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  1. #1
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    Predefinito [Rivoluzionari 6] Jean Thiriart

    ripropongo e integro i testi di una discussione aperta poco fa:

    Il 3 giugno 1968, Roger Coudroy, trentenne ingegnere francese della Peugeot, arruolatosi nelle Brigate Europee di Jean Thiriart (Jeune Europe) cade in Palestina nelle file dei feddayn in uno scontro a fuoco con gli israeliani. È il primo europeo a cadere per la causa palestinese. Jean Thiriart (nella foto), ex SS belga e fondatore del partito nazionale europeo JE ha iniziato l'arruolamento degli europei per la difesa della causa palestinese. Le pressioni governative in Europa l'obbligheranno a mettere fine a questo progetto.


    da Noreporter.org

  2. #2
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    Jean Thiriart: l'Europa come rivoluzione
    Di Francesco Boco

    Il profeta dell'Europa unita da Dublino a Vladivostok: autocratica, armata, anti-imperialista, comunitaria. Il destino rivoluzionario di una Grande Nazione: l'Eurasia.
    Le tesi di Jean Thiriart vengono oggi riscoperte, il concetto di Eurasia, che può apparire ai più come una novità assoluta, in realtà era già presente negli scritti di Jean Thiriart posteriori al crollo del Muro di Berlino, o ad esso appena precedenti, ma noi osiamo credere che fosse già una possibilità tenuta in considerazione anche negli anni della militanza politica di Jeune Europe (1). Unici ostacoli al tempo erano l'imperialismo sovietico ed il dogmatismo leninista-marxista, superati trent'anni dopo.
    Il concetto di Europa in Thiriart assume sin dall'inizio un'accezione rivoluzionaria. Era una presa di coscienza a cui tutti i veri rivoluzionari europei venivano chiamati: unico nemico oggettivo e globale venivano considerati gli Stati Uniti d'America.

    Eurasia vs U$A

    Nell'articolo L'Europa come Stato e l'Europa come Nazione si faranno contro gli USA viene affrontato il tema per niente secondario, e pertinente con quanto si dirà in seguito, dell'indipendenza dell'Europa - e quindi dell'Eurasia di cui oggi dibattiamo - dal controllo statunitense sul suolo continentale. Leggiamo dal testo: "L'Europa ufficiale non perviene a costituirsi poiché essa è impastoiata nella contraddizione esplicita di fare una nazione che già in partenza si riconosce essere alla dipendenza di un'altra". Tema quanto mai attuale, così come attuale risulta la configurazione politica dell'Impero europeo. Chi oggi dubita dell'asservimento delle cricche di Bruxelles agli interessi d'Oltreoceano e a quelli del portafoglio? Siamo nel 2004 e le cose non sono certo migliorate, pure con la formazione, a parole, della Comunità Europea. Oggi più che mai è necessario riscoprire, rivedere ed attualizzare l'opera di Jean Thiriart.
    Da quanto detto sopra la conclusione che sia un dovere dell'Europa farsi contro gli USA. Poiché chi ritiene che il modello americano debba essere importato sul nostro continente agisce contro i nostri interessi e a favore di chi dal '45 non si trova sul nostro suolo per il nostro bene, ma per conseguire i propri scopi politici, economici e soprattutto geopolitici a lungo termine. E da qui la sentenza lapidaria: "Chi collabora con gli Americani è un traditore dell'Europa". Eppure Thiriart aveva ben presenti i pericoli insiti in una opposizione radicale nei confronti degli USA, ebbe a dire: "Una nazione si forgia nella lotta e si tempra col sangue. I rischi sono grossi ma bisogna correrli"(2).
    Prendendo ispirazione dal Risorgimento italiano, ed in particolare dalle cosiddette "Soluzioni garibaldine", Thiriart propone quindi un'azione di liberazione armata dall'occupante statunitense. "Un rivoluzionario europeo deve quindi fin d'ora contemplare come un'ipotesi di lavoro un'eventuale lotta armata insurrezionale contro l'occupante americano"(3). D'altra parte non rappresenta una novità, per chi abbia una qualche conoscenza della vicenda thiriartiana, il progetto di formare delle Brigate Europee, che per svariate contingenze non videro mai la luce. Già nel 1967 scrisse: "Nel quadro di un'azione planetaria contro le usurpazioni dell'imperialismo degli Stati Uniti, cioè nel quadro di un'azione quadricontinentale contro Washington, bisogna contemplare una presenza militare europea che per il momento, nella stessa Europa, è prematura. Ma questa presenza militare può e deve affermarsi su altri teatri d'operazioni, in America del Sud, nel Vicino Oriente. […] Bisogna potersi far la mano in Bolivia o in Colombia, prima di fare lo stesso in Europa"(4).
    Quindi un'Europa rivoluzionaria, intesa come continente unito in totale opposizione all'egemonia liberal-capitalista statunitense; ed è pure necessario specificare che nel protendersi verso Est, l'Europa Nazione altro non era che l'Eurasia in potenza di cui oggi tanto si parla. Non a caso nel 1992 fece la sua comparsa un articolo di Thiriart dal titolo, divenuto poi un celebre ed efficace motto, L'Europa fino a Vladivostok , in cui si configura in linee generali quale dovrebbe essere la forma della nuova Europa, quella che noi oggi chiamiamo Eurasia. A distanza di quasi trent'anni dall'auspicio del formarsi di un Europa da Brest a Bucarest ecco quindi ripresentarsi Thiriart con una proposta provocatoria, stimolante e quanto mai futuribile: l'Europa da Dublino a Vladivostok.

    Lo Stato a dimensione continentale

    La necessità della formazione di uno spazio continentale armato prende le mosse da un avvenimento storico ben preciso da cui Thiriart trae le sue conclusioni: il crollo dell'URSS, dovuto in particolare all'insufficienza teorica della concezione statale marxista. Inconcepibile ed inaccettabile per Thiriart è l'idea marxista-anarchica dell'estinzione dello Stato e l'accettazione formale da parte di Lenin delle repubbliche indipendenti. Insomma le fondamenta della costruzione sovietica erano già marce. Non può durare uno Stato continentale quale l'URSS se al suo interno vi sono divisioni regionali, federaliste o di altro tipo, pure se formali. I cosiddetti "satelliti" sovietici oggi sono per la maggior parte divenuti vassalli della potenza USA, nella minor parte Stati a sé stanti. Il crollo dell'URSS permette allora al geopolitico belga, ma forse avrebbe gradito di più europeo, di estendere le sue teorie alla vastissima massa orientale considerata quale naturale completamento dell'Europa fino a Bucarest di cui abbiamo detto. Nel concepire lo Stato continentale, la Grande Nazione, l'Imperium, Thiriart prende ispirazione da una frase dell'abate Sieyes: "Sovrana è soltanto la Nazione. La Nazione non ha ordini, né classi, né gruppi. La sovranità non si divide e non si trasmette." Essendo la sua una visione giacobina dello Stato afferma che esso dovrà essere laico e nessun aspetto della sfera privata, del Dominium, dovrà interferire negli affari della società. La nazione continentale, l'Eurasia di domani, nella visione thiriartiana, dovrà essere uno Stato politico, un sistema aperto ed in espansione, così definito: "Lo Stato politico rappresenta l'espressione della volontà degli uomini liberi verso un futuro collettivo. Lo stato politico […] consente agli individui di conservare l'individualità personale nel quadro della società"(5). Thiriart tratta di uno Stato unitario delle nazioni europee, depurato delle teorie federative e autonomiste. Esso deve considerarsi INDIVISIBILE.
    Poco sopra abbiamo utilizzato i termini Imperium e Dominium; essi vengono utilizzati diffusamente da Thiriart per descrivere le due sfere del politico da prendere in considerazione nel momento in cui si vada a strutturare l'Europa-continente.

    Imperium, lo Stato-continente unitario

    Imperium rappresenta l'Europa unita, all'interno della quale non vi possono essere divisioni né minoranze. Esso rappresenta un'unità comunitaria di uomini(6). Solo un Imperium potente - poiché, dirà altrove, è la potenza a garantire la libertà -, dinamico e spietato nel conseguire i suoi scopi avrà un futuro. E quindi sarà necessario che uno Stato che voglia essere indipendente sia armato in maniera adeguata, e perché ciò sia possibile esso dovrà conseguire un grado di sviluppo demografico, economico ed industriale sufficiente e soprattutto essere autarchico per quanto concerne le materie prime. Sarà quindi necessaria un'unione tra l'Europa occidentale, altamente industrializzata, e la sconfinata Siberia, fornita di inesauribili risorse(7).
    "L'esercito è popolare e integrato […]. Questo esercito sarà completamente subordinato al potere politico". Thiriart parlerà anche di libera mobilità dei lavoratori all'interno della Grande Nazione e di una valuta unica per tutto il territorio. Il comunitarismo thiriartiano stimola la libera impresa e la concorrenza tra piccoli produttori, tra aziende con un ridotto numero di lavoratori, mentre prevede un controllo statale per le imprese con un volume di occupazione piuttosto alto. E' un sistema "a geometria variabile", intermedio fra capitalismo industriale e socialismo classico. In sostanza si tratta del lavoro di tutti per il bene di tutti, pure con una certa autonomia concessa nel piano del privato e degli interessi personali. Altrove ammetterà l'importanza della proprietà privata perchè radica l'uomo.

    Dominium, la sfera del privato

    Il Dominium rappresenta invece la sfera del privato, l'individuo con le sue particolarità e necessità personali, intime. Ogni libertà che non leda all'unità ed alla stabilità dell'Imperium è quindi garantita nella sfera privata. A Thiriart sta molto a cuore il tema della religione e della sua influenza negli affari di Stato. Come già detto egli concepisce lo Stato laico e comunitario nell'usanza giacobina-bolscevica; la religione rappresenta un'attività privata che per nessun motivo deve influire nella sfera sociale, pubblica. "Nell'Imperium laico dell'Unione delle repubbliche europee la libertà di confessione religiosa sarà permessa (preferirei scrivere "ammessa") nel quadro del Dominium e soppressa inesorabilmente al primo tentativo di interferire con l'area di competenza dell'Imperium"(8).
    La configurazione in linee generali dell'Impero dal Dublino a Vladivostok diviene quanto mai necessaria nel momento in cui la Russia perde ogni possibilità di essere una potenza a livello mondiale. Gli USA rappresentano l'unico nemico per la Russia, la loro azione di disgregazione della passata URSS e poi della odierna Russia furono previste da Thiriart; oggi noi individuiamo la minaccia nelle azioni di accerchiamento messe in atto dalla potenza talassocratica.

    L'Eurasia come Rivoluzione

    "Se la conservazione è il contrario della Tradizione che è rivoluzionaria, la Sovversione, come tutti i fenomeni di ribellismo del mondo moderno, è una rivoluzione di segno contrario, una Contro-rivoluzione, sempre nel senso tradizionale del termine. Essa infatti, nel momento stesso in cui pretende di distruggere le forme del presente (e questo è il suo aspetto più positivo) lo fa nel nome e nel segno della "modernità", come categoria mentale e spirituale […]. La sovversione tende a ribaltare le forme del passato per conservare l'essenza del presente, cioè il modernismo antitradizionale, cercando così di arrestare il vero processo rivoluzionario che chiuda un ciclo e ne apra uno nuovo. E' insomma un'altra forma della conservazione […]. Nel mondo moderno, alla fine di un ciclo, ogni distruzione del passato e del presente è propedeutica al compiersi del ciclo storico medesimo"(9).
    I pensieri di Jean Thiriart ci introducono alle prospettive future nel migliore dei modi. L'Eurasia in potenza, un continente nei fatti sotto assedio prima ancora della sua creazione, rappresenta quindi la distruzione di ogni passato e presente ancorato ai canoni temporali della modernità.
    Un superamento di ogni contrapposizione creata ad arte, il rifiuto dell'ottica distorta dello "scontro di civiltà", ma soprattutto l'identificazione dell'unico Nemico: "Motivazioni e fini possono essere divergenti, ma il Nemico è unico e supera ogni barriera ideologica o politica; solo chi ragiona così è un vero rivoluzionario, a prescindere dalla rivoluzione che ha in mente. […]E' la teorizzazione dei due fronti e molte trincee"(10).
    La Rivoluzione nel segno della Tradizione per l'Eurasia e, conseguentemente, per la Terra tutta, avverrà attraverso una unione continentale spirituale, politica, militare ed economica di tutte le genti da Reykjavik a Vladivostok, dall'Atlantico al Pacifico. Solo con la liberazione rivoluzionaria di tutte le genti sfruttate ed oppresse della Terra potrà avvenire la catarsi che ci condurrà alla nuova alba, al nuovo ciclo di prosperità e luce(11).

    Note
    1 - "In un tempo più lontano la frontiera dell'Europa passerà indubbiamente per Vladivostok, poiché pensiamo che l'istinto di conservazione finirà per vincere sulle ideologie e che in quel giorno la Russia avrà bisogno degli Europei per arginare la marea gialla." Da J. Thiriart, La grande nazione - 65 tesi sull'Europa, SEB 1992. Il testo è stato pubblicato per la prima volta negli anni '60.
    2 - Jean Thiriart, L'Europa come Stato e l'Europa come…, dal sito Progetto Eurasia.
    3 - Ibidem.
    4 - Tratto da J. Thiriart, USA: le declin d'une egemonie, in La Nation Européenne, nr. 18, luglio 1967, p. 4/8 , citato in Da Jeune Europe alle Brigate Rosse, SEB, pag. 33.
    5 - Jean Thiriart, L'Europa fino a Vladivostok 1992, dal sito Progetto Eurasia.
    6 - "Nello Stato politico non possono esservi "minoranze", giacchè queste hanno a che fare soltanto con le individualità, mentre la collettività ha a che fare con l'Imperium". J. Thiriart, Art. cit.
    7 - Ancora intorno al concetto di Imperium di cui sopra: lo Stato continentale così configurato postula che nessun territorio può distaccarsi da esso o rendersi in qualche modo autonomo, eppure questo Impero non si estenderà per conquiste ma per annessione volontaria.
    8 - J. Thiriart, Art. cit.
    9 - da Carlo Terracciano, Rivolta contro il mondialismo moderno, Noctua Edizioni, 2002, pag. 144.
    10 - C. Terracciano, op. cit., pag. 145.
    11 - Cfr. a questo proposito, seppure incompleto, il nostro articolo L'avanguardia di liberazione rivoluzionaria: le Tre Alleanze ovvero le Tre Unioni in www.terradegliavi.org.


