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  1. #1
    Obama for president
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    Predefinito rutelli prossimo leader del PD

    Il Partito democratico nasce senza programmi ma già si scatena la lotta per il potere: tutti contro tutti
    AUGUSTO MINZOLINI
    ROMA
    Il profilo programmatico del Partito Democratico continua ad essere confuso. Come pure il meccanismo con cui storie politiche diverse dovrebbero fondersi. E le contraddizioni, al solito, vengono esorcizzate con l’enfasi di un nuovismo che piace solo ad alcuni o con il pragmatismo che non convince tutti. O, ancora, con le mozioni degli affetti su una nuova missione talmente indefinita da non scaldare i cuori.

    Una cosa, però, è certa e su questo non ci sono dubbi: lì dentro, in quel partito che ancora deve nascere tutti vogliono comandare. Tant’è che dei discorsi dedicati in questi giorni al Partito democratico dall’uomo che potrebbe essere considerato l’ostetrico della nuova creatura, Piero Fassino, ciò che è rimasto impresso nella memoria di tutti è la sua voglia di diventarne il primo presidente, o il primo segretario, o il primo coordinatore. Insomma, le sue ambizioni. «Ci sono tanti che aspirano - ama ripetere in questi giorni il leader della Quercia - e io non ho certo meno titoli. Anzi, forse di più». Fassino addirittura è tornato ad introdurre un argomento che è stato un pezzo di storia Dc, quello del «doppio incarico», cioè l’avversione ad un vertice che faccia coincidere la figura del premier con quella del leader del partito: «Le due persone possono coincidere oppure no», ha spiegato.

    La frase spazza via l’ipocrisia di non ammettere che molti dei problemi che hanno rallentato e stanno rallentando la nascita del Partito democratico riguardano il suo gruppo dirigente futuro. Anzi, si può dire che il problema è tutto lì: l’area diessina che non aderirà, ad esempio, se ne va in fin dei conti solo per la paura di non avere più posti di rappresentanza in un partito al quale qualche sondaggio assegna uno striminzito 23%; quelli che rimangono, invece, vogliono avere garanzie sui ruoli che svolgeranno in futuro. E in fondo l’idea di avere due poltrone, invece di una (candidato al governo e leader del partito) può aiutare a risolvere la questione. Almeno in parte. Non per nulla l’ipotesi dello sdoppiamento non trova contrario Francesco Rutelli, il quale in privato fa capire ai suoi che lui scenderà in campo come alternativa a Fassino: «Sarà dura - ha spiegato agli amici - ma io giocherò le mie carte».

    A stare attenti ai movimenti dell’ex sindaco di Roma si arguisce che il personaggio sta tentando di creare un «ticket» con il suo successore in Campidoglio, Walter Veltroni: in un patto di mutua assistenza quest’ultimo potrebbe diventare l’uomo di governo mentre «ciccio bello» il primo leader del Partito democratico. O viceversa. Una soluzione geometrica: in questo modo, infatti, i due soggetti che si fonderanno, Ds e Margherita, avranno entrambi una rappresentanza al vertice del nuovo partito. In fondo la storia della Dc è piena di «patti» del genere: il più famoso fu quello di San Ginesio tra Arnaldo Forlani e Ciriaco De Mita, durò vent’anni. Qualcuno dirà che c’entra il Pd con la Dc? C’entra, c’entra. Come ama ripetere un king-maker della corsa alla leadership, Franco Marini: «Basta che in un partito ci sia un ex dc e le regole del gioco le impone lui». Solo che questa volta il patto Veltroni-Rutelli non nasce in un convento, ma benedetto, questo sì, dall’ingegner Carlo De Benedetti. Per cui l’uomo che si è scelto il ruolo della lepre nella corsa alla leadership del nuovo partito, cioè Fassino, rischia non poco. Deve fronteggiare l’attacco mediatico dei suoi avversari che nei sondaggi dimostrano di avere più appeal di lui e, soprattutto, deve trovare alleati. Cosa non facile. Massimo D’Alema, altro king-maker, non sembra apprezzarlo. «Quando gli ho detto che Piero è già ai blocchi di partenza - racconta un dirigente diessino - ha storto la bocca e ha risposto con il tipico “mah!” di disapprovazione». Tutte cose che Fassino sa. E il suo bersaglio principale è Walter Veltroni, perché anche se ci saranno due poltrone invece di una al vertice del nuovo partito non potranno essere occupate entrambe da ex ds: «So che Veltroni scenderà in campo - è l’assicurazione che ha dato ai suoi fedeli - ma io mi metterò di mezzo». Solo che dovrà guardarsi da più parti. C’è Veltroni ma anche il «liberalizzatore» del centro-sinistra, Pierluigi Bersani: chiede «volti nuovi» per la guida del Pd che somigliano tanto al suo identikit.

