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  1. #1
    vae victis
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    Predefinito La galera ci vuole anche per loro.

    Si grida "manette agli evasori" e a 'sti zozzoni che oltretutto non producano una mazza cosa gli gridiamo?...

    Quando i certificati diventano troppo facili Milioni di giornate di malattia di nullafacenti sani come pesci, certificate da medici irresponsabili

    Nei giorni scorsi gli Ordini dei medici hanno protestato contro l'accenno, contenuto nel mio ultimo articolo, alla loro inerzia di fronte ai milioni di giornate di malattia di nullafacenti sani come pesci, certificate da medici irresponsabili. «Non è compito nostro controllare le certificazioni», obiettano gli Ordini. E poi: «Il medico curante non può che fidarsi di quel che gli dice il paziente». In qualche caso è vero: di fronte a una crisi improvvisa di emicrania o di lombalgia anche il medico curante ha scarse possibilità di verifica.Ma in moltissimi casi la mala fede del medico è evidentissima. Uno di questi, il più clamoroso per dimensioni, è quello degli 800 certificati di un giorno di malattia rilasciati a Fiumicino il 2 giugno 2003 ad altrettanti assistenti di volo dell'Alitalia, che intendevano così bloccare i voli senza preavviso, nel corso di una vertenza sindacale.
    «Strafottente "sciopero sanitario" di hostess e steward», lo definì Michele Serra sulla Repubblica; «malcostume sindacale e dei medici» titolò il Corriere in prima pagina. Ma l'Ordine non mosse un dito. Assistiamo tutti i giorni a casi in cui la mala fede del medico curante è altrettanto evidente; e, anche quando questi vengono denunciati, l'Ordine chiude entrambi gli occhi. È, per esempio, il caso del medico di una Asl friulana che, il 5 febbraio 2004, «certifica» una prognosi di 20 giorni per un'impiegata bancaria, indicando che essa è - quel giorno stesso -reperibile a Santa Fe in Argentina pur essendo l'assenza imputabile soltanto a un «trattamento fisioterapico per artrosi post-traumatica della caviglia»; il 24 giugno successivo identica certificazione, con paziente reperibile sul Mar Morto,per l'Ordine e la Asl, cui la cosa viene denunciata, la certificazione è «professionalmente corretta e contrattualmente ineccepibile».
    L'Ordine non ha mosso un dito neppure nel caso del professor M. di un liceo di Milano, denunciato dal Corriere il 16 ottobre scorso, che da anni per centinaia di volte si è fatto certificare infermo regolarmente nelle giornate di lunedì, di venerdì, o di ponte tra due festività, e sempre al paesello natale in Sicilia; o nel caso del sig. A. di Parma, cui il medico certifica per tre volte di seguito 30 giorni di lombosciatalgia, senza disporre alcun accertamento diagnostico, né tanto meno alcuna terapia; o nel caso del sig. D. di Roma, che il giorno stesso in cui gli viene comunicato il trasferimento a un ufficio a lui sgradito è colto da «depressione del tono dell'umore», per la quale il medico di famiglia arriva a prescrivere complessivamente sei mesi di astensione dal lavoro, ma non una visita specialistica, e neppure alcuna cura appropriata.

    Né gli Ordini hanno mai preso alcuna iniziativa di fronte al fenomeno delle certificazioni puntualmente rilasciate ogni anno a comando da migliaia di medici ad altrettanti membri esterni delle commissioni per gli esami di maturità, per consentire loro di sottrarsi alla chiamata. Certo, questo potere di autorizzare chiunque a «mettersi in malattia» può essere gratificante per un medico di scarsa levatura professionale; mentre, al contrario, rifiutare un certificato di comodo può costargli la perdita di un paziente. Ma ci sono anche molti medici seri che al proprio interesse antepongono il dovere. E comunque la compiacente certificazione a comando costituisce una grave violazione del codice deontologico, il quale imporrebbe al medico, quando egli attesta un'infermità, di farlo con «formulazione di giudizi obiettivi e scientificamente corretti» (art. 24). Il fatto che, di fronte a una violazione così platealmente diffusa e culturalmente radicata, sia addirittura il presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei medici a giustificare l'inerzia di questi organismi (Corriere del 23 marzo, p. 53) la dice lunga sulla questione se essi siano davvero posti a garanzia dell'interesse della collettività, o non agiscano invece di fatto come una sorta di sindacato nazionale obbligatorio di categoria. Va anche detto che a questa vera e propria frode istituzionalizzata concorre il sistema dei controlli sulle malattie dei lavoratori.

