Bruxelles. Socialdemocrazia scandinava addio: il liberalismo ha invaso il nord Europa.
Dopo Danimarca e Svezia, da ieri anche la Finlandia è ufficialmente guidata da un governo di centrodestra.
A un mese dalle elezioni legislative che hanno dato la vittoria al Partito del centro e ai conservatori della Coalizione nazionale, il Parlamento finlandese ha votato la fiducia al nuovo esecutivo.
Il premier è sempre il centrista Matti Vanhanen, che però ha deciso di scaricare il Partito socialdemocratico, partner di coalizione del precedente governo, e imbarcarsi in un’avventura più liberista con il conservatore Jyrki Katainen.
“Il risultato delle elezioni è stato chiaro”, dice la segretaria dei socialdemocratici, Maari Fledt-Ranta: per la prima volta dal 1962 quello che era considerato come il partito naturale del potere scandinavo si è ritrovato al terzo posto in Parlamento. Nonostante ci fossero i numeri per riproporre una coalizione di centrosinistra, per Vanhanen “non c’era altra alternativa”.
I Verdi e il Partito popolare della minoranza svedese completano la nuova coalizione, ma centristi e conservatori domineranno l’esecutivo con otto ministeri ciascuno. Ai conservatori della Coalizione nazionale vanno i portafogli più importanti: gli Esteri, a Ilkka Kanerva, e le Finanze, affidato al loro leader Jyrki Katainen.
Sarà lui a dettare la nuova politica economica: meno tasse, più attenzione alle imprese, nuovi posti di lavoro, riforma delle pensioni e surplus di bilancio.
Il programma prevede un taglio delle imposte di 2,2 miliardi di euro in quattro anni per ridurre carico fiscale sui redditi, Iva e tasse di successione.
Sono finiti i tempi del modello scandinavo che ha fatto sognare socialisti e socialdemocratici dell’Europa continentale. Già nel 2001 la Danimarca guidata dal liberale Anders Fogh Rasmussen aveva intrapreso la strada “dallo stato sociale allo stato minimale”, titolo di un libro del premier danese.
Dopo aver implementato un “tax stop”, Rasmussen ha puntato sulla flessicurezza: più flessibilità nel mercato del lavoro per continuare a mantenere alti standard di welfare.
Anche la Svezia, dopo la sconfitta dello scorso settembre dei socialdemocratici di Goran Persson, svolta verso più liberalismo. Questa settimana, il governo di centrodestra di Fredrik Reinfeldt ha presentato la sua prima Finanziaria all’insegna del taglio delle tasse, con la soppressione della patrimoniale e dell’imposta fondiaria, e della fine dell’assistenzialismo che incoraggia la disoccupazione, con una riduzione dei sussidi.
“Il trend in tutta la regione sembra chiaro”, dice Quentin Peel del Financial Times. Nonostante i successi economici – nel 2006 la Svezia è cresciuta del 4,4, la Finlandia del -5,5 per cento – gli elettori hanno sfiduciato i governi socialdemocratici perché i costi del welfare, per quanto generoso, hanno un limite.
Soprattutto quando ai propri confini prosperano paesi come i Baltici e la Polonia, le cui ricette economiche – tra flat tax e flessibilità nel lavoro – sono ispirate da Milton Friedman.
“Dopo anni di dominio socialdemocratico, gli elettori danno una chance ai conservatori”, spiega Peel. Risultato: dentro l’Unione europea si è formato un arco nordico – scandinavi, Estonia, Lettonia e Lituania - caratterizzato da alti tassi di crescita e competitività, bassa pressione fiscale e un po’ più di atlantismo. Tra nuovi neocon nordici, grandi coalizioni in Germania, Olanda e Austria, e leader pragmatici che stanno per arrivare - Nicolas Sarkozy in Francia e Gordon Brown nel Regno Unito – l’Europa è più liberale, lasciando a Italia e Spagna la bandiera del social-zapaterismo.
saluti




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