Il declino degli USA nel dopo-Guerra Fredda e la fine dell’egemonia in America Latina
Joshua Sperber, 4 novembre 2006
Tradotto da Giampiero Budetta
La fine delle Guerra Fredda può essere considerata allo stesso tempo come la cosa migliore e peggiore mai capitata agli Stati Uniti. Da un lato, il rovinoso collasso dell’URSS significò la vittoria totale degli Stati Uniti. In un unico, drammatico momento il principale antagonista militare degli Stati Uniti era stato sconfitto mentre la minaccia putativa del comunismo sembrava subire un rovescio irrevocabile, se non addirittura una confutazione storica per la scomparsa dello stato-nazione che ne era stato il maggiore e più antico patrocinatore; le politiche antisovietiche di Washington apparvero quindi giustificate mentre sembravano finalmente realizzate le condizioni globali per l’egemonia USA descritte da Neil Smith e perseguite sin dall’amministrazione Wilson: un mercato mondiale aperto. La tracotanza statunitense si manifestò in modo eclatante quanto prevedibile. D’altro canto, tuttavia, la scomparsa del loro principale avversario ha fatto emergere difficoltà enormi e potenzialmente insormontabili.
Le massicce spese militari che sovvenzionavano l’economia degli Stati Uniti si trovarono prive di una giustificazione politica per la prima volta da quando il Lend Lease Act, la Legge sugli affitti e prestiti di Franklin Delano Roosvelt, aveva salvato il capitalismo da se stesso; era improvvisamente venuto meno uno strumento di propaganda di enorme efficacia sia per reprimere le rivendicazioni delle classi lavoratrici e sia per mantenere il controllo sociale; la scomparsa di un’ideologia politico-economica manifestamente alternativa che aveva ispirato gli Stati Uniti ad avanzare sul cammino delle riforme dei diritti civili minacciava di creare un auto-compiacimento totalmente nuovo e forse terminale; ed era sparita anche la nominale ragion d’essere di una politica estera aggressiva per “proteggere” gli alleati dalla presunta minaccia sovietica mentre, nel Terzo Mondo, ribelli e lacchè di turno venivano rovesciati o mandati al potere a seconda delle necessità. Gli strascichi della fine della Guerra Fredda possono essere individuati all’interno degli Stati Uniti ma anche a livello internazionale, politico, economico, militare ed ideologico. La presente analisi è dedicata agli effetti di questi strascichi sulle relazioni tra gli Stati Uniti e l’America Latina.
Quando affermiamo che gli Stati Uniti hanno “perso” l’America Latina, ovviamente adottiamo lo stesso linguaggio degli strateghi di Washington che aspirano a “possederla”, vale a dire di quanti si adoperano per tenere alla larga eventuali rivali stranieri come stabilito dalla Dottrina Monroe e, nel contempo, foraggiano governanti locali compiacenti verso gli investimenti ed il saccheggio perpetrati dalle industrie statunitensi. Washington ha perso su entrambi i fronti. Infatti, come fa notare Noam Chomsky, i suoi avversari imperiali come la Cina stanno stipulando accordi finanziari, militari ed energetici con gli stati latinoamericani mentre un numero crescente di questi ultimi fa sempre più apertamente orecchie da mercante ai diktat di Washington. Il tradizionale responso statunitense della rimozione forzata dei governi non graditi sembra ormai essere neutralizzato, almeno in Venezuela, dove il tentativo di rovesciare Hugo Chávez è stato un fallimento umiliante che non ha fatto altro che consolidare il regime preso di mira. Analogamente, coraggiosi leader nazionalisti sono andati mettendosi al riparo dal tradizionale metodo del dominio giorno per giorno sull’America Latina perpetrato con la clava delle politiche economiche di FMI e WTO che acceleravano il massiccio e sistematico trasferimento di ricchezza latinoamericana agli Stati Uniti.
