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    asilica di San Domenico Maggiore (Napoli)

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    Esterno dell'abside di San Domenico Maggiore


    La struttura religiosa di San Domenico Maggiore è comunemente considerata una chiesa; ma, per le sue dimensioni e la quantità di opere d'arte che espone è a tutti gli effetti una basilica; tra le più interessanti dal punto di vista storico ed artistico.
    Voluta da Carlo II d'Angiò ed eretta, inizialmente in stile gotico, tra il 1283 e il 1324, divenne la casa madre dei Domenicani nel regno di Napoli.
    Fa parte di un complesso conventuale che si trova nel centro antico della città nei pressi di una delle più belle piazze napoletane, Piazza San Domenico Maggiore appunto.
    Indice

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    [modifica] La Chiesa


    [modifica] Storia

    Nel 1231 i Domenicani, con a capo Tommaso Agni da Lentini, giunsero a Napoli, e non disponendo di una sede propria, si stabilirono nell'antico monastero della chiesa di San Michele Arcangelo a Morfisa, gestita dai padri benedettini prendendone possesso.

    Carlo V soggiornò in San Domenico Maggiore nel 1536


    La consacrazione della chiesa a San Domenico avvenne nel 1255 per volere di Papa Alessandro IV, come attestato da una lapide posta alla destra dell'ingresso principale.
    La costruzione della chiesa fu voluta da Re Carlo, per un voto fatto alla Maddalena durante la prigionia patita nel periodo dei vespri siciliani, e la prima pietra fu posta il 6 gennaio del 1283, con i lavori che si protrassero sino al 1324, seguiti nella fase definitiva dagli architetti francesi Pierre de Chaul e Pierre d'Angicourt.
    La chiesa, fu eretta secondo i classici canoni del gotico, con tre navate, cappelle laterali, ampio transetto e abside poligonale e, fu realizzata in senso opposto alla chiesa preesistente, vale a dire con l'abside rivolto verso la piazza, alle cui spalle fu aperto, in periodo aragonese, un ingresso secondario.
    Numerosi interventi succedutisi nei secoli ne hanno alterato la struttura e le originarie forme gotiche: nel periodo rinascimentale terremoti e incendi avviarono i primi rifacimenti (malgrado ciò nel 1536 Carlo V fu accolto nel tempio), mentre ancora più incisivi furono i rifacimenti barocchi del seicento, tra i quali spiccano la sostituzione del pavimento (poi completato nel secolo XVIII) con quello progettato da Domenico Antonio Vaccaro.
    Con l'avvento a Napoli di Gioacchino Murat, il complesso fu destinato ad opera pubblica (1806-1815) e ciò provocò danni alla biblioteca che al patrimonio artistico., mentre un tentativo di ripristino fu messo in atto con i restauri ottocenteschi di Federico Travaglini che tuttavia portarono ad un complessivo snaturamento dell'originale spazialità della chiesa.
    Ulteriori danni furono subito dal complesso durante il periodo della soppressione degli ordini religiosi, quando i padri Domenicani dovettero nuovamente abbandonare il convento (1865-1885), a causa di alcuni adattamenti discutibili che si intese dare alle strutture (palestre, istituti scolastici, ricovero per mendicanti e sede tribunalizia).
    I restauri del 1953 eliminarono i segni dei bombardamenti del 1943, ripristinando il soffitto a cassettoni, i tetti le balaustre delle cappelle, la pavimentazione e l'organo settecentesco e riportando alla luce anche gli affreschi del Cavallini, mentre interventi piu recenti (1991) vi sono stati sulla scala in piperno che conduce all'abside e sulla porta marmorea.

