«Oggi parte la raccolta di firme per il referendum elettorale. Ecco, c'è un anno di tempo per evitarlo: se invece si dovesse svolgere, il giorno dopo io me ne vado. Che senso ha fidarsi di chi ti vuole politicamente nullo? E non dite che è il solito Mastella: qui siamo al mors tua, vita mea. E allora, vita mea...».
Ha ragione lui: non è il solito Clemente Mastella. Non è una minaccia per cui si scalda, per cui alza il volume della voce. Lo dice con grande serenità, perché stavolta Mastella è sicuro di stare dalla parte della ragione. Al cento per cento.
«Ho capito tutto: mica so' fesso. Il ministro Chiti è una splendida persona, ma quelli nottetempo tessono ben altre tele. Lavorano per andare al referendum e fregare i partiti più piccoli. Si sono fatti due conti e il gioco forse gli conviene. Si staranno dicendo: facciamoci un bell'accordo tra di noi e poi ce la giochiamo: non era questa l'aria che tirava ai congressi dei Ds e della Margherita?».
Ventiquattr'ore dopo la chiusura dei congressi dei Ds e della Margherita, il leader dell'Udeur ha le idee assai chiare degli scenari che si potrebbero aprire nei prossimi mesi.
«Il Partito democratico rischia di diventare elemento chiave di un processo di instabilità. L'alleanza di centrosinistra e conseguentemente il governo potrebbero pagare a caro prezzo il processo di destrutturazione dei due principali partiti per la strutturazione di un partito più grande: è dominante l'idea - un tantino spocchiosa, me lo lasci dire - che gli alleati più piccoli non servano o siano d'impiccio».
«I congressi?
Li ha vinti Silvio» E chi gli ha dato quest'idea, Mastella non lo nasconde.
«Sia Fassino che Rutelli si sono ben guardati dall'essere chiari sulla legge elettorale. Ne hanno parlato più per esigenze di forma che di sostanza, ma nessuno ha detto con chiarezza dove si andrà a parare».
Verso la bozza Chiti, no?
«Ma quale bozza Chiti... Secondo lei, perché Berlusconi era lì dai Ds e dalla Margherita?».
Per svelenire il clima, come hanno scritto tutti i giornali.
«Io alla storia del fair play ci credo poco. Berlusconi è stato l'autentico protagonista dei due congressi, ha dimostrato ancora una volta intuito politico: lui è venuto perché sarà l'interlocutore di una fase nuova, quella che rischia di essere impostata dalla battaglia referendaria. Le dico di più: vedrà se non farà in fretta questo partito delle Libertà in tutta fretta. Non può correre il rischio che il Pd sia il primo partito in termini di voti».
E con chi lo farà, visto che solo Fini sembra entusiasta.
«Lo farà con Fini; ha detto niente. Da lì non si scappa: se alle Europee si presenterà il Partito democratico, al prossimo giro Berlusconi dev'essere pronto con il Partito delle Libertà». «Tutti continuano a parlare di bipolarismo da salvaguardare: io dico che qui vogliono fare il bipartitismo. Ecco perché tanta mitezza nei suoi confronti: si stanno mettendo d'accordo. Ma io mica mi faccio fregare da loro, detto con il massimo rispetto: non potrei più stare al governo con chi mi vuole ridotto a mera testimonianza politica».
Così avete fatto comunella con la Lega di Bossi: il Senatur e Mastella finalmente s'incontrano.
«In effetti, mi sento da tempo con gli amici della Lega: entrambi abbiano la stessa sensazione e cioè che gratta gratta vogliono due partiti grossi. Ma si sono fatti male i conti».
In che senso?
«C'è un dato politico che stanno sottovalutando. Vogliono fare fuori i piccoli per evitare, come sento dire, di essere ricattati? Facciano pure, poi però le alleanze per le Comunali, per le Provinciali e per le Regionali con chi le fanno? Vede, siamo punto e a capo. I Ds, la Margherita, Forza Italia e An devono capire che non siamo né in Francia né in America: lì c'è una omogeneità dei sistemi elettorali; qui non più. Io non potrei mai accettare di essere trattato in un modo per le Politiche e poi in un altro per le locali. Anche perché, senza di me, in molti posti del Sud il centrosinistra non vincerebbe neanche chiamandosi Partito democratico».