    «Chi entra Papa esce cardinale»: alla fine il detto che è stato coniato per il Conclave, che è andato bene per i congressi Dc ora sarà riadattato per il Pd. Del resto anche quell’anima pia di Arturo Parisi avverte che alla corsa per la leadership dovranno partecipare più concorrenti: «Non ci dovrà essere un candidato unico». E ricorda che il fondatore del Pd è Romano Prodi. Già, il Professore. Guai a dimenticarselo. Non piacerà a tre quarti del paese ma è sempre lì. «Nel Partito democratico - si inalbera l’ulivista Enrico Morando - il leader di governo deve coincidere con quello di partito. E finché c’è Prodi, c’è Prodi. Lo sdoppiamento è un’invenzione di Fassino». Un discorso che non piace ad un ex dc, come il sottosegretario, Giampaolo D’Andrea, che si ricollega ancora una volta alla storia dello scudocrociato: «Il doppio incarico non funziona. Nella dc era impossibile. Chi fece il contrario - Fanfani e De Mita - fece una brutta fine».

    Così, a ben vedere, il Pd rischia di essere un ritorno al passato: con le correnti, i capi e i congressi all’ultimo sangue. E’ l’immagine che ne dà uno che se n’è andato, come l’ex direttore dell’Unità Giuseppe Caldarola: «C’è una sola questione: chi deve comandare. Guardate Fassino: per mettersi alla pari con Veltroni che sembra nato nell’89, ha fatto un lavacro del suo passato. Si è ricordato dei Gulag. Ma alla fine decideranno i due king-maker, D’Alema e Marini, i capi dei dorotei di quello che dovrebbe essere un partito nuovo. Insomma, tanto casino per nulla».

  2. #2
    Orgogliosamente Bannato .
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    Citazione Originariamente Scritto da benfy Visualizza Messaggio
    Il Partito democratico nasce senza programmi ma già si scatena la lotta per il potere: tutti contro tutti
    AUGUSTO MINZOLINI
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    Il profilo programmatico del Partito Democratico continua ad essere confuso. Come pure il meccanismo con cui storie politiche diverse dovrebbero fondersi. E le contraddizioni, al solito, vengono esorcizzate con l’enfasi di un nuovismo che piace solo ad alcuni o con il pragmatismo che non convince tutti. O, ancora, con le mozioni degli affetti su una nuova missione talmente indefinita da non scaldare i cuori.

    Una cosa, però, è certa e su questo non ci sono dubbi: lì dentro, in quel partito che ancora deve nascere tutti vogliono comandare. Tant’è che dei discorsi dedicati in questi giorni al Partito democratico dall’uomo che potrebbe essere considerato l’ostetrico della nuova creatura, Piero Fassino, ciò che è rimasto impresso nella memoria di tutti è la sua voglia di diventarne il primo presidente, o il primo segretario, o il primo coordinatore. Insomma, le sue ambizioni. «Ci sono tanti che aspirano - ama ripetere in questi giorni il leader della Quercia - e io non ho certo meno titoli. Anzi, forse di più». Fassino addirittura è tornato ad introdurre un argomento che è stato un pezzo di storia Dc, quello del «doppio incarico», cioè l’avversione ad un vertice che faccia coincidere la figura del premier con quella del leader del partito: «Le due persone possono coincidere oppure no», ha spiegato.