Con il crollo del blocco socialista vaste regioni tenute precedentemente in quarantena dall’Occidente si ritrovarono esposte alla penetrazione del capitalismo creando le condizioni per il conseguente e logico colpo di mano degli Stati Uniti. Gli aspetti economici di questo colpo di mano, tuttavia, trascendono notevolmente l’ambito della Guerra Fredda. L’età dell’oro del capitalismo postbellico si era già rovinosamente conclusa nel 1973. La crisi di sovrapproduzione / sottoconsumo si sarebbe dimostrata insanabile innescando, da un lato, il riorientamento degli Stati Uniti da un capitalismo produttivo ad un finanziario e, dall’altro, l’avvento di un’economia alimentata dall’indebitamento. Sebbene, per contrastare i suoi antagonisti, Washington abbia impiegato efficacemente le proprie risorse economiche dalla crisi petrolifera del 1973 fino alla crisi finanziaria asiatica alla fine egli anni 90, come afferma David Harvey, la deindustrializzazione associata ad un più massiccio spostamento verso un’economia fondata sui consumi ha indebolito la nazione dall’interno mentre il suo montante indebitamento ha affievolito notevolmente la sua influenza sugli antagonisti. L’equilibrio internazionale emerso dalla seconda Guerra Mondiale, che aveva lasciato gran parte del mondo in macerie mentre aveva arricchito in buona parte gli Stati Uniti, si andava irrimediabilmente riconfigurando. La fine della Guerra Fredda, nel privare gli Stati Uniti del ruolo di principale paladino dell’Occidente contro l’URSS, infuse una maggiore componente politica nella crescente rivalità economica tra Washington ed i suoi alleati, specialmente dell’Europa occidentale che, seppure con discontinuità, stavano avanzando nel processo di unificazione economica-politica e verso una nascente integrazione militare indotte sia dalla lunga egemonia economica statunitense, sia dal vertiginoso declino del tasso di profitto. Le crescenti differenze tra Washington ed i suoi alleati della Guerra Fredda, per non parlare dei suoi nemici, sfociarono in uno scontro aspro e totale sulla guerra contro l’Iraq voluta da Bush e Blair nel 2003. Immanuel Wallerstein asserisce che la guerra contro l’Iraq ha rappresentato una guerra ai danni di Francia e Germania mettendo in risalto che per la prima volta nella storia delle Nazioni Unite gli Stati Uniti non riuscirono a far passare al Consiglio di Sicurezza una risoluzione di cui avevano urgentemente bisogno. Francia e Germania, infatti, furono tra i paesi che sfidarono i tentativi di Washington di isolare e strangolare l’Iraq, anteponendo i propri interessi energetici, finanziari e politici al tentativo statunitense di dare una lezione al recalcitrante produttore di petrolio iracheno. Le minacce di Hussein di convertire le vendite di petrolio da dollari in euro, di cui avrebbe beneficiato l’Unione europea a spese – ragguardevoli - degli Stati Uniti, potrebbe essere considerata come un altro probabile motivo che fece imbestialire Washington. In effetti, gli Stati Uniti c’erano rimasti particolarmente male perché convinti che la distruzione militare della fossilizzata economia di stato irachena avrebbe creato enormi opportunità di investimento di cui avrebbe potuto approfittare tutta l’economia planetaria. Da parte loro, gli ex-alleati si opposero alla guerra oltre che per tutelare le proprie posizioni, anche per contrapporsi ai più egoistici interessi USA che un attacco all’Iraq avrebbe de facto assecondato. Oltre che per incassare internamente i vantaggi tipici di uno stato di guerra, vale a dire l’espansione dei poteri dell’esecutivo, l’indebolimento delle libertà civili, l’acuirsi del nazionalismo e la delegittimazione delle rivendicazioni dei lavoratori, gli USA attaccarono l’Iraq con l’obiettivo di imporre il loro controllo sul “rubinetto” petrolifero mediorientale e, nel contempo, di accerchiare la Cina con le loro basi militari e garantirsi il dominio per le decadi future in linea, come rileva Harvey, con il programma del Progetto per un Nuovo Secolo Americano. La guerra, com’è noto, non è andata secondo le aspettative. Di conseguenza gli Stati Uniti hanno subito un danno politico incalcolabile dovuto in parte all’ormai inoppugnabile artificiosità dei motivi addotti per giustificare la guerra. Inoltre sono militarmente allo stremo rafforzando, per di più, gli avversari nella regione come l’Iran, a fronte del contemporaneo salasso delle casse dello stato. Per farla breve, come aveva affermato Paul Kennedy in una intuizione premonitrice, sembra che le difficoltà in Iraq stiano accelerando ciò che invece si voleva scongiurare: il declino degli Stati Uniti.
