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    Predefinito Il PD:Fusione a Freddo e Scissione

    Fabio Mussi parla tra i primi e poi dà l'addio ai Ds di Fassino

    Partito democratico nascita con scissione

    I Ds devono sciogliersi in nome del progetto di Fassino che però la base considera una fusione degli apparati partitici

    di Giorgio De Neri da L'Opinione

    A sinistra la regola è questa: quando nasce un nuovo soggetto politico si crea sempre una scissione. E’ una specie di legge della fisica applicata alle dinamiche della politica. E’ successo così quando nacque il Pds alla Bolognina, e infatti ieri Luciano Violante faceva proprio questa considerazione, è successo così quando sono nati i Ds e il fenomeno accadrà ancora in questo week end, con la dipartita del correntone di Fabio Mussi che reciterà il proprio addio in apertura del congresso dei Ds e che poi lo ufficializzerà il 5 maggio in Parlamento alla prima riunione dei gruppi. Peraltro il Correntone cui fa capo anche Cesare Salvi limiterà la propria partecipazione alla quattro giorni di Firenze che inizia oggi a una osservazione esterna. Neanche fossero all’Onu. E la base poco capisce e ancora meno si adegua a una operazione che viene vissuta come verticistica. Anzi , per usare le parole di un commentatore del forum ad hoc gentilmente offerto dal “Corriere della sera on line”, si può parlare di “fusione degli apparati dei partiti”, cioè Ds e Margherita, che “non può sopperire all'assenza di qualunque tavola dei valori condivisa”.

    Occhetto in tutto ciò sta vivendo una seconda gioventù da vindice, novello conte di Montecristo. ”Quelli che votano ai congressi sono gli impiegati dei loro padroni e sono quasi tutti collocati dentro ad un sistema di favori ed interessi”. Quello che succederà tra pochi giorni, dice Occhetto, “è solo l'unione a freddo di due apparati, senza che siano stati approfonditi i valori fondamentali, la collocazione internazionale e i punti essenziali di un programma politico”.

    E in effetti per l’attuale segretario Piero Fassino potrebbe ripetersi la nemesi da “svolta” che già colpì Occhetto dopo la Bolognina. Occhetto glielo augura con tutto il cuore. Il fine settimana sarà caratterizzato anche dal congresso della Margherita a Cinecittà che dovrà decidere di aderire al medesimo esperimento in vitro. E anche qui Rutelli si gioca la leadership. Anzi forse se l’è già giocata, visto che sarà Prodi, con il suo partito virtuale, a dettare i tempi della fusione a freddo con i Ds. Rutelli sembra sempre più un esiliato nel suo ministero che un capo partito con diritto di parola sull’intera faccenda. Che è troppo seria per lasciarla gestire a un “piacione”.

    Naturalmente le due kermesse che condizioneranno la vita politica italiana del fine settimana si aprono all’insegna della civiltà (o inciviltà) dell’immagine.

    A Firenze, solo per fare un esempio, si sono accreditati quasi 500 giornalisti, di cui 20 quotidiani nazionali, 23 tra tg nazionali e televisioni, 25 testate locali, 7 radio nazionali, 17 agenzie fotografiche, 9 testate internazionali. Più di 100 tra operatori, tecnici e montatori. Per la realizzazione dell’evento saranno impiegate oltre 90mila ore di lavoro, delle quali circa 30mila di lavoro volontario, le altre di tecnici specializzati di oltre 30 ditte la maggior parte delle quali toscane. Saranno utilizzati 40mila metri quadri di superficie, 10mila di moquettes, 16 generatori di corrente per oltre 2mila punti luce, 140 camion rimorchio per trasportare il materiale, 200 linee telefoniche, 100 postazioni pc, 30 box per redazioni, 2000 metri quadri di schermi video. Il tutto per una spesa totale di quasi 2 milioni di euro che secondo le previsioni del tesoriere, Ugo Sposetti, verranno “finanziati per l’80% dagli sponsor”. Cioè le coop rosse.

