Pubblico di seguito un articolo da me scritto e uscito su un giornale di un circolo di Alleanza Nazionale
Sergio Ramelli.. morire a 18 anni
Questo non è un film, ma potrebbe esserlo, non è una di quelle storie che si tramandano di generazione in generazione e che non si sa se sono autentiche, questa è una storia vera, una storia che spaventa, una storia che come è stato scritto fa ancora paura..
Il 13 marzo 1975 un ragazzo di 18 anni viene aggredito sotto casa sua da due uomini armati di chiave inglese.
Un aggressione vile, tanto più che del tutto immotivata, determinata solo dall’odio politico e dalla rabbia che accecava i giovani di quegli anni settanta.
Una rabbia politica, sociologica.. una rabbia senza perché o forse con tanti perché.. ma inspiegabili.. quasi atavici.
Quel ragazzo di 18 anni si chiamava Sergio Ramelli, non era un “picchiatore fascista” e nemmeno un dirigente del Msi, era solo un ragazzo, un ragazzo che a vederlo adesso nelle foto in bianco e nero un po’ sbiadite fa quasi impressione, quei capelli un po’ lunghi, così come si dice li usassero i ragazzi di “sinistra”, proprio come quelli di coloro che lo hanno “massacrato” a colpi di chiave inglese.
Quel ragazzo si chiamava Sergio Ramelli, era un ragazzo come tanti altri, che viveva i suoi 18 anni diviso tra lo studio, la passione per il calcio, la fidanzata e... la politica.
Frequentava l’Istituto tecnico Molinari di Milano, quando fu bollato con il marchio di “fascista” solo per aver scritto un tema in classe in cui biasimava gli omicidi delle Brigate Rosse. Erano gli anni Settanta, gli anni in cui vigeva la barbara legge dell’ “antifascismo militante” in base alla quale chiunque non professasse idee comuniste era considerato un nemico da colpire e, possibilmente, da abbattere.
Fu così che Sergio dovette subire un “processo popolare” nella sua scuola, indifeso dai professori, dal preside, dai suoi stessi compagni, solo, solo come a 18 anni non bisognerebbe mai essere.
Sergio Ramelli anni 18, fu costretto a cambiare scuola, a lasciare la sua realtà, forse la sua giovinezza, ma non volle tradire i suoi amici e le sue idee continuando a frequentare il Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del MSI. Questa sua semplice coerenza, questo suo coraggio gli valsero la condanna a morte dei “nuovi partigiani”.
Identificato, minacciato, inserito in quelle famose liste di prescrizione che giravano negli anni settanta, inseguito, poi aggredito in un bar, insieme al fratello e, infine, atteso sotto casa, il 13 marzo 1975.
Per colpirlo si era mosso addirittura un commando di 10 persone che neppure lo conoscevano e che utilizzarono una foto “segnaletica” scattata da un suo compagno di classe. Lo aggredirono mentre legava il motorino e gli sfondarono il cranio a colpi di chiave inglese.
47 giorni durò l’agonia di Sergio, in un’alternarsi di speranze e paure fino a quando, alle 10 del mattino del 29 aprile il suo cuore cessò di battere, per sempre fermo a quei suoi 18 anni, a quella sua passione per il calcio, a quegli anni settanta.
Famosa è la foto che lo ritrae in ospedale, i capelli una volta lunghi rasati a zero, la grande fasciatura sulla testa.
Per quel giovane martire, rimasto vittima di una violenza assurda e sconvolgente, non fu però neppure possibile celebrare un dignitoso funerale. Il ricatto della violenza rossa; la viltà delle autorità politiche; la cieca obbedienza delle Forze dell’ordine arrivarono persino a proibire il corteo funebre.
Nessuno degli aggressori di Sergio provò un benché minimo senso di orrore, di smarrimento o di pentimento dopo l’aggressione. Pur sapendo che quel ragazzo, quel loro coetaneo che avevano barbaramente colpito era morto, nessuno pensò di costituirsi o di abbandonare il branco assassino, anzi, continuarono a pestare “fascisti” anche nei giorni in cui Sergio era all’ospedale e, un anno dopo, erano ancora tutti insieme ad assaltare un bar dove ferirono decine di persone una delle quali rimase tutta la vita paralizzata. La loro unica “preoccupazione”, semmai, era quella di non farsi prendere; preoccupazione inutile perché né la polizia, né tanto meno la magistratura mossero un dito per cercare gli assassini di quel ragazzo “scomodo”.
Fu solo per caso che, dieci anni dopo, nel corso di un processo a Prima Linea, saltò fuori un gruppo di pentiti che accusarono il servizio d’ordine di Avanguardia Operaia di aver assassinato Sergio Ramelli. Solo così, uno dopo l’altro, saltarono fuori i nomi dei responsabili e, tra essi, anche quelli di esponenti politici “di spicco” di Democrazia Proletaria. Tutti furono arrestati e confessarono, gettando nello sgomento giornalisti e uomini politici di sinistra.
Il processo per gli assassini di Sergio Ramelli si trasformò in un grande lavacro della coscienza sporca della sinistra italiana. Per settimane, infatti, i giornali furono pieni di servizi speciali dedicati alle violenze degli anni Settanta.
Inutilmente opinionisti e cattivi maestri di ogni genere cercarono di difendere “il contesto storico” in cui quell’omicidio era avvenuto. Si incominciò così a ricostruire la storia di quegli anni in cui tanti giovani urlavano che “uccidere un fascista non è reato” sentendosi emuli delle “gloriose gesta” dei partigiani e godendo dell’impunità, della complicità e persino del compiacimento di tanti ambienti sociali e politici.
Poco per volta l’opinione pubblica riuscì a comprendere che quelli non erano stati anni “formidabili”, come li aveva descritti Capanna, ma un’autentica tragedia nazionale il cui terribile bilancio (in termini di morti e di degrado sociale) ha pesato sulle generazioni successive e ancora gravemente incide sulla vita di noi tutti.
Un bilancio di sangue, ma soprattutto un bilancio di follia, di viltà, di menzogna che non si sana con le tardive condanne agli assassini, ma perpetrando il ricordo di quel barlume di coraggio, di onestà e di coerenza rappresentato proprio dalla breve vita di Sergio Ramelli.
Anni strani quelli.. si poteva morire per nulla.
Una canzone degli "amici del vento" molto in voga in queli anni faceva così:"Vent'anni, vent'anni son pochi per morire.."
Già vent’anni.. quanta differenza averli oggi e averli ieri.
La sorella di Cecchetti (altra vittima degli anni settanta) racconta a Telese nel suo libro “cuori neri”: "C'è stato un tempo folle, in cui anche un ragazzo che non c'entrava nulla, che non faceva politica, che non aveva altra colpa se non quella di trovarsi per strada, d'avanti a un bar, poteva morire ucciso come un cane. Ed è così lontano questo tempo che se lo racconto ad un ragazzo d'oggi nemmeno mi crede".




Rispondi Citando