    Basti osservare in proposito che nei moduli sui quali i medici dei servizi ispettivi dell'Inps e delle Asl redigono i referti delle loro visite domiciliari non è neppure contemplato l'accertamento dell'inesistenza dell'impedimento: il peggio che può accadere al falso malato è di essere dichiarato idoneo a riprendere il servizio il giorno successivo a quello della visita ispettiva (salva «ricaduta» la sera stessa della visita, che il medico curante può sempre tornare a certificare). Né i magistrati penali e del lavoro brillano per reattività di fronte al fenomeno: quante sentenze pilatesche si leggono quotidianamente, nelle quali il giudice chiude entrambi gli occhi di fronte a incongruenze evidentissime tra la diagnosi «certificata» e il difetto degli accertamenti necessari o delle terapie appropriate, oppure di fronte a circostanze che escludono l'impedimento al lavoro.

    Fra le molte tare che riducono la capacità di competere del nostro Paese c'è anche questa; per valutare quanto essa ci costi, basti confrontare i tassi di assenteismo delle nostre aziende e amministrazioni pubbliche con quelli dei nostri partner europei. Sull'Unità del 1˚ aprile Furio Colombo mi rimproverava di tuonare contro i nullafacenti senza considerare che le retribuzioni italiane sono tra le più basse in Europa, addirittura la metà di quelle britanniche; ma a deprimere le nostre retribuzioni sono anche gli enormi sprechi e lassismi come questo: i tassi di assenteismo britannici sono la metà dei nostri. Tutti devono fare la loro parte per correggere questa stortura: il governo, le imprese, i lavoratori, i sindacati, i giudici, i medici. E, ovviamente, anche chi è preposto al controllo dell'operato di questi ultimi.
    Pietro Ichino
    10 aprile 2007

  2. #2
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    aggiungiamo pure questa chiccha odierna del corriere