  3. #3
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    Jean Thiriart e Julius Evola: una conciliazione possibile?
    Di Francesco Boco


    Aleksander Dugin ed il neoeurasismo russo, unire Thiriart ad Evola.
    Non bisogna dunque fissarsi al presente e alle cose vicine,
    ma aver anche in vista le condizioni che potranno delinearsi
    in un tempo futuro.
    Allora il principio da seguire può essere quello di lasciar
    libero corso alle forze e ai processi dell’epoca,
    mantenendosi però saldi e pronti ad intervenire quando
    “la tigre, che non può avventarsi contro chi la cavalca,
    sarà stanca di correre.”
    Julius Evola, Cavalcare la Tigre


    Già in Jean Thiriart: l’Europa come rivoluzione abbiamo affrontato la teoria geopolitica di Thiriart riassumibile nella formula “Europa unita da Dublino a Vladivostok”, tuttavia non abbiamo accennato ad un argomento che oggi si impone necessariamente alla nostra attenzione.
    La dottrina geopolitica grand-europea o se preferiamo eurasiatica risulta, oltre che incomprensibile, pressoché inadeguata alle esigenze future se ad essa non si associa una rivalutazione, una attualizzazione di quei valori astorici di tipo tradizionale i quali, soli, sono capaci di restituire alle genti d’Eurasia e della Terra, i veri e più profondi principi per una vita secondo giustizia ed armonia.
    Non è di secondaria importanza quindi considerare come possa accordarsi la visione tradizionalista di Julius Evola con la geopolitica ad indirizzo eurasista.
    Dugin prende in considerazione questo tema in un paragrafo del suo saggio “Julius Evola ed il tradizionalismo russo”. Facciamo brevemente il punto.
    In “Imperialismo Pagano” emerge la pressoché nulla stima nei confronti dei popoli slavi, dei quali si dice che non conobbero la tradizione, vedendo forse nell’Est una terra barbarica, nemico naturale delle tradizioni centro-europee. La visione geopolitica evoliana, né Oriente (capitalismo americano) né Oriente (comunismo sovietico) – Europa coincide sostanzialmente con la visione geopolitica iniziale propria di Jean Thiriart: né Occidente, né Oriente – Europa Imperiale.
    In Evola quindi “la valutazione del socialismo come qualcosa di essenzialmente antitradizionale va di pari passo con la scarsa stima per la civiltà slava.”1
    Tuttavia in Thiriart il socialismo non è più un nemico, esso presenta dei lati positivi. “Egli ha riconosciuto nel sistema socialista sovietico molte più affinità con i propri ideali che non nel mondo capitalista.”2
    Nel momento in cui Thiriart lancerà il motto “l’Europa da Dublino a Vladivostok”, di fatto affermerà la compatibilità del terzaforzismo europeo con l’orientamento eurasiatico socialista.
    Pure senza abbandonare la propria avversione nei confronti dei sistemi comunisti: “tra un mezzo secolo il comunismo arriverà, volente o nolente, al comunitarismo.”3
    Questa frase è tratta da un testo degli anni ’60: non sbagliò previsione.
    Thiriart individuò nel nazional-comunismo, cioè in un comunismo scevro del dogmatismo marxista ed arricchito dal sentimento di appartenenza nazionale, un alleato ed anzi un sistema politico attuabile. In ogni caso il sistema ideale era il comunitarismo, un socialismo a dimensione nazionale, che avrebbe dovuto riformare il comunismo e sostituire il capitalismo.
    Con l’individuazione del nemico unico negli USA “il campo socialista è stato piuttosto percepito come “il possibile alleato”.”4
    Con la nuova teoria geopolitica dell’Impero Euro-sovietico, l’Eurasia oggi così attuale, la formula divenne, di fatto: Oriente contro Occidente, eurasisti contro atlantisti.
    Crollati i regimi comunisti di dottrina marxista - poiché il nazional-comunismo è un comunitarismo a dimensione imperiale-continentale – la teoria thiriartiana dell’Impero Euro-sovietico attualizza coerentemente la rivolta antimodernista evoliana. Parliamo di rivoluzione in senso originario quindi, una vera e propria rivolta contro ciò che rappresenta il mondo moderno in ogni suo aspetto.
    Il problema principale che Evola pone all’uomo differenziato “è di carattere interno: rialzarsi, risorgere interiormente, darsi una forma, creare in sé stessi un ordine e una drittura […] ricostruire lentamente un uomo nuovo da animare mediante un determinato spirito e una adeguata visione della vita.”5
    “L’Impero euro-sovietico da Vladivostok fino a Dublino, il campo della rivolta paradossale dei “rossobruni” eurasisti in cerca del Regnum si oppone totalmente alla modernità – a questa modernità che si concretizza escatologicamente nel “dominio assoluto del capitale” e nella “mentalità semitico-mercantile”, nell’avvento finale del tipo sociale che non appartiene né alla terza, né alla quarta casta tradizionale indoeuropea – tutto ciò si può dedurre dalla lettura “russa” di Evola, dalla lettura “rivoluzionaria” di Evola che sbriciola la scolastica tradizionalista impotente, accademica, e rincuora e rivivifica il suo spirito che, d’altronde, non è morto.”6
    Dugin e la corrente eurasista parlano di Imperium7 Eurasiatico, un contatto con la dottrina evoliana8 è solidamente presente anche in questo caso. Oltre all’antimodernismo radicale insito nella teoria geopolitica eurasista, pure l’idea ghibellina ne esce rivalutata.
    “La sua formula ghibellina è chiara: l’Impero contro la Chiesa, Roma contro il Vaticano, la sacralità organica e immanente contro le astrazioni devozionali e sentimentali della fede. […]Per i tradizionalisti ortodossi la separazione cattolica tra il Re e il Papa non è concepibile e rivela l’eresia, chiamata precisamente “eresia latina”. In questa concezione russo-ortodossa si ritrova l’ideale puramente ghibellino in cui l’Impero è talmente valorizzato teologicamente che non si può concepire la Chiesa come qualcosa di estraneo e isolato da esso.” 9
    E quindi Terza Roma – Terzo Reich – Terza Internazionale. Eurasia.
    Pure l’avversione evoliana nei confronti dei popoli slavi non regge per quanto concerne l’aspetto della tradizione religiosa: “secondo lui l’intera tradizione cristiana è l’espressione della degenerazione ciclica, una radice della decadenza dell’Occidente tradizionale e la “sovversione” dello spirito del Sud, della mentalità “semitica” proiettata al Nord europeo ariano.”10
    Dugin scrive: “Il devozionismo e il papismo del Vaticano sono gli oggetti di critica costante dell’Ortodossia contro il cattolicesimo. […]Lo spirito ortodosso è contemplativo, apofantico, esicastico, comunitario e risolutamente anti-individualista. Il fine nettamente dichiarato dell’Ortodossia è la “deificazione” dell’uomo per via ascetica descritta nei termini puramente esoterici e utilizzando i procedimenti iniziatici.”11
    Jean Thiriart ha profondamente influenzato la visione eurasista, di cui oggi ne è il portavoce più conosciuto Aleksander Dugin; unire le teorie geopolitiche eurasiste al tradizionalismo evoliano dona una solida dimensione mistica e spirituale a quello che altrimenti resterebbe niente più che pragmatismo politico.
    Ci troviamo di fronte quindi ad una visione del mondo imperiale, comunitaria, radicalmente antimodernista. Se Jean Thiriart, da giacobino e pragmatico, non prese in considerazione la dimensione spirituale e tradizionale nei suoi scritti , a sua volta Evola non diede una dimensione geopolitica definita ai suoi studi sulla Tradizione. La sua visione politica finì con l’individuare negli USA il “male minore” in periodo di Guerra Fredda12, con l’elogiare l’Arabia Saudita Waabita preferendola all’Egitto rivoluzionario e socialista di Nasser13 , così come ad elogiare l’efficienza militare dell’entità sionista, quale avamposto della “civiltà occidentale”.
    Insomma, le posizioni politiche di Evola certo poco ci avrebbero rappresentato, ciò che oggi ci interessa è una attualizzazione delle dottrine tradizionali da lui studiate, cosa che l’Imperium Eurasia tenta di fare su scala continentale.

    Note:
    1 - A. Dugin, “Julius Evola ed il tradizionalismo russo”, Edizioni Nuovi Orizzonti Europei
    Pag. 10

    2 - A. Dugin, op. cit. Pag. 11
    3 - J. Th., “La grande nazione…” , SEB, Pag. 50
    4 - A.Dugin, op. cit. Pag. 11
    5- Julius Evola, “Orientamenti”, Ar Pag. 19
    6 - A. Dugin, op. cit. Pag. 12
    7 - “… deve stabilirsi una gerarchia vera, debbono differenziarsi nuove dignità e, al vertice, deve troneggiare una superiore funzione di comando, di imperium.” In J. Evola, op. cit. Pag. 25
    8 - “Solo nel segno dell’Impero l’Europa potrebbe tornare una – una come una nazione spirituale ed un blocco di civiltà.” Julius Evola, “Impero e civiltà” in Imperium n.2 giugno 1950, ristampa anastatica a cura di Settimo Sigillo.
    9 - A. Dugin, op. cit. Pag 3; Evola scriverà : “Spiritualmente, è il prender forma di un tipo di cultura caratterizzata dal dualismo, dalla depoliticizzazione, dalla scissione e dall’assolutizzazione del particolare.” In Imperium, ristampa anastatica.
    10 - A. Dugin, op. cit. Pag. 7
    11 - A.Dugin, op. cit. Pag. 7
    12 - “A guardar solo all’immediato, sussiste di certo la scelta del male minore perchè la vittoria militare dell’”Oriente” implicherebbe la distruzione fisica immediate degli ultimi esponenti della resistenza. Ma in sede di idea, Russia e Nord-America sono da considerarsi come due branche di una stessa tenaglia in via di stringersi definitivamente intorno all’Europa.” In J. Evola, op. cit. Pag. 24
    13 - Cfr. Claudio Mutti, “Evola e Nasser”, in La Nazione Eurasia, Anno 1 Numero 6 Luglio 2004 in particolare: “Altrettanto difficile è comprendere come Evola potesse individuare l’ortodossia islamica in un paese quale l’Arabia Saudita, governato da una tendenza (quella wahhabita) che in tutto il mondo dell’Islam, sia sunnita sia sciita, è sempre stata per lo più considerata come settaria ed eretica. Inoltre è veramente strano che proprio uno studioso come Evola, molto più smaliziato di tanti altri circa i retroscena della storia, trascurasse il fatto che l’Arabia Saudita era nata dalle operazioni più o meno occulte dell’Inghilterra, interessata a fomentare il nazionalismo arabo contro la Turchia e a garantirsi il controllo sulla penisola arabica. Come se non bastasse, verso la fine degli anni Cinquanta la monarchia saudita era una pedina di prim’ordine del nuovo imperialismo mondiale: quello statunitense. Ma Evola - duole parecchio essere costretti a ricordare certi limiti del suo pensiero - aveva stabilito che l’Occidente capitalista era, non certo “in sede di idea”, bensì in una ricognizione tattica delle circostanze contingenti, il “male minore” […]Ora, se Evola aveva torto allorché esprimeva il timore che l’occidentalizzazione portasse i paesi musulmani tra le braccia del comunismo, aveva invece ragione quando osservava che l’emancipazione politica dei paesi musulmani coloniali si accompagnava spesso all’adozione di elementi culturali estranei alla cultura islamica.”

  4. #4
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    Thiriart il Lenin della rivoluzione europea
    Di Rene Pellissier

    Co-fondatore del Comité d'Action et de Défense des Belges d'Afrique (CADBA), costituito nel Luglio 1960 immediatamente dopo le violenze di Léopoldville e di Thysville, di cui furono vittime i Belgi del Congo, e co-fondatore del Mouvement d'Action Civique che successe al CADBA, il belga Jean Thiriart nel Dicembre 1960 lanciò l'organizzazione Jeune Europe che per diversi mesi sarà il principale sostegno logistico e base di retrovia dell'OAS-Metro. Fino a qui, sembrerebbe, niente di più che l'itinerario, tutto sommato classico, di un uomo della destra più estrema. Tuttavia, i partigiani europei devono molto a Thiriart - e quello che gli devono non permette certo di classificarlo di "estrema destra"! Gli devono la denuncia della "impostura chiamata Occidente" (è il titolo di un editoriale di Jean Thiriart nel mensile La Nation Européen, no.3, 15 Marzo/15 Aprile 1966) (1) e la denuncia dei sinistri pagliacci che sono i suoi difensori, da Henri Massis a Ronald Reagan; la designazione degli Stati Uniti come nemico principale dell'Europa (Thiriart vi aggiunse, dal 1966, il Sionismo - la rivista Conscience Européenne che si rifaceva a Thiriart, titolava il suo numero 7 dell'Aprile 1984: "Imperialismo americano, sionismo: un solo nemico per la Nazione Europea"). Gli devono l'idea di un'Europa indipendente ed unita, da Dublino a Bucarest, poi da Dublino a Vladivostok (2) e l'idea di un'alleanza con i nazionalisti arabi e i rivoluzionari del Terzo Mondo. Gli devono infine l'abbozzo, con l'organizzazione Jeaune Europe, di un Partito Rivoluzionario europeo, che s'inspira ai principi leninisti, e la versione modernizzata di un socialismo che vuole essere nazionale (Nazione europea), comunitario e "prussiano". I trascorsi di Thiriart e le influenze ideologiche che ha subito, non fanno di lui, a priori, un uomo d'estrema destra. Nato a Liegi in una famiglia liberale che aveva forti simpatie per la sinistra, Thiriart milita dapprima nella Jeaune Garde socialista e nell'Unione Socialista antifascista. Poi, durante la guerra, collabora al Fichte Bund, organizzazione d'ispirazione nazionalbolscevica, diretta ad Amburgo dal dottor Kessemaier. Nello stesso tempo è membro dell'AGRA (Amici del Grande Reich Tedesco) che raggruppava, in Belgio, gli elementi d'estrema sinistra favorevoli alla collaborazione europea, e all'annessione al Reich. Negli anni '40, il corpus dottrinale thiriartiano è già in opera. Da quest'epoca, lo si può qualificare come rivoluzionario ed europeo. Solo particolari circostanze politiche (indipendenza del Congo, secessione katanghese, questione algerina, problema rhodesiano, etc...) portano, negli anni dal 1960 al 1965, Thiriart a sposare, provvisoriamente, le tesi dell'estrema destra. Si impegna in effetti nella lotta per il Congo belga (poi il Katanga di Moise Chombé), per l'Algeria francese e la Rhodesia, perché gli sembra che all'Europa, economicamente e strategicamente, sia necessario il controllo dell'Africa: Thiriart è un fermo sostenitore dell'Eurafrica. Inoltre, Thiriart porta il sostegno di Jeune Europe all'OAS, perché una Francia-OAS gli pare l'ideale trampolino per l'auspicata Rivoluzione europea. Ma dal 1964/65, Thiriart si separa dall'estrema destra, della quale respinge in blocco il piccolo-nazionalismo, l'anticomunismo intransigente, la sottomissione agli interessi capitalisti, l'atlantismo, il pro-sionismo e, particolarmente tra i Francesi, il razzismo antiarabo e lo spirito di crociata contro l'Islam. Essendo fallita l'esperienza dell'OAS (divisa, pusillanime, senza ideologia rivoluzionaria o coerente progetto politico), Thiriart rivolge le sue speranze prima sul gollismo (1966), tenta poi d'ottenere l'appoggio cinese (tramite Ceausescu incontra Chu-en-Lai a Bucarest) ed infine l'appoggio arabo. Il suo impegno rivoluzionario e il suo pragmatismo lo portano, dopo aver combattuto per il Congo belga e l'Algeria francese, ad auspicare l'alleanza Europa-Terzo Mondo (3). Thiriart non si è tuttavia rinnegato, il suo progetto rimane lo stesso: l'indipendenza e l'unità dell'Europa. La sua lucidità gli permette di distinguere nelle guerre coloniali come nelle lotte politiche che vi sono succedute, lo stesso nemico dell'Europa: gli Stati Uniti che un tempo armavano e appoggiavano le rivolte contro le colonie europee per sostituirsi ai colonizzatori europei e che, oggi, sostengono massicciamente il sionismo la cui agitazione bellicista ed "antirazzista" in Europa (razzista in Israele, il sionismo è antirazzista nel resto del mondo) minaccia la sopravvivenza stessa dell'Europa. Nel 1969, deluso dal relativo fallimento di Jeaune Europe e dalla timidezza degli appoggi esterni, Jean Thiriart rinuncia provvisoriamente alla lotta. Ma negli anni '70-'80, la sua influenza, il più delle volte indiretta, si fa sentire sull'ala radicale (neo-fascista) dei movimenti d'estrema destra, dove l'ideale europeo fa la sua strada; sui gruppo nazionalrivoluzionari e socialisti europei che s'ispirano allo stesso tempo a Evola, Thiriart ed al maoismo (4) (si tratta in particolare dell'Organizzazione Lotta di Popolo in Italia, Francia e Spagna, e, in larga misura, dei suoi corrispondenti tedeschi dell'Aktion Neue Rechte, poi di Sache des Volkes, cfr. Orion no.62); ed infine, sulla Nouvelle Droite (a partire dalla svolta ideologica operata dagli anni '70-'80 dalla giovane generazione del GRECE, attorno a Guillaume Faye). Nel 1981 Thiriart rompe il silenzio che osservava dal 1969 e annuncia la pubblicazione di un libro: L'Impero eurosovietico da Vladivostok a Dublino. Ormai preconizza l'unificazione dell'Europa da parte dell'Armata Rossa e sotto la guida di un Partito Comunista (euro-)sovietico preventivamente sbarazzato dallo sciovinismo pan-russo e dal dogmatismo marxista (5). Oggi Thiriart si definisce un nazionalbolscevico europeo. Ma non ha fatto che precisare ed aggiustare alla situazione politica attuale i temi che difendeva negli anni '60. Nello stesso tempo, sotto l'impulso di Luc Michel, hanno visto la luce un Parti Communautaire National-Européen, e una rivista, Conscience Européenne, che riprendono l'essenziale delle idee di Thiriart. Se si vuole, Thiriart è stato il Lenin della Rivoluzione Europa, ma un Lenin che aspetta sempre il suo Ottobre 1917. Con l'organizzazione Jeune Europe, ha tentato di creare un Partito rivoluzionario europeo e di suscitare un movimento di liberazione su scala continentale nell'epoca in cui l'ordine di Yalta era contestato tanto ad Ovest da De Gaulle, che all'Est da Ceausescu e dai diversi nazionalcomunismi. Ma questo tentativo non è potuto riuscire per mancanza di seri aiuti esterni e di un terreno favorevole all'interno (ossia una crisi politica ed economica che avrebbe potuto rendere le masse disponibili per un'azione rivoluzionaria a vasto raggio). Non è certo che questo appoggio e questo terreno manchino ancora per molto! E' importante seguire, ininterrottamente, la via tracciata da Jean Thiriart. Cioè diffondere i concetti thiriartiani e formare, sul modello di Jeune Europe, i quadri dell'Europa rivoluzionaria di domani.
    Note
    1) Il tema antioccidentale sarà ripreso, circa 15 anni più tardi, dalla Nuovelle Droite, nella rivista Eléments (no.34, "Pour en finir avec la civilisation occidentale", Aprile/Maggio 1980). 2) L'idea della Grande Europa, da Dublino a Vladivostok, apparve timidamente negli scritti di Jean Thiriart all'inizio degli anni '60. Il neo-destrista Pierre Vial, difende chiaramente quest'idea nell'articolo intitolato "Objectif Sakhaline", in Eléments no.39, estate 1981. 3) L'alleanza Europa-Terzo Mondo è oggetto di un libro di Alain de Benoist, Oltre l'Occidente. Europa-Terzo Mondo: la nuova alleanza, La Roccia di Erec. 4) Per molti militanti nazionalrivoluzionari, la Libia del Colonnello Gheddafi, così come la Rivoluzione Islamica, hanno rimpiazzato, oggi, la Cina popolare come modello. 5) Negli anni '60, Thiriart teorizzava la formazione di Brigate Europee che, dopo essersi addestrate in teatri d'operazione esterni (Vicino Oriente, America Latina), ritornerebbero a portare sul suolo europeo, quando si verificassero circostanze politiche, una guerra di liberazione. La direzione politica di quest'operazione sarebbe spettata al Partito Rivoluzionario Europeo, prefigurato da Jeune Europe. Negli anni '80, nello spirito di Thiriart, l'Armata Rossa e il PCUS, hanno rimpiazzato le Brigate Europee e Jeune Europe.
    fonte: Le Partisan Européen, 9 Gennaio 1937; tratto dal volume La Grande Nazione, SEB, Milano 1993; visto su La Nazione Eurasia n° 11



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    Introduzione al libro di Jean Thiriart
    Un impero di 400 milioni di uomini: l’Europa
    di Claudio Mutti


    L’ultimo ricordo che ho di Jean Thiriart è una lettera che mi scrisse alcuni mesi prima di morire: mi chiedeva di indicargli una località isolata sugli Appennini, dove potersi accampare un paio di settimane per fare qualche escursione sui monti. Quasi settantenne, era ancora pieno di vitalità: non si lanciava più col paracadute, però navigava con la barca a vela sul Mare del Nord.