  2. #2
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    Ds: ingresso da star per Mussi
    Il leader del Correntone, 'e' gia' stato tutto deciso'
    (ANSA)-FIRENZE, 19 APR- Ingresso da star per Fabio Mussi al quarto congresso dei Ds a Firenze, dopo la decisione del Correntone di lasciare la Quercia. Mussi, visibilmente emozionato, e' stato assalito dai fotografi e dalle telecamere al suo arrivo nel parterre del Mandela Forum. Il leader del Correntone, anche se pressato dai giornalisti si e' ferma a rispondere a chi gli chiede se ha qualche ripensamento. 'E' gia' stato tutto deciso. Oggi ascolto Fassino e domani prendo la parola', ripete alle varie tv.

  3. #3
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    Rutelli: «E' una pagina che l'Italia attendeva»
    Ma nella maggioranza si levano anche voci contrarie alla fusione nel Pd. Il "ribelle" Mussi: non ci sono condizioni per ripensamento

    FIRENZE - «Il Partito democratico? E' una pagina della democrazia che l'Italia attendeva». Con queste parole il presidente della Margherita, Francesco Rutelli, ha commentato l'intervento del segretario ds Piero Fassino al congresso nazionale della Quercia in corso a Firenze. Il vicepremier affronterà a sua volta la questione della fusione tra Ds e Margherita nel nuovo soggetto politico durante l'assise del suo partito, in programma da venerdì a domenica negli studi di Cinecittà, a Roma. «I due congressi segneranno un cambiamento che gli italiani vogliono. Il cambiamento di aggregare, di unire anzichè dividere, e sempre guardando al futuro».

    «NESSUN RIPENSAMENTO» - Ma sulla prospettiva del nuovo partito si sollevano dalla maggioranza anche voci critiche. E Fabio Mussi, uno dei leader della corrente di sinistra contraria alla fusione, ribadisce che non ci sono le condizioni per un ripensamento. Fassino lo aveva invitato a tornare sui suoi passi dopo l'ipotesi di una scissione che porti alla formazione di una forza politica di ispirazione socialista. «Sono molto dispiaciuto perchè evapora la storia della sinistra italiana - ha commentato il ministro dell'Università -. Il Pd sarà un partito che cancella dal simbolo l'insegna dei socialisti e della sinistra».

    «PEZZO DI SINISTRA CHE SE NE VA» - Anche il segretario dei Comunisti Italiani, Oliviero Diliberto, giudica negativamente il passo che i Ds si apprestano a fare: «Dal mio punto di vista - spiega il leader del Pdci - è una giornata molto triste perchè finisce un lungo, tormentatissimo travaglio che dall'89 ha portato il pezzo più rilevante del vecchio Pci oggi a fuoriuscire anche dalla sinistra».

    CESA: «CENTRISTI ESCLUSI» - Dall'opposizione, mentre Silvio Berlusconi definisce interessante la relazione di Fassino, arriva, per bocca del segretario dell'Udc, Lorenzo Cesa, la sottolineature del carattere progressita del nuovo soggetto politico: «Fassino ha detto che il Partito democratico non sará centrista e che il suo sbocco naturale è nella famiglia del socialismo europeo. Questo elimina ogni dubbio sulla natura del nuovo soggetto: da oggi i moderati e i democristiani sanno di non avere spazio nel Pd. Per l'Udc è una grande occasione».

    19 aprile 2007

    da Il Corriere della Sera

  4. #4
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    Ma non s'era detto che era meglio una Banka ?


  5. #5
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    È guerra di cifre tra ex ppi e rutelliani
    Ds-Dl, duello sulla nuova forza
    La Quercia: o nel Pse o niente. La mossa della Margherita: invitare i delegati di 45 partiti riformisti mondiali