    [modifica] L'ingresso

    Sulla piazza che dalla chiesa prende il nome, non si apre l'ingresso principale, ma un piccolo ingresso sottostante l'abside e rinforzato da pilastri, con le originarie finestre ad arco acuto deturpate da una serie di artefatti architettonici che si sono susseguiti nei secoli.
    L'ingresso principale è rivolto a nord e vi si accede, attraverso un ampio cortile, dal vicolo San Domenico mediante un portale con numerosi elementi gotici; sulla parte alta esterna dell'arcata vi è un affresco raffigurante La Vergine che offre lo scapolare domenicano al beato Reginaldo della scuola di Pompeo Landulfo (pittore vissuto nella seconda metà del XV secolo).
    Il lato interno del portale presenta una iscrizione che testimonia la munificenza di Carlo II d'Angiò nei confronti dei frati; lo stesso sovrano è raffigurato in una statuetta di marmo posta in una nicchia.
    L'ingresso della basilica è attraverso il pronao settecentesco mentre tra il portale marmoreo gotico (ad arco acuto) e la porta lignea.

    [modifica] L'interno


    L'interno della chiesa è ricco di opere d'arte sia scultoree che pittoriche, nonostante i numerosi furti che si sono susseguiti nel corso del tempo.
    Un quadro raffigurante San Domenico è esposto sulla controfacciata, opera di Tommaso De Vivo, mentre il soffitto a capriate originario fu sostituito da quello di epoca barocca (1670).
    All'ingresso vi sono due cappelle laterali, quella dei Muscettola e quella dei Carafa, in cui sono conservate alcune opere interessanti.

    San Tommaso d'Aquino studiò ed insegnò in San Domenico Maggiore


    Nella cappella a sinistra, è visibile una copia della * Madonna col Bambino, S. Giovannino e Santa Elisabetta dipinta da Fra' Bartolomeo della Porta nel 1516 e sottratta ed inoltre un dipinto del Redentore di scuola leonardesca, mentre in quella a destra (dedicata a San Martino) si trovano la Tomba di Galeotto Carafa di Romolo Balsimelli e la Tomba di Filippo Saluzzo di Giuseppe Vaccà, oltre le quattro grandi tele del De Vivo di inizio Ottocento e, sull'altare una tela attribuita al pittore fiammingo Cornelius Smet.
    Lungo la navata destra vi è la cappella dedicata alla Maddalena che presenta tracce di un affresco, coevo alla costruzione della chiesa, raffigurante la Madonna col Bambino attribuito alla scuola pittorica della fine del XIV secolo , la Tomba di Tommaso Brancaccio e la tela di Francesco Solimena Madonna col Bambino e santi domenicani (1730).
    Di grande rilievo, per la qualità dei colori e l'impianto architettonico, sono senza dubbio gli affreschi della Cappella Brancaccio ad opera di Pietro Cavallini che operò a Napoli nel periodo in cui fu ospite remunerato di re Carlo II; gli affreschi, commissionati dal cardinale Landolfo Brancaccio nel 1309 raffigurano: Storie di San Giovanni Evangelista, Crocifissione, Storie della Maddalena e gli Apostoli Pietro, Paolo e Andrea.
    Nella Cappella di S. Antonio Abate, oltre alla tela che raffigura il santo (attribuita per un certo tempo erroneamente a Giotto), vi è, alle pareti laterali, un Battesimo di Cristo del senese Marco Pino della seconda metà del Cinquecento con evidenti influssi michelangioleschi e una Ascensione del fiammingo Teodoro d'Errico (Dirk Hendricksz, 1577-1604).
    Vi è poi il Cappellone del Cocifisso, con affreschi di Michele Regolia sulla volta e, all'interno diversi sepolcri fra cui quello di Ferdinando Carafa (morto nel 1593), mentre l'altare settecentesco vi è una riproduzione del Crocifisso della metà del secolo XIII (ora conservato in deposito) che, secondo la tradizione avrebbe parlato a San Tommaso d'Aquino, apostrofandolo con le seguenti parole: «Tommaso tu hai scritto bene di me. Che ricompensa vuoi?» alle quali il santo replicò «Nient'altro che te, Signore».
    Sul lato sinistro del Cappellone vi è la Cappella dei Carafa di Ruvo, decorata in marmo dal Malvito ed, a seguire la Cappella del Doce di epoca rinascimentale e all'interno della quale era collocata la Madonna del Pesce di Raffaello, ora al Museo del Prado di Madrid.

