Interessante commento di La Stampa
Nel Comitato per le regole niente giovani e poche donne
FABIO MARTINI
ROMA
Sorridere, sorridere sempre in pubblico, anche quando dentro c’hai il magone. Da anni Romano Prodi cerca di interpretare a modo suo il consiglio che un giorno alla Casa Bianca gli diede Bill Clinton e il Professore se ne deve essere ricordato anche ieri mattina. Subito dopo l’ennesimo vertice dell’Ulivo che ha varato il Comitato promotore del partito democratico, affrontando i cronisti sul portone di piazza Santi Apostoli, Prodi ha esordito così: «Oggi inizia una grande avventura democratica, è nato il Comitato 14 ottobre, il giorno in cui i cittadini, votando, si iscriveranno al partito democratico. Comincia un nuovo partito, qualcosa di diverso dal passato».
Difficile capire se ci fosse una perfetta coincidenza tra quel che Prodi diceva e quel che pensava dentro di sé. Ma ieri mattina i big dell’Ulivo - Romano Prodi, Massimo D’Alema, Francesco Rutelli, Piero Fassino, Arturo Parisi (che accusa «è un comitato di vechia, siano almeno saggi») - nel varare il Comitato che dovrà decidere le regole per l’elezione dell’Assemblea Costituente del futuro partito democratico hanno finito per rigidamente applicare le regole più tradizionali del partitismo nostrano. Lunedì 11 maggio, aprendo un vertice in quel di palazzo Chigi, Prodi aveva detto: «Tra pochi giorni nomineremo un comitato di 30 persone». Bene, in meno di due settimane il numero dei membri è aumentato del 50%, lievitando a quota 45. Da settimane D’Alema, Rutelli e Fassino ripetono: «Massima apertura» e «basta con la logica delle quote».
E invece i 45 del Comitato sono rigidamente divisi per lotti e per correnti. I Ds avevano a disposizione 15 caselle e hanno proposto altrettanti tesserati di partito (D’Alema e 5 dalemiani, Fassino e 4 fassiniani, più Walter Veltroni, il liberal Enrico Morando, Sergio Cofferati, Antonio Bassolino), la Margherita ha messo in campo 11 nomi (6 popolari; Rutelli e 2 rutelliani; più Arturo Parisi e Lamberto Dini ex capofila di due microcomponenti). A Prodi è toccato farsi carico della cosiddetta “società civile” e nella corposa quota prodiana (composta da 19 nomi) compaiono oltre a personaggi collaudatissimi come Giuliano Amato, Ottaviano Del Turco, Agazio Loiero e “annunciati” come Marco Follini, anche personalità decisamente indipendenti come il Governatore sardo Renato Soru, un giornalista da anni simpatizzante come Gad Lerner, Tullia Zevi (già presidente delle Comunità ebraiche italiane), il creatore di Slow Food Carlo Petrini, ma anche una discreta quantità di personaggi “mascherati” da indipendenti in realtà vicini a Ds e Dl e in alcuni casi con tanto di tessera in tasca. Non ha tessera di partito, ma è amico fraterno di Prodi, Angelo Rovati: reduce da qualche acciacco, l’ex consigliere economico del presidente del Consiglio è entrato tra i 45 in virtù di una solitaria decisione del premier che ha sempre considerato un’ingiustizia le dimissioni del suo amico. E dopo tante geremiadi sul rinnovamento (al congresso ds Pierluigi Bersani aveva detto «ci indebolisce la palude, non il movimento!»), né Prodi, né Fassino, né Rutelli sono riusciti a promuovere neppure un under 40 e il meno vecchio della compagnia, come fa notare Mario Adinolfi, è il quarantunenne Enrico Letta. Hanno avuto buon gioco i leader dei movimenti giovanili Ds e Dl a lamentarsi: «Ma il partito democratico non doveva essere il partito dei giovani?». E dopo tanti mea culpa sulle quote rosa a tante bocche spalancate per le scelte del presidente francese Sarkozy, anche nell’«accoglienza» alle donne, nessuna novità: il Comitato ne ospita 16 su un totale di 45. Rituale anche il pentimento: erano passati pochi minuti dalla conclusione della riunione quando Anna Finocchiaro ha detto: «I prossimi passaggi dovranno essere segnati da una maggiore presenza femminile». Durante la breve riunione mattutina Francesco Rutelli aveva posto con forza la questione dell’assenza di rappresentanti dei movimenti ambientalisti, dei consumatori, del volontariato e su questo è intenzionato a dare battaglia.
In un contesto così dominato dalla prudenza, si comprendono le ragioni di alcuni rifiuti, non trapelati ma significativi: hanno rinunciato ad entrare nel Comitato il Governatore del Friuli Venezia Giulia Riccardo Illy, Bruno Manghi e la battagliera presidente di Cittadinanza attiva Teresa Petrangolini. Rifiuti, ma anche esclusioni. Poiché negli ultimi giorni entrare nel Comitato era diventato uno status symbol, molti hanno battuto i piedi. Qualcuno giura di aver ascoltato Lamberto Dini adombrare soluzioni originali («Potrei passare con Bordon!»), sta di fatto che alla fine sono rimasti esclusi tutti quelli (Pierluigi Castagnetti, Livia Turco) che non l’hanno buttata giù dura. E uno fra questi, un ulivista della prima ora come il ministro Giulio Santagata ha chiosato: «Io non ci sono per mia scelta: uno della nomenclatura in meno, uno della società civile in più. Ma lo sforzo di aprire lo ha fatto solo Prodi, dai partiti ci aspettavamo di più».




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