Cade un totem. La Svezia simbolo per le socialdemocrazie europee di un modello di stato sociale non esiste più. La rivoluzione scandinava è stata portata avanti dal governo di centrodestra guidato dal quarantaduenne Fredrik Reinfeldt. Basta al sostentamento di un welfare iperprotettivo da tenere in piedi con l’alta tassazione. Il ministro delle Finanze Anders Borg ha annunciato che verranno abbassate o abolite tasse e balzelli che dal dopoguerra gravavano sui ceti medio-alti della società svedese. Le misure principali sono state individuate nella cancellazione della tassa patrimoniale e nella riduzione del cuneo fiscale per le aziende che assumeranno lavoratori. L’obiettivo del governo è quello di far rientrare i capitali scappati all’estero. Per l’esecutivo di Stoccolma con questa riforma si potranno riportare in patria in breve tempo 53 miliardi di euro. Secondo alcuni calcoli si tratta di circa un terzo della quota fuggita negli ultimi anni. Tanto che il Wall Street Journal titolava ieri il suo editoriale con un’invocazione al tennista omonimo del ministro: “Bjorn Borg torna a casa”. Il cinque volte campione di Wimbledon per sfuggire alle tagliole del fisco ha deciso da tempo di traslocare a Montecarlo. Una decisione, quella di espatriare, non isolata, presa anche, ad esempio, dal fondatore dell’Ikea, Ingvar Kamprad.
“Quello svedese è un provvedimento necessario seppure tardivo – afferma l’economista Francesco Forte – Temo che difficilmente però verrà seguito in Italia. Sarebbe necessario un cambiamento culturale per sconfiggere l’idea marxista dell’invidia sociale che ahimè è ancora un tabù. Purtroppo da noi si va avanti con la politica di Visco di dare la caccia ai ricchi. Il mito del welfare svedese negli anni ha fatto molti danni e non basterà questa riforma per farlo cadere. E’ uno stereotipo ancora troppo radicato”. L’iniziativa del governo svedese in realtà non arriva del tutto inaspettata come spiega il direttore dell’istituto Bruno Leoni, Alberto Mingardi. “Già negli anni Novanta erano state prese delle iniziative in favore dell’economia di mercato, con la riforma delle pensioni o quella dell’educazione, dove il 30 per cento degli istituti superiori sono privati”. Per Mingardi la Svezia, sia per la dimensione territoriale, sia per le diversità culturali, non può essere presa a modello per i nostri governanti. “Certo però possiamo smetterla di parlare del modello svedese riferendoci a una Svezia che non c’è più e cominciare a pensare che un turnaround da cultura statalista a liberale è possibile”. Secondo le analisi effettuate dall’Istituto Leoni, che sul tema delle riforme scandinave dedicherà un convegno a maggio, la Svezia ha faticato in questi anni a liberarsi dell’eredità solidarista. “La contraddizione interna è ben rappresentata dal divario tra la tassazione per le persone fisiche che poteva arrivare al 60 per cento e quello per le imprese che è al massimo del 28 per cento”.
L’abolizione della patrimoniale dell’1,5 sulle proprietà immobiliari, sulle azioni e per le imprese con un valore superiore ai 160 mila euro, servirà per promuovere l’immagine di una Svezia come paese imprenditoriale, amico del capitale. Da questa tassa, che veniva pagata solo dal 2,5 per cento dei contribuenti, si generava solo un modesto 1,7 per cento del pil. Per il ministro Borg sarà un cambio radicale. “I soldi devono essere a vantaggio della nostra economia per far crescere la competitività del paese e servire alle imprese per creare nuovi posti di lavoro. Questa del resto è la strada che stanno percorrendo altre nazioni”. Quasi un suggerimento all’Italia, perché riprenda le riforme avviate nella precedente legislatura per il rientro della ricchezza fuggita dal paese. “Sebbene siano state iniziative modeste e non spettacolari, contribuirono a far rientrare parte dei capitali all’estero”, dice Alberto Mingardi.




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