    ROMA - «O nel Pse, o niente». L’ultimatum di Piero Fassino sull’approdo europeo del Pd arriva a sorpresa, scoppia come un petardo dispettoso nel quasi quieto pomeriggio di vigilia, turbato appena dalla convention degli «scontenti» guidati da Willer Bordon.
    «Il partito democratico aderirà al Partito socialista europeo, oppure non nascerà». Queste le parole che il segretario della Quercia avrebbe detto a Martin Schulz a Fiuggi a margine del congresso dello Sdi, parole che il capogruppo del Pse ha riferito ieri mattina durante la riunione dei suoi eurodeputati a Bruxelles. Tempo qualche ora e le dichiarazioni di Fassino rimbalzano a Roma, accolte con «viva soddisfazione » dalla terza mozione di Angius e Nigra e con malcelato disappunto dai dirigenti della Margherita, che per sabato stanno preparando un grande evento costruito attorno a 45 delegazioni di partiti democratici di ogni parte del mondo, dagli Stati Uniti all’India: una mossa studiata nei dettagli per convincere i Ds che in nessun parlamento del globo i riformisti albergano nelle «vecchie internazionali, a cominciare da quella socialista ». La spiega così il rutelliano Gianni Vernetti, sottosegretario agli Esteri nonché uno dei «capi» della diplomazia internazionale margheritina: «Il Pd nel Pse? Fassino si illude e sabato dimostreremo concretamente, mettendo insieme leader di mezzo mondo, che in nessun Paese i partiti democratici stanno con soggetti del secolo scorso come i socialisti ».

    Non una voce dal sen fuggita, quella di Fassino, ma una precisa scelta nel tentativo di calamitare una quarantina dei 242 delegati della sinistra di Mussi e Salvi: sì, perché se i leader sono ormai decisi allo strappo, nella base la tentazione (pur minoritaria) di restare è forte. Ragioni che però non distoglieranno la Margherita dal progetto di costruire «una rete di forze democratiche molto più estesa e rappresentativa del Pse». Sabato dunque, fuori dal felliniano studio 5 di Cinecittà — e dopo che Fassino avrà schierato, oltre a Schulz, il presidente dell’Internazionale socialista George Papandreu, il presidente del Pse Poul Nyrup Rasmussen e quello dell’Spd, Kurt Beck — Francesco Rutelli sfoggerà i suoi testimonial. L’unico in condominio con i Ds è il presidente dei Democratici Usa, Howard Dean, perché poi le vie globali dei due partiti si dividono. Dalla Margherita, dove non un solo ospite targato Pse varcherà la soglia degli studios, andranno il liberale Graham Watson, il capo del Kurdistan Democratic Party, Mustafa Barzani, delegazioni dei partiti di centrosinistra di Cambogia, Birmania, Afghanistan e Iraq, il leader della Dc cilena Ricardo Hormazabal, la portavoce del Partito del Congresso indiano... Insomma, a sentire Maurizio Fistarol «la bozza della grande alleanza democratica internazionale».

    E poi saluti video del centrista francese François Bayrou, del nobel Muhammad Yunus e di Ehud Olmert, premier israeliano e leader di Kadima, partito che la Margherita sente quasi gemello. «Un parterre che rende plasticamente visibile— conferma l’obiettivo Antonello Soro—il superamento delle tradizionali famiglia politiche europee». Se ancora non fosse chiaro il senso della sfida, Lapo Pistelli dice basta «con le strutture pesanti», perché i Dl credono a «network più leggeri». A Firenze intanto si fa sera, al Palamandela il «regista» del congresso ds Ugo Sposetti impartisce gli ultimi ordini: oggi è atteso anche Silvio Berlusconi che, a quanto dice Enrico La Loggia, dovrebbe pure parlare. E al palazzo degli Affari, Fabio Mussi e Cesare Salvi riuniscono i delegati per confermare decisioni già prese. Gli uscenti, guai a chiamarli scissionisti, diserteranno gli organi dirigenti del congresso, non entreranno nelle commissioni e lasceranno la parola al solo Mussi. Niente sceneggiate però, abbandonare le assise venerdì, subito dopo il discorso del capo, «non sarebbe elegante». E torna a crescere la tensione tra le anime della Margherita. La fragile tregua siglata da Rutelli e Marini rischia di non reggere l’urto dell’ultimo congresso, «il presidente fa il furbo» dicono in giro i Popolari, che alla sicurezza ostentata dal leader rispondono presentando la rivista Quarta fase (che si riconosce nel Manifesto dei 60 contro le posizioni teodem) e diffondendo le cifre finali dei congressi di base: 70 per cento alla maggioranza che si riconosce in Franco Marini, 21 a Rutelli, 6 ai Democratici e 3 a Lamberto Dini.