    Negli anni Sessanta, in qualità di giovanissimo militante della Giovane Europa, l’organizzazione da lui diretta, ebbi modo di vederlo diverse volte. Lo conobbi a Parma, nel 1964, accanto a un monumento che colpì in maniera particolare la sua sensibilità di “eurafricano”: quello di Vittorio Bottego, l’esploratore del corso del Giuba. Poi lo incontrai in occasione di alcune riunioni della Giovane Europa e in un campeggio sulle Alpi. Nel 1967, alla vigilia dell’aggressione sionista contro l’Egitto e la Siria, fui presente a un’affollata conferenza che egli tenne in una sala di Bologna, dove spiegò perché l’Europa doveva schierarsi a fianco del mondo arabo e contro l’entità sionista. Nel 1968, a Ferrara, partecipai a un convegno di dirigenti della Giovane Europa, nel corso del quale Thiriart sviluppò a tutto campo la linea antimperialista: “Qui in Europa, la sola leva antiamericana è e resterà un nazionalismo europeo ‘di sinistra’ (…) Quello che voglio dire è che all’Europa sarà necessario un nazionalismo di carattere popolare (…) Un nazionalcomunismo europeo avrebbe sollevato un’ondata enorme di entusiasmo. (…) Guevara ha detto che sono necessari molti Vietnam; e aveva ragione. Bisogna trasformare la Palestina in un nuovo Vietnam”. Fu l’ultimo suo discorso che ebbi modo di ascoltare.

    Jean-François Thiriart era nato a Bruxelles il 22 marzo 1922 da una famiglia di cultura liberale originaria di Liegi. In gioventù militò attivamente nella Jeune Garde Socialiste Unifiée e nell’Union Socialiste Anti-Fasciste. Per un certo periodo collaborò col professor Kessamier, presidente della società filosofica Fichte Bund, una filiazione del movimento nazionalbolscevico amburghese; poi, assieme ad altri elementi dell’estrema sinistra favorevoli ad un’alleanza del Belgio col Reich nazionalsocialista, aderì all’associazione degli Amis du Grand Reich Allemand. Per questa scelta, nel 1943 fu condannato a morte dai collaboratori belgi degli Angloamericani: la radio inglese inserì il suo nome nella lista di proscrizione che venne comunicata ai résistants con le istruzioni per l’uso. Dopo la “Liberazione”, nei suoi confronti fu applicato un articolo del Codice Penale belga opportunamente rielaborato a Londra nel 1942 dalle marionette belghe degli Atlantici. Trascorse alcuni anni in carcere e, quando uscì, il giudice lo privò del diritto di scrivere.

    Nel 1960, all’epoca della decolonizzazione del Congo, Thiriart partecipa alla fondazione del Comité d’Action et de Défense des Belges d’Afrique, che di lì a poco diventa il Mouvement d’Action Civique. In veste di rappresentante di questo organismo, il 4 marzo 1962 Thiriart incontra a Venezia gli esponenti di altri gruppi politici europei; ne esce una dichiarazione comune, in cui i presenti si impegnano a dar vita a “un Partito Nazionale Europeo, centrato sull’idea dell’unità europea, che non accetti la satellizzazione dell’Europa occidentale da parte degli USA e non rinunci alla riunificazione dei territori dell’Est, dalla Polonia alla Bulgaria passando per l’Ungheria”. Ma il progetto del Partito europeo abortisce ben presto, a causa delle tendenze piccolo-nazionaliste dei firmatari italiani e tedeschi del Manifesto di Venezia.

    La lezione che Thiriart trae da questo fallimento è che il Partito europeo non può nascere da un’alleanza di gruppi e movimenti piccolo-nazionali, ma deve essere fin da principio un’organizzazione unitaria su scala europea. Nasce così, nel gennaio 1963, la Giovane Europa (Jeune Europe), un movimento fortemente strutturato che ben presto si impianta in Belgio, Olanda, Francia, Svizzera, Austria, Germania, Italia, Spagna, Portogallo, Inghilterra. Il programma della Giovane Europa si trova esposto nel Manifesto alla Nazione Europea, che esordisce così: “Tra il blocco sovietico e il blocco degli USA, il nostro compito è di edificare una grande Patria: l’Europa unita, potente, comunitaria (…) da Brest sino a Bucarest”. La scelta è a favore di un’Europa decisamente unitaria: “Europa federale o Europa delle Patrie sono delle concezioni che nascondono la mancanza di sincerità e la senilità di coloro che le difendono (…) Noi condanniamo i piccoli nazionalismi che mantengono le divisioni tra i cittadini della NAZIONE EUROPEA”. L’Europa deve optare per una neutralità forte e armata e disporre di una forza atomica propria; deve “ritirarsi dal circo dell’ONU” e sostenere l’America Latina, che “lotta per la sua unità e per la sua indipendenza”. Il Manifesto abbozza un’alternativa ai sistemi sociali vigenti nelle due Europe, proclamando la “superiorità del lavoratore sul capitalista” e la “superiorità dell’uomo sul formicaio”: “Noi vogliamo una comunità dinamica con la partecipazione nel lavoro di tutti gli uomini che la compongono”. Alla democrazia parlamentare e alla partitocrazia viene contrapposto una rappresentanza organica: “un Senato politico, il Senato della Nazione Europea basato sulle province europee e composto delle più alte personalità nel campo della scienza, del lavoro, delle arti e delle lettere; una Camera sindacale che rappresenti gli interessi di tutti i produttori dell’Europa liberata dalla tirannia finanziaria e politica straniera”. Il Manifesto conclude così: “Noi rifiutiamo l’Europa teorica. Noi rifiutiamo l’Europa legale. Noi condanniamo l’Europa di Strasburgo per crimine di tradimento. (…) O vi sarà una NAZIONE o non vi sarà indipendenza. A questa Europa legale che rifiutiamo, noi opponiamo l’Europa legittima, l’Europa dei popoli, la nostra Europa. NOI SIAMO LA NAZIONE EUROPEA”.

    Accanto a una scuola per la formazione politica dei militanti (che dal 1966 al 1968 pubblica mensilmente “L’Europe Communautaire”), la Giovane Europa cerca di dar vita a un Sindacato Comunitario Europeo e, nel 1967, a un’associazione universitaria, Università Europea, che sarà attiva particolarmente in Italia. Dal 1963 al 1966 viene pubblicato un organo di stampa in lingua francese, “Jeune Europe” (con frequenza prima settimanale, poi quindicinale); tra i giornali in altre lingue va citato l’italiano “Europa Combattente”, che nel medesimo periodo riesce a raggiungere una frequenza mensile. Dal 1966 al 1968 esce “La Nation Européenne”, mentre in Italia “La Nazione Europea” continuerà ad uscire, a cura dell’autore di queste righe, anche nel 1969 (un ultimo numero sarà pubblicato a Napoli nel 1970 da Pino Balzano).

    “La Nation Européenne”, mensile di grande formato che in certi numeri raggiunge la cinquantina di pagine, oltre ai redattori militanti annovera collaboratori di un certo rilievo culturale e politico: il politologo Christian Perroux, il saggista algerino Malek Bennabi, il deputato delle Alpi Marittime Francis Palmero, l’ambasciatore siriano Selim el-Yafi, l’ambasciatore iracheno Nather el-Omari, , i dirigenti del FLN algerino Chérif Belkacem, Si Larbi e Djamil Mendimred, il presidente dell’OLP Ahmed Choukeiri, il capo della missione vietcong ad Algeri Tran Hoai Nam, il capo delle Pantere Nere Stokeley Carmichael, , il fondatore dei Centri d’Azione Agraria principe Sforza Ruspali, i letterati Pierre Gripari e Anne-Marie Cabrini. Tra i corrispondenti permanenti, il professor Souad el-Charkawi (al Cairo) e Gilles Munier (ad Algeri).

    Sul numero di febbraio del 1969 appare una lunga intervista rilasciata a Jean Thiriart dal generale Peròn, il quale dichiara di leggere regolarmente “La Nation Européenne” e di condividerne totalmente le idee. Dal suo esilio madrileno, l’ex presidente argentino riconosce in Castro e in Guevara i continuatori della lotta per l’indipendenza latinoamericana intrapresa a suo tempo dal movimento giustizialista: “Castro – dice Peròn – è un promotore della liberazione. Egli si è dovuto appoggiare ad un imperialismo perché la vicinanza dell’altro imperialismo minacciava di schiacciarlo. Ma l’obiettivo dei Cubani è la liberazione dei popoli dell’America Latina. Essi non hanno altra intenzione se non quella di costituire una testa di ponte per la liberazione dei paesi continentali. Che Guevara è un simbolo di questa liberazione. Egli è stato grande perché ha servito una grande causa, finché ha finito per incarnarla. È l’uomo di un ideale”.

    Per quanto riguarda la liberazione dell’Europa, Thiriart pensa a costituire delle Brigate Rivoluzionarie Europee che intraprendano la lotta armata contro l’occupante statunitense. Già nel 1966 egli ha avuto un colloquio col ministro degli Esteri cinese Chu En-lai, a Bucarest, e gli ha chiesto di appoggiare la costituzione di un apparato politico-militare europeo che combatta contro il nemico comune (1). Nel 1967 l’attenzione di Thiriart si dirige sull’Algeria: “Si può, si deve prendere in considerazione un’azione parallela e auspicare la formazione militare, in Algeria, fin da ora, di una sorta di Reichswehr rivoluzionaria europea. Gli attuali governi di Belgio, Paesi Bassi, Inghilterra, Germania, Italia sono in diversa misura i satelliti, i valletti di Washington; perciò noi nazionaleuropei, noi rivoluzionari europei, dobbiamo andare a formare in Africa i quadri di una futura forza politico-militare che, dopo aver servito nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente, un giorno potrà battersi in Europa per farla finita coi Kollabos di Washington. Delenda est Carthago” (2). Nell’autunno del 1967 Gérard Bordes, direttore de “La Nation Européenne”, si reca in Algeria, dove entra in contatto con la Segreteria Esecutiva del FLN e col Consiglio della Rivoluzione. Nell’aprile del 1968 Bordes ritorna ad Algeri con un Mémorandum à l’intention du gouvernement de la République Algérienne firmato da lui stesso e da Thiriart, nel quale sono contenute le proposte seguenti: “Contributo europeo alla formazione di specialisti in vista della lotta contro Israele; preparazione tecnica della futura azione diretta contro gli Americani in Europa; creazione di un servizio d’informazioni antiamericano e antisionista in vista di un’utilizzazione simultanea nei paesi arabi e in Europa”.

    Siccome i contatti con l’Algeria non hanno nessun seguito, Thiriart si rivolge ai paesi arabi del Vicino Oriente. D’altronde, il 3 giugno 1968 un militante di Jeune Europe, Roger Coudroy, è caduto con le armi in pugno sotto il fuoco sionista, mentre con un gruppo di al-Fatah cercava di penetrare nella Palestina occupata.

    Nell’autunno del 1968 Thiriart viene invitato dai governi di Bagdad e del Cairo, nonché dal Partito Ba’ath, a recarsi nel Vicino Oriente. In Egitto assiste ai lavori d’apertura del congresso dell’Unione Socialista Araba, il partito egiziano di governo; viene ricevuto da alcuni ministri e ha modo di incontrare lo stesso Presidente Nasser. In Iraq incontra diverse personalità politiche, tra cui alcuni dirigenti dell’OLP, e rilascia interviste a organi di stampa e radiotelevisivi. Ma lo scopo principale del viaggio di Thiriart consiste nell’instaurare una collaborazione che dia luogo alla creazione delle Brigate Europee, le quali dovrebbero partecipare alla lotta per la liberazione della Palestina e diventare così il nucleo di un’Armata di Liberazione Europea. Davanti al rifiuto del governo iracheno, determinato da pressioni sovietiche, questo scopo fallisce. Scoraggiato da questo fallimento e ormai privo di mezzi economici sufficienti a sostenere una lotta politica di un certo livello, Thiriart decide di ritirarsi dalla politica militante.

    Dal 1969 al 1981, Thiriart si dedica esclusivamente all’attività professionale e sindacale nel settore dell’optometria, nel quale ricopre importanti funzioni: è presidente della Société d’Optométrie d’Europe, dell’Union Nationale des Optométristes et Opticiens de Belgique, del Centre d’Études des Sciences Optiques Appliquées ed è consigliere di varie commissioni della CEE. Ciononostante, nel 1975 rilascia una lunga intervista a Michel Schneider per “Les Cahiers du Centre de Documentation Politique Universitaire” di Aix-en-Provence ed assiste Yannick Sauveur nella compilazione di una tesi universitaria intitolata Jean Thiriart et le national-communautarisme européen (Università di Parigi, 1978). Quella di Sauveur è la seconda ricerca universitaria dedicata all’attività politica di Thiriart, poiché sei anni prima era stata presentata all’Università Libera di Bruxelles una tesi di Jean Beelen su Le Mouvement d’Action Civique.

    Nel 1981, un attentato di teppisti sionisti contro il suo ufficio di Bruxelles induce Thiriart a riprendere l’attività politica. Riallaccia i contatti con un ex redattore della “Nation Européenne”, lo storico spagnolo Bernardo Gil Mugarza (3), il quale, nel corso di una lunga intervista (centootto domande), gli dà modo di aggiornare e di approfondire il suo pensiero politico. Prende forma in tal modo un libro che Thiriart conta di pubblicare in spagnolo e in tedesco, ma che è rimasto finora inedito.

    Nel 1982 incontra Luc Michel, che due anni più tardi fonda in Belgio un Parti Communautaire National-Européen. Thiriart diventa una sorta di consigliere politico di questo partito e collabora a “Conscience Européenne”, il periodico diretto da Luc Michel.

    All’inizio degli anni Ottanta, Thiriart lavora a un libro che non ha mai visto la luce: L’Empire euro-soviétique de Vladivostok à Dublin. Il piano dell’opera prevede quindici capitoli, ciascuno dei quali si articola in numerosi paragrafi. Come appare evidente dal titolo di quest’opera, la posizione di Thiriart nei confronti dell’Unione Sovietica è notevolmente cambiata. Abbandonata la vecchia parola d’ordine “Né Mosca né Washington”, Thiriart assume ora una posizione che potrebbe essere riassunta così: “Con Mosca contro Washington”. Già tredici anni prima, d’altronde, in un articolo intitolato Prague, l’URSS et l’Europe (“La Nation Européenne”, n. 29, novembre 1968), denunciando gli intrighi sionisti nella cosiddetta “primavera di Praga”, Thiriart aveva espresso una certa soddisfazione per l’intervento sovietico e aveva cominciato a delineare una “strategia dell’attenzione” nei confronti dell’URSS. “Un’Europa occidentale NON AMERICANA – aveva scritto – permetterebbe all’Unione Sovietica di svolgere un ruolo quasi antagonista degli USA. Un’Europa occidentale alleata, o un’Europa occidentale AGGREGATA all’URSS sarebbe la fine dell’imperialismo americano (…) Se i Russi vogliono staccare gli Europei dall’America – e a lungo termine essi devono necessariamente lavorare per questo scopo – bisogna che ci offrano, in cambio della SCHIAVITU’ DORATA americana, la possibilità di costruire un’entità politica europea. Se la temono, il modo migliore di scongiurarla consiste nell’integrarvisi”.

