La Repubblica dei veleni
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di Marco Damilano
Il caso Visco. I dossier in arrivo sull'Unipol. Sul governo Prodi si addensano nubi minacciose. E lo scontro politico s'infiamma
Dossier, fascicoli, intercettazioni. Spioni scatenati che estraggono dal cilindro carte venute dal passato. Conti segreti che rimbalzano da un continente all'altro, a infangare i vertici del centrosinistra. Uomini dello Stato che rilasciano interviste a ruota libera, partecipano ai talk-show televisivi per lanciare accuse gravissime contro il governo. Per Romano Prodi doveva essere finalmente l'estate delle riforme, del tesoretto da redistribuire e del sistema previdenziale da rimettere in ordine. E invece, mentre il presidente del Consiglio è in partenza per il vertice del G8 di Rostock dove partecipa da decano dei meeting internazionali, i palazzi romani tremano travolti da un'ondata di veleni che riporta alle stagioni più buie della prima Repubblica. Un assedio ben orchestrato da una regia politica neppure tanto occulta. Con l'incubo di una crisi politica cavalcata con spregiudicatezza da Silvio Berlusconi: pronto ad agitare, proprio lui, la questione morale contro il più importante partito della coalizione.
I Ds e il loro leader di sempre, Massimo D'Alema. Prima con un rapporto che lo tira in ballo per presunti fondi in Sud America. Poi, con le intercettazioni delle sue telefonate con Giovanni Consorte sul caso Unipol-Bnl. Risalgono al 2005, due anni fa, deflagrano nel dibattito politico come una bomba. Investendo personalmente il vice-premier, il ministro degli Esteri, l'uomo forte del governo Prodi: il primo a parlare di rischio 1992, una nuova crisi di sistema modello Tangentopoli, in un'intervista al 'Corriere della Sera'. Uno scontro che conferma le cupe previsioni che Prodi ripete da giorni: "Faranno di tutto per buttare giù il governo, di tutto. Cercheranno di farmi cadere a ogni costo", ha confidato preoccupato alla vigilia dello scontro al Senato di mercoledì 6 giugno tra maggioranza e opposizione sul caso Visco-Speciale. Si riferisce certo all'eterno avversario Berlusconi che senza cravatta da Desenzano a Lucca reclama a gran voce le elezioni anticipate. Ma anche ai tanti, troppi nemici accumulati dal governo in questo anno, che vogliono approfittare del marasma per dare il colpo di grazia al Professore.
Enzo Carra sfoglia il nuovo libro del sociologo francese Serge Latouche e ricorda il suo ultimo incontro con Walter Veltroni, qualche settimana fa. "Gli ho confidato che negli ultimi tempi sono tormentato da un timore: 'Walter, non è che alla fine questo Partito democratico rischia di ripartire da dove ci siamo lasciati? Da Tangentopoli'". Detto da Carra, oggi deputato della Margherita, ieri portavoce della Dc diventato ai tempi delle inchieste Mani pulite suo malgrado un personaggio simbolo, trascinato in tribunale in manette sotto i riflettori, l'allusione assume il significato di una sinistra profezia. "Con una differenza: non credo che i Ds staranno buoni come noi democristiani che ci siamo fatti massacrare e abbiamo tolto il disturbo senza reagire. Sta per scoppiare una guerra che nessuno vorrà perdere".
Perfino alcuni protagonisti sono gli stessi di allora: per esempio, il ministro Antonio Di Pietro, il pm superstar di 15 anni fa, è stato il più deciso nel governo a chiedere chiarezza sul caso Visco e a ergersi a paladino della Guardia di finanza, nonostante i rapporti non idilliaci avuti in passato con le Fiamme gialle. Sul comandante della Finanza Roberto Speciale si sono fatte le prove generali: nel centrosinistra è scattato l'allarme rosso quando l'alto ufficiale ha rifiutato la nomina alla Corte dei conti. Un diniego che nei piani alti del governo è stato letto come il segno che Speciale è disposto a giocarsi fino in fondo la sua partita, con qualche carta in mano. Ma il botto vero è quello delle intercettazioni sull'estate dei furbetti del quartierino, il 2005, che dalla Procura di Milano transitano in Parlamento. Conversazioni in cui D'Alema e il suo braccio destro Nicola Latorre si interessavano calorosamente dell'affare Bnl.
Nei giorni della bufera il ministro degli Esteri è stato avvistato a Valencia per tifare Luna Rossa, poi un viaggio in Siria e in Libano e pronto a ripartire per la Turchia. Fedele alla consegna che ha affidato ai suoi: "In questa fase meno facciamo meglio è. Anche perché ogni volta che faccio qualcosa mi attribuiscono le manovre più fantasiose. E allora, silenzio". Sulle intercettazioni ha ostentato tranquillità: "Noi ne usciremo indenni. Altri non so". E sugli scambi di opinioni con Consorte ha sfoderato il sarcasmo dei momenti difficili: "Ho parlato con Consorte, ebbene sì, mi occupo di economia. E ho parlato anche con Geronzi, con Profumo, con Bazoli... Nei miei incontri all'estero mi interesso dei contratti di Eni e Enel. A volte addirittura di quelli della Fiat".