    [modifica] La Sagrestia

    La Sagrestia è un salone rettangolare decorato in stile barocco (secolo XVIII) con le pareti in legno di noce intagliate e finemente decorate e l'affresco Trionfo della Fede nell'Ordine Domenicano di Francesco Solimena che decora la volta, restaurato di recente e forse tra i più imponenti dell'artista.
    Sul pavimento vi è la lapide sepolcrale di Richard Luke Concanen che fu il primo vescovo cattolico di New York e che morì a Napoli nel 1810, mentre sulle altre porte vi sono un altro affresco del Solimena (S. Filippo Neri) e un bassorilievo di epoca trecentesca raffigurante la Maddalena.
    L'ambiente è celebre anche per la presenza, su un ballatoio che sovrasta gli stigli delle pareti di una serie di 45 feretri di reali, la maggior parte dei quali contenenti cadaveri imbalsamati di personaggi nobili. I cadaveri attribuibili con certezza sono i seguenti:

    Le arche dei sovrani aragonesi nella sagrestia

    Le spoglie di re Alfonso d'Aragona erano anch'esse ospitate in una delle casse, ora vuota e sormontata da un ritratto del re del secolo XVII.

    [modifica] Alcune opere non più presenti

  2. #2
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    La cittadella di S. Chiara con la sua Basilica ed il Monastero fu tra i primi complessi monastici ad essere eretti nel centro storico di Napoli. La sua fondazione avvenne nel 1310 per volere di Roberto D’Angiò, re di Napoli, e della sua seconda moglie Sancia di Maiorca.
    La Basilica con la sua imponente mole fu realizzata nelle forme del gotico provenzale, uno stile che le conferisce l’aspetto di una fortezza inespugnabile.
    La cittadella francescana fu realizzata costruendo due conventi contigui ma separati, uno femminile, relativo all’ordine di clausura delle clarisse, e l’altro maschile ospitante i frati minori francescani. Tale concessione straordinaria, accordata nel 1317, fu dovuta ai buoni rapporti che intercorrevano tra la dinastia angioina e il papa francese Clemente V.
    Tra il 1328 e il 1333 soggiornò a Napoli Giotto, colui che rimutò l’arte di dipingere di greco in latino. L’artista toscano adornò la Basilica francescana affrescandola con scene dell’Apocalisse e storie tratte dal Vecchio e Nuovo Testamento. Di questo ciclo, purtroppo, rimangono solo dei frammenti nel Coro della Basilica relativi alla Crocifissione.
    La fase di realizzazione del monastero si protrasse fino al 1340, anno in cui la Basilica fu consacrata.
    Nel 1343 i fratelli toscani Pacio e Giovanni Bertini realizzarono uno dei capolavori della scultura trecentesca italiana: il monumento funebre di Roberto d’Angiò, che seppur monco troneggia ancora sullo sfondo della Basilica.
    Il monastero fino al settecento mantenne nel complesso il suo aspetto gotico. Nell’epoca dei lumi e in particolare negl’anni 1740-69 si assiste ad un radicale cambiamento del monastero e della Basilica; la chiesa, infatti, rivestita di stucchi e marmi, fu trasformata in un sontuoso edificio barocco. Inoltre, il Vaccaro, uno degli artefici del Barocco napoletano, poliedrico, poiché capace di spaziare tra pittura, scultura e architettura, avvalendosi dell’operato dei maestri riggiolari napoletani Donato e Giuseppe Massa diede luogo alla trasformazione del chiostro trecentesco delle clarisse, il quale assunse l’aspetto attuale, caratterizzato da viali con pilastri ottagoni e sedili maiolicati. Le riggiole, utilizzando i tipici colori della tradizione napoletana, il blu, il giallo ed il verde, aprono una finestra bucolica sulla Napoli settecentesca ed il suo regno, dando luogo così ad un unicum, un artificio barocco che dialoga con i colori circostanti – il blu del cielo, il giallo ed il verde del giardino e degli agrumeti – che ha reso il chiostro celebre in tutto il mondo.
    Nel 1924 il numero delle clarisse divenne esiguo, a seguito di ciò, i frati minori si trasferirono nel convento delle clarisse e queste ultime nel convento dei minori; tale avvicendamento ha resopossibile la fruizione del chiostro maiolicato.
    Un’altra tappa fondamentale per la storia della cittadella francescana è costituita dalla seconda guerra mondiale; durante i bombardamenti degli alleati, che il 4 agosto 1943 colpirono Napoli, alcune bombe incendiare caddero sulla chiesa di S. Chiara. La conseguenza fu un incendio di vari giorni che distrusse gli apparati barocchi che decoravano la Basilica. La ricostruzione, che durò dieci anni esatti - la Basilica fu riaperta al culto il 4 agosto 1953 -,restituì, non senza qualche polemica, la chiesa nelle sue forme gotiche originarie.
    Tra il 1986 ed il 2001 furono iniziati e completati i lavori di restauro del Chiostro Maiolicato; in questo lasso di tempo hanno luogo due momenti importanti per la fruizione museale di S. Chiaral 27 maggio 1995 e il 18 dicembre 1998; la prima data è relativa all’inaugurazione del Museo dell’Opera di Santa Chiara, che conta quattro sale espositive, in cui sono raccolti reperti di epoca romana, si narra la storia della cittadella francescana e sono espostimarmi e reliquiari che sintetizzano le vicende dell’arte a Napoli dal medioevo all’Ottocento. Il museo ospita opere di notevole valore artistico, come il trecentesco Fregio di S. Caterina, opera dei fratelli Bertini e l’Ecce Homo di Giovanni da Nola, il più importante scultore cinquecentesco napoletano. La seconda data, invece, è relativa alla stipula della convenzione con il Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno, che prevede la gestione di un’unica area monumentale denominata Complesso Museale di S. Chiara. Tale stipula ha consentito di ampliare il percorso espositivo, poiché al Museo dell’Opera e all’Area Archeologica con il suo edifico termale di epoca romana, si sono aggiunti il celeberrimo Chiostro Maiolicato e la sala del Presepe Napoletano del Settecento.
    Infine un’ulteriore tappa volta ad aumentare l’offerta museale di S. Chiara è segnata dall’apertura di una nuova sala espositiva, che ha il compito di ospitare mostre di fotografia e di arte contemporanea ed in essa per l’appunto avrà luogo la mostra dedicata a de Chirico.

