Risultati da 1 a 10 di 10
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    Predefinito Esportatori di libertà e giustizia

    Negli Stati Uniti d’America i detenuti malati arrivano in ospedale ammanettati mani e piedi, anche quando sono donne che stanno per partorire.

    19 settembre 2005
    Una donna, condannata nella Cook County (Chicago, Illinois) per possesso di droga, descrive così il suo parto:
    “ Mi hanno sempre tenuto ammanettata mani e piedi, anche durante l’anestesia epidurale. Avevo le caviglie incatenate al lettino e non mi fu permesso di andare in bagno. Nel momento in cui il bambino stava per nascere ci siamo accorti che il poliziotto con le chiavi delle manette era andato a prendere un caffè. Non potevo allargare le gambe e nemmeno era possibile abbassare la parte finale del lettino per via delle manette. Dopo dieci minuti il poliziotto fu rintracciato, mi liberarono le caviglie e il mio bambino poté nascere. Nei tre giorni di ricovero post parto sono sempre stata incatenata, con un piede e una mano, al lettino dell’ospedale.”
    Altri fatti del genere hanno portato a delle cause civili. Durante una di queste un avvocato ha interrogato un vice sceriffo della Cook County:
    Avvocato “ I prigionieri ricoverati in ospedale sono sempre incatenate mani e piedi?”
    Vice Sceriffo “ Si, sempre.”
    Avv. “Anche quando sono in coma o hanno avuto un attacco di cuore?”
    Vice “ Si, sempre”
    Avv. “ Ma non ci sono casi in cui non li ammanettate mani e piedi?”
    Vice “Si. Adesso che mi ci fa pensare, in effetti ci sono alcuni casi in cui non li ammanettiamo”
    Avv. “ Mi può fare un esempio?”
    Vice “Quando il prigioniero non ha le gambe. In questo caso non gli ammanettiamo le caviglie.”

  2. #2
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    Predefinito risposta

    cara neva.
    cosa dire. vogliono pure esportare la loro democrazia.
    ci sentiamo presto
    massimiliano 1

    Citazione Originariamente Scritto da Neva Visualizza Messaggio
    Negli Stati Uniti d’America i detenuti malati arrivano in ospedale ammanettati mani e piedi, anche quando sono donne che stanno per partorire.

    19 settembre 2005
    Una donna, condannata nella Cook County (Chicago, Illinois) per possesso di droga, descrive così il suo parto:
    “ Mi hanno sempre tenuto ammanettata mani e piedi, anche durante l’anestesia epidurale. Avevo le caviglie incatenate al lettino e non mi fu permesso di andare in bagno. Nel momento in cui il bambino stava per nascere ci siamo accorti che il poliziotto con le chiavi delle manette era andato a prendere un caffè. Non potevo allargare le gambe e nemmeno era possibile abbassare la parte finale del lettino per via delle manette. Dopo dieci minuti il poliziotto fu rintracciato, mi liberarono le caviglie e il mio bambino poté nascere. Nei tre giorni di ricovero post parto sono sempre stata incatenata, con un piede e una mano, al lettino dell’ospedale.”
    Altri fatti del genere hanno portato a delle cause civili. Durante una di queste un avvocato ha interrogato un vice sceriffo della Cook County:
    Avvocato “ I prigionieri ricoverati in ospedale sono sempre incatenate mani e piedi?”
    Vice Sceriffo “ Si, sempre.”
    Avv. “Anche quando sono in coma o hanno avuto un attacco di cuore?”
    Vice “ Si, sempre”
    Avv. “ Ma non ci sono casi in cui non li ammanettate mani e piedi?”
    Vice “Si. Adesso che mi ci fa pensare, in effetti ci sono alcuni casi in cui non li ammanettiamo”
    Avv. “ Mi può fare un esempio?”
    Vice “Quando il prigioniero non ha le gambe. In questo caso non gli ammanettiamo le caviglie.”

  3. #3
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    Predefinito israele nazista? brrrrrrr....

    giovedì, maggio 31, 2007

    Una voce nel deserto.



