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    Predefinito Storia delle Due Sicilie

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    1)

    STORIA DELLE DUE SICILIE


    (dal libro "DUE SICILIE, 1830 - 1880" di Antonio Pagano)



    PANORAMA STORICO (1130 - 1860)


    Nel 1130, notte di Natale, con una fastosa cerimonia Re Ruggero II sancì a Palermo la nascita del Regno di Sicilia.
    Tutto il Sud della penisola italiana, dagli Abruzzi alla Sicilia, fu unificato come nazione indipendente con capitale Palermo.
    Quel 25 dicembre è una data simbolica: Ruggero II si presentava come il redentore di tutte le popolazioni del Sud della penisola, dagli Arabi, dai Bizantini e dai Longobardi e nello stesso tempo annunciava al mondo la nascita di un regno cristiano.
    Il Regno, a quella data, aveva circa tre milioni d'abitanti, ed era da sempre considerato il territorio più bello dell'Europa per l'antica cultura, per il clima, per gli stupendi paesaggi e per lo stesso modo di vivere della gente, che già per questo poteva ben dirsi una nazione.
    Nel resto d'Italia vi erano altri cinque milioni d'abitanti, divisi in tanti piccoli Stati, qualcuno non più grande della sua cerchia di mure, parlanti idiomi diversi, di origine diversa e con diverse tradizioni.
    Il governo normanno durò fino al 1194. Poi vi fu quello degli Svevi, il cui più illustre rappresentante fu Federico II. Con l'avvento degli Angioini nel 1266, la capitale del Regno di Sicilia fu portata a Napoli. A seguito dei «vespri siciliani» del 1282 la Sicilia fu occupata dagli Aragonesi e divenne Regno di Trinacria, mentre la parte continentale divenne Regno di Napoli.
    Nel 1443 gli Angioini, che non avevano mai formalmente rinunciato al titolo di re della Sicilia, dovettero cedere agli Aragonesi anche la parte continentale del Regno che fu riunito a quello di Napoli da Alfonso il Magnanimo (Regnum utriusque Siciliae, Regno delle Due Sicilie).
    Nel 1503 il Regno fece parte della Spagna, che costituì due vicereami autonomi: quello di Napoli e quello di Sicilia. Così restò nel breve periodo austriaco, che va dal 1707 al 1734, anno in cui tutta la Nazione diventò nuovamente indipendente con i Borbone.
    Il primo sovrano fu Carlo, figlio di Filippo V di Spagna e di Elisabetta Farnese, già duca di Parma.
    Egli prese possesso del regno, succedendo agli Austriaci, a seguito delle vicende connesse alla guerra di successione polacca e tale avvicendamento gli fu riconosciuto poi dal trattato di Vienna del 1738.
    Il ripristino dell'antico nome delle Due Sicilie avvenne nel 1816, a seguito del Congresso di Vienna del 1815 che mirava ad assestare politicamente il territorio europeo dopo gli sconvolgimenti causati dalle guerre napoleoniche. Al Congresso di Vienna, tuttavia, le potenze che avevano vinto il conflitto, Inghilterra, Austria, Russia e Prussia, diedero all'Europa una sistemazione tendente a rafforzare esclusivamente i loro interessi, dividendo artificialmente le nazioni.
    La Francia fu ricacciata negli antichi confini e privata di suoi territori a favore della Prussia, circostanza che fu poi l'origine di continue guerre tra i due popoli. Gli Stati tedeschi furono sconvolti da ingrandimenti e dimezzamenti territoriali senza che fosse tenuto conto della loro aspirazione a costituire uno Stato unico. La Polonia fu divisa fra tre Stati. L'Austria s'ingrandì a spese di una varietà di popoli del tutto diversi tra loro.
    Nella penisola italiana, la repubblica di Genova e l'Alto Novarese furono incorporate dal regno sardo-piemontese; il Veneto e la Lombardia furono assegnate all'Austria; il Regno delle Due Sicilie, pur avendo fatto parte delle potenze vincitrici, fu spogliato di Malta e dello Stato dei Presidii. Le decisioni del Congresso di Vienna, insomma, pur riuscendo a mantenere poi per numerosi anni un equilibrio tra le varie potenze, non considerarono in alcun modo le aspirazioni degli altri Stati, ponendo le premesse per i successivi conflitti.............



    (continua)........

