UNA VITA IN CORSIA
la storia Abbiamo incontrato una religiosa che a Verona ha unito spiritualità e impegno sociale assistendo i malati Lascia da caposala del nosocomio cittadino, dov’era entrata nel ’39 Il primario: non sarà facile fare a meno di lei, è la nostra memoria storica

Settant'anni in corsia con i pazienti nel cuore

«Nel ’43 salvai il laboratorio ingannando i nazisti»«Durante la guerra gli occupanti tedeschi dovevano sgomberare
Riuscii a mettere al riparo apparecchiature e materiale medico "trafugandoli"
dall’ospedale in quattro grosse bare Nessuno se ne accorse»


Dal Nostro Inviato A Verona Lucia Bellaspiga

Non si capacita che una giornalista la voglia incontrare: «Cosa c'è da dire di me?». Vorrebbe che l'articolo iniziasse come la canzone: «Questa è la storia di uno di noi...», nulla di speciale. Se non che suor Luisidia Casagrande è appena andata in pensione a 90 anni («da compiere, però»), ha alle spalle due intere vite lavorative («non proprio: ho lavorato 68 anni, non 70») e tutte nello stesso ospedale pubblico, dal 1939 non è mai mancata un giorno, festivi compresi («beh, la domenica facevo solo un giro tra i pazienti la mattina...») e nel 1943 riuscì a gabbare i nazisti grazie... a delle bare («ecco, in questo c'è voluto del coraggio, sì...». Suor Luisidia, da quel 1939 in cui iniziò la sua vita di caposala all'ospedale "Borgo Trento" di Verona fino a oggi, ha gestito il laboratorio di biochimica e di ematologia, il più grande d'Italia, dirigendo il personale infermieristico e ausiliario, stando accanto a migliaia di pazienti nel delicato momento della diagnosi, consigliando (e facendo rigar dritto) sei primari, parecchi direttori generali, intere generazioni di medici, infermieri e tecnici. I quali, oggi che è iniziata la sua terza vita - quella della pensione, dal 31 gennaio - ancora la vanno a cercare nella casa madre delle Sorelle della Misericordia quando c'è qualche problema da risolvere. Oggi tocca al primario di laboratorio, il dottor Paolo Rizzotto, a colloquio con la suora e... in attesa di "disposizioni": «Non è facile dopo 70 anni fare a meno di una persona che rappresenta la memoria storica di una struttura enorme come Borgo Trento - spiega -. In questi due mesi, per ricoprire tutte le mansioni che gestiva da sola, è stata sostituita da più persone, ma ogni giorno scopriamo nuovi buchi da riempire. Lei è stata la continuità: cambiavano generazioni di infermieri e tecnici, ma suor Luisidia restava e sapeva come risolvere i problemi, comprendere le singole difficoltà del personale, sedare i dissidi». Una gestione del personale moderna, passata indenn e anche attraverso gli anni irrequieti della contestazione, quando «i delegati di reparto si opponevano vivacemente a qualsiasi compito esulasse dalle mansioni contrattuali, ma con suor Luisidia alla fine cedevano, provavano profondo rispetto». «Ricordo gli scontri del 1978 - sorride lei -, quando durante uno sciopero avevo cercato di andare io nelle cucine a fare una minestrina per un paziente più di là che di qua... Quella volta però vinsero loro...».
Nei decenni ne ha visti di cambiamenti, non solo nella mentalità delle centinaia di dipendenti che ha diretto o nella sempre maggiore consapevolezza dei pazienti, ma nella concezione stessa della scienza medica e del contatto tra medico e malato: «Borgo Trento è un'oasi felice da questo punto di vista, ma esistono realtà in cui c'è ancora molto da fare, c'è tanta tecnologia ma manca l'attenzione alla persona. Io ho sempre cercato di far capire ai dottori e agli infermieri che con il malato occorre avere pazienza - spiega suor Luisidia -, perché l'ospedale non è una fabbrica di ombrelli, non costruiamo oggetti noi: pensi