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    Predefinito Un bell'articolo di de Jasay

    L’assurda lotta per neutralizzare la fortuna
    di Anthony de Jasay

    C’è stato un tempo in cui, nelle società occidentali dove vigeva la rule of law, le circostanze di vita di una persona, quale la sua posizione relativa nella società, potevano essere considerate ingiuste solo se si poteva dimostrare che esse risultavano dalla violazione di regole di giustizia. Le regole erano distillate in convenzioni senza età, ed elaborate nel diritto consuetudinario o civile. Era un fatto riconosciuto della vita che, senza infrangere tali regole, qualcuno potesse avere più successo nella vita di altri, e l’esser ricco o povere non era di per sè prova di un’ingiustizia.
    Tale visione era in armonia con un’economia basata sul principio del laissez-faire e con l’idea che lo Stato avesse il dovere di proteggere l’inviolabilità della proprietà. Ovviamente, essa rappresentava inoltre una netta negazione della legittimità della redistribuzione.
    La democrazia moderna deve far uso di offerte redistributive per assemblare maggioranze e non può affatto permettersi di ammettere che tali pratiche siano illegittime. Quindi la visione classica, “non c’è ingiustizia senza atti ingiusti che la causino”, è stata liquidata. Per un certo periodo di tempo, per sostituirla è stata invocata la “giustizia sociale”. A differenza della giustizia tout court, la giustizia sociale non aveva regole che potessero essere rispettate o infrante. Quindi nessuno può mai davvero dire quando lo stato delle cose sia “socialmente giusto”. Ma esso può essere sempre reso “un po’ più giusto” aggiungendo un altro pezzo al puzzle welfarista che è stato modellato da un passato redistributivo. La giustizia sociale è un’idea molto utile poiché essa avvolge l’opportunità politica, o la passione egalitaria, nel ben nobile mantello della giustizia. Sul piano dottrinale, tuttavia, è pietosamente vacua. Ha un bisogno disperato di appoggiarsi su qualche teoria intellettualmente più affascinante e coerente.
    Tale, assai necessaria, fondazione intellettuale della redistribuzione è fornita da due fonti diverse. Una è l’idea che la società sopravvive e cresce al meglio quando funziona come uno schema di mutua assicurazione. In questo caso, le vittime di alcuni eventi casuali - un terremoto, una siccità, un incendio o un’inondazione - in una parte del Paese vengono rimborsati da tutti gli altri, che sono stati risparmiati dal disastro, e pertanto tutti sopravvivono. Lo schema si dovrebbe ai nostri antenati che vivevano di caccia e raccolta, fra i quali il cacciatore fortunato condivideva il bottino con gli sfortunati. La volta successiva loro avrebbero diviso il loro con lui. Lo schema ha una sua logica stringente quando il bottino è deperibile, ma diventa controverso quando esso può essere accantonato e soprattutto se sono sempre gli stessi i cacciatori che hanno fortuna e sono costretti a mettere il loro bottino in condivisione con gli altri.

    Soprattutto, lo schema è un piano inclinato. All’inizio vengono compensate solo le vittime di una catastrofe. Ma se la vittima di una inondazione ha diritto ad una compensazione, perché non dovrebbe essere compensata anche la vittima di una inondazione di importazioni di lavorati cinesi a basso prezzo? - per non parlare delle vittime del progresso tecnologico, le vittime di un cambiamento nei gusti dei consumatori, le vittime di una politica monetaria restrittiva. Chiaramente, ci saranno sempre troppe vittime che chiedono compensazione per troppi eventi che sono ben lontani dall’essere casuali, e lo schema non sarà uno schema mutualistico, perché andrà a finire che sarà sempre più o meno lo stesso gruppo di persone a portare il peso di compensare gli altri. Ciò che viene mascherato come mutua assicurazione per un mutuo beneficio è in realtà una pura e semplice redistribuzione, senza la legittimità di un mano di vernice di giustizia.