    La Basilica
    La chiesa angioina di S. Chiara, costruita da Gagliardo Primario, con la sua imponente massa di tufo giallo caratterizza l’immagine del centro storico di Napoli. La facciata gotica dell’edifico con il suo timpano triangolare ed il rosone centrale è preceduta da un nartece a tre archi ogivali in piperno, il tipico tufo grigio estratto dalle cave del Vesuvio. Ai lati della facciata vi sono due possenti contrafforti che rafforzano e sottolineano la concezione di chiesa-fortezza dell’edificio francescano. L’interno della Basilica è costituito da un’unica navata longitudinale con dieci cappelle per lato; particolarmente interessante è la copertura della chiesa realizzata utilizzando capriate lignee, che si sostituiscono alle volte a costoloni e rimarcano l’aspetto di austera semplicità e mistica imponenza della Basilica. La parte posteriore della chiesa è costituita dal coro a tre navate realizzato da Leonardo di Vito, in esso vi sono i frammenti relativi ad un affresco raffigurante la Crocifissione, unici elementi che testimoniano e ricordano la presenza di Giotto nella Basilica napoletana.
    Il presbiterio di Santa Chiara è caratterizzato dalla presenza di monumenti sepolcrali di notevole valore artistico realizzati da scultori trecenteschi del calibro di Tino di Camaino e dei fratelli Pacio e Giovanni Bertini. Tino di Camaino realizzò tra il 1330 e il 1333 il Sepolcro di Carlo di Calabria, erede di Roberto d’Angiò e premorto al padre, e tra il 1333 e il 1338 il Sepolcro di Maria di Valois seconda moglie del duca di Calabria; i fratelli Bertini, riprendendo gli stilemi architettonici che l’artista senese aveva portato a Napoli, realizzarono nel 1343 il monumentale Sepolcro di Roberto d’Angiò, che troneggia sulla parete di fondo del presbiterio.

