Stravincerà sicuramente le amministrative.....![]()
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Stravincerà sicuramente le amministrative.....![]()
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il Cav. ha fatto scuola
Roma. Il Cavaliere ha contagiato il
mondo. I più sinistri presagi della più sinistra
informazione si sono realizzati. Se
non ti muovi come il Cavaliere, se non ti
poni come il Cavaliere, se non sei empatico
come il Cavaliere, ti conviene non darti
alla politica, perché lì fa scuola il metodo
Cav. E, guarda caso, la dottrina ha fatto
proseliti là da dove nascevano le tante
critiche stizzite. A sinistra.
Basta guardare PubliFrance, ovvero
madame Ségolène Royal. Il suo programma
per la “democrazia partecipativa”
prevede, come regola numero uno, sorridere
sempre. Ricorda qualcosa? Già. Per
scovare e valorizzare le “pepite” che stanno
nascoste tra i francesi, “bando ai blablabla,
bando alle formule involute, bisogna
parlare in modo semplice”. Andare
dritti ai cuori degli elettori. Ricorda qualcosa?
Già. E ancora, conta lo stile: Ségolène
vuole “cultura e poesia, fervore, allegria,
voglia di vincere, bellezza, luoghi
che ispirano simpatia”. Vuole che, nei dibattiti,
non ci siano frontiere tra la sala e
gli oratori, e che, dopo ogni intervento, si
ringrazi “per iscritto” tutti coloro che partecipano,
si distribuisca un rendiconto
dettagliato di quel che è successo, “si sappia
maneggiare l’ironia” e si consegnino i
gadget, dalle bottiglie di vino della cuvée
Ségolène alle mollettine per i capelli alle
bambine. Ricorda qualcosa? Già.
In più, come vuole la tradizione stabilita
dal Cavaliere, a ogni uscita di Royal corrisponde
un’ondata di parodie da parte degli
oppositori. C’è un blog che si chiama
“Désert d’avenir”, che motteggia il sito di
Ségolène “Désirs d’avenir”, che ha una sezione
perennemente vuota dal titolo: “Quel
che lei dice per certo”. In più il blog ha appena
lanciato un concorso per capire “a
che cosa servirà François Hollande”, compagno
e segretario del Partito socialista. Di
siti così, che colpiscono la signora e i suoi
metodi comunicativi, ne stanno nascendo a
pacchi. Mentre ormai i detrattori la chiamano
“principessa dell’ambiguità” – come
ha fatto Serge Moati su France 5 rivolgendosi
direttamente a lei – Ségolène risponde
serafica, senza sgarrare dalla sua democrazia
partecipativa: “Io sono fatta a immagine
della Francia, che è un paese complesso”.
La complessità del reale va forte nei sondaggi,
gli avversari sono in affanno, Ségolène
si muove scaltra tra immagine e smozzichi
di programma, trasforma quel che appare
come una gaffe in una linea strategica,
si smarca da chi vuole imbrigliarla nell’ortodossia
della politica codificata e contribuisce
a far accadere l’imprevedibile. Tipo:
secondo le tendenze, metà di coloro che
voteranno per Jean-Marie Le Pen alle presidenziali
(dal 13 al 20 per cento dei francesi,
secondo una media dei sondaggi) se il
loro candidato non dovesse arrivare al secondo
turno – ipotesi a oggi per nulla da
scartare – voterebbe per Ségolène. Cioè l’estrema
destra voterebbe per la candidata
dei socialisti. Incredibile? Mica tanto.
Il contagio è contagio. In Olanda, per
esempio, dove alle ultime elezioni si è imposto
il leader della Rifondazione comunista
locale, Jan Marijnissen, un ex metalmeccanico
maoista che si è messo la giacca,
è diventato un onorevole realista, si è
trovato ad arringare le folle in campagna
elettorale come se fosse un leader di vecchia
data e ha conquistato 27 seggi in Parlamento,
diciassette in più rispetto a quelli
che aveva. E da che parte sono arrivati
alcuni di quei voti? Dai sostenitori di Pim
Fortuyn, il carismatico leader dell’estrema
destra olandese ucciso da un ambientalista
nel 2002. Marijnissen è ormai considerato
il “Pim rosso”.
La capacità di intercettare voti tra i più
disparati. Ecco che cosa spaventa del regime
change impostato dal Cav. Sarà un caso,
ma per questi leader comincia a farsi
largo un verbo che risuona familiare: saranno
in grado di “lead”, di guidare il loro
paese? Se lo chiede Newsweek per Ségolène
nel numero in edicola in questi
giorni e se lo chiedono con insistenza molti
commentatori per un altro politico molto
comunicativo: il leader dei conservatori
inglesi, David Cameron. Il quale ha preso i
Tory e li ha rivoltati. Nuovo logo, nuova impostazione,
tanto ambientalismo, tanto sociale
e infine pure un’uscita più da Lib-
Dems che dal capo del partito che fu di
Churchill: la guerra in Iraq ha aumentato
il terrorismo. Per ora è tutto effetto speciale
– il contagio si è fermato qui – e c’è
chi dice che la carta del puro giovanilismo
rimarrà sul tavolo ancora per un bel pezzo,
la ciccia arriverà più avanti, tanto ancora
ieri i sondaggi del Guardian dicevano che
negli ultimi quattordici anni non s’era mai
visto un conservatore così amato.
L’effetto è arrivato anche a casa nostra
ed è rimbalzato al di là dell’oceano. Due
leader che si assomigliano parecchio hanno
imparato alla scuola del Cav., pure se
mai lo ammetteranno. Sono il sindaco di
Roma, Walter Veltroni, e il presidenziabilissimo
democratico Barack Obama. Il primo
ha detto che contro il dominio dell’immagine
ci vuole la bella politica e ha organizzato
un sontuoso evento immagine, con
tanto di cinque euro di prezzo del biglietto.
Il secondo gioca sulla sua candidatura
alla Casa Bianca nel 2008: prima annuncia
la sua discesa in campo col piglio serio dell’ufficialità
e poi invece si tratta di un endorsement
per il campionato di football.
Subito dopo Obama lancia uno spot che è
tutto un abbraccio di donne-vecchi-bambini
e sotto la sua voce che ripete il discorso
fatto alla convention di Boston, il discorso
con cui si è confermato l’idolo del partito e
con cui ha lanciato il suo messaggio di speranza
e di “american dream”. Poi libri,
eventi, copertine di Men’s Vogue, molta
presenza, molto favore dei mass media,
guai seri per gli avversari.
Per tutti la domanda resta la stessa, il
Cav. ha risposto con cinque anni di governo.
Saranno in grado di “lead” i loro paesi?
Paola Peduzzi
.
A fool and his money can throw one hell of a party.