    Baby pensioni nelle Forze armate
    Inchiesta sullo scandalo dei certificati Centinaia di casi. Il pm militare di Padova: malati, facevano altri lavori STRUMENTIVERSIONE STAMPABILEI PIU' LETTIINVIA QUESTO ARTICOLO
    PADOVA — I fannulloni prendano nota: spacciare droga non è incompatibile con l’assenza dal lavoro per malattia. Lo dice una sentenza d’assoluzione (assoluzione!) di un maresciallo dell’esercito che, mentre figurava agonizzante nel suo letto di dolore, vendeva eroina ai tossici a 1.476 chilometri dal suo luogo di lavoro. Il generosissimo verdetto, emesso dal tribunale militare di Padova, è in realtà soltanto l’esempio più clamoroso di una realtà stupefacente. Quella del «fannullonismo» nel mondo in divisa. Dove una vecchia leggina del 1954 non ancora cambiata né dai governi di destra né da quelli di sinistra consente ancora oggi a marescialli e brigadieri e tenenti professionisti che vengano «riformati», di andare in pensione con 15 (quindici!) anni di servizio.
    Risultato: al tredicesimo anno centinaia di graduati cominciano ad avvertire devastanti emicranie, spaventosi strazi all’alluce valgo, lancinanti vertiginiti e insomma un tale mucchio di malattie che metterebbero a dura prova le madonnine di Fatima, Lourdes e Medjugorie e si concludono con qualche condanna per truffa o, più spesso, con la collocazione a riposo. A 35 anni, talvolta. E con l’assegno vitalizio destinato a premiare le furbizie per decenni.
    Meno male che il sostituto procuratore militare Sergio Dini e certi suoi colleghi che tentano da anni di arginare il fenomeno sono fatti di una pasta diversa. Sennò avrebbero loro sì il diritto di mettersi in malattia per depressione acuta: a che serve incastrare i lavativi, rinviarli a giudizio per simulazione di infermità, diserzione aggravata (un’accusa che un tempo ti spediva alla corte marziale) e truffa militare pluriaggravata, se poi va a finire spesso in sentenze assolutorie così esageratamente cavillose da esporre la nostra giustizia al ridicolo?
    Hanno scoperto di tutto, negli ultimi anni. Un caporalmaggiore che dalla Puglia natia mandava alternativamente ora un certificato di «lombosciatalgia » e ora di «sindrome ansioso- depressiva», finché saltò fuori che era stato regolarmente assunto (assunto!) come guardia giurata da una compagnia telefonica. Un altro che marcando visita per due anni al Reggimento Lagunari Serenissima per «lombosciatalgia » e «postumi di una frattura mandibolare », faceva in malattia lo scaricatore di sacchi di cemento la mattina e l’impiegato di una termosanitaria al pomeriggio. Un sergente maggiore al quale un’angosciante «sindrome depressiva » (due anni di malattia) non impediva di dirigere un’avviata boutique e fare body building. E via così. A centinaia. «Dottori» compresi.
    Ed ecco un ufficiale medico casertano che, di certificato di malattia in certificato di malattia, è rimasto assente (continuando a ricevere lo stipendio, si capisce) per due anni filati, trascorsi a Napoli per fare la specializzazione in pediatria. Un altro che, nei lunghissimi periodi in cui risultava pressoché in comaper malesseri vari, faceva contemporaneamente il medico di base, il consulente del tribunale di Verona e il perito di una compagnia di assicurazioni. Per non dire della fatica a convocare in tribunale quanti hanno firmato talora per lo stesso assistito decine di certificati in fotocopia. Faringiti, sciatiche, vertiginiti, piaghe, pustole... Non c’è medico (o quasi) che se viene chiamato dai giudici militari a testimoniare sulla sua collaborazione coi finti malati, non marchi visita presentando a sua volta un certificato medico.
    Sono così rari, quelli che si presentano, che i magistrati li guardano con la curiosità che accolse l’india Matoaka, meglio nota come Pocahontas, nella Londra di Giacomo I. C’è gente che si nega due, tre, quattro volte. Finché i giudici sono costretti a emettere la convocazione coattiva. Un panorama sconfortante. Nel quale spiccano, su tutte, le sentenze a chiusura di tre processi per simulazione di infermità, diserzione aggravata e truffa militare pluri-aggravata. La prima ha graziato il maresciallo dell’esercito Stefano Della Pietra che, affetto in base ai certificati da «sindromi ansiose depressive», ha marcato visita per mesi e nel frattempo faceva il presidente di un consiglio circoscrizionale e dirigeva un bar e due panifici dei quali era proprietario con la madre: assolto e pensionato. La seconda ha premiato il signor Valerano Conte che, reagendo eroico agli implacabili dolori («lombosciatalgia bilaterale» e «disturbi ansioso- depressivi») che gli impedivano di fare il maresciallo a Padova, faceva in quei lunghi mesi di assenza il rappresentante, piazzava prodotti, visitava clienti, emetteva fatture per conto di una ditta, la «Beauty Company», alla quale era legato da un regolare contratto, al punto di compilare lui stesso un curriculum vitae, ammette il magistrato nel dispositivo, in cui lui stesso «dichiarava di aver svolto attività di agente di commercio» anche nei periodi in cui figurava malato: assolto e pensionato.
    La più spettacolare però è la terza sentenza, firmata dal gip Andrea Cruciani. Il quale, chiamato a giudicare le assenze per circa un anno e mezzo del caporalmaggiore Antonino Cannistraro, in forza (si fa per dire) all’11˚Reggimento Bersaglieri di Orcenico Superiore, Pordenone, scrive che, tra tanti documenti medici, «potrebbe far sorgere qualche dubbio» solo un certificato di malattia dal 18 al 22 marzo 2004. E perché? Perché la sera del 20 marzo il giovanotto fu arrestato con il fratello a Licata (a 1.476 chilometri dal luogo in cui avrebbe teoricamente dovuto stare a letto per una «faringite febbrile») nella operazione «Cane di Paglia» contro il traffico di cocaina e di eroina. C’erano intercettazioni, indizi, prove. Tanto da convincere il malatino a patteggiare una condanna a due anni di carcere. Condanna sulla quale, per carità, il giudice militare non eccepisce: spacciare è un reato.
    Spiega però che, come assenteista, va assolto. Infatti la faringite febbrile «non può ritenersi di per sé sola incompatibile con la presenza dello stesso Cannistraro in Licata nel luogo in cui veniva perquisito dai militari ». La malattia, «pur necessitando di riposo e comportando l’impossibilità di svolgere attività continuativa nel reparto militare di appartenenza, non necessariamente impediva allo stesso di uscire...». Insomma, scrive più avanti il giudice, «non è stato accertato che lo stesso abbia svolto attività lavorative o sociali incompatibili» con la patologia. Domanda: è strampalata la legge o è strampalata la sentenza? Delle due l’una. Ma per favore: basta.
    Gian Antonio Stella