  2. #2
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    2)

    Il Congresso di Vienna era avvenuto a seguito del Patto di Chaumont, stipulato nel 1814, per effetto del quale era stata costituita la Quadruplice Alleanza tra Inghilterra, Prussia, Austria e Prussia con l'impegno di liberare l'Europa dal dominio napoleonico e di ricondurre la Francia nei confini del 1792.
    Dopo il Congresso, si costituì il 26 settembre 1816 la Santa Alleanza tra Russia, Prussia e Austria, che si accordarono per darsi reciproca assistenza per la conservazione della situazione territoriale e delle dinastie istituzionali europee.
    Soprattutto l'Austria aveva interesse a questo accordo proprio perché costituita da un mosaico di popoli che aspiravano all'indipendenza.
    A quest'ultimo patto non partecipò l'Inghilterra, che era interessata non tanto alla stabilità del continente, ma solo a mantenere controbilanciate le forze delle potenze europee e di conservare il dominio sui mari, situazione quest'ultima che le permetteva di rendersi arbitra della politica degli altri Stati.
    La Francia fino al 1850 fu ingabbiata da questa alleanza che le impedì ogni azione tendente a modificare le decisioni fissate al Congresso di Vienna.
    La politica europea, in seguito, dovette abbandonare tali principi conservatori, ormai non più rispondenti alla realtà, e si apprestò a fronteggiare i pericoli ben più gravi causati dai moti liberali, i cui principali ispiratori, Giuseppe Mazzini e Carlo Marx, sostenevano soprattutto il principio dell'uguaglianza dei popoli più che la loro indipendenza.
    A tali principi erano particolarmente interessati gli ebrei, i quali da secoli lottavano per la loro emancipazione e per questo fecero parte delle società segrete alle quali parteciparono attivamente ed anche economicamente.
    Questa nuova ideologia aveva spaventato soprattutto la piccola e media borghesia dell'Europa continentale che appoggiò la conseguente reazione ed ebbe come risultato la formazione degli Stati costituzionali, come strumento per opporsi agli sconvolgimenti causati dai moti rivoluzionari, ma anche all'assolutismo monarchico che impediva una politica liberista.
    I moti del 1848, infatti, avevano scompaginato gli accordi del Congresso di Vienna con il prevalere delle idee del nazionalismo che aveva portato agli scontri dei tedeschi contro polacchi, danesi e slavi; ungheresi contro slovacchi; croati contro ungheresi e italiani.
    Gli Asburgo soffocarono le rivoluzioni in Italia, in Ungheria, in Germania e Boemia, basando però unicamente sulla forza dell'esercito la loro azione politica nel tenere unito il vasto impero austriaco.
    Artefice di questa politica fu il Metternich, che era convinto che solo il rispetto dell'ordine costituito potesse tenere insieme popoli diversi e di differente cultura in un unico organismo politico.
    In un primo tempo l'Inghilterra, coerentemente alla sua politica di bilanciare le contrapposizioni degli Stati europei, aveva appoggiato l'Austria perché la considerava pur sempre un baluardo all'espansionismo francese.
    Dopo il 1846 l'Inghilterra, guidata da Palmerston, incominciò anche ad interessarsi della situazione della penisola italiana ed a condannare
    apertamente gli interventi austriaci.
    L'Austria, infatti, aveva stretto rapporti amichevoli con Francia e Russia, le due potenze che gli Inglesi temevano di più.
    Per questo nel 1847 il governo inglese inviò in Italia lord Minto con il compito ufficiale di sostenere gli Stati riformatori e la causa della libertà in senso moderato, ma la vera missione di Minto era quella di evitare una crisi dell'equilibrio europeo, e di impedire che tutta la penisola cadesse sotto l'influenza francese a seguito di un eventuale disimpegno austriaco.
    Altro compito di Lord Minto nella penisola era quello di favorire la costituzione di una lega doganale tra i vari Stati italiani.
    L'Inghilterra, infatti, sovrastava tutti gli altri Stati europei nell'industria e nel commercio e, per questo, aveva tutto l'interesse ad imporre in Europa una politica di libero scambio, che, permettendo il libero ingresso di prodotti a basso costo, avrebbe stroncato sul nascere le economie emergenti che non avrebbero avuto più la forza di competere con essa...........



    (continua)....

