Non ci sono pasti gratis. E nemmeno pensioni.
di Francesco Ramella
Non ci sono pasti gratis usano dire gli economisti. Se qualcuno percepisce uno stipendio che non ha guadagnato, a qualcun altro verrà sottratto quanto legittimamente gli spetta. È così anche per le pensioni che altro non sono se non un salario differito. La nozione in base alla quale si è ritenuto fosse compito dello stato preoccuparsi di chi non è più in grado di guadagnarsi da vivere lavorando è piuttosto recente nella storia dell'umanità. Essa venne infatti adottata per la prima volta in Germania da Bismarck alla fine del '900.
Da allora di strada ne è stata compiuta molta. Quello che era un sostegno pubblico finanziato attraverso le tasse destinato alle persone con più di settanta anni di età e che garantiva, per pochi anni, poco più che la sussistenza, è andato assumendo nello scorso secolo un peso via via crescente. Oggi, nei Paesi occidentali, la durata del periodo trascorso in pensione è pari a circa un quarto dell'intera esistenza. L'intervento pubblico nel settore pensionistico sarebbe giustificato dall'imprevidenza dei singoli o, almeno, di una parte di essi che condurrebbe costoro a non risparmiare nel corso della loro vita lavorativa un ammontare di denaro sufficiente a garantirsi un decoroso tenore degli ultimi anni di vita. Non vi è dubbio che tali casi sussistano. Ma la soluzione adottata nei Paesi occidentali nello scorso secolo, ossia il pagamento delle pensioni con i contributi prelevati a coloro che lavorano, ha fatto sì che dall'irresponsabili tà privata di alcuni singoli si sia passati a quella collettiva.
Nei passati decenni, quando il numero di lavoratori era molto più elevato di quello dei pensionati, i decisori politici hanno garantito livelli pensionistici in moltissimi casi del tutto sproporzionati rispetto ai contributi versati comportandosi così non meno irresponsabilmente dei singoli ritenuti non in grado di badare a se stessi. Come gli imprevidenti pensavano a soddisfare le proprie esigenze presenti e trascuravano quelle future, così i politici hanno agito sulla base degli interessi propri e dei propri elettori nel breve periodo ignorando le conseguenze delle politiche adottate negli anni a venire. A ben guardare, gli imprevidenti "privati" suscitano una maggior simpatia e comprensione dei politici: ognuno di loro sbagliava per se stesso e pagava in prima persona per i propri errori. Non così i politici: chi mai chiederà conto ad un ministro, un parlamentare o ad un sindacalista degli anni sessanta, settanta, ottanta delle scelte compiute, del consenso e del potere acquisito "in conto terzi"?
Inoltre, l'obbligata solidarietà tra generazioni collettiva ha fortemente contribuito a erodere quella famigliare. Da sempre, la generazione di figli era vista anche come una forma di tutela per la vecchiaia: tale scelta è divenuta non più necessaria e, anzi, economicamente controproducente in un'epoca nella quale a provvedere in caso di necessità è lo stato.
Come descritto in uno studio di Michele Boldrin, Mariacristina De Nardi e Larry E. Jones (Fertility and Social Security, NBER Working Paper No. 11146, Febbraio 2005), sussiste una forte correlazione fra aumento della spesa pubblica per le pensioni e riduzione della fertilità: a tale fattore, ad esempio, si potrebbe ricondurre secondo gli autori della ricerca all'incirca il 60% del divario fra il numero medio di figli per donna negli Stati Uniti (2,1) ed in Europa (1,4).
Ed è stata proprio la forte riduzione della fertilità, combinata con l'incremento della aspettativa di vita, a rendere insostenibile il sistema pensionistico pubblico (e nel lungo periodo a mettere a rischio la sostenibilità e perfino l'esistenza dei popoli dell'Europa occidentale: stante il presente tasso di fertilità pari a 1,28 figli per donna in Italia ed in Spagna, la popolazione sarebbe destinata, in assenza di immigrazione, a dimezzarsi nell'arco di quarant'anni) .
A partire dagli anni '90, vi sono quindi stati ripetuti interventi per rimettere in piedi il regime di pensioni pubblico che sono culminati con la riforma Dini del '96 la quale, pur non risolvendo affatto tutti i problemi, andava nella direzione di ristabilire una correlazione trasparente fra versamenti effettuati e pensione percepita. Oggi, dopo l'accordo fra governo e sindacati, di quella riforma resta ben poco anche perché è stata nuovamente rimandata la revisione dei coefficienti di trasformazione.
Come a Sarkozy non piace l'indipendenza della banca centrale europea nelle scelte di politica monetaria, così la nostra classe politica mostra di non gradire un regime di regole chiare ed uguali per tutti. Si vogliono mantenere le mani il più possibile libere per decidere a chi dare e a chi prendere: la copertura finanziaria la si troverà sempre aumentando pressione fiscale oppure i contributi pensionistici di coloro dai quali non si riceve il consenso o, peggio, accrescendo il debito.
Certo, poteva anche andare peggio. L'accordo raggiunto comporta un incremento di spesa di soli dieci miliardi a fronte dei trentacinque che sarebbero derivati dall'abolizione dello scalone tout-court ed è previsto che, con gradualità, si arrivi ad un età pensionabile di 62 anni (in Spagna, Olanda, Svezia e Svizzera sono già oggi 65).
In ogni caso, il messaggio che sembra passare è che, piuttosto che lavorare e risparmiare di più, sia preferibile investire le proprie energie nel cercarsi qualche santo nel paradiso politico e sindacale. Più che impegnarsi a preparare una torta più grande, è conveniente affidarsi a qualcuno che, con la forza della legge, ne prenda una fetta dal piatto del vicino di tavola. Molti, forse, diranno che si tratta di solidarietà. Ma qualcun altro potrebbe trovare più appropriate le parole di un economista francese del '900, Frédéric Bastiat: "lo stato è il grande inganno in nome del quale tutti vogliono vivere alle spalle di tutti gli altri".
Da Libero Mercato, 24 luglio 2007




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