  3. #3
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    Ma tui sei così onesto come vorresti far credere? Ahahahahahah!!!!!

  4. #4
    trilex
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    Dalle mie parti una fabbrica di collant ha minacciato la chiusura, motivo la sistematica presentazione di certificati medici di malattia da parte di una media del 20% del personale....in realta' proprietari di piccole aziende agricole, che durante la malattia, seminano, arano e fanno il vino...

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da sicilia_libera Visualizza Messaggio
    aggiungiamo pure questa chiccha odierna del corriere

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    PADOVA — I fannulloni prendano nota: spacciare droga non è incompatibile con l’assenza dal lavoro per malattia. Lo dice una sentenza d’assoluzione (assoluzione!) di un maresciallo dell’esercito che, mentre figurava agonizzante nel suo letto di dolore, vendeva eroina ai tossici a 1.476 chilometri dal suo luogo di lavoro. Il generosissimo verdetto, emesso dal tribunale militare di Padova, è in realtà soltanto l’esempio più clamoroso di una realtà stupefacente. Quella del «fannullonismo» nel mondo in divisa. Dove una vecchia leggina del 1954 non ancora cambiata né dai governi di destra né da quelli di sinistra consente ancora oggi a marescialli e brigadieri e tenenti professionisti che vengano «riformati», di andare in pensione con 15 (quindici!) anni di servizio.
    Risultato: al tredicesimo anno centinaia di graduati cominciano ad avvertire devastanti emicranie, spaventosi strazi all’alluce valgo, lancinanti vertiginiti e insomma un tale mucchio di malattie che metterebbero a dura prova le madonnine di Fatima, Lourdes e Medjugorie e si concludono con qualche condanna per truffa o, più spesso, con la collocazione a riposo. A 35 anni, talvolta. E con l’assegno vitalizio destinato a premiare le furbizie per decenni.
    Meno male che il sostituto procuratore militare Sergio Dini e certi suoi colleghi che tentano da anni di arginare il fenomeno sono fatti di una pasta diversa. Sennò avrebbero loro sì il diritto di mettersi in malattia per depressione acuta: a che serve incastrare i lavativi, rinviarli a giudizio per simulazione di infermità, diserzione aggravata (un’accusa che un tempo ti spediva alla corte marziale) e truffa militare pluriaggravata, se poi va a finire spesso in sentenze assolutorie così esageratamente cavillose da esporre la nostra giustizia al ridicolo?
    Hanno scoperto di tutto, negli ultimi anni. Un caporalmaggiore che dalla Puglia natia mandava alternativamente ora un certificato di «lombosciatalgia » e ora di «sindrome ansioso- depressiva», finché saltò fuori che era stato regolarmente assunto (assunto!) come guardia giurata da una compagnia telefonica. Un altro che marcando visita per due anni al Reggimento Lagunari Serenissima per «lombosciatalgia » e «postumi di una frattura mandibolare », faceva in malattia lo scaricatore di sacchi di cemento la mattina e l’impiegato di una termosanitaria al pomeriggio. Un sergente maggiore al quale un’angosciante «sindrome depressiva » (due anni di malattia) non impediva di dirigere un’avviata boutique e fare body building. E via così. A centinaia. «Dottori» compresi.
    Ed ecco un ufficiale medico casertano che, di certificato di malattia in certificato di malattia, è rimasto assente (continuando a ricevere lo stipendio, si capisce) per due anni filati, trascorsi a Napoli per fare la specializzazione in pediatria. Un altro che, nei lunghissimi periodi in cui risultava pressoché in comaper malesseri vari, faceva contemporaneamente il medico di base, il consulente del tribunale di Verona e il perito di una compagnia di assicurazioni. Per non dire della fatica a convocare in tribunale quanti hanno firmato talora per lo stesso assistito decine di certificati in fotocopia. Faringiti, sciatiche, vertiginiti, piaghe, pustole... Non c’è medico (o quasi) che se viene chiamato dai giudici militari a testimoniare sulla sua collaborazione coi finti malati, non marchi visita presentando a sua volta un certificato medico.