    John Dugard ci piace, è inutile negarlo.
    E questo anziano professore di diritto internazionale, Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati, ci piace non solo e non tanto per le sue idee sul conflitto israelo-palestinese – che condividiamo in pieno – ma per l’imperturbabilità e la tenacia con cui, in ogni occasione possibile, continua a ripetere le stesse, semplici e indiscutibili verità, pur sapendo di restare inascoltato, una vera e propria vox clamans nel deserto dell’indifferenza, dell’ipocrisia, del cinico calcolo politico che ha abbandonato il popolo palestinese ad un destino di devastazione e di morte, in balia di un nemico spietato ed assassino.
    E che cosa ha ricordato ancora l’altro ieri John Dugard, in un comunicato ufficiale rilasciato in vista della riunione del Quartetto (Usa, Ue, Onu e Russia) svoltasi ieri a Berlino?
    Ha ricordato che, si, gli oltre 270 razzi Qassam lanciati dai Palestinesi verso la cittadina israeliana di Sderot – che hanno causato la morte di 2 (due!) civili e il ferimento di altre 16 persone – hanno violato certamente il diritto umanitario internazionale in quanto, essendo totalmente privi di meccanismi di guida, non distinguono e non possono distinguere tra obiettivi civili e militari.
    Ma anche precisato che la “risposta” israeliana e, in particolare, gli oltre sessanta raid aerei che hanno causato la morte di oltre 50 (cinquanta!) Palestinesi ed il ferimento di altre 180 persone, rappresentano dei gravi crimini di guerra, in quanto violano entrambi i principi cardine del diritto umanitario, quello della proporzionalità e quello della distinzione tra civili e combattenti.
    Basterà, in proposito, ricordare che – solo nel periodo compreso tra il 17 ed il 23 maggio – l’esercito israeliano ha ucciso 32 Palestinesi, tra cui 17 civili (e, tra essi, 7 bambini) e ne ha feriti 102 (tra i quali 10 donne e 20 bambini).
    Ma il Prof. Dugard, ad abudantiam, ha aggiunto anche altre cose.
    Ha aggiunto, ad esempio, che gli assassini extra-giudiziari del genere di quelli commessi da Israele non solo sono illegali dal punto di vista del diritto internazionale, in quanto costituiscono delle “executions without a trial”, delle vere e proprie esecuzioni capitali portate a termine senza alcuna accusa, alcun processo, alcuna giuria, ma sembrano persino non integrare nemmeno quei minimi requisiti solo in presenza dei quali la Suprema Corte (di giustizia…) israeliana, nel dicembre del 2006, aveva ammesso tali azioni, e cioè, in buona sostanza, l’impossibilità di portare a termine l’arresto e l’imminente e reale pericolo per l’incolumità dei civili israeliani rappresentato dalla persona costituente l’obiettivo dell’eliminazione.
    E’ esemplare, sotto questo aspetto, il caso dell’assassinio – avvenuto l’altro ieri a Ramallah ad opera di alcune unità dell’Idf sotto copertura – del 22enne Abu Omar Dhaher, liquidato con un colpo alla nuca mentre era steso in terra, ferito ad una gamba.
    Ha ricordato Dugard che Israele, in questi giorni, ha arrestato oltre 30 membri di Hamas, tra cui due ministri, vari deputati e i sindaci di Nablus e Qalqiliya, che oltre 40 dei ministri, deputati e membri di Hamas similmente arrestati lo scorso anno sono tutt’ora detenuti in Israele, senza alcuna imminente prospettiva di essere scarcerati o di essere portati in giudizio con uno straccio di accusa, che tali arresti e tali detenzioni rappresentano dei chiari atti di punizione collettiva, come tali vietati dalla IV Convenzione di Ginevra.
    Tutti questi atti – prosegue Dugard – vanno inquadrati in un contesto di continue violazioni dei diritti umani commesse da Israele nei Territori palestinesi occupati, quali ad esempio:
    - i raid militari e gli arresti indiscriminati di civili compiuti quotidianamente da Tsahal;
    - la continua espansione degli insediamenti, in violazione delle risoluzioni Onu e della stessa Road Map elaborata dal Quartetto;
    - la prosecuzione della costruzione del Muro in territorio palestinese, in violazione del parere espresso nel 2004 dalla Corte Internazionale di Giustizia (e fatto proprio dal voto dell’Assemblea Generale dell’Onu);
