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    Predefinito La scoperta dell’acqua

    In seconda pagina ci occupiamo delle singolari abitudini igieniche del presidente del Wwf Italia, Fulco Pratesi.
    Egli risponde al problema del risparmio idrico con una certa dose di stravaganza e di moralismo.
    In realtà, i consumi privati di acqua corrispondono al cinque per cento del totale e non è lo spazzolino la causa delle crisi idriche. Però le posizioni estreme possono servire a ragionare. In Italia, in gran parte della popolazione – nonostante ancora oggi i razionamenti idrici siano utilizzati in alcune zone del Mezzogiorno, peraltro ricche di acque disponibili – è subentrata una certa disinvoltura nell’attitudine al consumo, come se limitare gli sprechi fosse socialmente disdicevole.
    Seconda questione: la ristrutturazione della rete.
    Da almeno trent’anni, indipendentemente dalla piovosità (quest’anno è scarsa, ma la rete era un colabrodo anche negli anni precedenti), si discute della necessità di ammodernare la rete idrica.
    Il nostro è un paese che ha una disponibilità di acqua procapite molto elevata e una altissima inefficienza della distribuzione. I calcoli oscillano, ma ragionevolmente si stima che il 13 per cento delle famiglie ha problemi di disservizi idrici, che la dispersione d’acqua (cioè la differenza tra quanto immesso in rete e quanto viene consumato) è del 28 per cento, che diventa il 36 per cento nel Mezzogiorno, con picchi del 50 per cento.
    La questione è ancora più grave se si misuri il rapporto tra acqua immessa in rete e acqua fatturata. Solo il 59,9 per cento dell’acqua viene pagata, il resto si perde negli sprechi, nei disservizi e nei furti.
    Queste cifre non sono segrete, sono pubbliche. Esiste un’autorità di vigilanza sulle risorse idriche che le raccoglie.
    Dunque, invece di invocare ciclicamente lo stato emergenziale, i governi dovrebbero lavorare a una soluzione.
    La strada migliore è quella dell’aumento del prezzo.
    A Roma l’acqua costa 0,88 euro al metro cubo, ad Amsterdam 1,47 (a Berlino, dove si esagera nell’altro senso, 4,30). L’aumento del prezzo sarebbe un disincentivo al consumo facile e consentirebbe di reperire una parte delle risorse necessarie a una ristrutturazione generale della rete idrica il cui costo è calcolato in oltre 50 miliardi di euro, compresi gli impianti di depurazione, la rete fognaria o i desalinizzatori.
    Anche perché c’è un altro tema pressante: da qualche anno per l’approvvigionamento idrico estivo, le centrali elettriche fanno concorrenza all’agricoltura. Per non correre il rischio, un giorno o l’altro, di dover scegliere tra ortaggi e condizionatori d’aria, bisogna investire.
    Gli appassionati di reti tengano a mente che l’acqua non è meno importante dei telefoni.

    Da il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Mi laverò di meno, ma....