    La frase spazza via l’ipocrisia di non ammettere che molti dei problemi che hanno rallentato e stanno rallentando la nascita del Partito democratico riguardano il suo gruppo dirigente futuro. Anzi, si può dire che il problema è tutto lì: l’area diessina che non aderirà, ad esempio, se ne va in fin dei conti solo per la paura di non avere più posti di rappresentanza in un partito al quale qualche sondaggio assegna uno striminzito 23%; quelli che rimangono, invece, vogliono avere garanzie sui ruoli che svolgeranno in futuro. E in fondo l’idea di avere due poltrone, invece di una (candidato al governo e leader del partito) può aiutare a risolvere la questione. Almeno in parte. Non per nulla l’ipotesi dello sdoppiamento non trova contrario Francesco Rutelli, il quale in privato fa capire ai suoi che lui scenderà in campo come alternativa a Fassino: «Sarà dura - ha spiegato agli amici - ma io giocherò le mie carte».

    A stare attenti ai movimenti dell’ex sindaco di Roma si arguisce che il personaggio sta tentando di creare un «ticket» con il suo successore in Campidoglio, Walter Veltroni: in un patto di mutua assistenza quest’ultimo potrebbe diventare l’uomo di governo mentre «ciccio bello» il primo leader del Partito democratico. O viceversa. Una soluzione geometrica: in questo modo, infatti, i due soggetti che si fonderanno, Ds e Margherita, avranno entrambi una rappresentanza al vertice del nuovo partito. In fondo la storia della Dc è piena di «patti» del genere: il più famoso fu quello di San Ginesio tra Arnaldo Forlani e Ciriaco De Mita, durò vent’anni. Qualcuno dirà che c’entra il Pd con la Dc? C’entra, c’entra. Come ama ripetere un king-maker della corsa alla leadership, Franco Marini: «Basta che in un partito ci sia un ex dc e le regole del gioco le impone lui». Solo che questa volta il patto Veltroni-Rutelli non nasce in un convento, ma benedetto, questo sì, dall’ingegner Carlo De Benedetti. Per cui l’uomo che si è scelto il ruolo della lepre nella corsa alla leadership del nuovo partito, cioè Fassino, rischia non poco. Deve fronteggiare l’attacco mediatico dei suoi avversari che nei sondaggi dimostrano di avere più appeal di lui e, soprattutto, deve trovare alleati. Cosa non facile. Massimo D’Alema, altro king-maker, non sembra apprezzarlo. «Quando gli ho detto che Piero è già ai blocchi di partenza - racconta un dirigente diessino - ha storto la bocca e ha risposto con il tipico “mah!” di disapprovazione». Tutte cose che Fassino sa. E il suo bersaglio principale è Walter Veltroni, perché anche se ci saranno due poltrone invece di una al vertice del nuovo partito non potranno essere occupate entrambe da ex ds: «So che Veltroni scenderà in campo - è l’assicurazione che ha dato ai suoi fedeli - ma io mi metterò di mezzo». Solo che dovrà guardarsi da più parti. C’è Veltroni ma anche il «liberalizzatore» del centro-sinistra, Pierluigi Bersani: chiede «volti nuovi» per la guida del Pd che somigliano tanto al suo identikit.

    «Chi entra Papa esce cardinale»: alla fine il detto che è stato coniato per il Conclave, che è andato bene per i congressi Dc ora sarà riadattato per il Pd. Del resto anche quell’anima pia di Arturo Parisi avverte che alla corsa per la leadership dovranno partecipare più concorrenti: «Non ci dovrà essere un candidato unico». E ricorda che il fondatore del Pd è Romano Prodi. Già, il Professore. Guai a dimenticarselo. Non piacerà a tre quarti del paese ma è sempre lì. «Nel Partito democratico - si inalbera l’ulivista Enrico Morando - il leader di governo deve coincidere con quello di partito. E finché c’è Prodi, c’è Prodi. Lo sdoppiamento è un’invenzione di Fassino». Un discorso che non piace ad un ex dc, come il sottosegretario, Giampaolo D’Andrea, che si ricollega ancora una volta alla storia dello scudocrociato: «Il doppio incarico non funziona. Nella dc era impossibile. Chi fece il contrario - Fanfani e De Mita - fece una brutta fine».