    - i 549 posti di blocco, cancelli e ostacoli vari posti da Israele nel West Bank, che limitano fortemente la libertà di circolazione delle persone e delle merci, con gravissimo pregiudizio per lo stato già precario dell’economia palestinese, come denunciato, da ultimo in questi giorni, anche dalla Banca Mondiale;
    - l’illegale mancato versamento delle tasse e imposte doganali riscosse da Israele per conto dell’Anp, che costituisce una delle principali cause della crisi umanitaria in atto in Palestina.
    In breve, secondo Dugard, Israele continua a commettere reiterate e gravi violazioni dei diritti umani a danno dei Palestinesi ma, stranamente, il Quartetto sembra quasi del tutto ignorare tale circostanza, adottando invece, e continuando ad adottare, un incredibile boicottaggio politico ed economico nei confronti dell’Autorità palestinese e dei ministri in quota Hamas, che pure fanno parte di un governo che è la risultante di elezioni democratiche e perfettamente regolari svoltesi nel 2006.
    La pace e il rispetto dei diritti umani – conclude il Relatore Onu – non potranno mai prevalere nella regione se la comunità internazionale non si deciderà una volta per tutte a intervenire per persuadere, ed eventualmente costringere, entrambe le parti ad impegnarsi seriamente a risolvere le questioni che ancora impediscono la nascita di uno Stato palestinese indipendente e sovrano.
    Questo dovrebbe essere l’obiettivo del Quartetto, i cui membri, tuttavia, non riusciranno mai a raggiungere alcunché se non adotteranno un approccio equo ed imparziale nei confronti di entrambe le parti in conflitto.
    Il che richiede, tra l’altro, di trattare entrambe le parti alla stessa maniera e secondo gli stessi standard, di accordare a entrambe il medesimo riconoscimento e, soprattutto, di assicurare piena legittimità all’intero governo di unità palestinese, sia ai membri di Hamas sia agli altri.
    Fin qui la dichiarazione, anzi l’appassionato appello, di John Dugard.
    Per l’ennesima volta inascoltato.
    La dichiarazione conclusiva dei lavori del Quartetto è infatti, come ci si poteva aspettare, deludente e, soprattutto, ben lontana da quell’approccio “equo e imparziale” quasi implorato dal Relatore Onu.
    Il Quartetto, infatti, condanna “con forza” i lanci di razzi Qassam verso Sderot e l’accumulazione di armi da parte di Hamas e degli altri “gruppi terroristici” (sic!) nella Striscia di Gaza e ne chiede l’immediata cessazione, mentre si limita a richiedere ad Israele di esercitare “moderazione” e di assicurare che, nel corso delle sue “operazioni di sicurezza” (sic!), si evitino perdite tra i civili o danni alle infrastrutture di uso civile: il che val quanto dire via libera alla continuazione di queste cosiddette “operazioni di sicurezza” e, soprattutto, via libera agli assassinii “mirati”, che pure violano il diritto umanitario e portano inevitabilmente con sé un pesante fardello in termini di uccisioni di civili inermi e innocenti, ma tutto questo ai Quartet Principals non sembra importare poi molto…
    Il Quartetto chiede il rilascio “immediato e incondizionato” del caporale Gilad Shalit (e del giornalista della Bbc Alan Johnston), mentre la liberazione dei ministri e parlamentari di Hamas viene sì richiesta, ma non in maniera incondizionata né immediata, evidentemente non c’è fretta...
    Nemmeno una parola, invece, per gli oltre 11.000 Palestinesi attualmente ospiti delle galere israeliane, nessun cenno alle torture a cui molti di essi vengono sottoposti (testimoniate da vari report di ong israeliane), nessuna richiesta di rilascio per le donne e i minori palestinesi illegalmente detenuti, nessun biasimo per quell’assoluto monumento all’arbitrio e alla illegalità che è la cd. detenzione “amministrativa”.
    Il Quartetto, bontà sua, ammette che il movimento e gli accessi da e per Gaza costituiscono un aspetto “essenziale” e, dunque, richiama entrambe le parti ad applicare per intero l’Accordo sul Movimento e l’Accesso del 15 novembre 2005.
