza. E senza che l’arrogante te lo ricordi nemmeno. Concretamente, questo significa che chi vuole mettere su una bottega deve stare bene attento a non superare una certa soglia con le proprie attività, pena il dovere incappare nei taglieggiamenti. Oppure accettare – ritenendo che valga la pena farlo – di crescere e pagare l’obolo. Vi sono aziende di grandi dimensioni che hanno dei libri mastri particolari, occulti, dove il pizzo è una voce contabilizzata a priori.
Ecco in che termini la paura cessa di essere un sentimento per divenire vera e propria istituzione sociale ed economica in grado di prevenire certi comportamenti e di consolidare tutto un sistema intorno alle ragioni della mafia. Cosa c’entra questo con la reazione della popolazione di Rosarno? Credo che in quell’occasione sia stata messa in scena una rappresentazione ove interprete principale, oltre alla mafia, era la frustrazione della gente, che ha trovato una momentanea quanto effimera valvola di sfogo. Solo in questo modo riesco a darmi una parziale ragione del fatto che non soltanto mafiosi e facinorosi ci fossero nelle piazze, ma anche cittadini dalla fedina penale candida e dai pensieri altrettanto puri.
A suo parere in alcune porzioni del territorio calabrese la ’ndrangheta contende allo Stato la sua funzione più classica: il monopolio della forza, aggiungendovi di suo il controllo di molte coscienze, tanto da cancellare una delle qualità ancestrali di questa terra, il senso dell’ospitalità. Da dove si può partire per una ricostruzione etica e culturale?
Troppo spesso, quando si narrano i mali della Calabria, si fa riferimento alla cultura mafiosa e la si caratterizza come destino ineluttabile. Poche cose descrivono la situazione in modo così fuorviante. Quello che viene chiamato ‘cultura mafiosa’ non è altro che l’adattamento, culturalmente consolidato, delle azioni delle persone ad un contesto in cui la mafia detta le regole, ma in cui sa anche costruire una rete di consenso basta su una pericolosa miscela di intimidazione e di convenienza. Le culture, anche se non sono un velo del quale ci si possa disfare con facilità, non rappresentano certo un destino ineluttabile. Sono sistemi mobili, che mutano al mutare delle condizioni di riproduzione dell’esistenza … mutano al mutare delle regole del gioco. Ma hanno bisogno di un catalizzatore. Anche a costo di apparire eccessivamente riduttivo, credo che serva, innanzitutto, garantire sicurezza alle popolazioni di certe aree del Meridione.
Parlo di una sicurezza sistemica, fatta di reale possibilità di esercitare i diritti e di coltivare i propri sogni senza avere sopra l’immagine di una cappa che ti rinchiude, quella rappresentata dai poteri mafiosi. Questo lo si fa rendendo chiara la presenza dello Stato e forte la sua credibilità. Ma chi lo può fare? E soprattutto perché? Ho l’impressione che le vere difficoltà vadano ricercate nel delicato equilibrio tra politica nazionale e amministrazione periferica, piuttosto che in vacue argomentazioni che finiscono con il cadere nella proposizione di una sorta di differenza




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