    A Mosca, Thiriart ci va nell’agosto 1992 assieme a Michel Schneider, direttore della rivista “Nationalisme et République”. A fare gli onori di casa è Aleksandr Dugin, il quale nel marzo dello stesso anno ha accolto Alain de Benoist e Robert Steuckers e in giugno ha intervistato alla TV di Mosca l’autore di queste righe, dopo averlo presentato agli esponenti dell’opposizione “rosso-bruna”. L’attività di Thiriart a Mosca, dove si trovano anche Carlo Terracciano e Marco Battarra, è intensissima. Tiene conferenze stampa; rilascia interviste; partecipa a una tavola rotonda con Prokhanov, Ligacev, Dugin e Sultanov nella redazione del giornale “Den’”, che pubblicherà sul n. 34 (62) un testo di Thiriart intitolato L’Europa fino a Vladivostok; ha un incontro con Gennadij Zjuganov; si intrattiene con altri esponenti dell’opposizione “rosso-bruna”, tra cui Nikolaj Pavlov e Sergej Baburin; discute con il filosofo e dirigente del Partito della Rinascita Islamica Gejdar Dzemal; partecipa a una manifestazione di studenti arabi per le vie di Mosca.

    Il 23 novembre, tre mesi dopo il suo rientro in Belgio, Thiriart è stroncato da una crisi cardiaca.

    Apparso nel 1964 in lingua francese, nel giro di due anni Un Empire de 400 millions d’hommes: l’Europe vide la luce in altre sei lingue europee. La traduzione italiana venne eseguita da Massimo Costanzo, (all’epoca redattore di “Europa Combattente”, organo italofono della Giovane Europa), il quale presentò l’opera con queste parole: “Il libro di Jean Thiriart è destinato a suscitare, per la sua profondità e per la sua chiarezza, un forte interesse. Ma da dove deriva questa chiarezza? Da un fatto molto semplice: l’autore ha usato un linguaggio essenzialmente politico, lontano dai fumi dell’ideologia e dalle costruzioni astratte o pseudometafisiche. Dopo una lettura attenta, nel libro si possono anche trovare impostazioni ideologiche, ma queste traspaiono dalle tesi politiche e non il contrario, come fino ad oggi è avvenuto nel campo nazionaleuropeo”. Nonostante le riserve che alcune “impostazioni ideologiche” dell’Autore (eurocentrismo, razionalismo, giacobinismo ecc.) potranno suscitare, il lettore di questa seconda edizione italiana probabilmente concorderà con quanto scriveva Massimo Costanzo quarant’anni or sono; anzi, si renderà conto che questo libro, senza dubbio il più famoso dei testi redatti da Thiriart (4), è un libro preveggente ed attuale, per quanto inevitabilmente risenta della situazione storica in cui venne concepito. Preveggente, perché anticipa il crollo del sistema sovietico, e questo una decina d’anni prima dell’”eurocomunismo”; attuale, perché la descrizione dell’egemonia statunitense in Europa è ancor oggi un dato reale; anzi, l’analisi thiriartiana dell’imperialismo si avvale della lettura di un autore come James Burnham, che già negli anni Sessanta candidava gli USA al dominio mondiale assoluto.

    Nella mia biblioteca conservo un esemplare della prima edizione di questo libro (“édité à Bruxelles, par Jean Thiriart, en Mai 1964”). La dedica che l’Autore vi scrisse di suo pugno contiene un’esortazione di cui vorrei si appropriassero i lettori delle nuove generazioni, questa: “Votre jeunesse est belle. Elle a devant elle un Empire à bâtir“. Diversamente da Luttwak e da Toni Negri, Thiriart sapeva bene che l’Impero è l’esatto contrario dell’imperialismo e che gli Stati Uniti non sono Roma, bensì Cartagine.

    Claudio Mutti



    NOTE

    (1) Nel 1985 Thiriart rievocò l’episodio nei termini seguenti. “Nella sua fase iniziale, il mio incontro con Chou En-lai non fu che uno scambio di aneddoti e ricordi. Chou En-lai si interessò ai miei studi sulla scrittura cinese ed io al suo soggiorno in Francia che per lui rappresentava un gradevole ricordo giovanile. La conversazione si orientò poi sul tema degli eserciti popolari – tema caro tanto a lui quanto a me. Le cose si guastarono quando progressivamente si arrivò al concreto. Dovetti subire allora un vero e proprio corso di catechismo marxista-leninista. Chou stese poi l’inventario dei vari errori psicologici commessi dall’Unione Sovietica. E la lezione si spostò sulle nozioni di ‘alleanza gerarchica’ e ‘alleanza ugualitaria’. Per distendere l’ambiente, affrontai il tema dei disordini che avevo organizzato a Vienna nel 1961, durante l’incontro Krusciov-Kennedy. Ma il tentativo di fargli accettare il concetto della lotta globale quadricontinentale di tutte le forze anti-americane nel mondo, quali che siano i loro orientamenti ideologici, fallì. Attirai a tal scopo la sua attenzione sul fatto che era anche l’opinione del generale Peròn, un amico di lunga data. Si inalberò un po’ quando gli feci notare che in Argentina Peròn – sul piano psicologico – era una forza incommensurabilmente più forte che il comunismo. Io sono un uomo pragmatico. Gli domandai dunque dei mezzi – del denaro per sviluppare la nostra stampa ed un santuario per la nostra organizzazione – per la preparazione e la strutturazione di un apparato politico-militare rivoluzionario europeo. Mi rinviò ai suoi servizi. Il solo risultato fu, alla fine dell’incontro, un eccellente pranzo, consumato in un clima molto disteso. Ricomparvero allora gli ufficiali rumeni, che non avevano assistito agli incontri politici. In seguito, non riuscii ad ottenere nulla dai servizi cinesi, la cui incomprensione dell’Europa era totale sia sul piano psicologico che su quello politico” (Da Jeune Europe alle Brigate Rosse. Antiamericanismo e logica dell’impegno rivoluzionario, Società Editrice Barbarossa, Milano 1992, pp. 24-25).

    (2) J. Thiriart, USA: un empire de mercantis, “La Nation Européenne”, 21, ottobre 1967, p. 7.

    (3) Autore di España en llamas 1936, Acervo, Barcelona 1968.

    (4) Oltre a questo libro, Thiriart pubblicò anche La Grande Nation. 65 thèses sur l’Europe, Bruxelles 1965 (ed. it. La Grande Nazione. 65 tesi sull’Europa, Milano s. d.; 2° ed. italiana Società Editrice Barbarossa, Milano 1993; ed. tedesca Das Vierte Reich: Europa, Bruxelles 1966). Nel 1967 Thiriart progettò un libro intitolato Libération et unification de l’Europe. L’incarico di redigere gli ottocento paragrafi di questa opera venne assegnato a un collettivo composto di redattori della “Nation Européenne”.




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    Jean Thiriart: profeta e militante
    Di Carlo Terracciano

    “J’écris pour une espèce d’hommes qui n’existe pas ancore,
    pour les Seigneurs de la Terre …
    (F. Nietzsche, La Volontè de puissance).

    “ Scrivo per una categoria di uomini che non esiste ancora,
    per i Signori della Terra…”


    L’improvvisa scomparsa di Jean Thiriart è stata per noi come un fulmine a ciel sereno; per noi, militanti europei che, nel corso di vari decenni, abbiano imparato ad apprezzare questo pensatore dell’azione, soprattutto dopo il suo ritorno alla politica attiva, dopo svariati anni di “esilio interiore” nel quale ha potuto meditare e riformulare le sue precedenti posizioni. A maggior ragione, la sua morte ha sorpresi noi, suoi amici italiani che lo abbiamo conosciuto personalmente nel suo viaggio a Mosca nel 1992, nel quale formavamo insieme una delegazione Europea-Occidentale in visita alle personalità più rappresentative del Fronte di Salvezza Nazionale. Questo fronte, grazie al lavoro dell’infaticabile Alexandre Dugin, animatore mistico e geopolitico della rivista Dyenn (il Giorno), iniziò a conoscere e a stimare gran parte degli aspetti del pensiero di Thiriart e li ha diffusi nei paesi dell’ex-URSS e in Europa Orientale. Personalmente, ho l’intenzione, nelle pagine che seguono, di onorare la memoria di Jean Thiriart sottolineando l’importanza che il suo pensiero ha avuto e ha ancora oggigiorno nel nostro paese; dagli anni ‘60/’70 nel campo della geopolitica. In Italia la sua fama riposa essenzialmente nel suo libro, il solo che ha realmente dato una coerenza organica alle sue idee nel campo della politica internazionale: “Un Impero di 400 milioni di uomini, l’Europa” edito da Giovanni Volpe nel 1965, quasi trent'anni or sono. Erano passati solo tre anni dalla fine dell’esperienza francese in Algeria. Questo drammatico evento fu l’ultima grande mobilitazione politica della destra nazionalista, non solo in terra di Francia, ma anche negli altri paesi d’Europa, Italia compresa. Le ragioni profonde della tragedia algerina non furono comprese dai militanti anti-gollisti che lottavano per un’Algeria francese. Non avevano capito quali erano le implicazioni geopolitiche di tale avvenimento e non compresero che le potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale, in primo luogo gli Stati Uniti, intendevano ridistribuire le carte a loro vantaggio. Quanti di questi militanti dell’Algeria francese compresero allora qual’era il NEMICO PRINCIPALE della Francia e dell’Europa? Quanti di questi uomini capirono intuitivamente che, sul piano storico, la perdita dell’Algeria, preceduta dalla perdita dell’Indocina, erano le conseguenze dirette della disfatta europea del 1945? In effetti non fu solo una sconfitta della Germania e dell’Italia, ma dell’EUROPA INTERA, Gran Bretagna e Francia compresa. Non una sola colonia del vecchio sistema coloniale fu risparmiata dall’assoggettamento ad una nuova forma, più moderna e sottile, di imperialismo neo-coloniale. Meditando sugli avvenimenti di Suez (1956) e d’Algeria, i “nazional-rivoluzionari”, come si solevano chiamare loro stessi, finirono con il formulare diverse considerazioni ed analisi sulle conseguenze di questi due tragici avvenimenti: considerazioni ed analisi che li differenziavano sempre più dalla "destra classica” del nostro dopo guerra, animata da un anti-comunismo viscerale e dallo slogan della difesa dell’Occidente, bianco e cristiano, contro l’assalto congiunto del comunismo sovietico e dei movimenti di liberazione nazionali dei popoli di colore del Terzo Mondo. In un certo senso, lo choc culturale e politico dell’Algeria può essere comparato a ciò che fu, per la sinistra, l’insieme degli avvenimenti d’Indocina, prima e dopo il 1975. La vecchia visione della politica internazionale era perfettamente integrata alla strategia mondiale, economica e geopolitica della talassocrazia americana che, con la Guerra Fredda, era riuscita a riciclare le diverse destre europee, i fascisti come i post-fascisti, in funzione del suo progetto geostrategico di dominio mondiale. Il tutto per arrivare oggigiorno al “Nuovo Ordine Mondiale”, già parzialmente abortito e che sembra essere la caricatura capovolta e satanica dell’”Ordine Nuovo” eurocentrico di hitleriana memoria. La Nuova Destra francese, per fare un esempio, cominciò il suo cammino nel periodo della rivolta d’Algeria per intraprendere una lunga marcia di revisione politica ed ideologica, che ha portato al recente viaggio di Alain de Benoist a Mosca, tappa obbligata per tutti gli oppositori rivoluzionari d’Europa al Sistema Mondialista. L’apertura è quindi stata fatta da De Benoist, a dispetto delle sue ricadute e ulteriori rinnegamenti, appoggiati da qualcuno dei suoi più stretti collaboratori, i quali non hanno ancora evidentemente capito pienamente la portata reale di questi incontri tra Europei occidentali e Russi a livello planetario e preferiscono perdersi in sterili querelle di basso profilo, che non trovano altro che motivazioni personali, le quali rilevano piccoli odi e rancori idiosincratici. In questo campo come in altri, Thiriart aveva già dato l’esempio, opponendo alle differenze naturali esistenti tra gli uomini e le loro scuole di pensiero, l’interesse supremo della lotta contro l’imperialismo americano e sionista. Per tornare all’Italia, dobbiamo ricordarci la situazione che regnava in quel lontano 1965, quando prese forma l’opera di Thiriart: le forze nazional-rivoluzionarie, ancora integrate nel Movimento Sociale Italiano, erano allora vittime di un PROVINCIALISMO vetero-fascista cinicamente utilizzato dalle gerarchie politiche del MSI, completamente asservite alle strategie degli Stati Uniti e della NATO (linea politica che sarà seguita con fedeltà, anche nel corso della breve parentesi gestionale “rautiana”, che appoggiò l’intervento delle truppe italiane in Irak a fianco degli USA). I capi di questa destra collaborazionista utilizzarono i gruppi rivoluzionari di base, composti essenzialmente da giovani, per creare delle concentrazioni militanti destinate, in ultima istanza, a procacciare i voti necessari per mandare in parlamento dei deputati che avrebbero poi appoggiato esternamente governi reazionari di centro-destra. Tutto questo poi, non nell’interesse dell’Italia o dell’Europa, ma solamente di quello della potenza occupante, gli Stati Uniti. Una volta ancora siamo di fronte ad un piccolo nazionalismo centralizzatore e sciovinista, utilizzato con profitto per interessi stranieri e cosmopoliti! Era anche il periodo nel quale l’estrema destra era ancora in grado di mobilitare sulle piazze d’Italia migliaia di giovani per manifestare "l’Italianità eterna di Trento e Trieste" o per commemorare ogni anno i caduti d’Ungheria del 1956! Il Maggio ‘68 era ancora lontano, sembrava ancora distante anni luce! La destra italiana, nelle sue prospettive, non vedeva altro che questa “rivoluzione”. In un tal contesto umano e politico, vetero-nazionalista, provinciale ed, in pratica, filo-americano (che sboccherà in seguito nella farsa pseudo-golpista del 1970, che avrà per conseguenza, nel corso di tutto il decennio, i tristi “anni di piombo”, con il loro seguito di crimini), l’opera di Jean Thiriart fu per un grande numero di nazionalisti una vera e propria bomba; un elettro-choc salutare che mise l’estremismo nazionalista davanti a problematiche, che pur non essendo nuove, erano state dimenticate o erano cadute in disuso. Oggi, non possiamo non tenere conto degli effetti politici prodotti dal pensiero di Thiriart, anche se questi stessi effetti, in un primo tempo, furono alquanto modesti. Diciamo che a partire dalla pubblicazione del libro di Thiriart, la tematica europea è divenuta poco a poco il patrimonio ideale di tutta una sfera politica che, negli anni seguenti, svilupperà le tematiche antimondialiste attuali. Possiamo quindi affermare senza esagerazioni, che fu in quest’epoca che si svilupparono i temi dell’EUROPA-NAZIONE, di una lotta antimperialista che non fosse solo di “sinistra”, dell’alleanza geostrategica con i rivoluzionari del Terzo Mondo. L’adozione di queste tematiche è molto più sorprendente e significativa quando si pensi che l’avventura di JEUNE EUROPE cominciò dalla lotta contro il FLN algerino. Thiriart, su questo tema aveva cambiato completamente campo, senza per altro cambiare sostanzialmente la sua visione del mondo, lui che, qualche decennio prima, aveva lasciato i ranghi dell’estrema sinistra belga per aderire alla collaborazione col III° Reich, senza per altro perdere di vista il fattore URSS. Queste acrobazie politico-ideologiche gli valsero accuse di essere un “agente-doppio”, sempre al soldo di Mosca. In Italia, la sezione italiana di JEUNE EUROPE (Giovane Europa) fu rapidamente costituita. Malgrado l’origine politica della maggior parte dei militanti, Giovane Europa non aveva alcun punto di contatto con Giovane Italia, organizzazione studentesca del MSI (copiata a sua volta dalla ottocentesca Giovine Italia di Mazzini); al contrario Giovane Europa ne fu praticamente l’antitesi, l’alternativa. Anche se, una volta terminata l’esperienza militante di Giovane Europa la maggior parte dei suoi militanti si ritrovò dentro il Movimento Politico Ordine Nuovo (MPON), che si oppose alla linea politica tesa all'inserimento parlamentaristico, come sostenevano i partigiani di Rauti rientrati nei ranghi del MSI di Almirante. Se dobbiamo tenere conto del ruolo UNICO che ha giocato in Italia il pensiero di Julius Evola sul piano culturale ed ideologico, non si deve dimenticare che Jean Thiriart ha da parte sua, dato impulso, in quegli anni e per gli anni a venire, ad un tentativo originale di rinnovamento delle forze nazionali. Anche un Giorgio Freda riconobbe il valore e la portata del pensatore e militante belga. Altro aspetto particolare ed estremamente importante del libro Un impero di 400 milioni di uomini, l’Europa, è di aver anticipato di parecchi anni, una tematica fondamentale ritornata d’attualità in particolare in Russia, grazie alle iniziative di Alexandr Dugin e della rivista Dyen, ed in Italia grazie a riviste quali ORION e AURORA: la GEOPOLITICA. La prima frase del libro di Thiriart, nella versione italiana, è dedicata proprio a questa scienza essenziale che ha per oggetto i popoli e i loro governi, scienza che ha dovuto subire nel nostro dopoguerra un lungo ostracismo, sotto il pretesto di esser stata lo strumento dell’espansionismo nazista! Accusa per lo meno incoerente quando si sa che a Yalta i vincitori si sono spartiti le spoglie dell’Europa e del resto del mondo attraverso considerazioni prettamente geopolitiche e geostrategiche. Thiriart ne era perfettamente consapevole, e quando scrisse il primo capitolo del suo libro, lo intitolò significativamente “Da Brest a Bucarest. Cancelliamo Yalta!”. Così scrisse Thiriart : “Nel contesto geopolitico e di una comune civiltà, come sarà dimostrato in tempi a venire, l’Europa, unitaria e Comunitarista si deve intendere da Brest a Bucarest”. Scrivendo questa frase, Thiriart pose dei limiti geografici e ideali alla sua Europa, ma presto, passerà questi limiti, per arrivare ad una concezione unitaria del grande spazio geopolitico che è l’EURASIA. Ancora una volta, Thiriart dimostrò di essere un anticipatore lucido dei temi politici che presso i suoi lettori maturavano molto lentamente. Congiuntamente al grande ideale dell’EUROPA-NAZIONE e alla riscoperta della Geopolitica, il lettore è obbligato a gettare uno sguardo nuovo sui grandi spazi del pianeta. Un altro merito di Thiriart fu di aver superato il trauma europeo dell’era della decolonizzazione e di aver cercato, per il nazionalismo europeo, un'alleanza strategica mondiale con i governi del Terzo Mondo, non asserviti quindi agli imperialismi, in particolare nella zona araba e islamica, in Africa Settentrionale e nel Medio Oriente. Vero è che chi scopre la Geopolitica non può vedere gli avvenimenti del mondo intiero sotto un’ottica globale. Ed è in questo contesto, per esempio, che bisogna interpretare i numerosi viaggi di Thiriart in Egitto, in Romania, oltre che i suoi incontri con Chu En Lai e Ceausescu o con i leaders palestinesi. Dove fosse possibile farlo, Thiriart cercò di tessere una rete d’informazioni e d’alleanze planetarie in una prospettiva anti-imperialista. Dobbiamo dire che la rivoluzione cubana, per la sua originalità, esercitò a sua volta una grande influenza. Con il suo stile sintetico, quasi telegrafico, Thiriart tracciò lui stesso le linee essenziali della politica estera della futura Europa unita: “Le linee direttive dell’Europa unita:

    insieme all’Africa: simbiosi
    con l’America Latina: alleanza
    col mondo arabo: amicizia
    con gli Stati Uniti: rapporti basati sull’uguaglianza”.

    A parte l’utopia della sua speranza di poter aver rapporti paritari con gli Stati Uniti, si noterà che la sua visione geopolitica era particolarmente chiara: Thiriart avrebbe voluto dei grandi blocchi continentali ed era estremamente lontano dalla visione di un piccola Europa “occidentale ed atlantica” che, come quella di oggi, non è che l’appendice orientale della talassocrazia yankee, avente per baricentro l’Oceano Atlantico, ridotto alla funzione di “lago interno” degli Stati Uniti. Certamente, oggi, dopo l’avventura politica di Thiriart, alcune di queste opzioni geopolitiche, negli ambienti nazionalisti, potrebbero apparire per alcuni scontate e quasi banali, semplicistiche ed integrabili per altri. Ma a parte il fatto che tutto questo non è molto chiaro per l’insieme dei “nazionalisti” (è sufficiente pensare a certe tesi razziste/biologiche e anti-islamiche di uno pseudo neo-nazismo, utilizzato strumentalmente per la propaganda americana e sionista in chiave anti-europea), non ci stancheremo di ripetere che, trent’anni fa, questa opzione puramente geopolitica di Thiriart, vergine da qualsiasi connotazione razzista, fu molto originale e coraggiosa in un mondo bipolare che opponeva in apparenza due blocchi ideologici e militari antagonisti, in una prospettiva di conflittualità “orizzontale” tra Est ed Ovest, sotto la continua minaccia di reciproco annientamento nucleare. Oggi possiamo quindi affermare che se un buon numero tra noi in Italia è giunto finalmente a superare progressivamente questa falsa visione dicotomica della conflittualità planetaria, e questo ben prima della caduta dell’URSS e del blocco sovietico, tutto ciò è dovuto al fascino che esercitarono le tesi di Thiriart ed alle sue geniali intuizioni. Effettivamente, possiamo parlare di genialità nella politica come in altri campi del sapere umano, quando si PREVEDONO e si EX-PONGONO (dal latino exponere, mettere in luce, mettere in evidenza) dei fatti o degli avvenimenti che sono ancora occulti, sconosciuti, poco chiari ai più e che si libereranno della loro oscurità solo gradualmente, per venire alla luce in un futuro più o meno lontano. Su questo punto, vogliamo solamente ricordare le asserzioni di Thiriart relative alla dimensione geopolitica del futuro Stato Europeo, espresse nel capitolo 10 intitolato “Le dimensioni dello Stato Europeo. L’Europa da Brest a Valdivostock” (da pag. 28 a 31 nell’edizione francese): “L’Europa giunta ad una grande maturità storica, ormai conosce la vanità delle crociate e delle guerre di conquista all’Est. Dopo Carlo XII, Bonaparte e Hitler, abbiamo potuto misurare i rischi di queste imprese ed il loro prezzo. Se l’URSS vuole conservare la Siberia, deve fare la pace con l’Europa, un’Europa, ripeto, da Brest a Bucaret! L’URSS non ha ed in futuro avrà ancora meno forza per conservare Varsavia e Budapest da una parte, Chita e Khabarovsk dall’altra. Dovrà scegliere o rischiare di perdere tutto”. E più avanti nel testo: “La nostra politica non è quella del generale De Gaulle perché egli ha commesso o commette tre errori: far finire la frontiera d’Europa a Marsiglia e non ad Algeri – far passare la frontiera del blocco URSS/Europa agli Urali anziché in Siberia – voler trattare con Mosca prima della liberazione di Bucarest” (pag. 31). Leggendo questi due brevi estratti dal testo, non si può più dire che Jean Thiriart mancasse di perspicacia e di preveggenza! Queste frasi furono scritte – ripetiamolo – in un’epoca in cui i militanti realmente europeisti, anche i più audaci, arrivavano appena a concepire un’unità europea da Brest a Bucarest, e cioè un’Europa limitata alla piattaforma peninsulare occidentale dell’Eurasia; per Thiriart, questo rappresentava solo una prima tappa, un trampolino di lancio, per un progetto più vasto, quello dell’unità imperiale continentale. Che non si parli più dunque delle destre nazionaliste, comprese quelle d’oggigiorno, che non fanno altro che ripetere all’infinito il loro provincialismo, sotto l’occhio vigile del loro padrone americano. Già trent’anni fa Thiriart andò molto oltre: denunciò l’assurdità geopolitica del progetto gollista (De Gaulle essendo stato un altro responsabile diretto della sconfitta d’Europa, nel nome dello sciovinismo vetero-nazionalista dell’Esagono) di un’Europa che si stendesse dall’Atlantico agli Urali, facendo sua, allo stesso tempo, quest’assurda visione continentale tipica dei professori di geografia che tracciano sulle carte una frontiera immaginaria sulle alture dei Monti Urali, che nella storia non hanno mai fermato nessuno, né gli Unni né i Mongoli e tantomeno i Russi. L’Europa si difende sui fiumi Amuri e Ussuri; l’Eurasia, e cioè l’Europa + la Russia, ha un destino chiaramente disegnato dalla Storia e dalla Geografia in Oriente, in Siberia, nel “Far East” della cultura europea, e questo destino la oppone quindi al “West”, all’Occidente della civilizzazione americana della Bibbia e del Business. Quanto alla storia degli incontri/scontri tra i popoli europei, tutto ciò non è nient’altro che GEOPOLITICA IN ATTO, come la Geopolitica non è altro che il destino storico dei popoli, delle nazioni, delle etnie, degli imperi, delle religioni IN POTENZA. Inoltre dobbiamo aggiungere che la concezione di Jean Thiriart era finalmente più Imperiale che Imperialista, per quanto ancora legata a modelli nazionalisti d'influenza francese rivoluzionaria. Egli ha sempre rifiutato, fino alla fine, l’egemonia definitiva di un popolo sugli altri. L’Eurasia di domani non sarà più russa di quanto non sia mongola, turca, francese o tedesca: poiché quando ognuno di questi popoli ha voluto cercare da solo l’egemonia sugli altri la storia ci insegna che è stato sempre sconfitto dagli altri: uno scacco che dovrebbe esserci servito da insegnamento. Chi avrebbe potuto, trent’anni fa, prevedere con tanta precisione la debolezza intrinseca al colosso militar-industriale che fu l’URSS, che sembrava all’epoca lanciato alla conquista di sempre nuovi spazi, su tutti i continenti, in aperta competizione con gli Stati Uniti che volevano superare? Col tempo, tutto ciò si è alla fine dimostrato un gigantesco bluff, un miraggio storico probabilmente fabbricato dalle forze mondialista dell’Occidente per assoggettare i popoli con un costante ricatto terroristico. Tutto questo per manipolare i popoli e le nazioni della Terra a beneficio del supremo interesse strategico, supremo, unico, imposto come sola “verità”: quello della superpotenza planetaria che sono oggi gli Stati Uniti, base territoriale armata del progetto mondialista. In fin dei conti, per dirla con il linguaggio della geopolitica, è la “politica dell’anaconda che ha prevalso”, come la definiva ieri il geopolitico tedesco Haushofer e come la definiscono oggi i geopolitici russi, alla testa dei quali si pone il colonnello Morozov; gli Americani ed i mondialisti cercano sempre di allontanare il centro territoriale d’Eurasia dai suoi sbocchi potenziali sui mari caldi, prima di grattare poco a poco il territorio della “tellucrazia” russa. Punto di partenza di questa strategia di erosione: l’Afghanistan. Nel suo libro del 1965, Jean Thiriart aveva già messo in luce le ragioni nude e crude che animavano la politica internazionale. Non è un azzardo dire che uno dei suoi modelli ispiratori fu Macchiavelli, autore del “Il Principe”. Certo, ci diranno i pessimisti, se il Thiriart analista di politica ha saputo anticipare e prevedere, il Thiriart militante, organizzatore e capo politico di un primo modello d’organizzazione transnazionale europea, ha fallito. Sia perché la situazione internazionale d’allora non era ancora sufficientemente matura, o marcia, come invece lo constatiamo oggi, sia perché non c’erano dei “santuari di partenza”, come Thiriart aveva considerato indispensabile. In effetti mancò a Jeune-Europe un territorio libero, uno stato completamente alieno ai condizionamenti imposti dalle superpotenze, che avrebbe potuto servire da base, da rifugio, da fonte d’approvvigionamento per i militanti europei del futuro. Un po’ come fu il Piemonte per l’Italia. Tutti gli incontri internazionali fatti da Thiriart a livello internazionale ricercavano questo obiettivo. Tutto è stato vano. Realista, Thiriart rinunciò allo scontro politico, per poter riprendere il suo discorso politico nell’attesa che si presentasse l’occasione, anche migliore di quella, di avere un grande paese a disposizione a cui poter proporre la sua visione strategica: la Russia. Il destino di questo cittadino belga di nascita ma Europeo di vocazione fu alquanto strano: è stato sempre “fuori dal tempo”, superato dagli avvenimenti. Li ha sempre previsti ma è stato sempre sorpassato da questi ultimi. La sua concezione della geopolitica eurasiatica, la sua visione che designa GLOBALMENTE gli Stati Uniti come il Nemico OGGETTIVO assoluto, può essere vista come l’indice di un “visionario” illuminato, frenato solo da uno spirito razionale cartesiano. Il suo materialismo storico e biologico, il suo nazionalismo europeo centralizzatore e totalizzante, la sua chiusura sulle tematiche ecologiste e animaliste, le sue posizione personali davanti alle specificità etno-culturali, la sua ostilità ai principi religiosi, la sua ignoranza di tutta una dimensione metapolitico, la sua ammirazione per il giacobinismo della Rivoluzione francese, pietre angolari per buona parte degli antimondialisti francofoni: tutte queste attitudini costituiscono dei limiti al suo pensiero e dei residui di concezioni vetero-materialiste, progressiste e darwiniane, che si allontanano sempre più dalle scelte culturali, religiose e politiche contemporanee degli uomini e dei popoli impegnati, in tutta l’Eurasia e nel mondo intero, nella lotta contro il Mondialismo. Le idee “razionaliste” che Thiriart fece sue, al contrario, sono state l’humus culturale e politico sul quale il Mondialismo è germinato nel corso del secolo passato. Questi aspetti del pensiero di Thiriart ci hanno rivelato i loro limiti, durante gli ultimi mesi della sua vita, in particolare durante i colloqui e le conversazioni di Mosca nell’agosto del 1992. Il suo sviluppo intellettuale sembrava essersi definitivamente fermato all’epoca dello storicismo lineare e progressista, con la mitologia di un “avvenire radioso per l’umanità”. Una tale visione razionalista non gli permise di comprendere dei fenomeni altrettanto importanti come il risveglio islamico e il rinnovato “misticismo” eurasista-russo, ed in particolare i loro progetti politici di un livello altamente rivoluzionario e anti-mondialista. Senza parlare dell’impatto delle visioni tradizionaliste di un Evola o di un Guenon. Thiriart veicolò quest’handicap “culturale”, cosa che non ci ha impedito di ritrovarci a Mosca nell’Agosto del 1992, dove abbiamo colto al volo queste sue incontestabili intuizioni politiche. Alcune di queste intuizione hanno fatto sì che egli si ritrovasse al fianco dei giovani militanti europeisti per andare ad incontrare i protagonisti dell’avanguardia “eurasista” del Fronte di Salvezza Nazionale russo, raccolto attorno alla rivista Dyen e al movimento da cui prende il nome. Abbiamo così scoperto nell’ex-capitale dell’impero sovietico, che egli era considerato dai russi come un pensatore d’avanguardia. Gli insegnamenti geopolitici di Thiriart sono germinati in Russia quando, e questo è indubbio, in Occidente sono ai più ancora sconosciuti. Thiriart ha avuto quindi un impatto lontano, nell’immensità dei ghiacci della Russia/Siberia, nel cuore del Vecchio Mondo, vicino al centro della Tellurocrazia Eurasiatica. E’ un’ironia della storia delle dottrine politiche che si manifesta al momento della loro attuazione pratica, ma è ancora valido l’antico adagio secondo il quale “nessuno è profeta in patria”. Il lungo “esilio interiore” di Thiriart sembrava dunque terminato; si era ritirato dalla politica attiva per sempre e aveva superato questo ritiro che all’inizio era stato una grossa perdita. Ci inondò di documenti scritti e resoconti d’interventi orali. Il flusso sembrava non doversi mai fermare! Come se volesse recuperare il tempo perduto nel suo silenzio disdegnoso. Guidato da un entusiasmo giovanile, a volte eccessivo ed angosciante, Thiriart si rimise a dare lezioni di storia e di geopolitica, di diritto e di politologia e di tutte le discipline immaginabili, ai generali e ai giornalisti, ai parlamentari e ai segretari, ai politici dell’ex-URSS e ai militanti islamici del CEI, e anche, ovviamente, a noi, gli Italiani che avevano, assieme a lui, conosciuto dei cambiamenti d’opinione in apparenza inattesi. Tutto questo accade nella Russia d’oggi, dove tutto è oramai possibile e niente è certo; abbiamo quindi davanti una Russia sospesa tra un glorioso passato ed un futuro tenebroso, ma con potenzialità inimmaginabili. E’ qui che Jean Thiriart ha ritrovato una nuova giovinezza. In una città come Mosca che sopravvive giorno dopo giorno tra l’apatia e l'attesa febbrile, che sembra aspettare “qualcosa” di cui non si conosce ancora né il nome né il volto; una città dove succede di tutto o dove tutto può succedere sospeso in una dimensione speciale, tra cielo e terra. Dalla terra russa tutto ed il contrario di tutto può scaturire: la salute e l’estrema perdizione, la rinascita e la decadenza, una nuova potenza o la disintegrazione totale di un popolo che fu imperiale ed è diventato, oggi, miserabile. Infine, è là e solamente là che si gioca il destino di tutti i popoli europei e in definitiva di tutto il pianeta Terra. L’alternativa è chiara; o avremo un nuovo impero eurasiatico che ci guiderà nella lotta di liberazione di TUTTI i popoli del globo o assisteremo al trionfo del mondialismo, dell’egemonia americana per il prossimo millennio. E’ là che lo scrittore e uomo politico Jean Thiriart aveva ritrovato la SPERANZA di poter mettere in pratica le sue passate intuizioni, questa volta in una scala ben più vasta. In questa terra di Russia, da dove può sorgere il messia dei popoli d’Eurasia, novello Avatar di un ciclo di civilizzazione o Anticristo delle profezie giovannee, avremo spazio per tutte le alchimie e le esperienze politiche, inconcepibili se guardate con gli occhi di un Occidentale. La Russia attuale è un immenso laboratorio, una terra politicamente vergine che si potrà fecondare con idee venute da lontano, una terra vergine dove la LIBERTA’ e la POTENZA si cercano per unirsi nella ricerca di nuove sintesi: come sottolinea Jean Thiriart nel suo libro fondamentale “il cammino della libertà passa per quello della potenza: non si dovrà mai dimenticare, e si dovrà insegnare a coloro che lo ignorano. La libertà dei deboli è un mito vetusto, una ingenuità usata a scopi demagogici o elettoralistici. I deboli non sono mai stati liberi e mai lo saranno. Esiste solo la libertà dei forti. Colui che vuole essere libero deve aumentare la propria potenza. Colui che vuole essere libero deve esser capace di fermare altre libertà, poiché la libertà è invadente e ha la tendenza a sconfinare su quella dei vicini più deboli”. Ancora: “E’ criminale dal punto di vista dell’educazione politica tollerare che le masse possano essere intossicate da menzogne tendenti ad indebolire il tessuto sociale come quelle che consistono nel “dichiarare la pace” ai vicini immaginando così di poter conservare la libertà. Ogni nostra libertà è stata conquistata a seguito di ripetuti combattimenti sanguinosi e alcune di queste libertà potranno esser mantenute solo se faremo sfoggio di una forza tale da scoraggiare coloro che vorrebbero privarcene. Che siano a livello individuale o a livello di nazione, noi conosciamo l’essenza della libertà, la potenza. Se vogliamo conservare la prima, dobbiamo coltivare la seconda. Esse sono inseparabili” (pag. 301-302). Ecco una pagina che già da sola potrebbe assicurare al suo autore un posto in una qualsiasi facoltà di storia delle scienze politiche. Quando finalmente tutto sembrava di nuovo possibile e quando i giochi delle grandi strategie politiche ritornavano in primo piano, su una scacchiera grande come il mondo, quando Thiriart intravedeva la possibilità di dar vita alla sua grande idea di Unità, ecco realizzarsi l’ultimo scherzo del destino: la Morte. A dispetto della sua ineluttabilità, essa è un avvenimento che ci sorprende sempre, che ci lascia con un sentimento di dispiacere e di incompletezza. Nel caso di Thiriart, la morte fa vagabondare lo spirito e ci immaginiamo tutto quello che quest’uomo d’elite avrebbe ancora potuto apportare, tutto quello che avrebbe potuto insegnare a coloro che parteggiano per la nostra causa, fosse anche solo con semplici scambi di opinioni o formulando proposte su materie culturali e politiche. Infine, dobbiamo sottolineare quanto sia completa l’opera di Thiriart. Più di altri, egli aveva reso sistematico il suo pensiero politico, restando sempre pienamente coerente con le sue idee, rimanendo fedele allo stile di vita scelto. A lui, meno di chiunque altro, non si potrà far dire post mortem cose che non siano state realmente dette, né adattare i suoi testi e le sue tesi alle esigenze politiche del momento. Resta il fatto che senza Jean Thiriart noi non avremmo potuto essere quello che siamo diventati. Siamo in effetti suoi eredi sul piano delle idee, che lo si sia conosciuto personalmente o attraverso i suoi scritti. Siamo stati, in un momento o l’altro della nostra vita politica, debitori delle sue analisi politiche e delle sue intuizioni folgoranti. Oggi, ci sentiamo tutti un po’ orfani. Vogliamo in questo momento ricordarci di uno scrittore politico, di un uomo semplicemente passionale, impetuoso, di una vitalità debordante, il viso sempre illuminato da un sorriso giovane con l’anima agitata da una passione divorante, la stessa che brucia in noi, senza vacillare, senza la minima insicurezza o la minima debolezza. Il caso Jean Thiriart? E’ l’incarnazione vivente, vitale, di un uomo d’elite che porta lo sguardo oltre l’orizzonte, che vede dall’alto, al di là delle contingenze del presente dove le masse restano prigioniere. Ho voluto tracciare il profilo di un PROFETA MILITANTE.