    Come se dipendesse dai Palestinesi rimuovere i 549 posti di blocco, cancelli e ostruzioni varie che rendono gli spostamenti nel West Bank un vero e proprio calvario; come se dipendesse dai Palestinesi tenere aperti i varchi di Rafah, Erez, etc. per il tempo programmato dagli accordi; come se fossero i Palestinesi ad impedire che Gaza sia collegata alla Cisgiordania – come previsto dall’Accordo del 2005 – da convogli di autobus e di camion.
    Il Quartetto, addirittura, non chiede ad Israele – come dovrebbe – di versare all’Anp le tasse e le imposte doganali che, al contrario, continua illegalmente a trattenere, ma si limita a osservare che il ripristino del trasferimento di queste somme (di proprietà del popolo palestinese!) avrebbe “un impatto significativo sull’economia palestinese”: quasi si stesse chiedendo agli Israeliani di compiere un atto di generosità, davvero inaudito!
    Il Quartetto ancora una volta, con inusitata ipocrisia, elogia l’iniziativa di pace dei Paesi arabi, fingendo di non sapere che Israele ha già detto a chiare lettere che non consentirà mai a cedere Gerusalemme est ai Palestinesi, né riconoscerà mai alcun diritto al ritorno dei profughi nelle loro terre.
    E dunque, ancora una volta, secondo Usa, Ue, Onu e Russia, sono stati i Palestinesi ad aver rotto la tregua, sono loro i responsabili di questa nuova ondata di violenza nella Striscia di Gaza, loro e i lanci dei maledetti razzi Qassam.
    Nessuno sembra considerare che un tale ragionamento presupporrebbe che – prima dell’inizio dei lanci dei Qassam – vi fosse stato un pieno e rispettato cessate il fuoco tra Israeliani e Palestinesi, cosa assolutamente non vera: per dirla con Amira Hass, ma quale cessate il fuoco?
    Quella del cessate il fuoco è una trappola accuratamente preparata da Israele – con l’aiuto non indifferente dei media e delle potenze occidentali - in cui i Palestinesi continuano regolarmente a cadere, che fa sì che la pubblica opinione percepisca una realtà del conflitto israelo-palestinese come di un confronto bellico tra pari, con i Palestinesi per di più nella veste degli aggressori e gli Israeliani in quella, invero più comoda, degli aggrediti che si limitano a “rispondere”.
    Ma non è esattamente così.
    Come ci ricorda la Hass, il sabato e la domenica prima che i Palestinesi “rompessero il cessate il fuoco”, i soldati israeliani avevano ucciso ben 9 Palestinesi, tra cui una studentessa di 17 anni, un ragazzino di 15 ed un poliziotto che stava sul tetto della propria casa e che non era coinvolto in alcun combattimento.
    Ma anche se non vi fossero stati quei nove morti, non vi sarebbe stato alcun cessate il fuoco né vi sarebbe stato la settimana precedente e in quelle precedenti ancora, perché l’occupazione militare, anche quando non uccide, come in questi casi, è comunque da considerarsi “fuoco israeliano”, un fuoco che non è mai cessato per oltre 40 anni, a prescindere da eventuali reazioni da parte palestinese o meno.
    Perché il “fuoco” o, se preferite, la quotidiana aggressione israeliana include ogni rifiuto di un permesso per costruire una casa palestinese, ogni diniego di passaggio di un Palestinese da Gaza al West Bank e viceversa, ogni shekel di tasse e imposte illegalmente trattenuto da Israele e non versato all’Anp, ogni posto di blocco in Cisgiordania, ogni ettaro di terra sottratta ai Palestinesi sin dal giugno del 1967, ogni insediamento colonico illegale.
    Non vi è mai stato un cessate il fuoco, perché Israele non ha mai cessato le sue illegalità, le sue violazioni del diritto, i suoi crimini, la sua brutale e ingiusta occupazione militare.
    Questo era anche il senso dell’ennesimo appello di John Dugard ai membri del Quartetto, un appello che, come abbiamo visto, è rimasto totalmente lettera morta (e non nutrivamo alcun dubbio in questo senso).
    Ma siamo sicuri che il nostro professore sudafricano non si cruccerà più di tanto, e continuerà con la serietà e la serenità che lo contraddistinguono a fare ciò che gli richiede il suo mandato di Relatore speciale, a descrivere e a testimoniare le violazioni dei diritti umani da parte di Israele, a denunciare i quotidiani crimini di guerra commessi da Tsahal, pur nella consapevolezza che la sua voce probabilmente resterà inascoltata ancora e ancora di nuovo.
    Ci piace davvero John Dugard, una voce nel deserto.