    Carta canta, rivendicano gli ex democristiani e sottotraccia brandiscono l’intenzione di «alcuni delegati» di votare scheda bianca se Rutelli dovesse strappare. Ma il vicepremier si mostra serafico: «I sondaggi che danno il Pd al 23 per cento? Solo ipotesi, neanche siamo partiti... Domani nasce una nuova storia».

    Monica Guerzoni da Il Corriere della Sera

  6. #6
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    Veltroni, se ci sei batti un colpo

    Di Giuseppe Morello

    Prima ancora di nascere il Partito Democratico ha già una montagna di problemi: manca un’idea forte, per intenderci ciò che Bersani chiama “il titolo del film”; la fusione a freddo tra Margherita e Ds poi è tutt’altro che una passeggiata, e infine il nuovo partito nasce non a furor di popolo, ma grazie ad accordi tra l’establishment. Tuttavia questi problemi si dissolverebbero come d’incanto se il PD riuscisse a risolvere il primo dei suoi limiti, quello della leadership. Ds e Margherita hanno sovrabbondanza di vice-leader, ma manca un leader vero, capace di incarnare “il titolo del film” e in grado di scaldare i cuori e i cervelli dell’elettorato di centrosinistra, potendo contare anche su un’immagine gradevole.

    Fassino non riuscirebbe a entusiasmare nemmeno il suo condominio, Rutelli si è già bruciato perdendo le elezioni contro Berlusconi, D’Alema mediaticamente ha lo stesso appeal del segnale orario e per il resto è robetta. Un nome ci sarebbe, ed è ovviamente quello di Walter Veltroni. Il sindaco di Roma le ha tutte: è amato, non sembra una cariatide sovietica, è capace di arrivare alla gente perché non parla politichese ed è figlio di quella cultura moderna a cui il Pd dovrebbe ispirarsi.

    Lui ha sempre nicchiato, minacciando di chiudere la carriera in Africa occupandosi di bambini o scrivendo romanzi. Bullshit, direbbero gli inglesi. Veltroni ora deve dimostrare di essere un leader, deve uscire allo scoperto. Ora, non domani, perché se aspetta che lo candidino i suoi compagni, allora farebbe meglio a prenotarlo quel volo per l’Africa, e non a fine carriera, ma subito.

    giuseppe.morello@affaritaliani.it

  7. #7
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    Falsa partenza

    di Mario Sechi

    È difficile descrivere una Cosa che non c’è, soprattutto quando l’oggetto è politico. La chilometrica relazione di Piero Fassino al congresso Ds ne è la prova: in uno sforzo sovrumano, teso a inglobare culture diverse e scongiurare scissioni alle porte ormai spalancate, il Partito Democratico nelle parole del segretario della Quercia è apparso uno spazio geografico senza confini.
    Se quella descritta da Fassino fosse la realtà, il risultato sarebbe un non-partito che ha rinunciato non solo alle radici, ma anche alle idee. Mentre in Francia Nicholas Sarkozy rivela di servirsi delle analisi di Gramsci perché «il potere si conquista con le idee», Fassino dal teorico del moderno Principe (il Partito) si allontana per sempre. Attenzione, non stiamo discutendo della chiusura della storia comunista, perché quella è morta e sepolta con il crollo del Muro di Berlino, in gioco oggi per la sinistra c’è altro: il socialismo.