In genere chi fa scuola rimane poi vittima dei suoi stessi insegnamenti, che gli altri (più furbi) imparano come e meglio del "maestro", specie non appena lui mostra qualche segno di debolezza.
Occhio quindi a non inorgoglirsi troppo: dietro ai complimenti c'è la fregatura.....




Dalla risposta priva di senso, deduco che non hai capito il senso della mia replica.
Provo a spiegartelo con parole più semplici, magari così ci arrivi: la Lega per anni ha fatto del federalismo il suo cavallo di battaglia, riscuotendo consensi crescenti, anche elettorali, per un tema ritenuto di una certa importanza dai cittadini.
Col tempo però, molti avversari (e anche alleati) della Lega si appropriarono del tema, spesso in modo furbesco, e qualcuno lo applicò pure (modifica del Titolo V della Costituzione), a modo suo.
La Lega tentò di rilanciare col referendum sulla Devolution, ma la secca sconfitta segnalò che, come minimo, il tema era stato mal posto agli elettori o, addirittura, il tempo del federalismo leghista era scaduto.
Ti è più chiaro adesso il perchè della mia osservazione?
Con la tua nobile laurea non dovrebbe essere difficile capire, anzi, dovresti essere tu a spiegarmi le cose in questi termini.


E' l'unico vero anticomunista rimasto...un profeta...




Ah, dov'è candidato?
O facciamo che il risultato delle elezioni locali vale per il leader della maggioranza e dell'opposizione?
Ok, per ora Prodi vince 12 regioni a 2, adesso vedremo i comuni che comunque dovrebbero contare almeno dieci volte di meno in termini di punteggio, ti pare?

