«Noi, vittime del sospetto»
Raoul Bova racconta il suo ultimo film Io, L’altro incentrato sulla guerra di civiltà generata dall’11 settembre e sulle conseguenze spesso tragiche che ne possono scaturire
Per fare il suo ultimo film Io, L’altro, Raoul Bova, ha deciso di rinunciare interamente al proprio cachet e di entrare – come spesso succede in America – nella produzione. Perché, spiega l'attore, «Il progetto gli sembrava particolarmente bello ed educativo: fare un film sulla guerra del sospetto scaturita dopo l’11 settembre e sulle conseguenze spesso tragiche cui può portare». La pellicola, diretta dal regista tunisino, da 27 anni in esilio in Italia, Mohsen Melliti, è una storia «ai limiti del teatrale», come la definisce lo stesso Bova girata per un’ora e venti su una barca, dove due amici, il siciliano Giuseppe e il tunisino Yousef ( la scelta dello stesso nome non è casuale), vedranno nell’arco di 24 ore la loro amicizia fraterna trasformarsi, complici le notizie diffuse dalla radio, prima in diffidenza, sospetto e poi in odio. Con l’inevitabile epilogo tragico.
Cosa ti ha spinto ad accettare questo ruolo?
Era innanzitutto una scommessa: un ruolo nuovo, diverso, una storia ai limiti del teatrale. L’argomento poi mi sembrava molto interessante attuale: il fatto che due amici possano arrivare a odiarsi solo perché influenzati dall'esterno. Quanto è facile oggi venire giudicati e condannati e diventare colpevoli attraverso le notizie dei media. Ho ritenuto educativo mostrare quanto il clima del sospetto, scaturito negli ultimi anni, abbia creato una vera e propria guerra di civiltà.
Quali sono state invece le maggiori difficoltà nell’interpretare il tuo personaggio (dialetto siciliano a parte)?
Non ho avuto grosse difficoltà, più che altro c’è stata grande preparazione a monte. Abbiamo fatto tante prove all’inizio, ci siamo messi dentro a un peschereccio a tirare reti per una settimana. Poi è venuto tutto molto naturale. Anzi, forse per la prima volta mi sono trovato senza il "dovere della performance", libero dal giudizio, dalle aspettative del film a “grande budget”. E ho capito quanto è importante sentirsi libero, quando si interpreta un personaggio.
Ti è mai capitato di essere vittima del sospetto?
Credo che questo personaggio sia molto reale; può succedere a ognuno di noi di avere dei sospetti al limiti della paranoia. Forse se mi trovassi in una situazione analoga, un dubbio verrebbe anche a me, perché la paura, il pregiudizio, sono ormai all’ordine del giorno. Qualcuno ci ha installato il seme del sospetto attraverso le notizie che ci arrivano. E' in corso una vera strategia del terrore e tutto questo genera odio, che è forse proprio quello che vogliono loro.
Recentemente hanno riportato delle tue dichiarazioni in cui confessi di esserti sentito razzista dopo i fatti delll’11 settembre. Come commenti?
In realtà non mi sento razzista, ma certo il sospetto, la paura, dopo tutto quello che è successo sono cresciuti dentro di me. E al tempo stesso mi sono anche vergognato di provare questi sentimenti, consapevole del fatto che qualcuno mi ci aveva portato.
E’ vero che hai rinunciato al tuo cachet per fare questo film?
Sì, totalmente. Avevo letto la sceneggiatura prima di andare in America e mi era piaciuta molto, Poi là ho avuto modo di rendermi conto quanto questo tema fosse attuale. Basti pensare che esistono dei videogiochi in cui anziché sparare agli alieni, i ragazzini sparano agli arabi. Insomma, tornato in Italia ho deciso di farlo, ma poiché c’erano pochi soldi, era un film a budget ridottissimo, ho fatto come si usa fare spesso in America ma poco qui da noi: ho rinunciato al compenso e sono entrato nella produzione del film.
Quanto ha influito la tua esperienza di vita americana nel desiderio di prender parte, anche senza stipendio, a questo progetto?
In America c’è un bombardamento mediatico continuo, asfissiante, massacrante, mirato a coltivare il germe dell’odio contro il terrorismo. E soprattutto c’è una realtà molto lampante: molte notizie che noi sappiamo, gli americani non le sanno. Tutto il brutto che fa l’Amercia non viene comunicato, mentre viene dato gran risalto al negativo che fanno gli altri. C’è come una sottile strategia che arriva dall’alto, che mira a raccontare ed enfatizzare quanto sono cattivi gli altri per avere il consenso della massa sulle azioni politiche e militari.
Anche nel film è sottolineato questo condizionato esterno, dei media, nelle reazioni dei personaggi?
Certo. Giuseppe, il mio personaggio, nutre un sentimento sincero di amicizia nei confronti dei Yousef e fino all’ultimo dice: “Non ci voglio credere, non è possibile. Eppure l’hai sentita, la radio…” . E alla fine cadrà vittima di questo condizionamento esterno.
Progetti futuri?
Per ora voglio dedicarmi alla promozione di questo film, poi si vedrà.
Il film è già uscito a Los Angeles, quali sono state le prime reazioni?
Ti dico solo, che all’uscita dalla proiezione, un ragazzo arabo mi si è avvicinato e mi ha detto: "Spero che questo film educhi il mondo perché io, dopo l’11 settembre, ho perso tutti gli amici…"
Sara Gambèro




Rispondi Citando