    Il Chiostro Maiolicato
    L’ architettura del chiostro maiolicato è fedele all’idea barocca di meravigliare lo spettatore.
    La meraviglia si manifesta sia con effetti scenografici, resi con la sequenza dei pilastri ottagonali che guidano lo sguardo dell’osservatore, sia con la capacità della struttura di mimetizzarsi con l’ambiente circostante.
    Commissionato dalla regina Maria Amalia di Sassonia, moglie di Carlo III di Borbone, fu realizzato nel 1740, durante il badessato di Ippolita Carmignano. La direzione dei lavori fu affidata ad un artista poliedrico, Domenico Antonio Vaccaro, capace di destreggiarsi sia come pittore che come scultore ed architetto. La realizzazione delle maioliche fu affidata a due maestri riggiolari, padre e figlio, Donato e Giuseppe Massa, custodi di una tradizione artigianale che aveva avuto i suoi albori nel medioevo ed aveva ripreso quota con la venuta a Napoli nel ‘400 di Alfonso di Aragona. Il termine napoletano riggiola deriva dal catalano rajola che si riferiva alla finestrella quadrata sovrastante i portali dei palazzi. È interessante notare come anche il termine maiolica derivi dall’isola di Maiorca caratterizzata in passato da una notevole produzione di ceramiche. Le maioliche di S. Chiara, utilizzano tre colori dominanti il blu, il giallo ed il verde, che armonizzano la struttura con la natura e gli elementi circostanti; infatti, il blu richiama il colore del cielo, il giallo quello degli agrumi presenti nel giardino ed il verdela cromia delle aiuole.
    L’armonia e la sintesi con il giardino circostante viene sottolineata anche dalle decorazioni dei 64 pilastri ottagonali, sui quali sono raffigurati tralci di vite, agrumi e vari frutti come fichi e banane che si mescolano visivamente con i frutteti del giardino, creando un’ illusione, tipicamente barocca, di unione tra mondo reale e mondo virtuale. Tale effetto originariamente era accentuato da una struttura in legno posta al di sopra dei pilastri, dipinta anch’essa con motivi vegetali; ma già nell’ottocento tale apparato andò perduto, per cui al disopra dei pilastri venne sistemata unapianta di vite, rimossa poi durante il recente restauro. La policromia delle maioliche rende più vivaci le raffigurazioni, distinguendole anche dalle note produzioni di ceramica sassone od anche dagli azulegos portoghesi, più freddi nella loro bicromia di bianco e blu.
    Le scene raffigurate sui sedili e lungo la zoccolatura che cinge il giardino, suscitano la curiosità del visitatore per il loro carattere profano; tale aspetto si può spiegare in correlazione con la vita di clausura, poiché le scene raffigurate dovevano dare l’idea di cosa accadesse nel mondo esterno. Assistiamo, quindi, a rappresentazioni di vita quotidiana legate al mondo agreste e contadino affiancate da scene di caccia e marinare. In altri punti, invece, sono riprodotte scene mitologiche ed in altri ancora scorgiamo maschere tratte dalla commedia dell’arte; e per finire nella parte centrale del chiostro si alternano scene di svago e di gioco. Da tutte queste rappresentazioni emerge una visione idilliaca dello scorrere della vita nel regno napoletano corrispondente all’ideale arcadico settecentesco.

    Gli Affreschi del Chiostro
    Le pareti dei quattro bracci del chiostro grande sono interamente coperte da un ciclo di affreschi realizzato nella prima metà del Seicento da un ignoto artista influenzato dalla maniera di Bellisario Corenzio, un’artista di origine greca che aveva un fortissimo ascendente nella scena artistica napoletana. La decorazione che corre lungo le pareti si articola in tre zone distinte. Solo nel braccio sud, a causa della presenza delle grandi monofore gotiche, gli affreschi si suddividono ulteriormente in due sequenze, e ai riquadri della parte bassa si sovrappongono in alto una serie di lunette.
    Questo braccio si distacca dagli altri anche per la scelta iconografica: santi nella serie in basso, allegorie e virtù in quella in alto. Sulle altre tre pareti, invece, le scene raffigurano episodi tratti dall'Antico Testamento, con l'unica eccezione del riquadro sul lato nord con la "Morte di una monaca” realizzato in corrispondenza dell'antico cimitero delle clarisse.