allo spavento che prova un paziente oncologico nel momento della diagnosi e al bisogno di vicinanza che hanno si familiari. In quegli istanti si affidano interamente a noi, a una buona parola e alla nostra professionalità. Io dico sempre ai giovani dottori: proviamo a pensare che ogni paziente sia un nostro caro...». Basta un errore di trascrizione (come di recente capitato al Careggi di Firenze) e gli organi di un sieropositivo vengono impiantati in persone sane: «La biologa del Careggi è una professionista di alta qualità, ma l'errore umano è ineliminabile. E ricordiamoci sempre che dietro alle macchine c'è l'uomo, non sono infallibili». Dal 1939 le cose sono cambiate anche nella tecnologia: «Oggi ci sono strumenti per tutto, la sicurezza è tutelata, ma a quei tempi si lavorava molto con le mani, si aspirava tutto con le pipette a bocca, anche il sangue o l'urina. E nei reparti mancava ogni cosa, pensi che a Verona i primi elettrocardiogrammi li ho fatti io con il primo elettrocardiografo della Siemens. La manualità allora contava molto di più e poi non c'era orario, gli infermieri non guardavano l'ora, si fermavano finché serviva, c'era in tutte le categorie uno spirito di sacrificio che oggi manca, anche se l'altruismo rimane tuttora la regola d'oro per chi sceglie di occuparsi della salute altrui. Dentro ogni provetta c'è un uomo, c'è la dignità di una persona». Ne ha tante di foto che la ritraggono con le sue provette in mano, appassionata, intenta a scoprire le tracce della malattia e a ridurre il più possibile l'eventualità dell'errore. Proprio questa sua naturale predisposizione la costrinse a collaborare con i nazisti quando requisirono con la forza il "suo" ospedale: «Serviva ai loro feriti - ricorda - così nell'ottobre del 1943 ordinarono lo sgombero entro 48 ore di tutti i degenti, che furono di corsa trasferiti. Il maresciallo Zinkeisen mi aveva vista lavorare al bacillo della difterite con i vetrini ed era rimasto colpito, così pretese dalla superiora che io, da sola, restassi a lavorare per loro. Obbedii senza il minimo entusiasmo e con qualche apprensione... Poi subito pensai a mettere in salvo quanto più possibile del materiale di laboratorio per la cittadinanza, perché si capiva che i tedeschi presto si sarebbero ritirati. Così ogni giorno all'alba con cautela trafugavo microscopi, provette, reagenti nascosti nel grembiule e alla fine portai fuori il tutto nascosto in quattro bare vuote che presi dalla cella mortuaria. Feci venire un carro funebre guidato da un amico, caricammo le bare e via col batticuore verso un rifugio. Pensi che le bare rimasero intatte sotto un bombardamento del luglio 1944. Il 26 aprile 1945, il giorno dopo la Liberazione, andai al lavoro come sempre e vidi che erano spariti tutti: i tedeschi e il materiale che era rimasto. Trovai però un biglietto del maresciallo, mi ringraziava per il bene fatto ai suoi soldati». I quali per molti anni sono tornati in Italia per ritrovare quella schwester Luisidia, sorella Luisidia, e farla conoscere a mogli e figli. «Anche il maresciallo Zinkeisen è venuto con la moglie. E il soldato Malchik, un austriaco... Un giorno gli era scappata una battuta contro gli italiani e il maresciallo lo mise in punizione tre giorni, nonostante le mie suppliche, perché secondo lui mi aveva offeso. Ci stetti così male...». La città di Verona, l'ospedale e le istituzioni hanno premiato suor Luisidia con medaglie d'oro e onorificenze, ma lei ancora, finito il suo racconto, non capisce cosa ci sia da raccontare: «Normale senso del dovere, ero alle dipendenze di un Ente pubblico e l'ho servito per 70 anni com'era giusto, era il mio lavoro. Che poi magari abbia fatto qualche ora in più...»