Il gran rifiuto

La zona in cui si trattano gli inerti



Viaggio nella discarica che sta per esplodere
RAPHAEL ZANOTTI
TORINO
La raccolta differenziata, da queste parti, la facevano già sessant’anni fa. Certo, nessuno la chiamava così e di rispetto ambientale manco si parlava. Ma si usciva dal conflitto mondiale. I torinesi scaricavano le macerie delle case bombardate, separavano ferro, legno e pietre e li riportavano a casa per riutilizzarli. I maiali venivano fatti pascolare dove si gettavano i resti alimentari. La stessa zona in cui avvenne l’ultima esecuzione capitale della storia italiana: 4 marzo 1947, Basse di Stura, tre assassini condannati a morte per la strage di Villarbasse, la cascina fatale.

Oggi, su questa terra, sorge la seconda discarica più grande d’Italia. Quasi un milione di metri quadri di estensione, quindici milioni di metri cubi di rifiuti, un ingresso giornaliero di circa 2300 tonnellate di immondizia. Tutto ciò che nessuno vuole, né i cittadini né il ciclo del riciclaggio, finisce qui. Il rifiuto del rifiuto, a due passi dalla Stura, dalla tangenziale a dalla ferrovia. È dalla sommità di una collina di 35 metri di immondizia che si capisce la vastità di quest’area. A Sud si estende la vecchia discarica, esaurita nell’82. Oggi è coperta di verde e abitata da animali. Qualche mese fa è stata visitata da circa 1000 bambini e, presto o tardi, verrà restituita alla città. Nel frattempo, dopo oltre vent’anni, continua a produrre energia grazie ai tubi che recuperano biogas che viene trasformato in energia elettrica.

«Tutta la discarica produce energia - racconta l’ufficio relazioni esterne dell’Amiat, l’azienda che gestisce la discarica -. Abbiamo 370 pozzi di estrazione, oltre 30 chilometri di tubazioni, turbosoffiatori e centraline in grado di alimentare il fabbisogno energetico di una città di 40.000 persone». Costruire una discarica è come preparare una torta a strati. Prima si calcola il limite di affioramento delle falde acquifere (in questo punto vicino alla Stura piuttosto elevato), si stende un metro di argilla, quindi un telo di polietilene ad alta densità. Una prima rete di tubazioni per il percolato permette di monitorare il liquido che filtra dalla discarica, poi della ghiaia e quindi le tubazioni di raccolta del percolato. Pneumatici riempiti di sabbia evitano che spuntoni buchino i teli. Quindi si comincia a scaricare i rifiuti. Un primo livello, quindi terra, teli, secondo livello e così via. Una piramide a gradoni seguita, passo passo, dalle tubazioni che incanalano il biogas che continuerà a essere emesso dai rifiuti fino a 20-30 anni dopo l’esaurimento della discarica.

Una vera centrale che, tuttavia, dal 2009 non esisterà più. È la lenta agonia della città dell’immmondizia. A quella data, secondo le previsioni, dovrebbero essere attivi uno o due inceneritori. Ma se si chiede a chi opera in discarica, sorridono. Se ne parla da trent’anni, degli inceneritori. «Chiedete alla Provincia». In attesa dei termovalorizzatori, le ruspe qui continuano a rovesciare quel che gli occhi dei torinesi non vogliono più vedere: materassi, bidoni, water, vecchi giornali, balbole, stracci e sacchetti. Niente elettrodomestici o masserizie. Tutto ciò che ha una spina va ad Alpignano, al Tdb, per il recupero. Gli inerti vengono sbriciolati e riutilizzati per strade, ponti e massicciate. Gli uccelli piombano sul fiero pasto, mentre i camion spianano e la piramide cresce. Doveva essere esaurita nel 2000. Poi una deroga italian style ha permesso che si parlasse ancora un po’ degli inceneritori.

Ma cosa c’è sotto la montagna che tra due anni andrà in pensione per continuare a sbuffare energia nei prossimi decenni? Cos’è che i torinesi non vogliono, di cosa si liberano? Di tutto. Le leggi non consentono di gettare eternit, batterie, oli esausti, rifiuti speciali e pericolosi. Quando questo avviene, l’Amiat è durissima. «All’inizio facevamo anche due denunce al giorno - racconta uno degli operatori storici della discarica -. Ma era la segnalazione all’Arpa a far paura: nessuna azienda vuole ispettori ambientali che ti girano per giorni nei locali». E così oggi si è arrivati a una trentina di denunce l’anno. Certo, qualcosa scappa. Come quella volta che a finire a Basse di Stura fu un marocchino. Si era addormentato in un cassonetto, venne salvato grazie ai riflessi di un camionista che si accorse che qualcosa non andava nel rumore dei tonfi. E c’è chi ha perso qualcosa di prezioso.

«Una volta si presentò qui una vecchietta insieme a tutti i parenti - racconta l’operatore -. Per sbaglio aveva buttato il biglietto del secondo premio della lotteria. Voleva cercarlo in discarica. Un professionista venne perché gli si era slacciato il Rolex mentre gettava il sacchetto dell’immondizia. Un’argentina per il passaporto». Vengono in molti, a Basse di Stura, per cercare quel che hanno perso o per seppellire quel che hanno avuto.

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