Roma, 23 mar (Velino) - Un’alta e articolata riflessione sulle vere ragioni per le quali il “Partito democratico serve all’Italia”. Ma anche un amaro annuncio - relegato in un post scriptum - sulla disponibilità a farsi da parte come presidente dell’assemblea federale della Margherita (dopo che dall’interno dei Dl sono partite pesanti critiche - e richieste di dimissioni - sulla valenza “antipartitica” dell’associazione Liberalitalia, da lui promossa assieme ad altri parlamentari). In un articolo che sarà pubblicato domani dal quotidiano della Margherita, Europa, Willer Bordon riferisce - rivolgendosi al direttore del quotidiano, Stefano Menichini - che “nel teatrino della politica” si legge anche “di un gioco maldestro che riguarda i vari ruoli nella Margherita (ma non era l’ultimo congresso? Ma non dobbiamo scioglierci per fondare un nuovo partito?). Tra gli incarichi appetiti ci sarebbe anche il mio, quello attuale di presidente dell’assemblea federale, frutto di una stagione in cui tutti eravamo minoranza e l’unità avveniva nel rispetto di tutte le diverse posizioni. Vedo in questo - denuncia Bordon - il frutto avvelenato di questa deprimente malastagione, che ci fa seriamente riflettere su come proseguire in una battaglia di rinnovamento politico, dove i partiti dovrebbero rappresentare lo strumento e non il fine. Per intanto vorrei, tuo tramite, tranquillizzare tutti. Quel posto è a disposizione, anche senza attendere i giorni del congresso. Così proprio in quei giorni, avrò forse più tempo - è la conclusione sibillina del senatore vicino ad Arturo Parisi - per cercare il binario giusto”. Una minaccia di iniziative pugnaci da svolgere nel congresso o addirittura un’allusione alla possibilità che il presidente federale della Margherita ne diserti - magari assieme a quanti sono sulle sue stesse posizioni - il congresso nazionale?
Quanto al Partito democratico, vero oggetto dell’intervento, Bordon sottolinea che “nessuno mette più in dubbio” che il nuovo soggetto nascerà. “La discussione nei due partiti principali fondatori sembra scivolare verso un esito scontato, e quelli che discutono, tranne coloro che apertamente si dicono e sono contrari, hanno ormai accettato l’idea (l’ineluttabile!?) del se, e affinano le armi della dialettica e della proposizione politica al più sul come”. L’esponente parisiano dei Dl aggiunge che “per chi dalla fine degli anni ’80 si è posto il problema del superamento della frammentazione partitica e dell’innovazione sui terreni politici e istituzionali del nostro Paese, la cosa non può che far piacere. Eppure non nascondo che c’è più di qualcosa - avverte Bordon - che non mi convince! A cominciare da un’indifferenza, da un ritardo che si ha sul piano dell’analisi della realtà del nostro paese. Per dirla in altra maniera, mi sembra che se il se è ormai scontato, e sul come sono aperte diverse, e in alcuni casi tutt’altro che convergenti, ipotesi, stiano inabissandosi, fino a rischiare di scomparire del tutto, i motivi che sono all’origine di tale proposta politica. Per dirla in modo ancora più stringente, nella fretta di ‘fare purchessia’ si rischia di far nascere qualcosa che non serve alla bisogna? C’è infatti più che l’impressione che nel farsi e nel fare il Partito democratico vi sia una sorta di induzione meccanica della serie: ‘l’abbiamo detto e quindi va fatto’ o ‘ma come si fa ormai a tornare indietro’, in cui sembrano stingersi fino a scomparire del tutto i motivi reali, forti e prioritari che stanno all’origine del Partito democratico”. Bordon prosegue rievocando un episodio che lo riguarda: “All’inizio del mio percorso nella Margherita, appena nominato presidente del gruppo al Senato, andai a trovare Paolo Emilio Taviani, che vi aveva aderito; al quale sono debitore del seguente ricordo: a dei giovani universitari cattolici che durante il fascismo lo andarono a trovare, quando ormai i segnali della crisi del sistema erano evidenti, e che gli chiedevano quale secondo lui sarebbe stata la forma del Partito popolare, quando fossero tornati alla democrazia, De Gasperi rispondeva: ‘La domanda è mal posta. A me interessa prima rispondere: cosa serve al paese?’. Domandiamoci dunque: cosa serve al paese? E ancora prima: qual è oggi la situazione del paese?”. La risposta fornita da Bordon ricalca l’analisi proposta nel manifesto programmatico dell’associazione Liberalitalia. Il presidente dell’assemblea federale dei Dl lamenta che “l’Italia, un grande paese dalle enormi risorse intellettuali, produttive, culturali e ambientali, vive oggi una crisi assai profonda. In troppi campi l’Italia è una società chiusa. Chiusa alla mobilità sociale, al ricambio generazionale, alla partecipazione femminile, all’inserimento dei nuovi arrivati. L’arco delle scelte che si offre a ciascuno è troppo limitato e condizionato: dal proprio genere, dal reddito e dal grado di istruzione dei propri genitori, dal luogo ove si è nati, da amicizie e conoscenze”. Bordon si sofferma poi sulle “troppo diffuse” aree “di illegalità e di arbitrio”. E soprattutto su un sistema politico che “lungi dal correggere queste tendenze della società attraverso l’anticipazione di una società diversa, si costituisce invece, tranne poche eccezioni, come un sistema di rendite, spesso difese da pratiche consolidate, connotate dal privilegio e dalla autoreferenzialità”.