  3. #3
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    3)

    Inaspettatamente, però, nel 1848 l'Inghilterra prese le parti dell'Austria nel conflitto contro i piemontesi.
    La ragione di questa svolta fu causata dal movimento rivoluzionario che era scoppiato in Francia con la cacciata di Luigi Filippo e la formazione di una repubblica con a capo il nipote di Napoleone, Luigi.
    Si temeva, infatti, che tale rivoluzione potesse interessare tutta l'Europa com'era successo nel 1789.
    Palmerston cercò perfino di impedire l'intervento duosiciliano, prospettando al Re Ferdinando II una sicura vittoria dell'Austria e i gravi danni che gli sarebbero derivati da un eventuale ingrandimento del Piemonte.
    Il governo inglese temeva, com'era in effetti nelle intese della Francia, che questa avrebbe approfittato degli avvenimenti insurrezionali italiani per aumentare la sua influenza in Italia a scapito di quella austriaca.
    Lo stesso lord Minto fu incaricato di diffidare il governo piemontese dal provocare un intervento francese e, inoltre, fu incaricato di evitare che la Sicilia, a seguito dell'insurrezione che vi era scoppiata, potesse cadere sotto l'influenza francese.
    L'Inghilterra propose che fosse posto sul trono siciliano il figlio del savoiardo Carlo Alberto in contrapposizione alla Francia che proponeva un principe francese, ma la vittoria dell'Austria sul Piemonte pose fine a questi contrasti che non riguardavano minimamente l'indipendenza della Sicilia, ma solo ed esclusivamente gli interessi mediterranei delle due potenze.
    Napoleone III, d'altra parte, avendo compreso che il principio delle nazionalità avrebbe alla lunga prevalso, mirò a cambiare l'Europa nata nel 1815 e aveva indirizzata la sua politica contro l'impero austriaco per imporre il proprio predominio sugli altri Stati europei.
    Tuttavia la sua concezione era impossibile da realizzare perché contraddittoria. Egli, infatti, mentre da una parte voleva rifare l'Europa, dall'altra voleva mantenere il vecchio equilibrio europeo.
    Nel Regno delle Due Sicilie, primo fra gli altri Stati europei, Ferdinando II, ma con scopi diversi, concesse il 29 gennaio del 1848 la Costituzione, che in rapida successione fu concessa anche dagli altri Stati con l'interessata pressione del governo inglese.
    I movimenti rivoluzionari che si erano manifestati nelle Due Sicilie, tuttavia, non erano spontanee rivolte popolari come lo erano altrove, ma erano provocate solo da una parte della borghesia d'idee liberali, quella mercantile, ed anche da quella ancora legata a consuetudinari privilegi feudali, che si opponeva alla tradizionale amministrazione duosiciliana in favore delle classi meno abbienti.
    La concessione della Costituzione, per il sovrano duosiciliano, aveva motivazioni diverse da quelle liberali, perché ben diverse erano le condizioni del popolo. Non vi era nelle Due Sicilie, come invece vi era nell'Italia settentrionale, il dominio di un governo straniero, né l'assolutismo era oppressivo come in Piemonte, ma illuminato e popolare, tanto che in brevissimo tempo aveva portato il Regno ad un'economia di buon livello. Questo successo era avvenuto in modo naturale, senza l'aggressività della rivoluzione industriale inglese che aveva causato milioni di derelitti in Inghilterra e in Francia, ma anzi con un crescente e diffuso benessere, relativamente ai tempi, che, senza l'interruzione dell'invasione piemontese, avrebbe portato correttamente il Regno ai più alti vertici economici e sociali...........



    (continua)...

