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    Predefinito Francesco Gattiglio, La politica estera di Hugo Chavez: un populismo internazionalist

    Francesco Gattiglio, La politica estera di Hugo Chavez: un populismo internazionalista?

    Riporto un brano dell'ampio saggio di Francesco Gattiglio sulle idee di Hugo Chavez in politica estera compreso nel numero 44 di Trasgressioni. Chi vuole saperne di più si abboni subito alla rivista, seguendo le indicazioni più volte fornite, e magari approfittando delle offerte straordinarie (il blocco-arretrati dal 36 al 43 a soli 21 euro, oppure ognuno di questi numeri a soli 3 euro, se ci si abbona).

    I riferimenti culturali e politici di Hugo Chávez sono chiari fin dalla sua prima apparizione in tv del 1992: il Libertador Simón Bolívar è il principale ispiratore della politica chavista, tanto che con la nuova costituzione del 1999 il Paese assumerà il nome di “Repubblica Bolivariana del Venezuela”. Assieme a Bolívar, vengono citati spesso Ezequiel Zamora e Simón Rodríguez, altri due numi tutelari dell’indipendenza venezuelana, ma il riferimento mira più alla legittimazione nazionale e regionale che alla messa in atto di linee politiche specifiche. Bolívar è considerato un simbolo dell’orgoglio e dell’unità latinoamericana in tutta la regione, e Chávez sfrutta ampiamente la sua popolarità per accreditarsi nel continente. Inoltre, permette al chavismo di riempire il vuoto ideologico che ha alla base, convertendo i difensori attuali di Bolivar nei suoi diretti eredi contro la dominazione straniera, spagnola ieri e statunitense oggi[1][1]. Chávez è riuscito infatti ad attualizzare il pensiero ideologico di un personaggio di 200 anni fa, trasformandolo in senso antimperialista: il riferimento a Bolívar va inteso soprattutto come la volontà di formare un’unione latinoamericana, in netta opposizione al ruolo degli Stati Uniti nella regione. Anche il confronto con gli USA gli ha permesso di guadagnare molti consensi: fin dalla dottrina Monroe gli yankees vengono considerati come il maggior ostacolo al benessere del continente, ed un politico che si oppone loro tanto decisamente non può che essere ben visto, soprattutto dalle fasce più disagiate della popolazione. Lo stesso Chávez cita spesso una frase di Bolívar: “Gli Stati Uniti sembrano destinati dalla provvidenza a seminare in America la miseria in nome della libertà”.
    L’ideologia bolivariana acquista un ruolo chiave soprattutto all’interno del regime chavista: Carlos Blanco parla di “un’enfasi programmatica (quello che avrebbe fatto Bolivar in circostanze simili) etica (la difesa dei valori essenziali della patria) e simbolica (essere fedeli a Bolivar oggi significa essere fedeli alla rivoluzione ed alla sua personificazione diretta, il presidente Chávez)”[2][2]. In questo modo, attaccare Chávez o la rivoluzione vuol dire attaccare Bolivar e con lui l’intero Paese, giustificando in certa misura una punizione, anche solo verbale, per chi si oppone al regime: una situazione del genere contribuirà così a produrre una spaccatura netta nel Paese tra oppositori e sostenitori del regime, polarizzando lo scontro tra le fazioni e distruggendo il centro politico.
    L’ideologia chavista si colloca generalmente a sinistra, come sostenuto dallo stesso Chávez, ma inizialmente non vi è una precisa adesione al marxismo o al socialismo, ed anzi nei primi anni di governo viene rifiutata una categorizzazione del movimento, preferendovi una serie di riferimenti a personaggi simbolici della storia latinoamericana, quali Bolívar, Zamora, Rodríguez. Di sicuro già dal 1998 il MVR guarda con simpatia al marxismo dei propri alleati di governo ed al socialismo cubano. Se non vi è una vera e propria adesione, sicuramente c’è una notevole vicinanza ideologica tra bolivarianismo e socialismo, espressa dallo stesso Chávez:

    Fidel Castro diceva a volte: “Voi in Venezuela la lotta per la giustizia, per l’uguaglianza e per la libertà la chiamate bolivarianismo. Qui la chiamiamo socialismo”. In realtà non si tratta di come si chiama, anche se il nome la definisce. L’ideologia bolivariana è composta di principi rivoluzionari, sociali, umanisti, egualitari[3][3].