    Etichette: dugard, Israele, palestina, quartetto

  4. #4
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    i poliziotti americani ci mettono tanta dedizione nel loro lavoro,specialmente se hanno a che fare con gente povera e di colore!

  5. #5
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    ciao a tutti. un pò di conforto dagli stati uniti.

    [FONT='Verdana','sans-serif']Dagli USA a Vicenza. I cittadini statunitensi sono contro la guerra[/FONT]


    [FONT='Verdana','sans-serif']Io c’ero alla grande manifestazione a Vicenza il 17 febbraio 2007 e non ho visto affatto i segni dell'anti-americanismo di cui tanto hanno parlato certi politici ed i mass media. Dovrei saperlo – sono americana. [/FONT]

    [FONT='Verdana','sans-serif']Ammetto di aver avuto qualche timore al riguardo prima di arrivare a Vicenza. Il mio governo, ormai ripudiato per le sue iniziative bellicose persino dalla maggioranza dei propri elettori, ha fatto tanto in questo ultimo periodo per farsi odiare nel mondo. Nonostante ciò, mi sono fatta coraggio e sono partita da Roma con altri connazionali per il grande evento. In fondo, avevamo avuto una bellissima accoglienza la volta precedente (la manifestazione vicentina del 2.12.06) quando a partecipare eravamo solo in due americani. Tuttavia questa volta sapevo che ci sarebbe stata ancora più gente, un gran numero proveniente da tutto lo stivale; perciò, condizionata forse dalla martellante campagna per inculcare paura e far desistere dal manifestare, non sapevo se quella massa sarebbe stata così calorosa con noi.

    Non avrei dovuto dubitare. Mi emoziono ancora a ricordare i momenti passato lì, su una strada sconosciuta davanti ad una abitazione sconosciuta, oltre le mura di Vicenza vecchia, dove noi americani ci siamo fermati un attimo ad aspettare altri connazionali in arrivo dalla stazione. Quelle masse che mi avevano detto di temere, si sono fatte avanti per leggere il nostro striscione e i nostri cartelli: “Not in our Name – Cittadini statunitensi contro la guerra”, “Meno soldati americani e più turisti americani a Vicenza”, “Italia: non sostenere le guerre di Bush”. E giù con gli applausi, con gli stretti di mano, con gli abbracci, persino con i fiori! Foto-giornalisti spuntavano dal nulla per chiederci un'intervista dopo l’altra. Eppure eravamo soltanto l'America reale, quella stragrande maggioranza della popolazione che non vuole altre guerre o altre basi e, anzi, secondo il sondaggio del Pew Research Center (6-9-06), vuole “una presenza militare americana più ridotta nel mondo”.

    Sì, tutta quella gente – famiglie con bambini, anziani, operai, impiegati, studenti, precari, statali, liberi professionisti – tutta quella bella gente, proveniente da tutta l'Italia, cercava in ogni modo a ringraziarci! Da non credere. Mentre eravamo noi – americani residenti in Italia – che dovevamo ringraziare loro per averci dato la possibilità di protestare visibilmente contro la politica di guerra permanente che il nostro governo vuole portare avanti, nella fattispecie con il progetto Dal Molin. Ripeto, contro il volere della stragrande maggioranza dei suoi elettori che vorrebbe migliorare le proprie condizioni di vita invece di distruggere quelle degli altri.