    Sono così rari, quelli che si presentano, che i magistrati li guardano con la curiosità che accolse l’india Matoaka, meglio nota come Pocahontas, nella Londra di Giacomo I. C’è gente che si nega due, tre, quattro volte. Finché i giudici sono costretti a emettere la convocazione coattiva. Un panorama sconfortante. Nel quale spiccano, su tutte, le sentenze a chiusura di tre processi per simulazione di infermità, diserzione aggravata e truffa militare pluri-aggravata. La prima ha graziato il maresciallo dell’esercito Stefano Della Pietra che, affetto in base ai certificati da «sindromi ansiose depressive», ha marcato visita per mesi e nel frattempo faceva il presidente di un consiglio circoscrizionale e dirigeva un bar e due panifici dei quali era proprietario con la madre: assolto e pensionato. La seconda ha premiato il signor Valerano Conte che, reagendo eroico agli implacabili dolori («lombosciatalgia bilaterale» e «disturbi ansioso- depressivi») che gli impedivano di fare il maresciallo a Padova, faceva in quei lunghi mesi di assenza il rappresentante, piazzava prodotti, visitava clienti, emetteva fatture per conto di una ditta, la «Beauty Company», alla quale era legato da un regolare contratto, al punto di compilare lui stesso un curriculum vitae, ammette il magistrato nel dispositivo, in cui lui stesso «dichiarava di aver svolto attività di agente di commercio» anche nei periodi in cui figurava malato: assolto e pensionato.
    La più spettacolare però è la terza sentenza, firmata dal gip Andrea Cruciani. Il quale, chiamato a giudicare le assenze per circa un anno e mezzo del caporalmaggiore Antonino Cannistraro, in forza (si fa per dire) all’11˚Reggimento Bersaglieri di Orcenico Superiore, Pordenone, scrive che, tra tanti documenti medici, «potrebbe far sorgere qualche dubbio» solo un certificato di malattia dal 18 al 22 marzo 2004. E perché? Perché la sera del 20 marzo il giovanotto fu arrestato con il fratello a Licata (a 1.476 chilometri dal luogo in cui avrebbe teoricamente dovuto stare a letto per una «faringite febbrile») nella operazione «Cane di Paglia» contro il traffico di cocaina e di eroina. C’erano intercettazioni, indizi, prove. Tanto da convincere il malatino a patteggiare una condanna a due anni di carcere. Condanna sulla quale, per carità, il giudice militare non eccepisce: spacciare è un reato.
    Spiega però che, come assenteista, va assolto. Infatti la faringite febbrile «non può ritenersi di per sé sola incompatibile con la presenza dello stesso Cannistraro in Licata nel luogo in cui veniva perquisito dai militari ». La malattia, «pur necessitando di riposo e comportando l’impossibilità di svolgere attività continuativa nel reparto militare di appartenenza, non necessariamente impediva allo stesso di uscire...». Insomma, scrive più avanti il giudice, «non è stato accertato che lo stesso abbia svolto attività lavorative o sociali incompatibili» con la patologia. Domanda: è strampalata la legge o è strampalata la sentenza? Delle due l’una. Ma per favore: basta.
    Gian Antonio Stella
    Questo è un vero scandalo; già i militari (compreso polizia, carabinieri, guarda di finanza, guardie carcerarie ecc.) hanno normalmente diritto a pensione molto prima dei comuni mortali a prescindere dall'effettivo servizio svolto.
    Poi una grande percentuale di loro in tutt'Italia usufruisce di pensioni di inabilità in percentuale decisamente maggiore a quella di tutti gli altri lavoratori dpendenti, pubblici e privati.