    L’ideologia bolivariana viene riassunta dallo stesso Chávez come rivoluzionaria e nazionalista, fondata sui valori nazionali dell’intera America e non solo su quelli venezuelani, internazionalista in quanto bolivariana e cristiana nel senso sociale[4][4]. I riferimenti e le citazione sono numerosi ed estremamente diversi fra loro: si va da Bolívar a Marx, da Gesù Cristo a Perón, fino a Rousseau, Trotsky, Guevara, Hugo, l’inca Atahualpa.
    Un altro riferimento importante per l’ideologia bolivariana è il cristianesimo: in più occasioni Chávez ha ricordato la propria fede religiosa, molto importante in una regione come l’America Latina dove la religione cattolica è estremamente diffusa e ben radicata. La dimensione religiosa si manifesta anche nel periodo di detenzione, quando si inizia a parlare di un postura messianica e mitica di Hugo Chávez. Lo stesso Chávez ha ricordato che “il popolo inventò addirittura una preghiera: “Chávez nostro che sei in carcere, sia santificato il tuo nome”[5][5].
    Dal 2004 l’ideologia bolivariana si orienta sempre più verso il socialismo: nel mese di dicembre, Chávez ricorda che “è finita la fase del golpe, ora si pone il problema del socialismo”[6][6]. I riferimenti ad un “socialismo del XXI secolo” si fanno sempre più frequenti, e collocano definitivamente l’ideologia bolivariana nel solco della visione politica cubana: si moltiplicano i riferimenti a Trotsky, Marx, a Gesù, “il più grande socialista della storia”. Dopo il 2004 Chávez diviene il nuovo paladino del socialismo mondiale, guadagnando così consensi fra i partiti ed i movimenti di sinistra ed estrema sinistra sudamericani ed extra – continentali. In particolare, nel discorso di investitura dell’8 gennaio 2007, il presidente venezuelano annuncia l’intenzione di avviare un vasto programma di nazionalizzazioni, in modo da poter raggiungere il “socialismo del XXI secolo” teorizzato da Steffan Heinz Dieterich: il parlamento approva per l’occasione una nuova Ley habilitante, in modo da lasciare pieni poteri al presidente per 18 mesi, con l’obiettivo della completa nazionalizzazione dei settori dell’energia e delle telecomunicazioni. Le nazionalizzazioni fanno parte di un progetto di più ampio respiro, teso a trasformare il Venezuela in uno stato socialista “moderno”, come proposto da Dieterich: nel suo saggio, l’intellettuale tedesco riprende il “progetto storico” di Karl Marx, ma nel contempo lo critica per non aver proposto un sistema economico valido per la società socialista. Il cuore della proposta di Dieterich sta nella sostituzione del prezzo di mercato dei beni e dei servizi, alla base di un’economia “instabile, antidemocratica e predatrice”[7][7], con un’economia equivalente fondata sul valore del lavoro, cioè il tempo necessario alla produzione di un dato prodotto: “il salario equivarrà al tempo di lavoro fornito, indipendentemente da età, sesso, […] tipo di lavoro, sforzo fisico, preparazione scolastica, dell’abilità e dell’esperienza professionale”[8][8] prevedendo però che “quando la maggior produttività è un merito personale […] il lavoratore deve ricevere una gratificazione addizionale al valore base che ottiene per la giornata”[9][9]. Inoltre, condanna le “democrazie formali reali”, dove i rappresentanti servono solo le élites ed e propri interessi, il popolo è escluso dal processo decisionale e si costituisce in sostanza uno stato classista[10][10], proponendo come alternativa la democrazia partecipativa, senza però specificare la forma che prenderà la nuova forma di stato. Il Nuovo Progetto Storico (NPH) del socialismo del XXI secolo dovrà quindi essere fondato sull’economia equivalente e sulla democrazia partecipativa, per arrivare ad una fase finale con “una società senza economia di mercato, senza stato e senza cultura escludente”[11][11].
    Il pensiero di Norberto Ceresole ha avuto poi molta influenza su Chávez sin dall’amnistia del 1994: nel suo saggio, l’intellettuale argentino sostiene la concentrazione del potere nelle mani di un’unica persona, con l’eliminazione di altre istituzioni come i partiti, i sindacati o il parlamento, e l’instaurazione di un rapporto diretto tra caudillo, esercito e popolo. Nella “postdemocrazia” ceresoliana si sceglie una persona (non un’idea o un’istituzione) cui delegare il potere, senza altre istituzioni titolari di un potere di controllo nei confronti dell’esecutivo: la delega sostituisce in toto la rappresentanza, come già nel cesarismo democratico teorizzato da Laureano Valenilla Lanz nel 1919. Gli elementi della postdemocrazia ceresoliana saranno quindi “un mandato popolare che elegge un leader militare divenuto un caudillo o un leader nazionale, l’assenza di istituzioni civili intermedie, la presenza di un gruppo importante di “apostoli”, nucleo del futuro partito civile – militare, che fanno da tramite tra il caudillo e la massa, l’assenza di ideologizzazioni parassitarie preesistenti”[12][12]. Nello stesso saggio, Ceresole parla della “questione giudaica”, scagliandosi contro la mitizzazione dell’olocausto, usato per “preservare un’impresa coloniale dotata di un’ideologia religiosa (Israele) […] ed ottenere credito politico ed economico dagli stati europei”, e contro le “organizzazioni giudaiche internazionali”[13][13].
    La postura chavista riguardo alla centralizzazione del potere emerge soprattutto nel primo anno di governo, nel periodo che va dall’elezione all’approvazione della nuova costituzione: questo intervallo è caratterizzato dalla distruzione del vecchio regime politico e dalla transizione verso la formazione del regime chavista, anche attraverso le Leyes habilitantes che in due occasioni (nel 2000 e nel 2001) gli concedono poteri straordinari per far fronte alle “crisi istituzionali”. Il tema del rinnovamento della costituzione faceva parte delle aspirazioni chaviste fin dal golpe del 1992, ma anche dei dibattiti politici fin dall’inizio degli anni ’90: da più parti la vecchia costituzione era ritenuta inadeguata, ma nel corso degli anni già due commissioni bicamerali ad hoc non erano riuscite a trovare un accordo in merito. Chávez affronta subito la questione, e già nel suo discorso di investitura del febbraio ’99 annuncia l’intenzione di proporre un referendum sull’eventualità della nuova costituzione. Al referendum i favorevoli alla convocazione di un’Assemblea costituente ottengono l’88%, mentre l’elezione dei delegati si risolve con un plebiscito a favore dei candidati chavisti, che ottengono il 91% dei voti e 119 seggi su 131. La nuova Costituzione viene redatta in pochi mesi, e già in dicembre è approvata con il 71% di voti a favore[14][14]. In questo intervallo temporale, Chávez si concentra sulla delegittimazione delle istituzioni esistenti: il Parlamento viveva nel confronto con un’Assemblea costituente che gli stava sottraendo gradualmente il potere, mentre il potere giudiziario veniva attaccato costantemente per la corruzione al suo interno. Nell’agosto del ’99 viene infine nominata una commissione ad hoc, con il potere di sciogliere la Corte Suprema.[15][15] I rappresentanti locali vengono delegittimati dal Plan Bolivar 2000, di cui parlerò in seguito.