  7. #7
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    Julius Evola: Un pessimismo giustificato?
    L'intervista che traduciamo qui di seguito apparve originariamente in francese, sui nn. 13 (15 dicembre 1966 - 15 gennaio 1967) e 14 (15 febbraio - 15 marzo 1967) del mensile "La Nation Européenne" (Parigi). Il periodico, diretto da Gérard Bordes, aveva come "conseiller politique" Jean Thiriart, che l'aveva fondato tra il 1965 e il 1966, e contava su una rete paneuropea di collaboratori. L'intervista, realizzata da Franco Rosati, era accompagnata da una foto e da una bibliografia francese della produzione evoliana ed era preceduta da una breve presentazione in cui, nonostante Evola venisse definito "uno dei più grandi pensatori europei (...) un caposcuola, un maestro", si prendevano le distanze nei confronti della sua "sfiducia verso l'avvenire unitario dell'Europa". Al testo dell'intervista seguiva, sul n. 14, una nota redazionale che esprimeva in termini chiarissimi la divergenza esistente fra il tradizionalismo di Evola e il pragmatismo di Thiriart. Infatti vi si leggeva tra l'altro: "La 'Tradizione', certo, è rispettabile. Vogliamo anzi ammettere che noi attingiamo da essa un certo modo di vedere il mondo e un certo metodo di azione. Ma non possiamo accettare di fare di questa 'Tradizione' un nuovo 'senso della storia' e ancor meno una Bibbia in cui è racchiuso tutto. Per noi, la verità si costruisce ogni giorno attraverso metodi e vie diverse. (...) La verità non è posta fin da principio come un faro che rischiara la via. Noi pensiamo piuttosto che, alla fine, la lenta e difficile scoperta della verità nasca, il più delle volte, dall'azione e grazie all'azione".
    Claudio Mutti

    D. - Lei crede che esista un rapporto tra la filosofia e la politica? Una filosofia può influire su un'impresa di ricostruzione politica nazionale o europea?
    R. - Io non credo che una filosofia intesa in senso strettamente teorico possa influire sulla politica. Perché eserciti un'influenza, bisogna che essa si incarni in un'ideologia o in una concezione del mondo. E' quanto è avvenuto, per esempio, con l'illuminismo, col materialismo dialettico marxista e con certe concezioni filosofiche che erano incorporate nella concezione del mondo del nazionalsocialismo tedesco. In generale, l'epoca dei grandi sistemi filosofici è terminata; non esistono più che filosofie bastarde e mediocri. A una delle mie opere passate, del mio periodo filosofico, io avevo posto in esergo queste parole di Jules Lachelier: "La filosofia (moderna) è una riflessione che ha finito per riconoscere la propria impotenza e la necessità di un'azione che partadall'interno"1. Il dominio proprio di un'azione di questo tipo ha un carattere metafilosofico. Di qui, la transizione che si osserva nei miei libri, i quali non parlano di "filosofia", ma di "metafisica", di visione del mondo e di dottrine tradizionali.
    D. - Lei pensa che morale ed etica siano sinonimi e che debbano avere un fondamento filosofico?
    R. - E' possibile stabilire una distinzione, se per "morale" si intende propriamente il costume e per "etica" una disciplina filosofica (quella che viene chiamata la "filosofia morale"). A mio parere, qualunque etica o qualunque morale voglia avere un fondamento filosofico di carattere assoluto, è illusoria. Senza riferimento a qualcosa di trascendente, la morale non può avere che una portata relativa, contingente, "sociale" e non può resistere ad una critica dell'individualismo, dell'esistenzialismo o del nichilismo. Lo ho dimostrato nel mio libro Cavalcare la tigre, nel capitolo intitolato Nel mondo dove Dio è morto. In questo capitolo ho anche affrontato la problematica posta da Nietzsche e dall'esistenzialismo.
    D. - Lei crede che l'influenza del Cristianesimo sia stata positiva per la civiltà europea? Non pensa che l'aver adottato una religione d'origine semitica abbia snaturato certi valori europei tradizionali?
    R. - Parlando di Cristianesimo, ho spesso usato l'espressione "la religione che è venuta a prevalere in Occidente". Infatti il più grande miracolo del Cristianesimo è di essere riuscito ad affermarsi tra i popoli europei, anche tenendo conto della decadenza in cui erano piombate numerose tradizioni di questi popoli. Tuttavia non bisogna dimenticare i casi in cui la cristianizzazione dell'Occidente è stata soltanto esteriore. Inoltre, se il Cristianesimo ha, senza alcun dubbio, alterato certi valori europei, vi sono anche dei casi in cui questi valori sono risorti dal Cristianesimo rettificandolo e modificandolo. Altrimenti il cattolicesimo sarebbe inconcepibile nei suoi diversi aspetti "romani"; allo stesso modo sarebbe inconcepibile una parte della civiltà medioevale con fenomeni quali l'apparizione dei grandi ordini cavallereschi, del tomismo, una certa mistica di alto rango (per esempio Meister Eckhart), lo spirito della Crociata ecc.
    D. - Lei pensa che il conflitto tra guelfi e ghibellini nel corso della storia europea sia qualcosa di più che non un semplice episodio politico e costituisca un conflitto tra due diversi tipi di spiritualità? Ritiene possibile una recrudescenza del "ghibellinismo"?
    R. - L'idea che alle origini della lotta tra l'Impero e la Chiesa non vi sia stata soltanto una rivalità politica, ma che questa lotta traducesse l'antinomia di due diversi tipi di spiritualità, questa idea costituisce il tema centrale del mio libro Il mistero del Graal e la tradizione ghibellina dell'Impero. Questo libro è stato edito in tedesco e uscirà presto anche in francese. In fondo, il "ghibellinismo" attribuiva all'autorità imperiale un fondamento di carattere soprannaturale e trascendente quanto quello che la Chiesa pretendeva di essere la sola a possedere (Dante stesso difende in parte la medesima tesi). Così certi teologi ghibellini poterono parlare di "religione regale" e, in particolare, attribuire un carattere sacro ai discendenti degli Hohenstaufen. Beninteso, l'Impero cristallizzava un tipo di spiritualità che non poteva essere identificato con la spiritualità cristiana. Ma se questi sono i dati del conflitto guelfi-ghibellini, è chiaro, allora, che una resurrezione del "ghibellinismo" alla nostra epoca e molto problematica. Dove trovare, infatti, i "riferimenti superiori" per opporsi alla Chiesa, se ciò non avviene in nome di uno Stato laico, secolarizzato, "democratico" o "sociale", sprovvisto di ogni concezione dell'autorità proveniente dall'alto? Già il "Los von Rom" e il "Kulturkampf" del tempo di Bismarck avevano soltanto un carattere politico, per non parlare delle aberrazioni e del dilettantismo di un certo neopaganesimo.
    D. - Nel suo libro Il Cammino del Cinabro, dove è esposta la genesi delle sue opere, lei ammette che il principale difensore contemporaneo della concezione tradizionale, René Guénon, ha esercitato una certa influenza su di lei, al punto che la hanno definita "il Guénon italiano". Esiste una corrispondenza perfetta tra il suo pensiero e quello di Guénon? E non crede, a proposito di Guénon, che certi ambienti sopravvalutino la filosofia orientale?
    R. - Il mio orientamento non differisce da quello di Guénon per quanto concerne il valore da attribuire al Mondo della Tradizione. Per Mondo della Tradizione bisogna intendere una civiltà organica e gerarchica in cui tutte le attività sono orientate dall'alto e verso l'alto e sono improntate a valori che non sono semplicemente valori umani. Come Guénon, io ho scritto diverse opere sulla sapienza tradizionale, studiandone direttamente le fonti. La prima parte della mia opera principale Rivolta contro il mondo moderno è appunto una "Morfologia del Mondo della Tradizione". Vi è anche corrispondenza tra Guénon e me per quanto concerne la critica radicale del mondo moderno. Su questo punto vi sono tuttavia delle divergenze minori tra lui e me. Data la sua "equazione personale", nella spiritualità tradizionale Guénon ha assegnato alla "conoscenza" e alla "contemplazione" il primato sull'azione; egli ha subordinato la regalità al sacerdozio. Io, invece, mi sono sforzato di presentare e di valorizzare l'eredità tradizionale dal punto di vista di una spiritualità da "casta guerriera" e di mostrare le possibilità parimenti offerte dalla "via dell'azione". Una conseguenza di questi punti di vista differenti è che, se Guénon assume come base per una eventuale ricostruzione tradizionale dell'Europa una élite intellectuelle, io, per quanto mi concerne, sono piuttosto incline a parlare di un ordine. Divergono anche i giudizi che Guénon ed io diamo del Cattolicesimo e della Massoneria. Credo tuttavia che la formula di Guénon non si situi nella linea dell'uomo occidentale, il quale è malgrado tutto, per sua natura, orientato specialmente verso l'azione.
    Non si può qui parlare di "filosofia orientale"; si tratta piuttosto di modalità di pensiero orientali facenti parte di un sapere tradizionale che, anche in Oriente, si è conservato più integro e più puro ed ha preso il posto della religione, ma era parimenti diffuso nell'Occidente premoderno. Se queste modalità di pensiero valorizzano ciò che ha un contenuto universale metafisico, non si può dire che vengano sopravvalutate. Quando si tratta di concezione del mondo, bisogna guardarsi dalle semplificazioni superficiali. L'Oriente non comprende solo l'India del Vêdanta, della dottrina della Mâyâ e della contemplazione distaccata dal mondo; esso comprende anche l'India che, con la Bhagavad Gîtâ, ha dato una giustificazione sacrale alla guerra e al dovere del guerriero; comprende anche la concezione dualista e combattiva della Persia antica, la concezione imperiale cosmocratica dell'antica Cina, la civiltà giapponese, la quale è così lontana dall'essere unicamente contemplativa e introversa, che in Giappone una frazione esoterica del buddhismo ha potuto dar nascita alla "filosofia dei Samurai" ecc.
    Sfortunatamente, ciò che caratterizza il mondo europeo moderno non è l'azione, ma la sua contraffazione, vale a dire un attivismo privo di fondamento, che si limita al dominio delle realizzazioni puramente materiali. "Si sono distaccati dal cielo col pretesto di conquistare la terra", fino a non sapere più che cosa sia veramente l'azione.
    D. - Il suo giudizio sulla scienza e sulla tecnica sembra, nella sua opera, negativo. Quali sono le ragioni della sua posizione? Non crede che le conquiste materiali e l'eliminazione della fame e della miseria permetteranno di affrontare con più energia i problemi spirituali?
    R. - Per quanto riguarda il secondo punto da lei sollevato, dirò che, come esiste uno stato di abbrutimento dovuto alla miseria, così esiste uno stato di abbrutimento dovuto al benessere e alla prosperità. Le "società del benessere", nelle quali non si può più parlare di fame e di miseria, sono lungi dall'ingenerare un aumento della vera spiritualità; anzi, vi si constata una forma violenta e distruttiva di rivolta delle nuove generazioni contro il sistema nel suo insieme e contro un'esistenza sprovvista di ogni significato (USA-Inghilterra-Scandinavia). Il problema consiste piuttosto nel fissare un giusto limite, frenando la frenesia di un'economia capitalista creatrice di bisogni artificiali e liberando l'individuo dalla sua crescente dipendenza dall'ingranaggio sociale e produttivo. Bisognerebbe stabilire un equilibrio. Fino a poco tempo fa, il Giappone aveva dato l'esempio di un equilibrio di questo tipo; si era modernizzato e non si era lasciato distanziare dall'Occidente nei domini scientifico e tecnico, pur salvaguardando le sue tradizioni specifiche. Ma oggi la situazione è ben diversa.
    C'è un altro punto fondamentale da sottolineare: è difficile adottare la scienza e la tecnica circoscrivendole entro i limiti di mezzi materiali e di strumenti di una civiltà, vale a dire mantenendo, nei lori riguardi, una certa distanza; al contrario, è praticamente inevitabile che ci si impregni della concezione del mondo su cui si basa la moderna scienza profana, concezione che viene praticamente inculcata nei nostri spiriti dai metodi di istruzione abituali e che ha, sul piano spirituale, un effetto distruttivo. Il concetto stesso della vera conoscenza viene così ad essere totalmente falsato.
    D. - Si è anche parlato del suo "razzismo spirituale". Qual è il significato esatto di questa espressione?
    R. - Nella mia fase precedente, ho pensato bene di formulare una dottrina della razza che avrebbe impedito al razzismo tedesco e italiano di andare a finire in una sorta di "materialismo biologico". Il mio punto di partenza è stato la concezione dell'uomo come essere costituito di corpo, di anima e di spirito, con il primato della parte spirituale sulla parte corporea. Il problema della razza doveva dunque porsi per ciascuno di questi tre elementi. Di qui la possibilità di parlare di una razza dello spirito e dell'anima, oltre alla razza biologica. L'opportunità di questa formulazione risiede nel fatto che una razza può degenerare, anche restando biologicamente pura, se la parte interiore e spirituale è morta, diminuita o obnubilata, se ha perso la propria forza (come presso certi tipi nordici attuali). Inoltre gl'incroci, di cui oggi pochissime stirpi sono esenti, possono avere come conseguenza che ad un corpo di una data razza siano legati, in un individuo, il carattere e l'orientamento spirituale propri di un'altra razza, donde una più complessa concezione del meticciato. La "razza interiore" si manifesta attraverso il modo d'essere, attraverso un comportamento specifico, attraverso il carattere, per non parlare della maniera di concepire la realtà spirituale (i diversi tipi di religioni, di etiche, di visioni del mondo ecc. possono esprimere "razze interiori" ben distinte). Questo punto di vista consente di superare molte concezioni unilaterali e di allargare il campo delle ricerche. Per esempio, il giudaismo si definisce soprattutto nei termini di una "razza dell'anima" (di una condotta) unica, osservabile in individui che, dal punto di vista della razza del corpo, sono assai diversi. D'altra parte, per dirsi "ariani" nel senso completo della parola non è necessario non avere la minima goccia di sangue ebraico o di una razza di colore; bisognerebbe innanzitutto esaminare qual è la vera "razza interiore", ossia l'insieme di qualità che in origine corrispondevano all'ideale dell'uomo ario. Ho avuto occasione di dichiarare che, ai giorni nostri, non si dovrebbe insistere troppo sul problema ebraico; infatti, le qualità che dominavano e dominano oggi in diversi tipi di ebrei sono evidentissime in tipi "ariani", senza che per questi ultimi si possa invocare come attenuante la minima circostanza ereditaria.
    D. - Nella storia d'Europa, vi sono stati diversi tentativi di formare un "Impero europeo": Carlo Magno, Federico I e Federico II, Carlo V, Napoleone, Hitler, ma nessuno è riuscito a rifare, in maniera stabile, l'Impero di Roma. Quali sono state, secondo lei, le cause di questi fallimenti? Pensa che oggi la costruzione di un Impero europeo sia possibile? Se no, quali sono le ragioni del suo pessimismo?
    R. - Per rispondere, sia pure in maniera sommaria, a questa domanda, bisognerebbe poter disporre di uno spazio ben più grande che non quello di un'intervista. Mi limiterò a dire che gli ostacoli principali, nel caso del Sacro Romano Impero, sono stati l'opposizione della Chiesa, gl'inizi della rivolta del Terzo Stato (come nel caso dei Comuni), la nascita di Stati nazionali centralizzati che non ammettevano alcuna autorità superiore e, infine, la politica non imperiale ma imperialista della dinastia francese. Io non attribuirei, al tentativo di Napoleone, un vero carattere imperiale. Malgrado tutto, Napoleone è stato l'esportatore delle idee della Rivoluzione Francese, idee che sono state utilizzate contro l'Europa dinastica e tradizionale.
    Per quanto riguarda Hitler, bisognerebbe fare delle riserve nella misura in cui la sua concezione dell'Impero era fondata sul mito del Popolo (Volk = Popolo-razza), concezione che rivestiva un aspetto di collettivizzazione e di esclusivismo nazionalista (etnocentrismo). Fu solo nell'ultimo periodo del Terzo Reich che le vedute si allargarono, da una parte grazie all'idea di un Ordine, difesa da certi ambienti della SS, dall'altra grazie all'unità internazionale delle divisioni europee di volontari che si battevano sul fronte dell'Est.
    Per contro, non bisognerebbe dimenticare il principio di un Ordine europeo che è esistito con la Santa Alleanza (il cui declino fu imputabile in gran parte all'Inghilterra) e anche con il progetto chiamato Drei Kaiserbund, al tempo di Bismarck: la linea difensiva dei tre imperatori che avrebbe dovuto inglobare anche l'Italia (con la Triplice Alleanza) e il Vaticano e opporsi alle manovre antieuropee dell'Inghilterra e della stessa America.
    Un "Reich Europa", non una "Nazione Europa", sarebbe l'unica formula accettabile dal punto di vista tradizionale per la realizzazione di una unificazione autentica ed organica dell'Europa. Quanto alla possibilità di realizzare l'unità europea in questo modo, non posso non essere pessimista per le stesse ragioni che mi hanno indotto a dire che oggi c'è poco spazio per una rinascita del "ghibellinismo": non c'è un punto di riferimento superiore, non cè un fondamento per dare saldezza e legittimità a un principio d'autorità sopranazionale. Non si può infatti trascurare questo punto fondamentale e accontentarsi di fare appello alla "solidarietà attiva" degli Europei contro le potenze antieuropee, passando sopra ad ogni divergenza ideologica. Anche quando si giungesse, con questo metodo pragmatico, a fare dell'Europa una unità, ci sarebbe sempre il pericolo di veder nascere, in questa Europa, nuove contraddizioni disgregatrici, in particolare per quanto concerne le divergenze ideologiche e per effetto della mancanza di un principio, posto come primordiale, di un'autorità superiore. "Comunità di destino" ha valore solo come parola d'ordine di carattere pratico. Oggi è difficile parlare di "comune cultura europea": la cultura moderna non conosce frontiere; l'Europa importa ed esporta "beni culturali"; non solo nel dominio della cultura, ma anche nel dominio del gusto, nel modo di vivere, si manifesta sempre più un livellamento generale che, coniugato con il livellamento prodotto dalla scienza e dalla tecnica, fornisce argomenti non a coloro che vogliono un'Europa unitaria, ma piuttosto a coloro che vorrebbero edificare uno Stato mondiale. Di nuovo, ci scontriamo con l'ostacolo costituito dall'inesistenza di una vera idea superiore differenziatrice, che dovrebbe essere il nucleo dell'Impero europeo. Al di là di tutto, il clima generale è sfavorevole: lo stato spirituale di devozione, di eroismo, di fedeltà, di onore nell'unità, che dovrebbe servire da cemento al sistema organico di un Ordine europeo imperiale è oggi, per così dire, inesistente. Il primo compito da eseguire dovrebbe essere una purificazione sistematica degli spiriti, antidemocratica e antimarxista, nelle nazioni europee. In seguito, bisognerebbe potere scuotere le grandi masse dei nostri popoli con mezzi diversi, sia facendo appello agli interessi materiali, sia con un'azione a carattere demagogico e fanatico che, necessariamente, solleciterebbe lo strato subpersonale e irrazionale dell'uomo. Questi mezzi implicherebbero fatalmente certi rischi. Ma tutti questi problemi non possono essere tratti in poche parole; d'altronde, ho avuto modo di parlarne in uno dei miei libri, Gli uomini e le rovine.