    La seconda delle due fonti della teoria contemporanea di quella che potremmo chiamare “giustizia senza regole”, fornisce gli elementi mancanti. Per dirla in parole semplici, essa sostiene che la giustizia deve essere intesa come “equità”, e dal momento che la fortuna è intrinsecamente iniqua, essa deve venir sottomessa. Le abilità ereditate o acquisite di una persona, il suo carattere, i suoi possessi, la sua capacità e la sua voglia di acquisire conoscenze o di sforzarsi, sono tutte dotazioni fortuite che sono “moralmente arbitrarie”, poiché egli non se le è positivamente meritate. Analogamente, una persona che ha solo poche di queste doti non ha fatto nulla per meritarsi di essere così poco dotata.
    La teoria ci dice che se tutte queste persone debbono mettersi d’accordo su un insieme di istituzioni sociali giuste (inclusa la tassazione di reddito e ricchezza), esse debbono negoziarle dietro un “velo d’ignoranza”. Ciò significa che essi devono perdere totalmente la conoscenza delle proprie doti. Privo di qualsivoglia dote particolare, ciascuno è esattamente uguale a ciascun altro. Nessuno ha un vantaggio sleale conferitogli dalla buona fortuna, o uno svantaggio dovuto alla cattiva sorte. Dacché nessuno sa se nella vita reale egli sia intelligente o sciocco, fortunato o sfortunato, tutti voteranno per una società nella quale le diseguaglianze siano appianate. L’effetto della fortuna viene drenato dal sistema poiché la gente in uno stato di equità si accorda per inventare istituzioni che la soggioghino.

    È arbitrario, ma non certo assurdo, sostenere che un vantaggio immeritato è iniquo. Ma è assurdo, e un puro errore di linguaggio e di logica, affermare che ciò che non è stato meritato è immeritato. Fra ciò che è meritato e ciò che non lo è, c’è un immenso spettro di condizioni che sono moralmente neutrali, né meritate né immeritate, ma semplici fatti della vita.
    Ma questo errore è nulla se paragonato all’invero terrificante, grossolano errore di richiedere che la società, al servizio della “giustizia sociale” o (per usare un termine appena meno confuso) della “giustizia distributiva”, vada alla guerra contro i più elementari e potenti fatti della vita, e neutralizzi la fortuna. Società che hanno provato persino quasi seriamente a farlo - viene in mente l’Unione Sovietica - sono collassate nello sforzo. Gli Stati sociali maturi che hanno preso questa strada sono stati praticamente azzoppati da una spesa in continua crescita.
    La fortuna è un avversario assai forte, ed è un grave errore costringere la giustizia a combatterla.

    Questo articolo è apparso in inglese su The Freeman e in tedesco su Schweizerische Monatshefte. Traduzione di Alberto Mingardi.

    Anthony de Jasay è probabilmente il maggiore filosofo politico vivente che lavori nell’ambito della cornice teorica del liberalismo classico. Nato in Ungheria, ha proseguito gli studi in Australia ed Inghilterra, ad Oxford, dove ha acquisito la propria formazione economica prima di entrare nel mondo dell’impresa. Dagli anni Ottanta, ha cominciato a scrivere di filosofi a politica, consegnandoci lavori come The State (1985), un trattato politico devastante sulla natura dello Stato; Social Contract, Free Ride (1989), acuta indagine sulla natura dei beni pubblici; Choice, Contract and Consent (1991), una nuova e suggestiva formulazione della teoria liberale; Against Politics (1997), incisiva raccolta di saggi “contro la politica”; e Justice and Its Surroundings (2002), nel quale affronta alcune delle questioni-chiave dei paradigmi delle teorie della giustizia

  2. #2
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    questo è puro vangelo liberale

    ottimo grazie mille di averlo postato Murray

    un pezzo che prima o poi voglio quotare qui è la demolizione del concetto di Giustizia Sociale fatta da Hayek
    _
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    Presidente di Progetto Liberale

 

 

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