    [1][1] Cfr. Carlos Blanco, Revolución y desilusión, la Venezuela de Hugo Chávez, Los libros de la Catarata, Madrid 2002, p.94.

    [2][2] Ivi.

    [3][3] Intervista con Kintto Lucas, agosto 2002, sito internet www.analitica.com/bitblioteca/ hchavez/brecha.asp.

    [4][4] Cfr. Roberto Massari, op. cit., pp. 118-119.

    [5][5] Luis Bilbao, Chávez y la revolución bolivariana, Aún creemos en los sueños, Santiago 2002., p. 42.

    [6][6] Ibidem, p.124.

    [7][7] Heinz Dieterich Steffan, El socialismo del siglo XXI, sito internet www.rebelion.org/dieterich/dieterich070802.pdf, p. 40.

    [8][8] Ivi.

    [9][9] Ibidem, p.64.

    [10][10] Cfr. ibidem, pp. 21-25.

    [11][11] Ibidem, p. 58.

    [12][12] Norberto Ceresole, Caudillo, ejercito, pueblo:El modelo venezolano o la Posdemocracia, sito internet, http://www.analitica.com/biblioteca/ceresole/caudillo, p. 6.

    [13][13] Ibidem, p. 3.

    [14][14] Cfr. Roberto Massari, op. cit., p. 62, e Carlos Blanco, op. cit., pp. 105-109 e 303.

    [15][15] Cfr. Roberto Massari, op. cit., pp. 66-68.

  2. #2
    Klearchos
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    Chàvez è il migliore!

 

 

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