    1. Per una svista, Evola attribuisce a Jules Lachelier la frase di Lagneau che egli aveva preposta a mo' di epigrafe al primo dei suoi Saggi sull'Idealismo Magico (Atanòr, Todi-Roma 1925): "La philosophie, c'est la réflexion aboutissant à reconnaître sa propre insuffisance et la nécessité d'une action absolue partant du dedans" (J. Lagneau, Rev. de Mét. et de Mor., mars 1898, p. 127).


  8. #8
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    L'Europa fino a Vladivostok
    Storia e geopolitica
    La storia ha conosciuto le città-stato: Tebe, Sparta, Atene, poi Venezia, Firenze, Milano, Genova. Oggi essa conosce gli stati territoriali: Francia, Spagna, Inghilterra, Russia. Infine scopre gli stati continentali, come gli Stati Uniti d'America, l'attuale Cina e l'URSS di ieri. (1) Oggi l'Europa attraversa una fase di trasformazioni. Essa deve passare dallo stadio più o meno stabile degli stati territoriali allo stadio dello stato continentale. Per la maggioranza delle persone questa transizione è ostacolata dall'inerzia mentale, per non dire dalla pigrizia di pensiero. Pur essendo grande quanto un fazzoletto, Sparta era vitale sul piano storico, in quanto era vitale prima di tutto nel suo aspetto militare. Le dimensioni di Sparta, le sue risorse erano sufficienti a contenere un esercito capace di incutere rispetto a tutti i suoi vicini. Qui ci avviciniamo al problema capitale della vitalità degli stati. La città-stato storica è stata sostituita dallo stato territoriale. L'Impero romano ha preso il posto di Atene, Sparta, Tebe. E senza sforzo (2). Oggi la vitalità storica dello stato dipende dalla sua vitalità militare, a sua volta dipendente da quella economica; il che ci conduce alla seguente alternativa. Prima ipotesi: gli stati territoriali sono costretti a divenire satelliti degli stati continentali. Francia, Italia, Spagna, Germania, Inghilterra, rappresentano solo la finzione di stati indipendenti. Da tempo, dal 1945, tutti questi paesi sono divenuti satelliti degli Stati Uniti d'America. Seconda ipotesi: questi stati territoriali sono trasformati in un unico stato continentale - l'Europa.
    Il fallimento storico di uno stato continentale : l'URSS
    L'incresciosa disgregazione dell'URSS è spiegata, in particolare, dall'insufficienza teorica della comprensione dello stato in Marx, Engels, Lenin, e, parzialmente, Stalin. Già nel 1984, il mio discepolo e collaboratore José Cuadrado Costa, basandosi su lavori di Ortega y Gasset e miei personali, aveva pubblicato il brillante e profetico studio dal titolo "Insufficienza e obsolescenza della teoria marxista-leninista delle nazionalità". (3) Sul terreno della comprensione dell'essenza dello stato, i Giacobini evidentemente erano più avanti dei marxisti. In questo campo Marx rimane ai tempi romantici della Rivoluzione del 1848. Già alla fine del XVIII secolo Sieyes ha scritto sul modo di rendere "omogeneo" lo stato-nazione. Lo stato-nazione è frutto della volontà politica. Altro esempio marxista di stupidità, da ricondurre al romanticismo del XIX secolo, è costituito dall'idea di estinzione dello stato. E' difficile immaginare una sciocchezza più grossa. Si tratta di un vecchio sogno anarchico.(4) Così, Lenin ha preservato l'esistenza formale delle repubbliche. Scrivo volutamente il termine al plurale. Grazie all'applicazione del principio del centralismo nel partito comunista e alla particolarità della personalità di Stalin, questa finzione, questa commedia è durata fino al 1990. L'indebolimento del partito ha condotto allo sconvolgimento dell'URSS secondo linee di frattura risalenti al periodo 1917-1922. La finzione è divenuta realtà. Nel 1917 i giacobini russi hanno creato la Repubblica dei Consigli (richiamo la vostra attenzione sul genere singolare). Lenin ha accettato questa finzione dell'Unione delle Repubbliche Sovietiche (richiamo la vostra attenzione sul genere plurale) e l'ha tollerata. Nel periodo dal 1946 al 1949, al culmine della sua potenza, anche Stalin ha sostenuto la parvenza degli Stati "Indipendenti", dalla Polonia fino alla Bulgaria. Ancora un'imprudenza teorica.
    Lo stato politico in opposizione allo stato etnico
    Nel dizionario francese "Le Petit Larousse" è riportato che la condizione dell'omogeneità di un'etnia è costituita dalla sua lingua e dalla sua cultura. Ai fini di questo lavoro, darò una mia personale interpretazione allargata di questa nozione, avendo affermato che lo stato etnico trova supporto per la sua unità nella razza, nella religione, nella lingua, nelle fantasie collettive, nei ricordi collettivi, nelle frustrazioni e nelle paure collettive. La concezione dello stato politico (quale sistema aperto, in espansione) è diametralmente opposta a quella dello stato etnico (quale sistema chiuso, sistema fisso). Lo stato politico rappresenta l'espressione della volontà degli uomini liberi verso un futuro collettivo. Lo stato politico, o più esattamente lo stato-nazione politico, del quale - dopo Ortega y Gasset (5) - sono considerato il moderno teorico, consente agli individui di conservare l'individualità personale (perdonate questo pleonasmo barbaro, rozzo) nel quadro della società. Neppure due mesi fa mi sono espresso in merito all'importanza delle nozioni di Imperium e Dominium. (6) Dal 1946 non ho smesso di sviluppare questa concezione di origine romana. Ad un amico in politica, che mi definiva vallone (solo questo non mi bastava!), scrissi, come al solito, che io non sono né vallone, né fiammingo, né tedesco, né belga e nemmeno europeo. Io sono io. La persona di Jean Thiriart - questo è Jean Thiriart, gli scrivevo io. Non mi piace affatto figurare insieme ad altre persone in qualche schedario, nel quale si dice di "ricordarmi". Desidero conservare in ogni occasione la mia ironia socratica. Partigiano del totalitarismo quando il discorso verte sull'Imperium, divento anarchico nella sfera del Dominium. Marx e Engels non conoscevano assolutamente questa fondamentale dicotomia Imperium / Dominium; per questo scrissero "L'ideologia tedesca" contro Max Stirner. La visione dell'Imperium in Stirner (la libera scelta federativa, il diritto alla secessione, ecc. ecc.) resterà per sempre utopica e inapplicabile. Al contrario, la sua visione della libertà interiore, della sfera del Dominium, sarà sempre interessante. Io sono bolscevico, giacobino, prussiano, staliniano, quando il discorso verte sull'Imperium e sulla sua disciplina civica, ma i miei gusti ed interessi intellettuali, riguardanti la mia esistenza particolare, la mia vita nel quadro del Dominium, vanno ad Odisseo, campione dell'imitazione dei cinici, a Diogene, che alla domanda: "Vedi tu qualche brav'uomo in Grecia?", rispose "In nessun luogo, ma vedo dei bravi fanciulli a Lacedemone...". Diogene e gli altri cinici ammiravano l'ordinamento di Sparta, come è noto, perché gli spartani erano partigiani della disciplina, dell'austerità, nemici del lusso e della fiacca. Così come Diagora, sono contro la religione. Beninteso, nella sfera privata! Certamente, sono famoso come il messaggero dell'Europa unita da Dublino fino a Vladivostok (7). Ma questa Europa unita, che descrivo e auspico, si connette alla sfera dell'Imperium. Ed è secondo me necessario un Imperium potente, dinamico, spietato - per poter essere efficace. Quanto alla mia personalità, essa si connette alla categoria del Dominium. Per la mia personalità culturale è impossibile scegliere categoria. Essa è unica, come unico è il mio codice genetico. Biologicamente, ogni uomo rappresenta l'incarnazione di un unico codice. E' uno. Nel campo della cultura - musica, architettura, letteratura, pittura, e così via - io esigo per me lo status di irremovibile individualista. Nello stato politico non possono esservi "minoranze", giacché queste hanno a che fare soltanto con le individualità, mentre la collettività ha a che fare con l'Imperium. Questi vincoli costituiscono delle limitazioni, che ho già menzionato sopra.