    Poiché sono vecchiotto e lacustre ho visto l’acqua andare e venire. Qualche volta il livello era così basso che il porto si svuotava e le barche si adagiavano sul fondo su una melma che diventava più secca di giorno in giorno. Qualche altra volta il livello era così alto che l’acqua invadeva il lungolago e le piazze e allagava cantine e negozi. Ogni volta per consolarsi si andava a controllare i livelli della piena sul muro del municipio. Mai nella vita ho visto l’acqua lambire la tacca più alta, raggiunta non so più in quale anno, quando c’erano ancora i gendarmi austriaci. Ogni volta, fosse il livello dell’acqua troppo basso o troppo alto, di chi era la colpa si sapeva.
    Era invariabilmente degli svizzeri, che a monte chiudevano o aprivano le dighe, secondo i loro bisogni o il loro capriccio.
    Da quando da quelle parti non era più conveniente fare gli spalloni per costruirsi la casa, gli svizzeri erano visti con occhio meno benevolo di un tempo. Tranne dagli ambulanti con posteggio e dagli orefici con negozio vicino alla frontiera.
    Poiché sono vecchiotto, valligiano e un po’ curioso, ho finito per scoprire che un certo fondo valle, prima che fosse invaso di villette geometriche, non produceva che un taglio di fieno all’anno perché un certo giorno del 1716 un urugano aveva sgretolato a valle un’intera montagna.
    Poiché sono vecchiotto e milanese, l’imprevedibilità dell’acqua mi ha provocato qualche delusione. C’era un’associazione votata alla riapertura dei Navigli lungo la cerchia omonima. Era stata chiusa per favorire la circolazione delle automobili. Riaprirli era un bel sogno, ma una impresa dura. Oltre a quello estetico c’era solo un argomento forte. I navigli erano stati riempiti di ghiaia. Se vi fosse tornata, filtrando dal fondo, l’acqua, avrebbe contribuito a rimboccare la falda. Secondo le stime più pessimistiche la suddetta falda era già arrivata a settanta metri di profondità.
    Per una città sull’acqua come Milano non era una buona notizia.
    Poi avevano chiuso le fabbriche, responsabili secondo certi calcoli di pompare troppa acqua. La falda era improvvisamente risalita, fino a sei metri, vanificando l’argomento più forte degli amanti dei Navigli e mettendo nei guai chi aveva approfittato del ritiro dell’acqua per costruire posteggi sempre più in profondità nel sottosuolo.
    I produttori di pompe idrovore furono i soli ad averne vantaggi.
    Poiché sono abbastanza vecchiotto ho visto in città scomparire le vedove, le fontanelle pubbliche, e le pompe e i lavatoi con l’acqua corrente dove un tempo chi non aveva l’acqua in casa riempiva secchi che dovevano durare per tutta la giornata, in campagna. Fu spiegato che il provvedimento doveva scoraggiare i tossici, che avevano bisogno dell’acqua corrente per farsi le pere. Per stesso motivo gli esercizi pubblici chiusero a chiave le toilette destinate al pubblico.
    Poiché nella mia vita lunghetta il sistema ha funzionato spesso, ogni volta che mi trovo nell’occhio di una campagna allarmistica faccio qualche gesto apotropaico e aspetto che la solfa cambi. Evito di lasciarmi allarmare, ma non faccio spallucce. So che lo smaltimento dei rifiuti è un problema ragionevole e mi ci applico. La carta con la carta, il vetro con il vetro, la plastica con la plastica e i rifiuti umidi al loro posto. So che la cacca del cane va raccolta. Alle regole mi adeguo anche se non le capisco. Figurarsi con l’acqua. Mi si diceva da bambino che era più pericolosa del fuoco, perché il fuoco si può spegnere con l’acqua e non viceversa.
    Con dolore evito di innaffiare il giardino quando un’ordinanza comunale lo vieta. Dove posso distinguo tra acque bianche e acque nere. Cercherò di avere qualche piccola attenzione in più. Non metterò a bollire più acqua di quanta me ne serva effettivamente per il tè. Non farò una doccia in più, solo per rilassarmi. Neuropatico, cercherò di sfuggire a “questa civiltà di neuropatici” come ebbe a dire l’implacabile Guido Ceronetti, in cui “c’è chi, senza sporcarsi, arriva a fare il bagno due volte al giorno anche di più”.
    Per evitare che la sua profezia (“L’acqua si vendicherà”) si avveri, o almeno si avveri troppo presto, cercherò di affogare il rimpianto per un tempo in cui, almeno dalle mie parti del globo, l’acqua scorreva a fiumi. Cercherò di controllare su immagini d’epoca la riduzione secolare dei ghiacciai.
    Invece di lavarmi le mani con il sapone sotto l’acqua che corre allegramente, proverò ad ammansire i miei attacchi patofobi con strofinature di alcol denaturato. Soprattutto cercherò di seguire con minuzia maniacale i suggerimenti che l’apollineo ecologista Fulco Pratesi ha elencato con minuzia sul Corriere della Sera di ieri.
    Non porterò la cravatta, indosserò camicie colorate che si sporcano meno, mutande scure che si possono indossare più giorni. Farò il bagno al sabato. Eccetera. Non voglio contribuire in alcun modo alla catastrofe.
    Ma continuerò a innaffiare le gardenie, invece di lasciare, come suggerisce Pratesi, gran giardiniere, l’acqua nel sottovaso dove prosperano le larve di zanzara. Il mio grado di neuropatia non mi consentirebbe una lotta senza tregua contro la zanzara tigre.
    Sandro Fusina su il Foglio

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Allarme acqua

    Faccio presente, riprendendolo da un libro di Riccardo Calcioli e Antonio Gaspari, che l’entomologo Mario Pavan dell’Università di Pavia ha provato a calcolare quante formiche rufe vivono nelle sole Alpi ed è arrivato a calcolarne trecento miliardi di esemplari.
    Ogni operaia, lunga circa quattro-sette millimetri e del peso di dieci milligrammi, ingerisce ogni giorno cibo pari a un ventesimo del proprio peso.
    A conti fatti risulta che nelle Alpi le formiche ingeriscono centoventi tonnellate di cibo al giorno.
    Moltiplicando questa cifra per i giorni in cui le operaie sono attive ogni anno, vale a dire duecento, perché per il resto dormono, fanno ventiquattromila tonnellate di cibo consumato.
    Dicasi sulle sole Alpi. E delle sole formiche rufe.
    Basta aggiungerci la pianura padana, gli Appennini, il Tavoliere delle Puglie e qualche altro appezzamento a scelta per sentire il dovere di mettere in guardia quelli del Corriere che, se oltreché mangiare, a quelle piccole stronze salta il ghiribizzo di mettersi anche a bere, Fulco Pratesi finirà per non cambiarsi le mutande per i prossimi venticinque anni.

    A’ V.

    saluti

 

 

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