Dietro questa facciata, però, nel clan dalemiano monta l'angoscia. "Se queste telefonate fossero state pubblicate sei mesi fa non avrebbero interessato nessuno. In questo momento di debolezza del governo, certo, fanno un altro effetto", dicono i fedelissimi. Hanno già indossato l'elmetto e si preparano alla trincea. "Se vogliono la guerra l'avranno. E sarà una guerra senza quartiere", minacciano dal comando generale del vice-premier. "Se mettono la cacca nel ventilatore noi saremo schizzati, ma gli altri saranno ricoperti". Ma trapela una profonda inquietudine. C'è la paura di doversi difendere da soli. C'è il sospetto che alcuni settori della maggioranza, come Di Pietro ma anche la Margherita, vogliano speculare sulle disgrazie della Quercia: "Sul caso Visco il ministro Di Pietro è stato a un passo dallo sfiduciare un vice-ministro. In un governo serio il presidente del Consiglio lo avrebbe chiamato e lo avrebbe riportato alla ragione". E c'è la consapevolezza che la partita più grande riguarda il governo Prodi e il futuro del Pd. Finché continua questa situazione di debolezza della politica chiunque può infilarsi, ragionano i dalemiani. Nelle ore che hanno preceduto lo scontro al Senato su Visco si sono infittiti i contatti tra i dalemiani e gli uomini di Prodi: i ministri Giulio Santagata e Paolo De Castro, il ritrovato Angelo Rovati. Con un unico refrain: scavallare questo giugno terribile, evitare di cadere in trappole letali. E dedicarsi a sanare quella che in tanti indicano come la vera ragione di fragilità politica del governo: la mancanza di leadership del Pd.
Per Prodi, la guida del Partito democratico è l'ultimo dei problemi. La questione sono gli attacchi delle ultime settimane: gli editoriali che invitano a voltare pagina, i titoli dei quotidiani sulla contestazione al festival dell'economia di Trento, per esempio, quando quasi tutta la sala aveva fischiato i manifestanti. Oppure le critiche per non aver agito con tempestività per sostituire l'ex direttore del Sismi Nicolò Pollari e la sua rete di fedelissimi. Un gruppo che non è rimasto con le mani in mano neppure durante il voto al Senato, come dimostra l'attivismo del presidente della commissione Difesa, l'ex dipietrista Sergio De Gregorio, personaggio misterioso, legatissimo a Pollari. È stato lui a comunicare alle agenzie che il generale Speciale avrebbe rifiutato l'incarico alla Corte dei conti. Ed è stato lui a indicare tempestivamente la via d'uscita dalla crisi politica: un governo istituzionale che scriva una nuova legge elettorale e riporti gli italiani alle urne.
Il nome del capo di questo governo ricorre negli scenari già da molti mesi: il presidente del Senato Franco Marini, il mattatore del Visco day del 5 giugno. Chi c'era ricorda una scenetta sull'aereo di Stato che portò nell'autunno scorso mezzo governo e le alte cariche istituzionali ad assistere alla messa del papa nello stadio di Verona. Da un lato, in prima fila c'erano Romano e Flavia Prodi. Dall'altro, Marini e Pier Ferdinando Casini. Un'inossidabile coppia democristiana: "L'asse di un nuovo governo che potrebbe durare un anno e mezzo", si sbilancia il centrista Bruno Tabacci.
Sotto la Quercia giurano di non credere a questa ipotesi. E scommettono sulla lealtà di Marini, dimostrata due anni fa proprio sul caso Unipol, quando l'ex sindacalista della Cisl bloccò Francesco Rutelli e intervenne in difesa di D'Alema e di Fassino. I prodiani, però, non si fidano. L'ultima volta che lo hanno fatto, nel 1998, si sono ritrovati con D'Alema a Palazzo Chigi e Prodi privato cittadino.
L'ipotesi di un governo istituzionale targato Marini interessa Casini, ma anche Gianfranco Fini e potrebbe non dispiacere alla Lega. Ma Berlusconi non ne vuole sentire parlare, vorrebbe andare subito alle elezione anticipate. È galvanizzato dai bagni di popolarità che lo accompagnano in giro per l'Italia. E si bea delle difficoltà di Prodi. Con l'assoluzione al processo Sme si sente libero dagli impedimenti giudiziari, sa di poter contare per la prima volta sulla carta del giustizialismo, si prepara ad agitare lui la questione morale contro il centrosinistra. Lo scontro al Senato sul caso Visco-Speciale è solo l'antipasto. Tutto il network berlusconiano è già mobilitato per le campagne dei prossimi giorni, da Unipol in poi: rivelazioni di stampa, dal 'Giornale' in giù, gruppi parlamentari fedeli che puntano a trasformare le aule parlamentari in tribunali dove trascinare gli uomini del centrosinistra alla sbarra, vice-ministri, ministri, prima Visco, poi D'Alema. E il Cavaliere che orchestra le danze, pronto a processare il centrosinistra nelle piazze. Per dare la spallata definitiva al governo Prodi. Il Professore resiste: "Ricordatevi, dopo il tramonto arriva sempre l'alba", ha sussurrato ai suoi prima di partire per il G8 di Rostock. Una estrema dimostrazione di ottimismo. Eppure il premier sa bene che attorno a lui si addensano ombre crepuscolari, da notte fonda. E che per lui l'alba rischia di essere amarissima. (11 giugno 2007)





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