  4. #4
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    Nel regno sardo-piemontese la borghesia, priva di capitali e di mercati più vasti, amministrata in modo ottuso, desiderando di voler "risorgere" dalle sue misere condizioni, ad imitazione delle fortune coloniali inglesi e francesi, concepì la conquista degli altri, più ricchi, territori della penisola italiana.
    Il Regno savoiardo, tuttavia, non aveva le capacità per compiere da sola queste conquiste.
    La monarchia savoiarda, tra l'altro, si era dimostrata la più retriva e reazionaria della penisola soffocando nel sangue il più piccolo tentativo di rivolta. Essa fu spinta, in ogni modo, dalla sua classe politica ad espandersi territorialmente verso la Lombardia e il Veneto, ma gli Austriaci, nonostante disordini interni, sconfissero facilmente nel luglio del 1849 i piemontesi a Custoza.
    La Russia, intanto, che da qualche tempo cercava di espandere il suo territorio in direzione del Mediterraneo, progettò di annettersi la Valacchia e la Moldavia allo scopo di avere un più facile accesso nel Mar Nero. Il suo scontro vittorioso contro la Turchia nel 1853 determinò però un altro conflitto, quello cosiddetto di Crimea, che i francesi e gli inglesi, uniti dagli stessi interessi, organizzarono per contrastare l'espansionismo russo.
    Al conflitto volle partecipare il governo piemontese retto da Cavour, che in tal modo contava di liberare il Piemonte dall'isolamento internazionale e di stringere forti alleanze per non avere ostacoli ai suoi disegni espansionistici.
    Dopo la guerra di Crimea, al successivo congresso di pace di Parigi del 1856, Francia e Inghilterra, anche se per scopi diversi, affermarono tra l'altro che il governo pontificio, il governo austriaco e quello duosiciliano opprimevano le popolazioni a loro sottomesse.
    A seguito di questi pronunciamenti Cavour si recò a Londra sperando di ottenere un aiuto armato per una guerra contro l'Austria, ma si rese conto che le dichiarazioni inglesi avevano solo il fine di ottenere un favorevole voto piemontese al Congresso per la questione della Valacchia e della Moldavia. L'Inghilterra, infatti, mai avrebbe permesso un indebolimento dell'Austria che continuava a considerare in funzione antifrancese, anche se si era dimostrato favorevole alla creazione di un più forte Stato nel nord della penisola italiana.
    Cavour allora si rivolse alla Francia e si giunse così al Convegno di Plombières, dove furono poste le basi delle successive conquiste piemontesi. Nel Convegno fu stabilito che, a seguito dell'intervento francese, si sarebbe creato un regno dell'Alta Italia sotto i Savoia; Luciano Murat sarebbe stato posto a Napoli e Gerolamo Bonaparte a Firenze, costituendo con questo nuovo assetto della penisola una confederazione italiana sotto la presidenza del Papa, che avrebbe però avuto un ridimensionamento del proprio territorio. Il Piemonte, non avendo risorse economiche per sostenere una guerra, si obbligò di vendere alla Francia i suoi possedimenti di Nizza e Savoia, ed era in procinto di vendere anche la Sardegna se non fosse stato fermato dall'Inghilterra che temeva la formazione di una supremazia della Francia nel bacino mediterraneo............



    (continua)...

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    L'Inghilterra appena seppe di questo piano, diffidò immediatamente Napoleone III e Cavour, chiedendo anche alla Prussia di intervenire militarmente per evitare una guerra contro l'Austria. Il conflitto, tuttavia, scoppiò ugualmente a causa dell'ingenuità del governo austriaco che inviò un ultimatum al Piemonte, il quale per questo fu considerato uno Stato aggredito, fatto che causò, com'era nei patti, l'intervento francese. Durante il conflitto Cavour, noncurante degli accordi di Plombières, attivò numerose rivolte in Toscana, nei ducati di Parma e di Modena, e nelle Legazioni delle Romagne per poterle annettere al Piemonte e fu anche per questo motivo che Napoleone III si affrettò a firmare un armistizio con gli Austriaci a Villafranca, oltre a quello più pressante della minaccia alle sue frontiere di un intervento prussiano.
    In seguito l'Inghilterra ritenne più confacente ai suoi interessi una modifica radicale dell'assetto politico della penisola italiana. Determinante fu innanzitutto la progettata apertura del canale di Suez, fatto che rendeva indispensabile avere il dominio del Mediterraneo, e poi i contemporanei accordi commerciali tra le Due Sicilie e l'impero russo, che aveva iniziato a far navigare la sua flotta nel Mediterraneo, avendo come base d'appoggio proprio i porti delle Due Sicilie.
    L'Inghilterra, tra l'altro, aveva considerato che la creazione di un unico Stato nella penisola italiana potesse fare da contrappeso alla Francia nel Mediterraneo e avrebbe eliminato o ridotto fortemente l'influenza cattolica in Europa.
    Non vanno sottovalutati anche altre vicende che determinarono un cambiamento della politica inglese nei confronti delle Due Sicilie: innanzitutto l'abolizione di fatto della Costituzione concessa nel 1848 e la mancata partecipazione delle Due Sicilie alla Lega Doganale da parte di Ferdinando II. Tale situazione contrastava fortemente gli interessi commerciali inglesi che traevano buoni profitti dai traffici con gli Stati che avevano adottato una politica di libero scambio. Per questi motivi l'Inghilterra decise di favorire la conquista degli altri Stati della penisola italiana da parte del Piemonte, che, non avendo nulla da perdere in campo economico, aveva già una politica di libero scambio.
    L'Austria non poté intervenire a causa delle sue lotte interne, mentre la Russia era troppo distante dal teatro degli avvenimenti.
    La Francia cercò di impedire il movimento annessionistico del Piemonte, ma la successiva formazione di una intesa tra Austria, Prussia e Russia non le consentì di opporsi all'Inghilterra per non correre il rischio di rimanere politicamente isolata. Napoleone III si limitò a mantenere le sue truppe nello Stato pontificio con lo scopo dichiarato di proteggere il Papa, ma in realtà per tenere il nuovo Stato italiano sotto tutela francese........