  9. #9
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    Sciagure recenti: federalismo, confederalismo
    Non appena nella concezione della costruzione dello stato si introduce il "tandem" di concetti "Imperium-Dominium", simultaneamente perdono ogni senso ed utilità certe soluzioni sciagurate come il federalismo o, peggio ancora, il confederalismo. Non posso trattenermi dal citare qui un autore americano, del quale ho conoscenza per un'unica sua citazione, ma molto pertinente: "Ogni gruppo di persone, quale che sia il loro numero, per quanto simili siano l'una alle altre, e quale che sia la fermezza con cui professano un'opinione comune, alle fine si spezza in piccoli gruppi che sostengono diverse varianti di quell'opinione; in questi sottogruppi emergono sotto-sottogruppi e così via, fino al limite ultimo di questa divisione - quello del singolo individuo". Queste parole sono attribuite ad Adam Ostwald, autore di un testo dal titolo "La società umana". Gli anarchici del XIX secolo e molti altri, fra cui Proudhon, perseverarono nell'errore madornale, consistente nel credere che conflitti e tensioni in seno ai GRANDI gruppi possano quasi sparire, trovando soluzione da sé nei PICCOLI gruppi. E' questa l'armonia sociale del XIX secolo, l'armonia del piccolo gruppo, in opposizione all'orrore dell'insopportabile dominazione del grande gruppo. Persino Lenin inventò una sciocchezza storica nell'ambito dell'assurda concezione del sempre-benfacente-ed-armonioso-piccolo-gruppo", che lo costrinse poi a scrivere dell'estinzione dello stato, nonché a desiderarla e preannunciarla.
    L'Europa fino a Vladivostok: la dimensione minima
    Lo stato-nazione che voglia essere indipendente è obbligato a dotarsi di mezzi militari adeguati. Il possesso di questi mezzi dipende dalla demografici, dalla geografia, dall'autarchia in fatto di materie prime, dalla potenza industriale dello stato. Fra l'Islanda e Vladivostok possiamo unire 800 milioni di persone (non fosse altro, per mantenere l'equilibrio con 1.200 milioni di Cinesi) e trovare nel sottosuolo della Siberia tutto il necessario per soddisfare il nostro fabbisogno energetico e strategico. Affermo che, dal punto di vista economico, la Siberia è la provincia dell'impero Europeo maggiormente necessaria alla sua sostenibilità. Una grande unione dell'Europa Occidentale altamente industrializzata e tecnologicamente all'avanguardia con l'Europa Siberiana che dispone di riserve pressoché inesauribili di materie prime, consente la creazione di un potentissimo Impero repubblicano, col quale nessuno potrà far altro che venire a patti.
    Limiti imposti dall'impero Europeo
    Questo stato costituisce un'unità. Non vuol saperne e non tollera divisioni né orizzontali (autonomie regionali) né verticali (classi sociali).(8) Il suo principio fondamentale costituisce un'unica cittadinanza: in qualsiasi luogo dell'impero Europeo il suo cittadino possiede diritto di scegliere, essere scelti e lavorare. Egli può in assoluta libertà cambiare luogo di residenza e di lavoro. La sua qualificazione professionale è riconosciuta nell'intero Impero: il medico che ha ottenuto il suo diploma a Madrid, può esercitare senza restrizioni a San Pietroburgo. Ogni corporativismo regionale è escluso. IL distacco di qualsiasi territorio è escluso in virtù del principio fondamentale, postulato. Nuovamente faremo uso del principio dei giacobini: "La Repubblica è unitaria e INDIVISIBILE". Non conviene ripetere l'errore leniniano del "diritto all'autodeterminazione". La "regione" o l'ex stato nazionale entrano in essa per sempre. L'unità di questo stato è irreversibilmente consolidato dalla legge costituzionale. Al contrario, questo Impero può estendersi, non mediante "conquiste" ma per annessione di coloro che vogliono unirsi ad esso. L'esercito è popolare ed integrato. Una singola casta militare non può godere di qualsiasi monopolio o privilegio con la scusa della professionalità. Questo esercito sarà completamente subordinato al potere politico. Nei primi 20-25 anni della sua esistenza, una speciale attenzione dovrà essere accordata a questo esercito, che le reclute chiamate dalle diverse regioni prestino servizio assieme. Non è necessario presupporre l'esistenza di reggimenti croati o divisioni francesi o corpi d'armata tedeschi o russi. La valuta è unica. Il possesso di valuta straniera o il suo impiego come mezzo di pagamento è punibile. Non è forse umiliante, vergognoso, che oggi sia possibile recarsi in Russia, purché provvisti di dollari americani? E' umiliante sia per i turisti dell'Europa occidentale, sia per i Russi. È un simbolo della nostra comune caduta: gli Europei d'Occidente colonizzati nel 1945, gli Europei d'Oriente balcanizzati e colonizzati nel 1990. Sarebbe più corretto pagare l'albergo di Mosca in ECU europei, anziché in dollari stranieri. La lingua intermedia dovrebbe diventare l'inglese.(9) Non ho scritto "americano". Qui sta la mia scelta inevitabile, pragmatica. Il concetto di legislazione uniforme è uno dei principi fondamentali di questo Impero. Diritto civile, diritto criminale, diritto del lavoro, diritto commerciale sono uniformi. Interpretazione ed applicazione della legge sono ovunque identici.
    Il Dominium e i suoi limiti
    Ognuno conosce il detto, secondo cui la libertà di una persona finisce là dove inizia la libertà di un'altra. In un precedente articolo (6) ho indicato, fra le sfere generali dell'Imperium, quelle in cui la Repubblica unitaria ".. non viene mai meno …". Quanto al Dominium, esso presuppone illimitata libertà di scelta, il godimento di tutte le libertà personali che non ledono l'Imperium. Queste libertà sono garantite nell'ambito della vita privata. Nei sistemi e regimi politici invecchiati (logori, deboli) sentimenti, emozioni, paure della vita privata inevitabilmente cercano di entrare - fin troppo spesso, ahimè - nella vita politica. L'Imperium dovrebbe restare una sfera elaborata, organizzata e diretta soltanto dalla neo-corteccia. Per comprendere il comportamento di una persona è necessario studiare i meccanismi del cervello.(10) Ripeto qui la mia battuta preferita riguardo a me stesso: "Non ho un'anima, ho un cervello". In realtà, come tutti gli individui, possiedo tre cervelli, e precisamente: - la corteccia originaria, la più antica (la scorza vecchia del cervello) ci consente di camminare, arrampicarsi, strisciare o dare un colpo ad effetto ad un pallone da basket; - il cervello "medio" (mesocorteccia) contiene tutta la mia "garanzia programmata" emozionale, necessaria alla sopravvivenza . Sergej Chakhotin, discepolo di Pavlov, ha da tempo descritto queste passioni e queste emozioni. Alla sopravvivenza di un individuo contribuiscono gli impulsi alla lotta e alla nutrizione; alla conservazione della specie, l'inclinazione sessuale e parentale (associativa). E infine il più moderno dei nostri tre "programmi di garanzia" è costituito dalla neocorteccia, questo magnifico strumento dell'uomo. Strumento insufficientemente utilizzato. La vecchia scorza del cervello conta già 200 milioni di anni. La neocorteccia si è formata solo un milione di anni fa. Questa dottrina (tesi) sui tre tipi di cervello, "l'un l'altro sovrapposti", o sul triplice cervello, come scrive il traduttore francese Roland Guyon, fu avanzata dal fisiologo americano Paul D. Mac Lean. Venne resa popolare da Arthur Koestler. (10) Nel suo "Psicologia sociale" Otto Klinberg si sofferma a lungo sulla questione della condotta emotiva dell'individuo. Due secoli prima della comparsa dei lavori scientifici di Paul D. Mac Lean, Sieyes ha anticipato questa moderna tesi dei tre cervelli sovrapposti l'un l'altro. Bastid, nelle 328 pagine della sua dissertazione, cita il manoscritto di Sieyes sul tema " Del cervello e dell'istinto". Molto prima di me Sieyes si meravigliò ed irritò per le pseudo-dimostrazioni nel linguaggio dei politici. Se anch'io impongo al lettore questa digressione, è solo per mostrare che gran parte dei discorsi politici aspri, aggressivi proviene dal nostro cervello medio superemotivo. Studiare bene il discorso politico è possibile soltanto conoscendo il meccanismo di funzionamento del cervello umano. In questo caso è facile individuare le ragioni del rinchiudersi in se stessi, dell'odio verso qualcos'altro. Diventa un semplice problema clinico, spiegato dalla fisiologia del cervello. Per molti anni mi sono imbattuto in "scrittori" che descrivevano la politica come riflesso del comportamento "meso-corticale" (passioni, emozioni, impulsi, frustrazioni, timori, repulsioni), mentre io con tutte le forze tento di descrivere una Repubblica "neo-corticale"… sic! Uno dei miei critici ha detto di me che sono un "mostro freddamente razionale". Concordo con lui, e preferisco questa condizione a quella di "mostro bacchico irragionevole", tanto amato dai monelli post-nietzscheani. Costantemente raccomando al lettore istruito che si interessa di politica di familiarizzarsi con le opere di Paul D. Mac Lean. L'assurdità del discorso politico pseudo-razionale che pretende di essere persuasivo (l'avvocato convince, lo scienziato dimostra) risalta chiaramente dalla seguente affermazione di Marc Jeannerod: "…il carattere indiretto delle relazioni fra il soggetto e il mondo esterno. Il soggetto si crea da sé la propria rappresentazione di questo mondo e questa rappresentazione governa la sua azione. In questa prospettiva, l'azione non costituisce una risposta a una qualche SITUAZIONE esterna, ma piuttosto la conseguenza o il prodotto di quella certa RAPPRESENTAZIONE"". Ogni primitivo vaniloquio sull'"ethnos" si spiega molto semplicemente con questo concetto di (fittizia) "rappresentazione" di una realtà rifiutata (produzione di realtà). Rifiuto della realtà, necessità del sogno ad occhi aperti. Per l'individuo che abbia ricevuto una rigida formazione scientifica, la politica e il suo linguaggio rappresentano un'ovvia assurdità. Gli uomini si gettano l'un l'altro in faccia invenzioni ed immagini di inimicizia personale, e rifiutano di accettare quelle situazioni… Ma ritorneremo sui tre tipi di cervello di Mac Lean. Quando consideriamo le orbite dei satelliti, le traiettorie delle sonde cosmiche, la resistenza dell'acciaio, le correzioni ottiche introdotte nella preparazione di una foto-lente, usiamo soltanto la nostra neocorteccia. Nel corso di un litigio fra automobilisti, finita in rissa, usiamo i cosiddetti meccanismo cervelli reattivi (archi-corteccia) ed emotivi (mesocorteccia) del cervello, e ci comportiamo come i mammiferi e i rettili. Nella rissa fra automobilisti, prendono il sopravvento gli impulsi aggressivi, che gradualmente sopprimono le funzioni regolatrici della neo-corteccia. L'inclinazione sessuale, a volte insopprimibile, ci spinge a desiderare la figlia minorenne del vicino. La medesima persona funziona sempre con l'aiuto di questo doppio "programma": il programma degli impulsi-passioni-sentimenti-emozioni, e il programma del pensiero assolutamente razionale. Questa digressione era necessaria per passare alla questione del governo del popolo. La religione si riferisce al campo del Dominium. Essa rappresenta una specie di attività privata, che in nessuno modo dovrebbe possedere la facoltà di influire sulla vita pubblica (con il conseguente rischio di vedere come gli "islamici" hanno sfidato l'autorità in Jugoslavia). E' ridicolo supporre che la religione possa interferire con una ragionevole vita politica, nell'Imperium. Proprio per negligenza verso questo principio sono avvenute stragi disgustose e stupide in Libano, Palestina, Armenia, Jugoslavia e Moldavia. Coloro che mischiano religione e politica costituiscono gli attuali "apprendisti stregoni". Rei di crimine sono coloro che hanno instaurato questo stato di tensione ma, dal punto di vista storico, rei anche coloro che per dilettantismo politico hanno chiuso gli occhi sul fatto che le passioni religiose possano essere usate nel contesto politico. Nell'Imperium laico dell'Unione delle repubbliche europee la libertà di confessione religiosa sarà permessa (preferirei scrivere "ammessa") nel quadro del Dominium e soppressa inesorabilmente al primo tentativo di interferire con l'area di competenza dell'Imperium. Razzisti spudorati e falsi hanno elaborato la tesi della etno-differenziazione (sic) e della "identità etnoculturale" (re-sic). Come risultato di ciò, sono scoppiate vere e proprie guerre in Moldavia, in Jugoslavia, nel Caucaso, guerre dirette da criminali comuni, per essere più precisi e schietti- da gangster. Sono già vent'anni che, insieme con rapine, prostituzione, gioco d'azzardo, narcotraffico, criminali e delinquenti mostrano interesse persino per la questione delle "minoranze oppresse". Queste follie religiose ed etno-differenziali sono state abilmente manipolate dapprima da ciarlatani e poi da gangsters, queste cosiddette follie, che si servono di disperati con fucile automatico in mano, ci trascineranno tanto in basso da trasformarci nelle "mille tribù della Nuova Guinea", cacciatori di teste. In conclusione voglio dire che il Dominium sottende una quasi incontrollata libertà di opinione (persino delle più idiote), ma che l'Imperium dell'Unione delle repubbliche laiche mai, neppure per un istante, ammetterà la libertà di fare "tutto quel che si vuole". Dal 1945 la storia ci fornisce chiari e sanguinosi esempi di ciò che NON conviene fare. Di ciò che non va permesso che accada domani.

  10. #10
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    Quando Mosca malata chiama in aiuto i guaritori
    Quel che da due anni avviene in Russia è pura pazzia. L'economia doveva essere liberalizzata passo dopo passo, dal basso (11) verso l'alto, fermandosi ad ogni stadio per 2-3 anni. Invece di ciò, a Mosca sono ammessi i peggiori avventurieri della finanza internazionale. Si apre la vendita a saldi dei risultati del lavoro di tre generazioni del popolo sovietico. Gli squali di Wall Street incominciano ad interessarsi troppo all'economia dell'ex URSS. Non si dovevano allentare i suoi bulloni politici consentendo la separazione dei suoi popoli, anche se Lenin, nella sua incultura politica (patrimonio del marxismo ascendente verso il 1848) ammise (con molta ipocrisia e molta leggerezza) il " diritto all'autodeterminazione ". La partizione politica e militare dell'URSS è e sarà un imperdonabile errore storico. Un fatto dannoso ed irreversibile. Le forze centrifughe distruggeranno in cinque anni distruggeranno quello che le forze centripete hanno creato in quattro o cinque secoli. All'inizio si dovevano riempire gli scaffali dei negozi di salumi e di pane, favorendo la creazione di un milione di imprese di piccole dimensioni (da uno a 50 lavoratori). Al tempo stesso si doveva rafforzare la repressione politica nei confronti di tutti questi "combattenti" per la separazione, l'indipendenza e l'autonomia. Altri esempi della condotta suicida dei nuovi dirigenti russi consiste nei loro "viaggi" a Washington, anziché accordarsi per ricevere aiuti economici dall'Europa Occidentale. Dal punto di vista storico e geopolitico gli USA sono il nemico speciale dell'URSS. La strategia storica degli USA consiste nel separare l'Europa e smembrare l'URSS. Per quattro secoli l'Inghilterra ha condotto le stesse politiche contro i re spagnoli, contro la Francia e la Germania. Oggi l'Inghilterra ha ceduto il posto agli USA. Ma ancora ieri instancabilmente mirava a distruggere la principale forza continentale, capace di unire in una federazione il continente europeo: gli Absburgo spagnoli, Bonaparte, Guglielmo II, Hitler.
    La Russia "solitaria" è il futuro "Brasile delle nevi"
    La divisione dell'URSS è irreversibile. Alla "Grande Russia" non è rimasta più alcuna chance di essere una grande potenza. Quindi la "Russia solitaria" è un paese senza futuro, al pari della Germania dopo il 1945 e della Francia dopo il 1962. Dal punto di vista storico, la Germania fu svuotata di significato nel 1945.Pur rappresentando oggi una grande potenza industriale, essa è completamente passiva, assolutamente ininfluente nell'arena politica internazionale. (12) Ecco che già da 47 anni la Germania non ha più una politica estera. In sé, questo non è un male per l'unità europea. L'isteria nazionalista ha causato grande danno all'Europa: due guerre suicide - nel 1914 e nel 1939. Se qualche sognatore ancora accarezza la speranza che la Russia divenga la "Grande Russia", una potenza di prima categoria, che costui sappia fin d'ora che Washington ha ancora molti pugnali. Cinicamente, Washington ha già giocato la carta di Baghdad contro Teheran poi la carta di Ryadh e dei suoi complici a Damasco e al Cairo contro Baghdad. Washington possiede ancora molte spade di riserva con cui, in caso di necessità, terminare la partizione dell'URSS e in seguito occuparsi della partizione della Russia stessa. Se necessario, Washington senza il minimo dubbio giocherà contro Mosca la carta di Pechino, o la carta del mondo islamico (dal Pakistan al Marocco). Oggi Francia, Inghilterra, Germania sono soltanto la finzione storica di uno stato indipendente, soltanto la parodia di questo. E tutti questi cosiddetti "grandi" paesi non hanno più una propria politica estera. La guerra in Irak ha dimostrato che a Washington Francia e Inghilterra servono solo come fornitori di "fucilieri senegalesi".
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