    Questa sgangherata partenza verso un’altra storia ha prodotto il paradossale risultato di segare radici assai robuste per andare a cercarne altrove di deboli e improbabili. I rabdomanti della politica sono in queste ore a caccia di modelli francamente poco esportabili. Evocare l’esperienza del Partito Democratico americano fa sorridere per l’ingenua trasposizione e per la scarsa memoria di chi la sventola come una nuova bandiera per la fusione a freddo di Ds e Margherita. Basterebbe ricordare il dibattito sulla «Terza Via» di Bill Clinton. Il discorso avviato alla fine degli anni Novanta dall’allora Presidente degli Stati Uniti aveva un punto di riferimento solidissimo, Franklin Delano Roosevelt, ma era valido solo per quel luogo mitico chiamato America. Tanto che «l’Ulivo mondiale» non ha mai visto la luce.
    Erano i tempi in cui la sinistra nostrana si definiva «progressista». Gli aggiustamenti lessicali in corso d’opera sono stati tanti, il dibattito sul «cosismo» estenuante e così, stancamente, con la sola forza d’inerzia, si è arrivati a un ineluttabile oggi senza una vera identità, senza pathos, senza «elaborazione del lutto». Per queste ragioni il Partito Democratico è un’operazione matematica imperfetta, due più due quasi mai nella storia politica italiana ha fatto quattro e la somma di Ds e Margherita rischia di seguire questa sfortunata tradizione.

    L’unico punto di riferimento per questa operazione di fredda ingegneria politica poteva essere il socialismo di Bettino Craxi, ma per ragioni storiche - e soprattutto biografiche dei fondatori del Partito Democratico - quel nome è troppo ingombrante ed è stato pavidamente accantonato.

    La questione socialista all’interno della sinistra è irrisolta e non a caso Piero Fassino ha provato in tutti i modi a rivolgere un appello agli alleati dello Sdi. Senza i socialisti, il Partito Democratico nasce monco e con la scissione dell’ala sinistra dei Ds, quella rappresentata da Mussi, presto sarà pure zoppo.
    Assisteremo a un rimescolamento delle carte nel tavolo del centrosinistra. Accanto al Partito Democratico nascerà un cartello di partiti neocomunisti o antagonisti. In questo mare magnum c’è perfino la possibilità dell’emersione di un’isola socialista. Non è proprio una via alla semplificazione, ma questo scenario può servire a fare chiarezza: dal magma infatti salterà fuori chi veramente crede alla modernizzazione del sistema politico e chi invece resta ancorato al passato.
    È una «frattura» che non attraversa soltanto il centrosinistra. Il centrodestra dovrà ancor più interrogarsi sulla sua forma, le sue idee e il sistema politico futuro. In Gran Bretagna i conservatori di Cameron e in Francia la destra di Sarkozy hanno aggiornato i programmi, il vocabolario, l’agenda per affrontare i problemi della contemporaneità. L’Europa è uno spazio geografico e politico più che mai in cerca d’autore. Il centrodestra italiano può cogliere l’occasione per fare altrettanto. Può decidere di non rafforzare gli argini e lasciare spazio a tentazioni neocentriste che albergano in entrambi gli schieramenti, oppure può alzare la diga del bipolarismo, avviare al suo interno un processo di semplificazione e tornare alle ragioni ideali della nascita della Casa delle Libertà e di Forza Italia in particolare. È una sfida da cogliere subito.

    Mario Sechi

  8. #8
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    Il partito americano di cartone

    Scritto da un Esule

    Tutti quanti sanno benissimo che quando si parla di politica italiana occorre dotarsi di un minimo di ironia per evitare di cadere nell’equivoco di prendere troppo sul serio quello che la nostra classe dirigente dice e, soprattutto, fa. Questa prudenza vale per i simpatizzanti di entrambe le cosche visto che i fatti dimostrano che approssimazione, cinismo e tendenza al privilegio degli interessi particolari (personali o collettivi) sono qualità distribuite con impressionante equilibrio su tutto l’emiciclo parlamentare.

    In un contesto del genere ci si spiega con parecchia difficoltà l’editoriale di Mieli apparso sul corrierino dei piccoli di oggi che scarabocchia due intere colonne nell’intento di somministrare una bella flebo di sangue blu al futuro partito democratico (quello italiano).