    Così, a ben vedere, il Pd rischia di essere un ritorno al passato: con le correnti, i capi e i congressi all’ultimo sangue. E’ l’immagine che ne dà uno che se n’è andato, come l’ex direttore dell’Unità Giuseppe Caldarola: «C’è una sola questione: chi deve comandare. Guardate Fassino: per mettersi alla pari con Veltroni che sembra nato nell’89, ha fatto un lavacro del suo passato. Si è ricordato dei Gulag. Ma alla fine decideranno i due king-maker, D’Alema e Marini, i capi dei dorotei di quello che dovrebbe essere un partito nuovo. Insomma, tanto casino per nulla».
    Se mettono a capo ER PIACIONE non arrivano nemmeno al 25%

  3. #3
    Sempre liberista e federalista
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    Un effetto positivo almeno ci sarà: meglio congressi con correnti e bagni di sangue piuttosto che centralismo democratico e foreste pietrificate come negli attuali partiti italiani...

    Il fatto vero è un altro: i partiti, intesi come organizzazione gerarchiche con i tesserati, hanno fatto il loro tempo e gli italiani ne provano uno sconsiderato disprezzo.

    Non occore ideare una nuova forma-partito, occore seppellire del tutto LA forma-partito.

    Che ne pensate?

  4. #4
    Tonino crediamo in te
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    Da una palude lagunare piena di mussati :)
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    penso che nei partiti bisognerebbe tornare a parlare di politica, non di posti in direzioni o di posizioni verticistiche e di potere (=Margherita, gli ultimi congressi sono stati delle vere e proprie guerre tra bande nella più assoluta illegalità).

    il partito, qualsiasi esso sia, deve comunque avere una struttura sufficientemente forte da evitare il proliferare di tesseramenti ai defunti, in funzione di "pesare" di più ai congressi (=Margherita)

  5. #5
    Sempre liberista e federalista
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    Citazione Originariamente Scritto da anonimovenexian Visualizza Messaggio
    penso che nei partiti bisognerebbe tornare a parlare di politica, non di posti in direzioni o di posizioni verticistiche e di potere (=Margherita, gli ultimi congressi sono stati delle vere e proprie guerre tra bande nella più assoluta illegalità).

    il partito, qualsiasi esso sia, deve comunque avere una struttura sufficientemente forte da evitare il proliferare di tesseramenti ai defunti, in funzione di "pesare" di più ai congressi (=Margherita)
    Ti dico subito che sono iscritto a Forza Italia e non voglio mettermi a sindacare sui congressi altrui, però posso dirti che anche da noi in vista dei prossimi congressi sono stati fatti tesseramenti selvaggi: in questo caso il problema non sono tessere a persone che non la volevano o che erano morte, ma la questione è che avranno lo stesso peso elettorale sia coloro che hanno militato e partecipato per anni, sia altri iscritti all'ultimo momento da vari ras. In provincia di Piacenza mediamente Forza Italia ha sempre avuto 900-1000 iscritti, quest'anno con il congresso alle porte - magia! - 4000!!!!

    E questo accadrà dappertutto in tutti i partiti. Il punto è che il criterio del tesseramento, valido un tempo quando con le grandi ideologie prendere una tessera era un atto "eroico" di appartenenza, oggi è esposto al mercimonio di personaggi che possono mettere a dispozione diverse migliaia di euro per "comprarsi" gli iscritti. E' necessario cambiare, superare il circuito iscritto-congresso-segretario-candidato per passare a quello cittadino-candidato.

    Nei primi anni di vita, per fare un esempio, Forza Italia non aveva struttura partitica: esistevano i Club (ed esistono tutt'ora) sul territorio, formati spontaneamente dai simpatizzanti, che facevano attività politica e si "autogestivano" supervisionati da un organismo centrale che in occasione di elezioni o altri eventi importanti dava linee guida ed obiettivi: i candidati li sceglievano i club al loro interno e questo era positivo perchè il simpatizzante, in quanto co-fondatore lui stesso del Club, sentiva le scelte dei candidati come scelte "sue"... poi tutto è stato abbandonato e anche molto entusiamso è venuto meno...

    Comunque sia, in Italia, il partito come idea non è più proponibile...