Più che la perdita di prestigio e di credibilità politica degli Stati Uniti, a farsi maggiormente sentire in America Latina è l’indebolimento materiale della posizione globale di Washington. Al contrario dell’Europa occidentale, all’America Latina già da tempo non mancavano le buone ragioni per guardare agli Stati Uniti con ostilità e sospetto. Washington ha ripetutamente sabotato i locali capi di stato nazionalisti, rovesciando Arbenz in Guatemala nel 1954 e appoggiando 10 anni dopo il colpo di stato militare contro Goulart in Brasile. Nel 1973 fu la volta del Cile, con la destituzione di Salvador Allende orchestrata dalla CIA e la sua sostituzione con Augusto Pinochet che poté così allestire uno stato di polizia sanguinario. Nel 1979, dopo la destituzione in Nicaragua del dittatore Somoza appoggiato da Washington, gli Stati Uniti organizzarono squadroni della morte utilizzando il terrorismo, stavolta non di stato, come strumento per distruggere il popolare governo sandinista. Wahington organizzò analoghi squadroni della morte in Guatemala ed El Salvador, che costarono centinaia di migliaia di vite umane. Oggi l’amministrazione Bush appoggia in Colombia un governo coinvolto in alcune tra le violazioni ai diritti umani peggiori dell’emisfero.
Tuttavia, se la repressione targata USA è un mezzo per raggiungere uno scopo, questo scopo significa in larga parte l’egemonia economica. Gli Stati Uniti spesso e volentieri hanno saputo raggiungerlo in modo più diretto, anche se con conseguenze non meno devastanti, imponendo i diktat economici del FMI / WTO che sovente sfociavano nei cosiddetti e famigerati programmi di austerità. Per i paesi creditori il successo di questi programmi significava la loro rovina, come dimostra esemplarmente il drammatico declino del tenore di vita in Argentina, conseguenza del neoliberalismo imposto da oltreconfine, che ha smascherato una volta per tutte questo tipo di ricetta economica. Lo sconvolgimento politico della crisi argentina, con i poveri che occupavano le vie di comunicazione e si ribellavano per protestare contro la fame mentre i più ricchi si scontravano con la polizia dopo essere stati defraudati dei loro risparmi, ha contribuito al fallimento dell’ALCA, l’Area di Libero Commercio delle Americhe, un tentativo degli Stati Uniti di estendere anche all’America Latina il NAFTA per controbilanciare la crescente coesione economica dell’Unione europea e l’ascesa della Cina.
L’opposizione al neoliberismo stile FMI/ WTO sponsorizzato da Washington diventa sempre più articolata, come dimostra l’ascesa dei movimenti indigeni che in Bolivia sono addirittura al governo. Le rivendicazioni, le piattaforme e la retorica dei movimenti indigeni, sostenuti dalla vitalità dagli innumerevoli movimenti anticapitalisti protagonisti del Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, possono essere plausibilmente considerati il maggiore e più convincente rifiuto del capitalismo globale targato USA del dopo-Guerra Fredda. Il fatto di non poter più accusare questi movimenti di essere filo-sovietici e la necessità di ricorrere allo slogan ormai apertamente tirannico e ideologicamente devastato della “Guerra al Terrore”, peraltro un sostituto retorico dell’altrettanto impotente “Guerra alla Droga”, indebolisce fortemente gli Stati Uniti. Per quanto ipocrita e vuota, la retorica USA della Guerra Fredda poteva almeno contare sull’arretrato stato di polizia sovietico come riferimento dialettico. Invece con il crollo dell’Unione Sovietica l’imperialismo USA è diventato sempre più nudo e crudo, rivelando la sua inoppugnabile natura oppressiva tra le masse il cui potenziale rivoluzionario declinato da “un altro mondo è possibile” rappresenta una sfida aperta al nazionalismo statunitense, necessario corollario della sua spinta egemonica. Allo stesso tempo, inoltre, fare la voce grossa non fa più molto effetto quando gli USA flettono i muscoli in Medio Oriente.
Mentre la crescente spudoratezza della violenza fuori della legalità rivela e precipita la loro debolezza, gli Stati Uniti stanno patendo contemporaneamente le conseguenze delle contraddizioni interne delle loro politiche economiche ufficiali, nonché inevitabili. Il NAFTA era destinato sia ad arginare le crisi di sovrapproduzione di turno aprendo il mercato messicano ai prodotti agro-alimentari statunitensi sovvenzionati dallo stato, sia a creare degli sbocchi agli investimenti in assenza di vincoli legislativi a tutela dell’ambiente e dei lavoratori che, insieme ad altri, ostacolano il commercio estero ed i profitti. Se i reazionari alla Ross Perot vedevano giusto nel presagire che il NAFTA avrebbe accelerato la deindustrializzazione e causato pesanti tagli all’occupazione, i fautori dell’accordo di libero commercio, tuttavia, avevano altrettanto ragione ad accusare il capitalismo nazionalista di Ross Perot di isolazionismo da sprovveduti in nome della quintessenza del capitalismo: l’espansione perpetua. L’adesione al NAFTA, più che riflettere una decisione politica, fu una risposta bilaterale ad un incremento della concorrenza economica nel capitalismo uscito dalla crisi del 1973, vale a dire al declino dei tassi di profitto abbinato alla riduzione delle aree di investimento.