    Thank you, Vicenza che protesta. Dire “No!” a Dal Molin non vuol dire essere anti-americani – anzi, tutt'altro! [/FONT]

    [FONT='Verdana','sans-serif']Michelle Grace Maiellaro[/FONT]

  6. #6
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    Esportazione di democrazia
    Baghdad, 8 gen. (Adnkronos/Dpa) - Il governo di Baghdad si e' dichiarato oggi estraneo all'operazione condotta da militari americani in un asilo della capitale. Secondo le autorita' di Baghdad, i soldati statunitensi - che nella struttura non hanno trovato terroristi o armi nascoste - hanno causato danni, rompendo giocattoli e distruggendo porte e finestre prima di procedere all'arresto di tre vigilanti armati della scuola Al Kanari. L'istituto e' situato nel quartiere sciita di Sadr City, roccaforte dell'Esercito del Mahdi, la milizia controllata dall'imam radicale Muktada al Sadr.

    fonte: Adnkronos
    09.01.08 09:27

  7. #7
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    Predefinito Guantanamo si è spostata in Afghanistan

    Afghanistan - 09.1.2008
    Guantamano si è spostata in Afghanistan'Camp Delta' si svuota mentre la prigione Usa di Bagram, vicino Kabul, straripa di detenutiAnni di denunce e di battaglie condotte dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani di mezzo mondo hanno costretto l’amministrazione Bush a cedere sul lager di Guantanamo, ormai destinato alla chiusura e già oggi parzialmente svuotato. Una vittoria solo apparente, visto che lontano dai riflettori, in Afghanistan, il Pentagono ha nel frattempo ampliato quella che si può a buon titolo definire come ‘la madre di tutte le prigioni Usa della vergogna’: il centro di detenzione militare statunitense di Bagram, a nord di Kabul, dove nel 2002 vennero sperimentate le tecniche d’interrogatorio successivamente esportate ad Abu Ghraib e nella stessa Guantanamo.
    Inizialmente usata come centro di detenzione temporanea dei prigionieri di guerra appena catturati in Afghanistan e Pakistan, in attesa del loro trasferimento oltreoceano a Guantanamo, Bagram, con la progressiva dismissione della prigione cubana, ha accumulato detenuti prendendo di fatto il posto del famigerato ‘Camp Delta’ come centro di detenzione Usa in via definitiva. Se i detenuti di Guantanamo sono scesi dai 775 iniziali ai 275 di oggi, gli ‘ospiti’ di Bagram sono progressivamente cresciuti fino agli attuali 63

    Torture e violenze sistematiche. Nei mesi scorsi, la Croce Rossa Internazionale (Icrc), unica organizzazione ad avere un limitato acceso a Bagram, ha denunciato che nella ‘nuova Guantanamo’ i detenuti vengono trattati peggio che nella vecchia, sottoposti a “trattamenti crudeli contrari alle Convenzioni di Ginevra”.
    Già nel 2004, quando Bagram era ancora un piccola prigione, Human Rights Watch aveva denunciato le torture e le violenze, spesso letali, a cui i prigionieri vengono sottoposti in questo centro di detenzione: privazione del sonno, del cibo e della luce, isolamento completo dei detenuti, tenuti per giorni incappucciati, appesi per i polsi e violentemente picchiati a intervalli regolari. Emblematica la storia di Habibullah e Dilawar, 28 e 22 anni: il primo morì il 4 dicembre 2002, appeso al soffitto della sua cella, per un’embolia polmonare dovuta ai grumi di sangue provocati dalle percosse ricevute; il secondo morì sei giorni dopo in seguito a un infarto, anch’esso attribuito alle percosse.

