San Sebastiano a chi?
Poliziotti immobili sotto le pietrate dei casseurs. Ordine pubblico?
Sabato a Roma centottanta poliziotti schierati hanno subito per un’ora, immobili, l’attacco di quaranta balordi a viso coperto. Non appena hanno capito che gli agenti non reagivano si sono sfogati a tirar loro addosso di tutto: fumogeni, bottiglie, pietre. Sessanta minuti di tiro a segno su bersaglio fisso: scudi che si spezzano, mani che si tagliano, schegge che si infilano sotto la pelle. Non c’è stata la mobilitazione del 2001 a Genova: non c’era la massa né la rabbia. Non era Rostock né tantomeno Seattle. Neanche alla lontana. C’era un corteo risibile (secondo la questura dodicimila persone): un flop antiamericano terminato con un rigurgito di violenza vandalica. Per questo la “strategia del dialogo” del prefetto Achille Serra è stata un parossismo paradossale: lui che “dialogava” con Francesco Caruso e Luca Casarini mentre le forze dell’ordine si beccavano pietre in faccia da quattro dementi che si potevano acchiappare al volo. Li avevano circondati, il corteo era passato. E il funzionario di polizia non faceva che urlare: “Non reagite, state fermi”. E i suoi uomini si trattenevano a stento. La verità è che alla polizia, suo malgrado, è stato affidato il ruolo di san Sebastiano, secondo l’immagine del ministro Amato che loro più prosaicamente traducono con un “siamo carne da macello”. E a leggere i giornali si capisce il perché: sembra che mediaticamente siano meglio quindici agenti feriti che quindici no global contusi. Così al prefetto è stata tributata la toga del trionfo, e il Manifesto può non titolare “Polizia assassina”.
il Foglio




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