Salve a tutti.
Mi è capitato proprio ieri, mentre cercavo di saperne qualcosa di più sulla particolare corrente di pensiero detta "socialista liberista" di leggere uno scritto che ha come oggetto il pensiero di Enrico Leone. Ve lo posto qui di seguito
"Quella di Enrico Leone è una figura controcorrente, e bene ha fatto Luigi Marco Bassani a dedicargli un eccellente studio. Pubblicato da Giuffré con il titolo Marxismo e liberismo nel pensiero di Enrico Leone, il volume aiuta a comprendere come tale autore sia stato rigettato dai moderati a causa del suo spirito rivoluzionario, e rifiutato dai progressisti a causa del suo netto liberismo.
Eppure proprio questa “eccentricità” potrebbe fare di Leone un punto di riferimento utile a quanti vogliono cercare sentieri nuovi. Espressione di un’estrema sinistra che ora non esiste più, egli sapeva schierarsi con i più deboli e al tempo stesso era determinata a rigettare ogni forma di statalismo, pianificazione, spesa pubblica.
Così, quando nel 1904 venne costituita una Lega antiprotezionista il manifesto fu sottoscritto da un gruppo di liberali di tradizione classica come De Viti De Marco o Giretti, ma anche dai socialisti dell’ala sindacalistica: Arturo Labriola, Romeo Soldi e – appunto – Enrico Leone. E all’interno di quest’area, egli fu certo la figura intellettualmente più originale.
Direttore del periodico Divenire Sociale (l’organo dei sindacalisti rivoluzionari su comparvero pure articoli di Benito Mussolini), Leone ebbe una particolare vocazione per la riflessione teorica. È sufficiente leggere il volume del 1909 su La revisione del marxismo per cogliere come si sia di fronte ad marxista che ha avuto il merito di comprendere le ragioni (morali, economiche, giuridiche) dell’economia di mercato. Per anni il suo sforzo sarà quello di coniugare il socialismo e le teorie liberiste più innovative che andavano emergendo.
Economista assai acuto, Leone vive con drammaticità la crisi del marxismo di fine Ottocento. In particolare, nei suoi scritti il sindacalismo diventa il punto di partenza per una riflessione inedita intorno alla lotta di classe, che riscopre – inconsapevolmente – la lezione di quei liberali francesi che avevano opposto i gruppi tutelati dal potere pubblico (parassiti) e quelli privi di protezioni (produttori).
Ma il nodo cruciale che più inquieta lo studioso napoletano è il tema del valore-lavoro. Soprattutto nel Capitale, Marx si era autorappresentato quale fondatore di una teoria che spiegava la realtà a partire dai rapporti materiali: intesi come rapporti economici. Leone avverte però come tutto ciò si basi su quella concezione del valore-lavoro ormai completamente screditata.
Egli coglie le aporie della teoria marxiana e – di conseguenza – delle stesse tesi sullo sfruttamento capitalistico. Se il marginalismo è riuscito a buttare nella spazzatura della storia l’idea che il valore di un bene sia da ricondursi alla quantità di tempo necessario a produrlo, allora appare screditata la stessa idea secondo cui il capitalista sottrarrebbe un plus-valore all’operaio.
Avido lettore degli autori liberali, Leone accoglie la sfida lanciata dai “marginalisti” (Jevons, Menger e Walras) e al tempo stesso si rifiuta di reinventare un Marx sottratto da ogni rapporto con la riflessione materiale. Se la vulgata marxista novecentesca sarà per lo più hegeliano-marxista (da Lukacs alla scuola di Francoforte), Leone tenta di essere fedele a Marx stesso, ripensandone la teoria entro le logiche della nuova scienza economica. L’esito di tale scelta è un marxismo anomalo: massimalista, estremo e destinato a sganciarsi sempre di più dai capisaldi del socialismo.
D’altra parte, nella lettura che egli ne diede «il sindacalismo non è meno severo del liberismo contro la concezione statalistica della produzione».Il vero grande avversario di Leone si rivela quindi essere il socialismo di un Filippo Turati e, alla fine, sarà proprio la sua vena libertaria ad allontanarlo sempre più dalla tradizione marxista. Leone rigetta il socialismo “giolittiano” perché non nutre alcuna illusione in merito alla possibilità di conquistare lo Stato per piegarlo alle ragioni della giustizia. Se la vera frattura di classe ha origini politiche (e statuali) ben più che economiche (e capitalistiche), è allora un’ingenuità imperdonabile quella di chi pretende di conquistare il potere per modificarlo “dall’interno”.
Nella sua monografia, Bassani sottolinea come nel corso della storia il marxismo abbia finito per celebrare il potere. E lo stesso Engels afferma che occorre “concentrare sempre più nelle mani dello Stato tutto il capitale, tutta l’agricoltura, tutta l’industria, tutti i trasporti, tutti gli scambi”.