    Bagram, dove tutto è iniziato. A ideare questi sistemi ‘sperimentali’ di interrogatorio nel 2002 fu il capitano Carolyn Wood, una soldatessa di 34 anni, comandante del plotone d’interrogazione di Bagram, che nel gennaio 2003 venne premiata con una medaglia al valore per il suo “servizio eccezionalmente meritevole”. Nel luglio del 2003, la ‘signora delle torture’ e la sua squadra vennero trasferiti dall’Afghanistan all’Iraq con la missione di insegnare il ‘modello Bagram’ ai carcerieri della prigione militare di Abu Ghraib, dove la Wood fece affiggere un cartellone d’istruzioni che prescriveva in maniera dettagliata il ricorso alle tecniche sperimentate a Bagram, compresa la sospensione al soffitto e l’utilizzo dei cani. L’estate scorsa l’esercito Usa ha lasciato il carcere di Abu Ghraib in mano agli iracheni. Buona notizia, almeno per le coscienze degli statunitensi.
    Ora il cerchio si chiude e tutto torna dove era iniziato, a Bagram, destinato a diventare il più grande lager statunitense del mondo.

    http://www.peacereporter.net/dettagl...dc=&idart=9723

  8. #8
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    Censura di guerra Il silenzio devastante sulla guerra in Afghanistan

    Nessuno dice nulla, nessuno ne parla. Eppure i militari italiani hanno, dallo scorso 13 dicembre, il controllo (si fa per dire, ce lo hanno solo formalmente) della capitale Kabul. E ieri un commando talebano (non un attentatore suicida, un vero commando militare) ha colpito il cuore della capitale. Che non è il palazzo presidenziale di Karzai, quello non lo considera più nessuno, ma è l'Hotel Serena. Dove stanno i ministri stranieri in visita (quello norvegese è scappato dall'Afghanistan dopo l'attentato annullando tutti gli impegni) e i loro plenipotenziari. Dove stanno gli uomini d'affari che curano la ricostruzione lecita e illecita del Paese occupato dalle truppe straniere.
    Eppure agli italiani, sempre dallo scorso 13 dicembre, è stato affidato l'avamposto di Surobi (o Sirobi, a seconda della traslitterazione), che sta sulla strada che dalla capitale porta al Pakistan, crocevia di tutte le incursioni talebane e teatro di centinaia di scontri armati.

    Un accenno molto significativo e assai poco citato lo ha fatto il ministro degli Esteri D'Alema, nella trasmissione Chetempochefa, dopo una domanda (anche suggerita da noi) sulla situazione afgana. Il ministro D'Alema ha candidamente ammesso che, in effetti, la missione italiana è cambiata rispetto all'inizio, perché modificata è la situazione afgana.

    E adesso, mettiamo le mani su una missione che doveva rimanere supersegreta, la missione Sarissa, che va avanti dal 2006. Altri ne avevano già accennato. Noi abbiamo trovato elementi, e persino il logo, da cui si evince che l'operazione militare non riguarda affatto la sola zona di Farah.
    Abbiamo mandato il mini-dossier che oggi abbiamo pubblicato a tutti i segretari dei partiti rappresentati in parlamento, al ministro della Difesa, a quello degli Esteri al presidente del Consiglio Prodi e al presidente della Repubblica Napolitano, che è il garante della Costituzione Repubblicana.
    Il silenzio che abbiamo avuto, per ora, come risposta è un urlo dirompente. Ma, anche di questo siamo abbastanza certi, se ne accorgeranno in pochi.

    Nessuno parla più di exit strategy. Nessuno parla più di conferenze di pace. Nessuno parla di Afghanistan. Tipico, anche questo, di un paese in guerra. Perché quando si è in guerra, la censura è sempre attenta e vigile. Ma da noi la censura ufficiale, quella che fa vedere solo le foto dei nostri bravi militari che curano donne e bambini e anziani e non mostra le foto dei combattimenti, come racconta il bel libro di Gianandrea Gaiani, Iraq-Afghanistan, guerre di Pace italiane, (tutt'altro che un pacifista essendo lui un esperto di cose militari e se vogliamo utilizzare le categorie della politica, certamente più vicino alla destra che non alla sinistra) è aiutata dall'autocensura di troppi colleghi.