  6. #6
    Tonino crediamo in te
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    Da una palude lagunare piena di mussati :)
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    una cosa simile accade nella Margherita, partito al quale sono iscritto non so ancora per quanto.
    Ci sono i circoli nel territorio, alcuni basati sull'impegno e sulla passione e che fanno del sano movimentismo, altri creati ad hoc da qualche caporale locale, che al momento dei congressi fa valere il suo "peso" schierando i "suoi" circoli di tesserati. Guarda caso, se il capetto ha un seguito di 45 persone, non è che fa un circolo di 45, piuttosto ne fa 3 di 15 (15 è il numero minimo per formare un circolo DL)...Per questo io auspico una forte burocratizzazione delle strutture-partito, con organismi di garanzia e di controllo che evitino il verificarsi di tali nefandezze.
    Io sarei per un passaggio del cittadino dalla fase di simpatizzante a quella di militante attraverso la SEZIONE TERRITORIALE.
    La fase diretta cittadino-candidato porta alla formazione del caporalato politico, ossia di 15 persone "al servizio" del candidato, e questo non giova alla democrazia

  7. #7
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    rutelli leader del PD?..c strametterei la firma!!!

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da anonimovenexian Visualizza Messaggio
    una cosa simile accade nella Margherita, partito al quale sono iscritto non so ancora per quanto.
    Ci sono i circoli nel territorio, alcuni basati sull'impegno e sulla passione e che fanno del sano movimentismo, altri creati ad hoc da qualche caporale locale, che al momento dei congressi fa valere il suo "peso" schierando i "suoi" circoli di tesserati. Guarda caso, se il capetto ha un seguito di 45 persone, non è che fa un circolo di 45, piuttosto ne fa 3 di 15 (15 è il numero minimo per formare un circolo DL)...Per questo io auspico una forte burocratizzazione delle strutture-partito, con organismi di garanzia e di controllo che evitino il verificarsi di tali nefandezze.
    Io sarei per un passaggio del cittadino dalla fase di simpatizzante a quella di militante attraverso la SEZIONE TERRITORIALE.
    La fase diretta cittadino-candidato porta alla formazione del caporalato politico, ossia di 15 persone "al servizio" del candidato, e questo non giova alla democrazia
    Ok, in questo senso molto da insegnare aveva la Lega (che poi piaccia o meno come idee è un altro discorso, qui parlo di struttura organizzativa), e dico aveva perchè purtroppo anche li la situazione sta degenerando (leggi Padania! e te ne accorgerai ).

    In Lega ci sono quelle che tu chiami Sezioni Territoriali, poi quelle Circoscrizionali, quelle Provinciali, quelle Nazionali (regionali) ed infine il Federale, e ovviamente ci sono congressi per tutti questi livelli. A differenza che in tutti gli altri partiti però, in Lega hanno diritto di voto attivo/passivo, nei congressi, solo i SOM, Soci Ordinari Militanti, che sono una cerchia ben più ristretta dei semplici tesserati: possono diventare SOM solo coloro che siano iscritti alla Lega da almeno 6 mesi (o un anno, non ricordo) e che abbiano partecipato ad almeno un tot % di iniziative della propria Sezione di riferimento, ed in generale che abbia dato prova di militanza (dove per militanza si intendono gazebi, volantinaggi, attacchinaggio di manifesti etc.., cose che a ben vedere effettivamente tutti i dirigenti Lega hanno fatto prima di diventare tali, a partire dallo stesso Bossi per arrivare ai vari parlamentari e consiglieri, e te lo assicuro perchè conosco il Senatore leghista di Piacenza).
    In teoria il sistema è ottimo perchè fa si che le decisioni cruciali per il movimento siano prese dalle persone che effettivamente si danno da fare, e non da quelli che possono permettersi di tesserare molte persone.

    Sistema perfetto? No, perchè la richiesta di divenire SOM va inoltrata al Consiglio Provinciale della Lega della rispettiva provincia, ed anche qui - venute meno le forti spinte ideali dei primi anni - si è in balia dei dirigenti in carica, che hanno facile vita nel respingere le richieste dei potenziali "rompiballe" e nel'accettare quelle di persone a loro vicine, e che potrebbero garantire loro la rielezione.

    Come vedi, anche se corretto, il sistema delle tessere finisce sempre per cadere nella palude dei giochetti di potere...

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da popolareDL Visualizza Messaggio
    rutelli leader del PD?..c strametterei la firma!!!
    anche io, così prendete il 15%

  10. #10
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    Minzolini

 

 
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