    Il Museo dell’Opera
    Il Museo dell’Opera permette di ripercorrere le vicende della città di Napoli dal periodo greco-romano fino al secolo XX. Le sale espositive sono state allestite nell'ala ovest del Chiostro Maiolicato, in ambienti edificati su preesistenze di età romana. Tali strutture, relative ad ambienti termali, furono riscoperte nel dopoguerra durante i lavori di restauro della Chiesa e del Convento. Le sale inoltre espongono i materiali sopravvissuti all'incendio del 1943 che danneggiò notevolmente la Chiesa, distruggendo le strutture barocche che la rivestivano. Il Museo si articola in quattro sale e consente l’accesso all’Area Archeologica esterna che si incastra nel percorso museale.

    La Sala Archeologica
    La Sala Archeologica ospita i reperti recuperati durante le operazioni di scavo (elementi architettonici, materiali di reimpiego e frammenti di oggetti in ceramica d’uso quotidiano); particolarmente interessante è la presenza di una tubatura in piombo utilizzata per trasportare l’acqua proveniente dall’acquedotto del Serino realizzato in epoca augustea. All’interno della Sala è presente parte dell'edificio termale romano. Dalla Sala Archeologica si può accedere sia all’Area Archeologica esterna sia alla Sala della Storia.

    La Sala della Storia
    La Sala della Storia è così denominato perché narra, attraverso una serie di pannelli, l’evoluzione e le trasformazioni storiche ed artistiche della Basilica, del Chiostro e del Convento. La sala ospita una variegata raccolta di oggetti provenienti dalla Cittadella Francescana; si distinguano i busti processionali di Roberto D’Angiò e Sancia di Maiorca, la Pace, pregevole manufatto cinquecentesco raffigurante la Visitazione, e la Ruota Conventuale.

    La Sala dei Marmi
    Le opere esposte permettono di seguire lo sviluppo della scultura a Napoli in un arco cronologico che va dal Trecento all’Ottocento. Gran parte di questi reperti ornavano la Chiesa di Santa Chiara al momento del bombardamento del 1943. La sala ospita un bassorilievo, il Fregio delle Storie di Santa Caterina, purtroppo estremamente danneggiato dall’incendio del 1943; tale opera costituisce uno degli esempi più interessanti realizzati nella capitale nel corso del trecento.
    Lungo i pilastri delle arcate sono sistemati una serie di fregi che originariamente ornavano le balaustre dei terrazzi relativi alle celle delle clarisse; ad ogni cella corrispondeva quindi un fregio. Tali ornamenti riproponevano sia gli araldi delle famiglie nobili, poiché bisogna ricordare che il Reale Monastero di S. Chiaraaccoglieva clarisse provenienti dalla nobiltà del regno napoletano, sia la raffigurazione di motivi religiosi.

    La Sala dei Reliquiari
    Il Museo si chiude con la Sala dei Reliquiari. Tale ambiente espone pregevoli reliquiari e paramenti sacri nonché delle sculture lignee a grandezza quasi naturale facenti parti di un presepe. Particolarmente interessante è il busto ligneo raffigurante l’Ecce Homo, raffinato capolavoro rinascimentale di Giovanni da Nola.

    L'Area Archeologica
    L’Area Archeologica consente di visitare le strutture di un Complesso Termale risalente al I/II sec. d.C.. Si tratta di un edificio di notevole importanza sia per la vasta area ricoperta sia per la sua articolata planimetria. L’edificio termale comprende un Laconicum, spazio utilizzato per i bagni di aria calda, ai cui lati erano posti due Tepidaria, vani utilizzati per bagni di media temperatura, un Frigidarium, per bagni a basse temperature, e gli spogliatoi (Apodyterium). Infine vi era anche un’ampia piscina coperta (Natatio).