Bordon invoca “un’Italia più rispettosa della regola, della legge è possibile: un’Italia più giusta, che non premia i furbi ma i meritevoli; un’Italia più ricca, dove il confronto e la competizione tra le persone, le idee e le merci funzionano nel quadro di regole certe e rispettate”. Chiedere un mutamento radicale è forse “antipolitica”? Per Bordon “è vero il contrario: l’antipolitica è il prodotto di scarto, ma pur sempre il prodotto di una cattiva politica, di una politica che, dimenticandosi dei primari scopi per cui essa è attività alta, si è ridotta a bisbiglio autoconservativo, lasciando praterie scoperte, all’interno delle quali alle grandi domande che la società pone, ognuno è libero di dare le risposte più diverse, comprese quelle populistiche e demagogiche”. In nome di una società “più aperta, più libera” e più giusta”, il senatore dell’Ulivo indica come necessaria “quella vera e propria rivoluzione politica e istituzionale che affermi fino in fondo la democrazia dell’alternanza che in Italia continua a sembrare una chimera, e che rimetta al centro il cittadino come sovrano delle decisioni, a cominciare da quelle elettorali, nelle quali egli sia in grado di scegliere direttamente il leader, la squadra e la sua maggioranza. Per fare questo occorre ripristinare i canali otturati della partecipazione, a cominciare dall’utilizzo delle primarie come strumento ordinario di scelta degli incarichi monocratici e della leadership nei partiti. Per fare questo occorre riformare nel profondo, forse totalmente ripensandole, le attuali forme partito che sono ormai obsolete, quando non addirittura di ostacolo alla libera e organizzata circolazione delle idee. Per fare questo occorre una democrazia decidente, che non si paralizzi nelle estenuanti e inconcludenti mediazioni e nei pasticci di un teatrino ormai sempre più insopportabile; e che abbia la serenità ma anche l’ambizione, senza presunzione (e non da soli dunque) di provare a rilanciare il cammino delle riforme, a cominciare dalla riflessione culturale sugli aspetti che più sopra abbiamo segnalato”.
Solo entro questa cornice - prosegue Bordon - “la domanda perché fare il Partito Democratico ha la sua giusta risposta: perché serve all’Italia!”. Ma “non tutto quello che si dice o si autodefinisce Partito democratico corrisponde a questo immane compito. In questi giorni ho detto a più di un interlocutore: ‘Se il Partito democratico non si fa è un guaio serio. Ma se si fa male è persino peggio, perché rischia di essere l’ennesima e forse ultima delusione di fronte a un enorme credito di speranza’. Fuori dai denti: la sola sommatoria dei destini elettorali e delle strutture politiche di Margherita e Ds, ancor di più se essa si riducesse a una mera giustapposizione di apparati e nomenclature, è sideralmente lontana dal raggiungere lo scopo”. Per curare i mali italiani “c’è bisogno di una forza politica che abbia una vocazione tendenzialmente maggioritaria, ovverosia che abbia l’ambizione di porsi elettoralmente l’asticella intorno al 40 per cento. La dimostrazione è data dal fatto che oggi la sommatoria di Ds e Margherita si esprime già nei gruppi parlamentari dell’Ulivo, frutto del 31 per cento elettorale; condizione che si dimostra insufficiente a garantire quelle condizioni di innovazione governabilità e stabilità che sole possono sbloccare il caso italiano. Occorre dunque andare ben oltre la decisione dei soli due partiti”. Ma bisogna farlo evitando “l’ennesima finzione, magari con qualche compagno di strada frutto di una società civile cooptata; perché il meccanismo non sia confederale o duale; perché non si tratti solo di un nuovo partito, ma di un partito davvero nuovo, c’è bisogno da subito che le forme della ‘fase costituente’ siano radicalmente diverse da quelle che si stanno prefigurando. Innanzitutto occorre allargare il quadro dei riferimenti, anche partitici. Un compromesso storico (per di più con le minuscole) bonsai - mette in chiaro Bordon - non serve a nessuno”. E anche le forme del partito nuovo devono essere “totalmente radicalmente diverse da quelle attuali”.
Il problema - dice Bordon alla Bindi - “non è cambiare i luoghi fisici dove oggi sono le sedi dei partiti, cara Rosy, ma evitare che alle targhe attuali Ds e Margherita, si sostituisca tout court quella del Partito democratico. Una semplice maschera formale di contenuti assolutamente e immarcescibilmente sempre identici. Ma il tutto, lo dico anche a Piero Fassino, che vedo più di altri si sforza di proporre innovazioni per lo statuto del Partito democratico, non può declinarsi solo al futuro, e cioè porsi solo dopo che si sia insediata l’assemblea costituente, ma deve vedersi da subito, anzi oggi più che mai. Così, lo ripeto, le primarie per qualsiasi incarico di una certa rilevanza partitica o elettorale; la contendibilità delle cariche come svolgimento normale di una democrazia interna. Il voto segreto per gli incarichi dirigenti senza quote prestabilite. E soprattutto il voto per l’assemblea costituente sulla base di liste e programmi liberi e concorrenti, in cui sia chiara anche la leadership, e per cui votino tutti coloro (se possibile anche on line) che, nella giornata prestabilita, magari nel prossimo ottobre, sottoscrivano il documento costitutivo e versino un euro”. Il presidente dell’assemblea federale dei Dl conclude osservando che sa bene come questo significhi “navigare in mare aperto, ma se così non facessimo e non introducessimo anche un limite di mandato per i partiti e per gli incarichi elettivi, con le quote rosa e quelle generazionali obbligatorie e non discrezionali, non avremmo sbloccato una situazione che ormai corrode alla radice la stessa credibilità della classe dirigente italiana. Altrimenti - è il monito finale di Bordon - c’è solo un rischio: che il Partito democratico che si fa sia molto diverso da quello che serve al paese e che l’inizio del percorso avvenga sul binario sbagliato”.




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