    A parte la consueta svolta storica - o epocale - che in Italia non si fatica a riconoscere neanche al fruttivendolo sotto casa che decide di espandersi nei locali attigui al suo piccolo negozio, ciò che lascia veramente di sasso è il tentativo di spacciare per rivoluzione culturale una fusione burocratica che ha il duplice scopo di creare un partito in grado di competere numericamente con Forza Italia e di iscrivere un’ipoteca forte sulla maggioranza del centrosinistra.

    Siccome si tratta di obbiettivi legittimi, ma non esattamente nobili, ecco che arriva il soccorso teologico dell’intellettuale di turno che, per completare la frode, scomoda niente meno che il patrimonio genetico del partito democratico, ma quello americano. C’è da augurarsi che oltreoceano non leggano quello che scrive Mieli perché, altrimenti, fioccherebbero le smentite e le prese di distanza. Non che io sia un esperto di fatti americani, ma vivo in questo paese da un tempo sufficientemente lungo per poter sostenere, senza tema di smentite, che Roosvelt si ribalterebbe nella tomba al solo ipotetico accenno a punti in comune con Prodi e la sua sgangherata compagine. Cosa avrebbe in comune il partito democratico americano con un partito che nasce dalla fusione di ex (neanche troppo ex) comunisti ed ex democristiani? Risulta a qualcuno che a capo del partito democratico ci sia mai stato un boiardo dell’IRI statunitense sostenitore dell’economia pianificata? Mai visto un ministro di un governo americano (democratico o repubblicano non importa) passeggiare a braccetto di Hezbollah o “equivicino” a Israele?
    E’ chiaro che la tesi di Mieli, che poggia sulla scelta del nome, sia un colossale falso anche se corredata di distinguo e mitigata dalla rivelazione che il nuovo approccio sarà dissimulato o negato ancora a lungo.

    Che ragione ci sarebbe per dissimulare o negare se questo fosse ciò che sognano la dirigenza e l’elettorato del futuro partito democratico italiano? E’ evidente, non ci sarebbe alcun motivo. La verità è che il patrimonio genetico dei due partiti democratici è quanto di meno simile si possa trovare in natura. E non è, e non sarà, questione di chi ne prenderà il comando: che sia una sola persona o un altro direttorio a ranghi misti, la sostanza rimarrà la medesima.

    Fa bene Mieli a fare la lista dei leader del Democratic Party: Roosvelt, Truman, Kennedy, Johnson; così è più facile fare i paragoni: Togliatti, Andreotti, Prodi, D’Alema, Rutelli. Basta una scorsa per dover ammettere che la differenza si vede a occhio. Poi, siccome siamo generosi e di manica larga, concediamo al nostro intellettuale una distanza genetica di appena lo 0,1%. Quella che divide gli uomini dagli scimpanzé.

  10. #10
    a.k.a. tolomeo
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    Partito Democratico né socialisti né liberali?




    Luca Ricolfi


    "Oggi comincia l’ultimo congresso dei Democratici di sinistra, domani l’ultimo congresso della Margherita. Poi i due partiti dovrebbero avviare le fasi finali di un processo che, iniziato ben undici anni fa, porterà post-comunisti (Ds) e post-democristiani (Dl) a confluire in un unico partito genuinamente riformista, il plurivagheggiato Partito democratico (Pd). L’evento epocale si consuma nella sostanziale indifferenza dell’opinione pubblica, e qualcuno - fra i traghettatori - comincia a chiedersi perché.

    Per alcuni il guaio sembra consistere in un deficit di democrazia e di partecipazione: il «nuovo soggetto» nascerebbe con una logica escludente, senza una vera volontà di coinvolgere la mitica società civile, e tanto meno i partiti-bonsai, tipo Verdi, Italia dei valori, Sdi, Radicali, Udeur. Per altri il problema vero è la latitanza dei contenuti: si discute febbrilmente di leadership, posti, incarichi, correnti, quote, ma non è chiaro quale sia il progetto di cambiamento che il nuovo partito vuole far valere. Per altri ancora il nodo è la drammatica mancanza di ricambio del ceto politico: da quasi vent’anni la scena è occupata dagli stessi sei o sette leader, perlopiù vecchiotti e di sesso maschile, mentre i giovani aspiranti alla successione - non avendo il coraggio di condurre vere battaglie politiche - preferiscono «prendere il bigliettino» e fare la fila in attesa del proprio turno.