    La Sala del Presepe
    Il Presepe conservato all’interno del Monastero di Santa Chiara fa parte di una serie di presepi realizzati a Napoli durante il regno di Ferdinando IV di Borbone. Il sovrano era un grande collezionista di presepi e commissionava la realizzazione delle figure ai più importanti scultori dell’epoca, tra essi spicca Giuseppe Sanmartino, artefice del Cristo Velato, uno dei più grandi capolavori di scultura realizzati in Italia nel ‘700.
    La particolarità dei presepi napoletani è data dall’allargamento della scena, che non si limita alla rappresentazione della sacra famiglia, ma inserisce quest’ultima, in un ambiente vivo e vivace che riproduce la Napoli del tempo con le sue architetture, i suoi abitanti e costumi. Per cui ammirare il presepe con tutti i suoi personaggi caratteristici, consente di fare un rapido giro nella Napoli del settecento, tra bottai, artigiani, venditori ambulanti e contadini di passaggio in città; a questo universo si aggiunge il corteo dei magi, abbigliati all’orientale, come i mori che si potevano incontrare in una città già allora cosmopolita. Degna di nota è la minuzia con la quale gli artigiani realizzavano i vestimenti, utilizzando tra l’altrogli stessi tessuti di cui si disponeva in quel tempo.
    Lo studio della realtà coeva si rispecchiava anche nella ulteriore distinzione tra gli abiti dei personaggi importanti, ricamati talvolta anche con fili in oro, e quelli grezzi o laceri della gente comune. Le figure popolari sono raffigurate in tutto il loro realismo espressionistico, impietoso nella descrizione delle fisionomie e dei corpi; un realismo che si ricollega alla pittura naturalistica napoletana del ‘600 e alle bambocciate settecentesche.
    In contrapposizione a tale espressionismo è la realizzazione delle figure sacree degli angeli, caratterizzati da una esecuzione delicata ed aulica, aspetto accentuato dalle vesti dai toni freddi, come l’azzurro, il giallo ed il bianco. Le singole figure erano realizzate intorno ad un’anima di filo di ferro e stoppa;si realizzava solo la testa in terracotta, mentre braccia e gambe erano in legno.
    Tutto ciò consentivadi poter cambiare i movimenti della statuina. Le figure di maggior pregio si distinguono anche per mezzo di piccoli particolari, che testimoniano una rifinitura speciale. Un esempio è dato dagli occhi, che venivano realizzati in vetro ed inseriti dopo la cottura della terracotta. Infine è interessante notare come la natività non si svolga in una stalla, ma presso un monumento romano diroccato. Tale aspetto sottolinea, da un lato, il trionfo del cristianesimo sul paganesimo, e dall’altro, l’interesse che aveva suscitato, tra studiosi e artisti di tutto il mondo, la scoperta, avvenuta nel 1734, dell’antica città di Ercolano.

  3. #3
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    Macchè, oggi vado al Comicon a castel Sant'Elmo a vedere Go Nagai!

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    Per Principato.

    E' mia impressione o nelle descrizioni di S. Domenico, manca una citazione molto importante?

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da decrescenzo2003 Visualizza Messaggio
    Per Principato.

    E' mia impressione o nelle descrizioni di S. Domenico, manca una citazione molto importante?
    Infatti, anche così si distrugge la memoria collettiva di un Popolo. Si parla de Sovrani Aragonesi perchè tanto loro regnarono su Napoli tanti secoli fa; invece di Coloro che resturarono l'indipendenza nazionale, nessun accenno. Non ho trovato una foto una del Pantheon dei più Napoletani tra i Sovrani di Napoli. Embè che fà, mò vado a Santa Chiara con la digitale e ci penso io. Non sono un fotografo professionista, nè ho una macchina da professionista, ma meglio di niene. Eppoi i monaci mi hanno detto che posso fare tutte le foto che voglio!

  6. #6
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  7. #7
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    Ben fatto Citeriò!
    S'anna sapè sti poste!
    Quando iate a Santa Chiara pe Borbone arecurdateve pure d''o Rre Robero. d'Angiò uno d''e cchiu gruosse Rre 'e Napule. Stu rre facette costrui a basilica d''a Natività a Betlemme fatta acopp''a grotta addò nascette Gesù.
    A San Domenico 'a primma nicchia a destra e ll'altare c'''e a tomba d''o Cardinale Ruffo, 'e taute d''e rre Aragona 'e Napule stanno dind''a sagrestia.

 

 

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