    (continua)...

  6. #6
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    La circostanza catalizzatrice dell'annessione fu, senza dubbio, l'alleanza sotterranea tra la borghesia piemontese e di una parte di quella delle Due Sicilie, quella soprattutto liberale.
    Una gran parte della borghesia duosiciliana, infatti, restò legittimista e fornì non pochi aiuti alla resistenza subito formatasi dopo l'invasione delle truppe piemontesi.
    Gli obiettivi di quella piemontese erano quelli di impossessarsi di nuovi territori con le loro ricchezze e di sfruttare quest'ampliamento con l'opportunità di più vasti traffici e appalti, mentre gli scopi di quella duosiciliana, che era soprattutto una borghesia legata alla terra, erano quelli di sottrarsi alla tradizionale amministrazione dei Borbone e di impossessarsi delle vaste terre demaniali che erano concesse gratuitamente in uso civico ai contadini.
    Conclusi tali accordi, che minarono dall'interno lo stesso governo delle Due Sicilie, l'azione di Garibaldi, enormemente aiutato dagli inglesi (sbarcarono anche truppe indiane in Sicilia), fu una facile passeggiata fino a Napoli, sebbene costellata da numerosi episodi di violenza, di stragi e di ruberie. Colpevole fu, infine, anche la dirigenza militare duosiciliana, quella che non tradì, che non aveva capito che nella guerra portata dai piemontesi non esisteva più la moralità, la cavalleria ed il rispetto del diritto di un tempo. L'invasione piemontese fu attuata, infatti, con una guerra totale che non rispettò nulla e nessuno.......



    (continua)...

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    SITUAZIONE DELLE DUE SICILIE NEL 1860


    Facevano parte del Regno, per il territorio continentale, la parte meridionale del Lazio, le province di Gaeta e Sora (che durante il periodo fascista furono assegnate al Lazio per dare più territori alla nuova provincia di Littoria, oggi Latina), l'area della capitale Napoli, Terra di lavoro, Principato citeriore, Basilicata, Principato ulteriore, Capitanata, Terra di Bari, Terra d'Otranto, Calabria citeriore, 2ª Calabria ulteriore, 1ª Calabria ulteriore, Molise, Abruzzo citeriore, 2° Abruzzo ulteriore, 1° Abruzzo ulteriore; la Sicilia, che era suddivisa nelle province di Val di Mazara, Val Demone e Val di Noto.
    Il Regno delle Due Sicilie, all'atto dell'invasione piemontese, nel confronto con gli altri Stati europei era considerato per la sua ricchezza, per la sua cultura e per le sue condizioni sociali tra i primi Stati dell'Europa.
    Ancora oggi, tuttavia, si continua ad affermare che lo Stato delle Due Sicilie era economicamente arretrato rispetto all'area lombardo - piemontese. Questo non era possibile per una sola considerazione: gli Stati preunitari e, per certi versi, ancora feudali del Nord, erano troppo piccoli perché potessero dare vita ad uno sviluppo industriale consistente, non solo perché non avevano capitali, ma anche perché non avevano un mercato di dimensioni considerevoli come lo era quello del Regno delle Due Sicilie, il quale, inoltre, aveva un'ottima flotta mercantile che gli permetteva di avere rapporti commerciali con tutto il mondo.
    In Piemonte il sistema sociale ed economico era ben povera cosa. Vi erano solo alcune Casse di risparmio e le istituzioni più attive erano i Monti di Pietà. Insomma esistevano solo delle piccole banche e banchieri privati, generalmente d'origine straniera, che assicuravano il cambio delle monete al ridotto mercato piemontese. In Lombardia non c'era alcuna banca d'emissione e le attività commerciali riuscivano ad andare avanti solo perché operava la banca austriaca. Tutto questo già da solo dovrebbe rendere evidente che prima dell'invasione delle Due Sicilie, nell'Italia settentrionale non vi potevano essere vere industrie, né vi poteva essere un grande commercio, né che i suoi abitanti erano ricchi ed evoluti, come afferma la storiografia ufficiale. Valga ad esempio il fatto che le locomotive della prima linea ferroviaria del Piemonte furono acquistate nelle Due Sicilie dalle officine di Pietrarsa a Napoli.
    Nell'Italia settentrionale i primi ad avere una vera banca furono i genovesi con la Banca di Genova, fondata per sconti, depositi e conti correnti da alcuni commercianti.
    Questo avvenne soltanto nel 1844. Poi tre anni dopo (vale a dire appena 13 anni prima dell'invasione) si costituì la Banca di Torino, che nel 1849 si fuse con la Banca di Genova, originando la Banca Nazionale degli Stati Sardi (ma di proprietà privata). Cavour, che aveva interessi personali in quella banca, impose al parlamento savoiardo di affidare a tale istituzione compiti di tesoreria dello Stato. Si ebbe, quindi, una banca privata che emetteva e gestiva denaro dello Stato.....