È la stessa cosa che dice Bossi per la sua Padania.
«E infatti, è così. E allora cosa faranno: ci trascurano a Roma e ci corteggiano nei nostri Comuni? Non hanno capito proprio...».
A proposito di Amministrative, l'impressione comune è che proprio dopo il voto di primavera si assisterà a un regolamento di conti, a sinistra.
«Sì, potrebbe anche accadere. Ma non sarà quel voto l'unico detonatore. Il detonatore è innanzitutto politico. Mi spiego. La sinistra cosiddetta radicale e massimalista sta giustamente valutando se ci sarà una nuova linea di governo, dopo l'annuncio del Partito democratico. La sinistra sindacale rischia di trovarsi scoperta: perché dovrebbe restare al governo? A difendere gli interessi di chi? Sarebbe come nel '98 e stavolta io sarei con loro: da punti di vista diversi, nessuno ha intenzione di subire giochi pericolosi. A me toccherebbe subire solo una prospettiva elettorale, a loro soprattutto una politica».
Sta dicendo che un pericolo di spallata potrebbe venire anche dalla sinistra?
«Non credo che abbiano voglia di stare lì a guardare. Provi a pensare a un insuccesso elettorale alle Amministrative, provi poi a pensare al malcontento dei sindacati, dei movimenti e di chi non si sente più rappresentato da un governo spostato sull'asse del Partito democratico, che strizza l'occhio a Berlusconi: secondo lei per quale ragione dovrebbero stare ancora al governo, scusi? Per carità, il mio è un ragionare a voce alta, mica altro; vorrei essere chiaro».
Risulta a Mastella di possibili rimpasti chiesti dalla sinistra per arginare il potere del nascituro Partito democratico?
«No. Però se così fosse, allora si tratterebbe delle prime spie di un'azione politica che la sinistra giudica insoddisfacente». Mastella insomma è convinto che Berlusconi e Prodi (o D'Alema, Rutelli o Veltroni) stiano tramando per arrivare al referendum, avendo così la scusa per un bipartitismo che premia i due partiti unici, della destra o della sinistra, a scapito degli alleati più piccoli.
«Questa non è una mia sensazione, ma una mia certezza: so dove, quando e con chi si incontrano. Sennò mi spiega che voleva dire Marini?».
«Alle Europee faccio la lista con l'Udc»
Il presidente del Senato, intervenendo al congresso del suo partito, ha detto che «le alleanze non sono eterne». Poi per la verità Rutelli ha un po' corretto il tiro.
«Io Marini lo conosco bene: non parla a caso. Se fossi in Bertinotti farei un balzo dalla sedia e una seria riflessione».
Una politica che fa a meno della sinistra antagonista e massimalista, dovrebbe far piacere al cattolico e moderato Mastella: sembra invece che non sia così.
«Sui contenuti figuriamoci se non sono d'accordo. Ma la battaglia si deve fare limpidamente, mica arginando gli altri. Io sono per un centro che sia forte e abbia rappresentanza, mica sia lì a fare da comparsa».
Un centro come quello di Bayrou che ora in Francia è determinante. Quel Bayrou che piace molto a Casini e Rutelli.
«Rutelli dice di tifare Bayrou e poi abdica dall'idea del centro. Ha fatto un bel discorso e gliel'ho riconosciuto: ma la sua prospettiva è diversa dalla mia. Quanto all'amico Casini, credo che il sistema alla tedesca non glielo daranno mai: non vogliono subire il ricatto dei piccoli, perché dovrebbero aumentare il rischio di farsi ricattare da Casini? Loro ragionano così».
Con l'Udc farete una lista comune alle Europee?
«Io sono disponibilissimo. Poi però bisogna vedere quale partita si gioca in Italia: il referendum è dietro l'angolo. E Mastella non ha alcuna intenzione di regalare la sua pelliccia: se la vengano a prendere».
Secondo il navigato Mastella, che dovrebbe fare Prodi?
«Tirare avanti il più possibile senza cadere nei tranelli. Altrimenti cadrà lui».
Piuttosto che cannibalizzato, allora meglio essere il cannibale. Hannibal Mastella.
G.Paragone su Libero del 24 aprile
saluti




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