L’accordo su Telecom, le trattative su Alitalia, l’alone di potere diffuso che arriva dalle stanze del sistema bancario diventano oggetto di una offensiva moderata.
Due giorni fa Mario Monti ha parlato dell’esistenza di un governo occulto esercitato dal sistema bancario, ieri una severa intervista all’Espresso, quindici giorni fa era intervenuto duramente con un editoriale sul Corriere della Sera, in cui esprimeva delle critiche alla cultura espansiva delle banche italiane che alcuni osservatori hanno considerato un attacco alla visione del banchiere che meglio rappresenta il ruolo delle banche italiane nell’economia e nella società, Giovanni Bazoli.
Bazoli rintuzza gli assalti spostandosi su un altro piano, dice che IntesaSanpaolo non è una banca legata alla politica.
Ieri è stato spalleggiato da Giuseppe Guzzetti, uno degli azionisti più influenti della banca bazoliana – è presidente della Fondazione Cariplo – intervenuto per dire che le banche sono indipendenti.
Le uscite di Monti arrivano in coincidenza del libro-intervista di Bruno Tabacci (con Sergio Rizzo, Laterza) sull’intreccio tra affari e politica, in cui il parlamentare dell’Udc riformula la sua tesi: l’equilibrio tra potere politico e potere bancario oggi pende dalla parte delle banche.
In una conversazione con il Foglio, Tabacci spiega che non è solo una concomitanza accidentale il fatto che lui e Monti utilizzino toni simili.
“E’ in atto una convergenza con noi dell’Udc e con altri esponenti della classe dirigente”, spiega.
Dunque a partire da un nuovo scontro sul ruolo delle banche sembra prendere vita un’iniziativa politica che è il compimento del tragitto di Tabacci, l’Illustre infiltrato di una coalizione di centrodestra, coalizione che nella sua battaglia contro il nuovo potere economico della finanza in realtà non lo aveva mai assecondato.
Per arrivare alla convergenza con Monti, la conversazione con Tabacci parte proprio dall’analisi della sua complicata stagione nella maggioranza berlusconiana.
“Ho sempre considerato Silvio Berlusconi la risposta dell’antipolitica alla consunzione del sistema dei partiti. Mi sono ritrovato nel centrodestra attraverso un percorso complicato. Quando cercai di rientrare nei Popolari nel 1996, rientrai da destra. La mia idea era quella di andare alle elezioni da soli, di costruire una pattuglia non grande (la quota proporzionale ce l’avrebbe consentito) ma sufficiente per lavorare ai fianchi dei due poli non sulla tattica ma sui contenuti. La leadership popolare dell’epoca aveva un’altra linea. Mi sono ritrovato nell’esperienza dell’Udc continuando a pensarla nello stesso modo. Le posizioni moderate nel bipolarismo sono complicate: perché il buon senso ti porta ad avere delle sponde dalla parte opposta a quella in cui ti trovi. Dunque, il caso dell’infiltrato nasce proprio da questo punto, vado più d’accordo con Enrico Letta che con Roberto Calderoli. Naturalmente ho provato a costruire un caso sulla mia posizione politica, essendo consapevole che molti altri sono nella mia stessa difficoltà. Il luogo del disagio è costituito da un pulviscolo di dissenso che si genera spesso anche a sinistra – i Volenterosi sono il caso più visibile di tale condizione -”.
Qual è lo sbocco politico di questo disagio? Tutto è costruito sulla speranza di una legge elettorale amica?
“Una legge elettorale amica ti aiuta. Ma io credo che i limiti del bipolarismo vadano cercati soprattutto sul piano dei contenuti, cioè sul confronto tra idee differenti sui temi economici, sociali, sugli assetti di potere che governano una società”.
Da questo punto di vista, qual è il senso politico dell’analisi di Tabacci sul potere italiano attuale, sul nuovo bilanciamento tra potere politico e potere bancario, da lui indicato come un rischio?
Tabacci risponde che “il processo di privatizzazione di una parte dell’economia italiana avviato all’inizio degli anni Novanta ha fatto crescere a un ritmo molto sostenuto l’influenza delle banche nella società, fino a trasformarle in un fattore dominante. Come dimostra anche la cultura di chi si propone come banca al servizio del paese, noto che una parte del sistema bancario uscito dalle privatizzazioni si è molto concentrato sulle questioni relative all’assetto del potere nazionale”.
Continua Tabacci:
“Voglio dire che tra Giovanni Bazoli e Alessandro Profumo, preferisco Profumo che costruisce una grande banca proiettata sui mercati internazionali e non una banca che punta a influire sull’economia reale del paese. Se le banche sono troppo forti si determina un altro caso di conflitto d’interessi. Non ho nostalgia del passato, del tempo in cui la politica nominava i banchieri, ma voglio che si riscrivano le regole del gioco”.
Le posizioni espresse da Mario Monti sono sostanzialmente le stesse di Tabacci. Significa che siete già la stessa cosa?
“No – dice – significa innanzitutto che la pensiamo nello stesso modo. Certo, il 18 di aprile Monti è intervenuto a un seminario dei gruppi parlamentari dell’Udc, in cui è venuto a parlare di apertura dei mercati. Credo che questo sia un modo per lavorare insieme sulla questione che accennavo prima. Il bipolarismo va fatto saltare sui contenuti, sulla declinazione delle idee nella realtà”.
Chiediamo a Tabacci di essere ancora più chiaro: sta dicendo che in queste settimane sta nascendo un ticket a tre fatto da Monti-Casini e Tabacci?
“Rispondo in questo modo. C’è una convergenza sempre più forte, e a questa iniziativa guarda con molto interesse anche Luca di Montezemolo”.
Da il Foglio di oggi
saluti




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