    Maso Notarianni
    www.peacereporter.net

    ecco altra monnezza...
    il gufo

  9. #9
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    La denuncia nel rapporto dell'organizzazione Reprieve: "Sono Guantanamo galleggianti"
    Verrebbero usate per detenere, spostare e forse torturare prigionieri della "guerra al terrore"
    Terrorismo, la denuncia di una ong
    "Gli Usa hanno 17 navi-prigione"




    George W. Bush

    ROMA - Prigioni galleggianti, come una Guantanamo in mezzo al mare, per detenere, interrogare, forse anche torturare e poi spostare in giro per il mondo prigionieri catturati durante la "guerra al terrore". Questo il ruolo di alcune navi militari americane, sembra diciassette, usate fin dal 2001 come carceri secondo quanto denuncia l'organizzazione non governativa Reprieve in un rapporto che sarà pubblicato abreve e del quale riferisce il quotidiano britannico The Guardian.

    Sarebbero almeno duecento, secondo il rapporto, i casi di "rendition", ovvero trasferimenti occulti in prigioni segrete dislocate in Paesi nei quali possibile praticare la tortura, attuati dal 2006, l'anno ciè in cui il presidente americano George W. Bush aveva assicurato la fine di pratiche di questo genere.

    "Hanno scelto le navi per tenere le loro malefatte lontano dagli occhi dei media e degli avvocati delle associazioni umanitarie - ha detto a The Guardian Clive Stafford Smith, responsabile legale di Reprieve - ma alla fine riusciremo a riunire tutti i 'detenuti fantasma' e a far valere i loro diritti".

    Secondo Smith, gli Stati Uniti al momento detengono nelle prigioni segrete, per loro stessa ammissione, ventiseimila persone, "mentre le nostre stime dicono che almeno ottantamila, a partire dal 2001, sono passate tra gli 'ingranaggi' del sistema. E' ora che l'amministrazione americana mostri un impegno concreto a rispettare i diritti umani - insiste Smith - rivelando chi sono queste persone, dove sono e che cosa è stato fatto loro".



    Nel rapporto si può leggere la testimonianza di un prigioniero di Guantanamo che riporta l'esperienza del suo 'vicino di gabbia': "Mi disse che in quella nave erano in 50, chiusi nel profondo della stiva, e che venivano picchiati più forte che a Guantanamo". Vi è poi il sospetto che alcuni di questi prigionieri segreti possano essere transitati dalle strutture della base militare britannica "Diego Garcia" nell'oceano indiano. A questo proposito, dopo anni di smentite, è toccato al ministro degli Esteri David Miliband, lo scorso febbraio, ammettere che due velivoli americani in missioni di tipo 'rendition' fecero scalo a Diego Garcia.

    "Passo dopo passo - commenta Andrew Tyrie, presidente della commissione parlamentare sulle missioni-tortura - la verità sulle 'rendition' sta venendo fuori: è solo una questione di tempo. Il governo farebbe meglio a fare subito chiarezza". Ma un portavoce della marina militare americana ha smentito il rapporto: "Non ci sono prigioni sulle navi americane", ha detto il comandante Jeffrey Gordon a The Guardian.

    Ma è ormai un fatto che il meccanismo delle missioni-tortura Usa fosse consolidato e di pratica comune: basi segrete della Cia, dice il quotidiano britannico, operavano in Romania, Polonia, Thailandia e Afghanistan. "Tutte fanno parte di una rete globale in cui le persone vengono detenute a tempo indeterminato, senza che le accuse vengano formalizzate, e sono sottoposte a tortura in netta violazione della convenzione di Ginevra e della carta sui diritti dell'uomo dell'Onu, aveva detto Ben Griffin, ex dello Special Air Service britannico. Griffin venne poi messo a tacere dal ministero della Difesa che ottenne, ai suoi danni, una diffida dal tribunale.

    (2 giugno 2008)
    http://www.repubblica.it/2008/06/sez...rismo-usa.html

  10. #10
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    E dire che c'é gente che si incavola se dici che sei anti-americano!!!!
    Lo dovremmo essere tutti!!

 

 

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