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Scipione Visualizza Messaggio
    Ma tui sei così onesto come vorresti far credere? Ahahahahahah!!!!!
    bamboccio, questi signori di cui si parla nel corriere sono "DIPENDENTI PUBBLICI". Per loro l'onestà non può essere un optional perché campano con i soldi rubati a chi lavora. ergo, se sono pure disonesti bisogna equipararli agli assassini e applicare le stesse pene.

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Dav. c. G. Visualizza Messaggio
    Questo è un vero scandalo; già i militari (compreso polizia, carabinieri, guarda di finanza, guardie carcerarie ecc.) hanno normalmente diritto a pensione molto prima dei comuni mortali a prescindere dall'effettivo servizio svolto.
    Poi una grande percentuale di loro in tutt'Italia usufruisce di pensioni di inabilità in percentuale decisamente maggiore a quella di tutti gli altri lavoratori dpendenti, pubblici e privati.
    ma è bella la statistica della malattia al tredicesimo anno di servizio per beccare a sgamo la pensione al 15esimo anno di "lavoro" (inteso come stress dall'inviare ogni tanto dei certificati medici).

    altro che pensione, le pene corporali ci vorrebbero per questi ladri.
    e neanche si possono licenziare!

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da trilex Visualizza Messaggio
    Dalle mie parti una fabbrica di collant ha minacciato la chiusura, motivo la sistematica presentazione di certificati medici di malattia da parte di una media del 20% del personale....in realta' proprietari di piccole aziende agricole, che durante la malattia, seminano, arano e fanno il vino...
    purtroppo la truffa è depenalizzata. se si prevedesse la sedia elettrica molti non arerebbero più i campi.

  9. #9
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    di certo un medico compiacente dovrebbe essere innanzitutto radiato ed essere mandato in miniera a lavorare, ovviamente dopo un periodo di riflessione in galera.

    Ma lo stesso trattamento ci vorrebbe per i lavoratori che a volte si approfittano della buona fede dei medici.

    Ma neò paese delle impunità e degli indulti dubito che accada mai nulla di simile.

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da medsim Visualizza Messaggio
    di certo un medico compiacente dovrebbe essere innanzitutto radiato ed essere mandato in miniera a lavorare, ovviamente dopo un periodo di riflessione in galera.

    Ma lo stesso trattamento ci vorrebbe per i lavoratori che a volte si approfittano della buona fede dei medici.

    Ma neò paese delle impunità e degli indulti dubito che accada mai nulla di simile.
    quoto da sinistra

 

 
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