Martedì 15 Maggio 2007 dal Messaggero
Repubblica senza banane
Caro Signor Gervaso, lei non perde occasione, compiacendosene, di definire l'Italia una "Repubblica delle banane senza banane". Forse ha ragione, ma vorrei che si spiegasse meglio. Io ho qualche anno più di lei e ho vissuto quelli terribili del fascismo, della guerra e, nel Sud dove vivo, anche del dopoguerra. La guerra l'abbiamo perduta, ma il dopoguerra l'abbiamo vinto. E questo perché, fra tanti difetti, possediamo anche tante virtù. Sia più generoso con questo Paese che resta uno dei più belli, piacevoli, ospitali del mondo.
Eufemia Larussa - Napoli
Cara Amica, sfido chiunque a dimostrarmi che l'Italia, questa Italia, l'Italia che abbiamo sotto gli occhi e in cui viviamo, non sia una repubblica delle banane senza banane (o con banane rancide e immangiabili, che è la stessa cosa).
Sulle cause del degrado - la prima, inequivocabile avvisaglia di decadenza - avrei tante cose da dire, perché tante sono queste cause. Mi limito alle più vistose ed esiziali, vera palla al piede di un Paese che, non sapendo più a che santo votarsi, si è votato a Marx e a Lenin e alla loro anacronistica, frusta, stinta ideologia, ormai giudicata, condannata, archiviata dalla Storia.
Mi dica lei in quale Nazione europea, dopo la caduta del Muro di Berlino, la vecchia fede bolscevica ha ancora tanti chierici e sacerdoti. Nell’“Unione”, come sa, accanto a fior di democratici ci sono i rifondaroli comunisti e i comunisti italiani, con i loro campioncini Giordano e Diliberto (Bertinotti ha, ormai, il suo esclusivo attico nei piani alti del Palazzo). Se l'immagina, alla destra di Gianfranco Fini, i rifondaroli fascisti e i fascisti italiani?
Comunismo e fascismo sono reperti archeologici, pezzi di un passato che non passa mai perché in Italia, finché fa comodo, passa solo quel che si vuole far passare. Passano - ad esempio - gli immigrati clandestini che hanno trovato nel Belpaese il loro Eldorado, il loro Bengodi. Il bello (un bello che io, liberale d'antan, trovo bruttissimo) è che nessuno si stupisce. Da noi fa scandalo solo la normalità, soppiantata dalla diversità, e non solo sessuale. Dalle Alpi alle Madonie, dal Naviglio al Simeto, tutti fanno i propri comodi e, se qualcuno cerca d'impedirglielo, viene bollato con il marchio d'infamia di provocatore, repressore, reazionario.
Non ne posso più di tanta ipocrita melassa, di tanta fellonia, di tanto conformismo e trasformismo. Non ne posso più delle prediche dei moralisti, delle omelie dei buonisti, tartufi cinici e senza scrupoli che difendono i deboli per meglio fottere gli avversari. Io voglio - ma il mio è un chimerico desiderio - che chi ci governa per nostra dissennata delega, ci governi come Dio comanda, non ci racconti balle, non ci faccia promesse che sa di non poter mantenere, non ci vampireggi con balzelli svedesi, in cambio di servizi ugandesi. Io voglio gente seria a destra, a sinistra, al centro. Gente che parli poco e faccia il suo dovere. Gente che non sacrifichi gli interessi della comunità a quelli della propria bottega, della propria lobby, di questo o di quel clan. Basta con i marpioni gelosi dei loro privilegi e pronti ad abusare di ruoli e funzioni pubbliche per carpire consensi e impinguare la propria gerla elettorale.
Non mi vengano a dire, nessuno mi venga a dire perché non sono nato ieri e conosco i miei polli, che il "Palazzo" è al servizio del Paese. Balle. Il "Palazzo", con tutte le sue crepe, la sua muffa, le sue tarme, è al servizio di se stesso. Se qualche inquilino lavora per il popolo che rappresenta viene guardato con sospetto, boicottato, messo, come si dice, nelle condizioni di non nuocere.
Lei segue le cronache politiche e i dibattiti, i talk show che tengono banco su tutte le reti e fanno audience? Sembra di essere allo stadio, in una plaza de toros, su un ring. Tutti ce l'hanno con tutti. Tutti si parlano addosso, dandosi sulla voce. Liti da cortile e da suburra, in un clima da fureria e osteria, dove ognuno pontifica, sputa sentenze, pronuncia oracoli, ergendosi a coscienza critica di una società frastornata e allibita che non crede più in niente e in nessuno. Soprattutto nei profeti e nei salvatori della Patria, con la fedina penale non sempre immacolata e con armadi zeppi di scheletri da far invidia a Redipuglia.
L'Italia, ha detto qualcuno, è come il terzo atto di un'opera di Verdi: tutti cantano, ma è difficile capire il ruolo di ciascuno. Difficile perché nessuno ce l'ha e improvvisa secondo le contingenze e le convenienze del momento. Le gabbane sono come le mutande: si cambiano con la stessa facilità. Ma non perché maleolenti: perché non più di moda.
Di Roberto Gervaso




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