    (continua)....

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    A quei tempi l'emissione di carta moneta era fatta solo dal Piemonte, mentre al contrario l'antichissimo Banco delle Due Sicilie emetteva monete d'oro e d'argento, e in più, per velocizzare la circolazione monetaria, fedi di credito e polizze notate, le quali corrispondevano ad altrettanta quantità d'oro depositato nel Banco (la quantità di denaro circolante nel Regno delle Due Sicilie assommava a circa 443 milioni di lire dell'epoca).
    Un sistema che, per alcune norme, possiamo certamente paragonare alle carte di credito di oggi. La carta moneta del Piemonte si basava anch'essa su una riserva d'oro (il circolante nel regno sardo assommava a circa 20 milioni di lire), ma il rapporto era di 3 a 1, in altre parole tre lire di carta valevano una lira d'oro e questo significava la quasi inesistenza di capitali utili per finanziare imprese e commerci. Tuttavia, per le continue guerre che i savoiardi facevano, anche quel simulacro di convertibilità in oro non era mai rispettato, sicché ancor prima del 1861 la carta moneta piemontese non rappresentava nemmeno più il suo valore nominale a causa dell'emissione incontrollata che se ne fece.
    Il Reame aveva due amministrazioni: quella delle province napolitane che comprendeva tutte le regioni continentali dagli Abruzzi alle Calabrie e quella siciliana. L'amministrazione dello Stato, divenuta piuttosto farraginosa dopo i cambiamenti apportati dall'occupazione francese (nel periodo dal 1799 al 1815), era in via di trasformazione, ma in sostanza era efficiente e funzionale.
    La giustizia era proprio borbonica, in pratica era la migliore in assoluto in Italia, ed i suoi codici erano di riferimento per tutta la legislazione della penisola italiana e dell'Europa. Negli affari interni, inoltre, la legislazione era molto tollerante nei confronti delle altre religioni e nei confronti degli stranieri residenti.
    Nel 1860 la popolazione del Regno delle Due Sicilie era poco più di 9 milioni di abitanti, di cui la parte attiva era un po' meno del 48%.
    Il Regno in quell'anno poteva sicuramente essere considerato in campo economico al terzo posto in Europa. Questo era stato il risultato di previdenti leggi che avevano regolato le importazioni e le esportazioni proprio con lo scopo di favorire la nascita dell'industria, dosando opportunamente i dazi doganali e le misure fiscali. L'industria tessile (seta, cotone e lana) e quella metalmeccanica erano già dal 1818 i due principali settori trainanti dell'economia duosiciliana, tanto che portarono anche numerosi stranieri ad investire nel Regno....

    (continua)...