L’ironia del capitalismo odierno è racchiusa negli effetti deleteri della sua insaziabile voracità che, in un modo o nell’altro, si stanno ripercuotendo sempre più come un boomerang sui poteri imperiali. Che il NAFTA abbia devastato il Messico, condannando alla miseria un numero incalcolabile di piccoli agricoltori, è un dato di fatto. Impossibilitati a competere in un mercato inondato dai cereali made in USA sovvenzionati dallo stato e quindi a basso prezzo, i campesinos si riversarono nelle città. Nel nord del Messico le maquiladoras, le fabbriche che violano anche le norme più elementari di diritto del lavoro, hanno partorito città assediate dall’inquinamento e dalla criminalità, abbandonate poi a se stesse una volta che le devastazioni del capitale si sono spostate verso i lidi ancora più convenienti al di là del Pacifico. Il degrado del tenore di vita ha spinto sempre più lavoratori messicani e profughi delle prime mattanze in Centroamerica ad emigrare negli Stati Uniti.
Nel suo saggio Working the Boundaries, Nicholas De Genova descrive come l’afflusso di migranti latinoamericani favorisca l’economia statunitense e come sia stato possibile smantellare la legislazione a tutela dei lavoratori rendendo vulnerabile una sottoclasse malpagata e razzializzata non già espellendola, bensì imponendole uno status legale che la rende perpetuamente “espellibile”. Nonostante i benefici sull’economia, la stabile base politica necessaria al capitalismo sta subendo i contraccolpi della disoccupazione a fronte del costante declino del tenore di vita. I movimenti fascisti degli Stati Uniti, come i cosiddetti Minutemen, le milizie di volontari che pattugliano la frontiera col Messico, hanno astutamente capitalizzato la crescente ostilità dovuta all’erosione degli ammortizzatori sociali ed al peggioramento del tenore di vita offuscando le realtà dell’economia e mettendo sotto accusa le conseguenze di una “cultura” degradata. Costituiti e supportati da organizzazioni neonaziste, come i liberali considerano i confini, gli stati ed il capitalismo come entità naturali mentre tentano di “difendere” la supremazia bianca dai “forestieri” latinos. Com’è noto i Minutemen ed altre organizzazioni fasciste sono sempre più risentiti nei confronti di George W. Bush, considerato ostaggio impotente della ragion di stato e delle corporations. Gli effetti deleteri di alimentare il capitalismo in seno ad un contesto ideologico che preclude una divulgazione di massa della critica radicale al capitalismo stesso hanno generato tendenze potenzialmente così forti da minacciare di subordinare all’ideologia gli interessi materiali dell’economia di un paese.
Il fatto che questa minaccia fascista stia prendendo piede a Guerra Fredda finita indica che, se il discorso pro-libertà degli anni della Guerra Fredda era soltanto un esercizio di retorica ed un bluff, talvolta smascherato come tale, la scomparsa di un nemico ideologico visibile a fronte dell’avanzata delle crisi del capitalismo rende le odierne rivendicazioni a favore della “libertà” un’assurdità anacronistica. Al di là delle attuali e future vittime causate nella sua stessa popolazione dall’aggressività e dal razzismo crescenti degli Stati Uniti, il crollo di una ideologia “americana” fondata sulla continua espansione dei confini e della “libertà” nuoce alla stessa salute di uno stato che, seppure bisognoso di riforme, le rifugge caparbiamente, come anticipato da Eric Hobsbawm nel suo saggio Il Secolo breve. Gli Stati Uniti sembrano aver giocato le loro ultime carte e l’esercizio della forza bruta è sintomo di un declino repentino ed inevitabile, se non addirittura di un crollo totale in stile URSS.
Joshua Sperber vive a New York. Per contattarlo: jsperber4@yahoo.com
Originale daTradotto dall'inglese all'italiano da Giampiero Budetta, un membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne l'autore e la fonte.
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