Verso il Partito democratico
Lo sfogo di Fassino: non finirò nel tritacarne
ROMA—È vero, ultimamente, i rapporti si sono un po’ raffreddati. Ed è quasi un vezzo il ritornello di Arturo Parisi: «Non sono più il consigliere di Romano, sono il ministro della Difesa». Eppure c’è il suo zampino nella decisione del premier che, nel giro di ventiquattr’ore ha cambiato idea. Dopo aver pubblicamente elogiato la road map di Piero Fassino per arrivare al Partito democratico, Prodi ha imposto uno stop.
L'altolà del presidente del Consiglio, naturalmente, ha provocato nel segretario della Quercia una reazione non propriamente benevola, che è sfociata in una lettera aperta all'inquilino di Palazzo Chigi. Ma era stato Parisi a far notare a Prodi che l'itinerario immaginato da Fassino avrebbe consegnato il futuro partito nelle mani della Quercia. Romano — è stato il suo ragionamento — l'idea Ds è quella di raccogliere le adesioni alle feste dell'Unità: così verrebbe eletta un'assemblea costituente composta per due terzi da esponenti loro. Poi Fassino vuole anche indire subito dopo il congresso. Ma queste assise, con una platea congressuale così costruita, ossia quella della costituente, finirebbero inevitabilmente per eleggere a guida del Pd Fassino, o comunque un diessino. Parisi non sarà più il consigliere del premier, ma il premier accetta i suoi suggerimenti. Ed è così che è maturato lo stop. Non all'assemblea costituente che, comunque, si terrà in autunno, ma a tutto il resto: al metodo per eleggerla, al congresso in tempi rapidissimi e al coordinatore unico. Fassino ci è rimasto non male, bensì malissimo. Il segretario ds aveva già dovuto subìre le reazioni della Margherita all'ipotesi di un coordinatore unico. Eppure dicono che Massimo D'Alema, prima di lanciare l'ipotesi poi caldeggiata fortemente da Fassino, avesse avuto degli "affidavit" da una parte dei Dl. In Transatlantico si pronuncia un nome: quello di Dario Franceschini.
Ma, com'era ovvio, è stata la reazione di Prodi quella che ha lasciato Fassino ancor più interdetto. Aveva ben capito che con Rutelli non c'era niente da fare. Ancora ieri il leader della Margherita liquidava la missiva di Fassino con un: «Ci sono cose più importanti a cui pensare». E aggiungeva ironico: «Comunque la data del 16 ottobre per la costituente porta "sfiga": è la stessa data in cui nel 43 ci fu il rastrellamento degli ebrei nel ghetto di Roma». Tanto per gradire. Naturale, allora, che Fassino sia amareggiato. E qualcosina di più. Al Botteghino circola voce che il segretario non abbia neanche avvertito D'Alema che avrebbe mandato quella lettera aperta al premier. Prima, durante, e dopo quella missiva, il leader della Quercia si è sfogato con i suoi: io ho evitato di mandare a quel paese più d'uno, finora, ma a tutto c'è un limite. Ed è andato avanti così. Prendendosela con la Margherita: che cosa vogliono — è stato il suo provocatorio interrogativo — che cacci metà dei miei iscritti per pareggiare con i Dl che ne hanno di meno? E ancora: hanno scatenato il finimondo contro di me solo perché avevo fatto notare che per arrivare alla costituente del Pd ci vuole una guida politica. Il mio era un ragionamento di buon senso». Ma il leader della Quercia ne ha da dire anche su Prodi: non può tenere il piede in due staffe, deve chiarire al vertice di venerdì quello che vuole. Sia lui a prendersi le responsabilità, perché in questo gioco di tutti contro tutti non ci guadagna lui, né ci guadagna la Margherita, ma perde il Pd, prima ancora di cominciare.
Fassino, come ha ribadito lui stesso per tutta la giornata di ieri ai fedelissimi, aveva chiesto un ruolo per mandare avanti il progetto: «Ma di fronte a questo putiferio, io certo non mi faccio mettere nel tritacarne. E non lo dico per me, anche se non si capisce per quale motivo io debba lavorare come un matto alla costruzione del Pd e poi qualcun altro arriva e si porta via il frutto di questo lavoro». No, le motivazioni fornite da Fassino sono altre: «Se non ci sono le condizioni per mandare avanti l'idea di un coordinatore unico, se, anzi, questa proposta deve essere usata per sporcare il progetto del Pd, allora io mi sfilo. Stop a queste polemiche: io a questo progetto ci tengo davvero, e non voglio che fallisca per colpa delle nostre battaglie interne». Timore del tutto legittimo, perché effettivamente il Partito democratico nei sondaggi è messo malino: oscilla dal 23 al 21 per cento. E la somma di Ds e Dl in tutti i rilevamenti è più alta. E allora - è la richiesta del leader della Quercia - sia Prodi a dire direttamente, venerdì, che il coordinatore unico non va bene, sia lui a dire quale strada intende intraprendere. «Per me — osserva Fassino — ci possono essere tre, quattro, cinque coordinatori o venti. L'importante è che ci sia un'investitura e che si vada avanti, altrimenti...». Altrimenti il Pd arriverà già sfiatato alle Europee del 2009. E sotto una certa soglia elettorale si rischia il tana libera tutti, con effetti devastanti per il governo. Dunque, Fassino ha qualcosa da dire a Prodi come a Rutelli. E a D'Alema? I fedelissimi del segretario negano che il ministro degli Esteri abbia voluto mettere in mezzo Fassino con la proposta del coordinatore unico e lo stesso dicono i dalemiani. Ma si sa che il titolare della Farnesina ha due perplessità. Innanzitutto a suo avviso tutte queste fibrillazioni erano «ampiamente prevedibili» e perciò è stato un errore «non governare questo processo» sin dall'inizio. Se D'Alema si riferisca o no a Prodi non è dato sapere. Il secondo dubbio riguarda quest'ultima fase della gestione fassiniana, forse troppo convulsa. A questo punto, quel che accadrà da venerdì è difficile dirlo, ma che il vertice possa sancire la pace in casa democratica è impossibile. Tutt'al più, una tregua. Fino al prossimo scontro.
Maria Teresa Meli
Corriere della Sera 09.05.2007
che penosi...![]()




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