  9. #9
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    La politica industriale era stata insomma lungimirante e coerente, anticipando di un secolo in Italia, la formula dell'iniziativa pubblica nell'industria, senza peraltro avvantaggiare le industrie statali che erano sempre in concorrenza con le iniziative private. Lo sviluppo industriale del Regno di Napoli, vale a dire il trasferimento di risorse dal settore agricolo al settore industriale, non avvenne, infatti, per opera di privati come negli altri Stati (grossi proprietari terrieri, come in Inghilterra, o Banche, come in Germania), ma per diretto intervento dello Stato, che tuttavia fu anche coadiuvato da imprenditori privati con capitali agrari, commerciali, bancari e di paesi esteri già sviluppati.
    Per quanto riguarda il territorio continentale, gli addetti alle grandi industrie, escludendo in pratica tutte le attività meramente artigianali o in ogni caso non impieganti meno di 5 addetti, erano 210.000 in quasi 5.000 opifici e costituivano circa il 7% della popolazione attiva. Il capitale investito nella sola industria si può valutare intorno ai cento milioni di ducati e dava utili che raggiungevano in numerosi casi il 15 o 20 %, con una media dell'8% circa.
    Il reddito medio pro-capite era poco più superiore a quello medio italiano, per un totale di 275 milioni di ducati l'anno. Per quanto riguarda la vita economica bisogna dire che i prezzi erano molto stabili ed il Governo era sempre attento a garantire sia un'attività produttiva redditizia, sia paghe adeguate all'insieme sociale ed economico.
    Il settore agricolo, aumentata del 120% la sua produttività negli ultimi 40 anni, dava un'eccedenza di risorse alimentari che erano così disponibili sia per la manodopera dell'industria, sia per l'aumento della popolazione.
    Il Regno aveva dunque una forte economia, una stabile e solida moneta e una veramente ottima flotta navale mercantile e militare. La Marina Mercantile duosiciliana, la terza in Europa con oltre 9.800 bastimenti, aveva avuto un forte sviluppo perché aveva dovuto soddisfare le crescenti esigenze dei trasporti commerciali, che dai registri doganali dell'epoca erano valutati per circa 500.000.000 di ducati tra import ed export. Nel Regno esistevano allora circa quaranta cantieri navali di una certa rilevanza, ove erano varati in media circa 50 navigli l'anno....

    (continua)...

  10. #10
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    http://www.eleaml.org/sud/storia/storia2s.html

    10)

    In questo quadro è necessario anche illustrare, sia pure brevemente, la situazione delle varie regioni, iniziando con la CALABRIA, che è veramente un esempio significativo. Prima dell'unità d'Italia era la più ricca regione d'Italia, ora è la più povera d'Europa. In Calabria lo sviluppo delle industrie iniziò con lo sfruttamento delle miniere di ferro e di grafite che vi erano state rinvenute. Per questo fu fondato il Real Stabilimento di Mongiana, dove su un'area coperta di 12.000 metri quadri, furono costituiti una fonderia e un grandioso stabilimento siderurgico, potenziato con due altiforni per la ghisa, due forni Wilkinson e sei raffinerie. Accanto vi era anche una fabbrica d'armi su un'area coperta di circa 4.000 metri quadri. La produzione della ghisa e del ferro era di eccellente qualità e da essi si ricavavano trafilati, laminati e acciai da cementazione. Alla fine del Regno la Calabria era, insomma, fortemente industrializzata e negli stabilimenti di Mongiana, di Pazzano, di Fuscaldo, di Cardinale e di Bigonci vi lavoravano circa 2.500 operai, numero veramente notevole per quell'epoca. Altre attività importanti in Calabria, per antica tradizione, oltre alla notevole produzione agricola, erano quelle tessili, in cui essa primeggiava per la produzione della seta, gli arsenali ed i numerosi cantieri navali. I calabresi impiegati nelle sole industrie erano allora poco più di 31.000.
    Nelle PUGLIE ed in BASILICATA vi erano importantissimi opifici di lana, di cotone e del lino, la cui produzione era esportata in tutto il mondo. Vi erano anche molte centinaia filande quasi tutte motorizzate. Molto importanti erano anche le fabbriche di presse olearie e di macchine agricole prodotte negli stabilimenti di Foggia e di Bari. Di notevole peso sul piano economico erano le ottime aziende agricole e chimiche, le numerosissime flottiglie per la pesca ed i cantieri navali. A Barletta vi era un'efficientissima salina che riforniva tutta l'Europa. Centro di riferimento, per tutto il Regno, era l'attivissima Borsa di Commercio di Bari.....



    (continua)...

 

 
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