Da parte sua, invece, Leone non smette mai di avversare la coercizione organizzata; e per il medesimo motivo egli rigetta la violenza politica e le logiche “soreliane”. Quando il movimento sindacale italiano si trova coinvolto in scioperi di massa, la sua posizione sul rigetto della violenza è netta. Egli sostiene che essa è dannosa in primo luogo ai lavoratori stessi, ma è pure evidente come egli nutra un rigetto morale di fronte all’ipotesi di prevalere con la prepotenza e l’intimidazione.
È nel suo sforzo di restare fedele alla lezione di Marx che Leone finisce per allontanarsi da lui. In effetti, negli ultimi scritti Leone abbraccia un liberismo assai “realista” e rivoluzionari, che denuncia i consolidati meccanismi di sfruttamento controllati dal ceto politico. Per lui lo Stato è nemico in quanto è Stato, e non perché solo perché “borghese”.
Intellettualmente isolato e marginalizzato dal dibattito intellettuale e dal “nuovo corso” della storia europea, nel corso degli anni Trenta egli finirà la propria vita recluso in un manicomio. E si tratta forse di un esito non incoerente con la vicenda intellettuale di uno studioso che aveva osato immaginare l’impossibile e che solo oggi possiamo tornare a riscoprire.
Da L’Indipendente, 15 ottobre 2005
Luigi Marco Bassani,
Marxismo e liberismo nel pensiero di Enrico Leone,
Giuffrè, 2005 pp.252 € 23.
Per alcuni aspetti soreliano, ma convinto assertore del naturale pacifismo del proletariato e quindi contrario alla violenza, come a tutte le guerre, Enrico Leone rappresenta un "sentiero interrotto" della sinistra italiana ed europea.
Nei primi anni del Novecento egli cercò infatti, con peculiare determinazione, di utilizzare i contributi scientifici delle scuole etiliste, liberali e conservatrici per fornire basi più convincenti alla riflessione socialista del suo tempo.
Il risultato della sua revisione del marxismo fu una sorta di "socialismo di mercato", liberista e libertario, che, salvando lo "scopo finale" (il sovvertimento del sistema capitalistico), propone però il massimo grado di libertà economica e sociale, nella convinzione che lo Stato sia un'istituzione per sua natura violenta e parassitaria, d'impaccio sia per i capitalisti che per i proletari.
Il libro costituisce un'opera originale, profonda ed esaustiva sul pensatore più importante del sindacalismo rivoluzionario italiano."
Vorrei ora condividere con voi un dubbio che mi è venuto, al quale non riesco da solo nel venirne a capo, come non sono riuscito a risolverlo neanche con il confronto ieri sera con un mio amico.
Nelle cinque righe del primo testo che vedete evidenziate in grassetto, c'è scritto che Leone supera la concezinoe marxiana del valore di un bene riconducibile al tempo impeigato a produrlo. E qui sono d'accordo, dal momento che il valore di un bene, venendosi a determinare dal punto d'incontro tra la domanda (del consumatore) e l'offerta (del produttore), può essere slegato al tempo impiegato nella sua produzione, o meglio può dipendere, oltre che solo da questo, anche e soprattutto dalla desiderabilità che il consumatore soggettivamente nutre verso di esso.
E va bene. Ma da qui ad affermare che tale revisione del pensiero marxiano porterebbe allo screditare il concetto di plusvalore, di differenza ce ne passa, e anzi proprio non vedo il nesso tra i due concetti. Non riesco a comprendere insomma per quale motivo, anche assumendo che il valore di un bene x sia stimato y in base alla desiderabilità del consumatore e non al tempo t necessario per la sua produzione, e che quindi y non sia y=f(t), se i rapporti di produzione all'interno di una struttura produttiva sono quelli tipici del capitalismo, come si possa affermare che il capitalsita non accumuli plusvalore alienando y al produttore.
Qualcuno sa rispondermi ? E' Enrico Leone che dice una puttanata infantile o sono io a nno aver compreso qualche passo intermedio ? Grazie.
Inutile infine dire che, sia nel pensiero di Arturo Labriola che di Leone, l'assumere lo Stato come neutrale rispetto alle classi/ceti esistenti nella società sia profondamente sbagliato, non spiegandosi altrimenti come sarebbe potuta essere possibile l'accumulazione "originaria"/concentrazione in poche mani di capitale necessaria a far decollare le attività industriali, e non spiegandosi altriemnti come il grande capitale, industriale e finanziario, possa continuare a reggersi senza il sostegno dello Stato, che va quindi considerato non "neutrale e nemico sia di operai che dei capitalisti", ma espressione (comitato d'affari) delle classi e ceti sociali dominanti.




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