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  1. #1
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    Red face Mediterraneo:biodiversità in crisi!

    giovedì 3 maggio



    LA BIODIVERSITÀ NEL MEDITERRANEO
    servizio di Laura De Donato

    C'è chi se ne accorge di fronte ad un banco del supermercato, e chi, più fortunato, la globalizzazione ittica del Mediterraneo la gusta direttamente su una spiaggia.
    Resta il fatto che tutti, ognuno a modo suo, hanno potuto verificare di persona come il pesce nostrano abbia ormai cambiato completamente foggia e gusto.
    L'allarme è serio, ma per fortuna la situazione non è senza speranza. Inquinamento, riscaldamento globale, ipersfruttamento e scarsa cultura alimentare sono gli ingredienti che hanno drasticamente ridotto la biodiversità delle specie marine nelle nostre acque.
    Delle 550 specie di pesce presenti nel Mediterraneo circa 130 sono ormai state soppiantate da cugine di origine tropicale, a causa dell'aumento di temperatura media nell'acqua del mare. Ma ad influenzare i cambiamenti della fauna è anche il mercato, un mercato che chiede, in maggioranza, soltanto una piccola parte delle varietà che la colorata tradizione alimentare e culinaria delle nostre coste potrebbe offrire.
    Così le colture e immissioni di nuovi tipi di pesce assecondano la domanda di poche varietà, in quantità enormi che madre natura, naturalmente, non può procurare ai mercati italiani. E le navi da pesca viaggiano, da un continente all'altro, portando nei nostri piatti vongole, gamberi, aragoste e filetti di pesce che hanno attraversato un paio di oceani prima di raggiungere una padella mediterranea, con sapori, tecniche di pesca e culture che con il mare nostrum non hanno davvero nulla a che fare.
    L'insieme di questi meccanismi porterà, secondo un ampio studio sulla biodiversità degli oceani condotto da biologi marini ed economisti, e pubblicato dalla rivista "Science", ad una sorta di collasso degli ecosistemi marini e della disponibilità di pesce per l'alimentazione.
    "Slow fish", il meeting organizzato a Genova da Slow Food, nel lanciare l'allarme ricorda però che lo stesso studio ha dimostrato che dove sono state istituite aree protette la biodiversità è aumentata del 25% in un periodo compreso fra i 5 e i 10 anni.







    http://www.leonardo.rai.it/tgr/HP_TGR/0,8248,22,00.html

  2. #2
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    non ci stiamo nemmeno rendendo conto dei danni che stiamo creando agli ecosistemi e alle biodiversità.
    alla fine si cercherà di far qualcosa quando ormai sarà troppo tardi, e ben poco si potrà salvare.questo grazie all'attuale classe dirigente schiava dell'oligarchie di potere da cui dipendono per continuare a governare.

  3. #3
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    Predefinito

    In un mare di guai. Oltre la crisi della governance del mare


    Che la pesca sia un'attività in crisi è quasi un luogo comune, ormai. Tre quarti delle popolazioni ittiche e delle risorse marine rinnovabili che l'uomo utilizza sono in stato di grave sofferenza. E l'acquacoltura non è di certo una soluzione perchè i pesci allevati mangiano altri pesci.

    Il "colpevole" della situazione è la "sovra-capitalizzazione": troppi soldi sono stati investiti in navi, reti e mercati sempre più grandi per lo sfruttamento delle risorse del mare. Le conseguenze sul piano ambientale e sociale sono gravi. La pesca eccessiva non distrugge solo le specie ittiche di interesse commerciale. Molti sistemi di pesca poco selettivi. E le "catture accessorie" – termine asettico che certifica l'insana distruzione degli ecosistemi marini - rappresentano a volte la maggioranza di quello che reti, ami e altri sistemi portano a bordo dei pescherecci.

    Per restare a un famoso caso italiano - quello delle spadare - solo il 18 per cento del pescato è costituito dalla specie bersaglio, il pesce spada. Il resto viene rigettato morto in mare. Le scie di gabbiani che vediamo seguire i pescherecci, al rientro in porto, lo testimoniano.

    Le conseguenze della distruzione delle risorse marine non sono solo di tipo ambientale. Le comunità umane che da tempo, anche da millenni, si sostenevano grazie a una lunga e sapiente pratica di gestione delle risorse marine, sono ormai disgregate. La pesca è sempre meno una questione di piccole comunità di pescatore e sempre più un affare da grossi gruppi industriali, con elevata disponibilità di capitali.

    È sintomatico della nostra era che non si riescano a combattere nemmeno le pratiche più rischiose, anche se sono state dichiarate fuori legge. Anni di discussione sulla pesca pirata hanno solo prodotto un'altra denominazione asettica (IUU: Illegal, Unregulated and Unreported, cioè pesca illegale, non regolamentata o non riferita) e poco altro. C'è un problema politico di fondo: una governance impotente di fronte agli interessi economici, a livello nazionale, regionale e globale, che ha innescato la più grande razzia in scala planetaria.

    La pesca industrializzata oggi sta in piedi grazie ai sussidi pubblici che sono stimati almeno a 30/34 miliardi di dollari l'anno. Gli interventi pubblici - orientati correttamente - possono tuttavia orientare le attività della pesca verso pratiche meno pericolose: sono state redatte delle tabelle che distinguono tra sussidi "pericolosi, neutri e positivi". Quelli pericolosi, purtroppo, continuano a imperversare in particolare nella regione del Mediterraneo.

    Greenpeace propone modelli differenti di gestione delle risorse ittiche e, in generale, del mare. Sono modelli riconosciuti anche nel diritto degli stati e delle istituzioni internazionali. Principio precauzionale, approccio ecosistemico, reti di riserve marine non appartengono solo al linguaggio degli ambientalisti. Sono scritte anche negli impegni che gli stati si assumono a parole, continuando poi a rinviare le scadenze e ad annacquare gli obiettivi concordati. Quanto siamo vicini al punto di non ritorno? La crisi della governance degli oceani non è uno scherzo: senza una svolta decisiva, in grado di tutelare davvero le risorse, per il nostro mare non ci sarà futuro.

    Leggi il rapporto in versione integrale
    Leggi la sintesi dei temi del rapporto
    Leggi la scheda sulle recenti osservazioni di spadare
    http://www.greenpeace.org/italy/uffi...n-mare-di-guai

 

 

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