    Come comune cittadino, che non è mai stato iscritto a un partito, mi sono fatto un’idea diversa. Forse la vera ragione per cui il nuovo soggetto non scalda i cuori è più semplice e primordiale.

    Il progetto del Partito democratico sconta il tragico deficit di credibilità dei suoi proponenti. Certo, uno può leggere il Manifesto del nuovo partito, stilato dai dodici saggi (apostoli?), e trovarlo «orripilante» (Cacciari) oppure scorgervi una serie di idee interessanti, ancorché talora troppo vaghe o elusive (Giavazzi). Ma resta il fatto che qualsiasi cosa ognuno di noi voglia scorgere in quel pezzo di carta (personalmente vi trovo parecchie idee ragionevoli, espresse in una lingua irritante), e tanto più se riusciamo a intravedervi alcune soluzioni interessanti ai problemi dell’Italia, non possiamo fare a meno di confrontare le parole con i comportamenti. E se questa operazione di confronto la conduciamo fino in fondo, è difficile non vedere l’abisso fra gli alati discorsi sul futuro e la mesta prassi quotidiana dei due sposi.

    Già, perché l’unico modo serio che abbiamo a disposizione per convincerci della bontà del nuovo prodotto, o della felicità del matrimonio Ds-Dl, è di guardare il comportamento dei due fidanzati. E chi lo ha fatto in questi anni, chi ha osservato questo inizio di legislatura, chi ha analizzato l’impianto della Finanziaria, non ha potuto non vedere che i futuri sposi hanno ormai perso l’anima socialista senza per questo acquisire quella liberale.

    Se avessero ancora avuto un’anima socialista non avrebbero abbandonato gli operai, dopo aver loro promesso il cuneo fiscale, ossia 3-400 euro in più all’anno in busta paga: la Finanziaria ha stanziato qualcosa per i redditi medi, molto per i dipendenti pubblici, pochissimo per incapienti e redditi bassi. Se Ds e Dl avessero un’anima socialista si sarebbero accorti che, da un decennio, i redditi dei dipendenti pubblici crescono a un ritmo doppio rispetto a quelli dei dipendenti privati, e che i primi a «non arrivare alla fine del mese» sono gli operai del settore privato. Niente di male, naturalmente, ma una sinistra più attenta ai colletti bianchi che ai colletti blu ha ben poco di socialista, se le parole hanno ancora un senso.

    Si potrebbe pensare (sperare?) che l’anima socialista perduta sia stata sostituita da una più moderna - e adatta ai tempi - anima liberale. Ma non è così. I veri liberali, che sono una sparuta minoranza in tutti i partiti italiani (eccetto la Rosa nel pugno), non possono che inorridire di fronte alla timidezza di Ds e Dl nel primo anno di governo. Più tasse, più contributi, più burocrazia in materia fiscale. Concorsi riservati nella pubblica amministrazione. Continui rinvii di problemi cruciali come pensioni e ammortizzatori sociali. Risorgenti tentazioni dirigiste in economia non appena il capitale straniero mette il naso in casa nostra (vicende Telecom e Autostrade). Per non parlare della politica scolastica e universitaria, dove non si intravede un barlume di meritocrazia. O di quella della sanità e degli enti locali, dove la politica non si sogna di fare quel passo indietro che promette sempre e non attua mai.
    Si dirà: ma è proprio per questo, per poter essere più socialisti e più liberali assieme, che vogliamo fare il Partito democratico. Benissimo, ma è precisamente questo nesso logico che sfugge al comune cittadino. Saremo sempliciotti, ma non riusciamo a non chiederci: se così poco di voi stessi siete riusciti a mostrare in questi undici anni di fidanzamento, perché mai dovremmo credere che - una volta sposati - i vostri vizi si tramuteranno in virtù?

    http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tm...ione=&sezione=
    .

    A fool and his money can throw one hell of a party.

 

 
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