Alcuni frammenti tratti dalle “Memorie” del card. Jozsef Mindszenty (1892-1975).

[…]Dopo quella esecuzione si erano evidentemente intrattenuti per la colazione e, quando furono sazi ed ebbero bevuto abbastanza, espressero il desiderio di “vedere Mindszenty”. Ciò avvenne la mattina del medesimo 15 ottobre 1949. Due ufficiali entrarono nella mia cella e uno di loro mi disse: “Il compagno segretario di Stato ha ordinato di condurla al primo piano. Ci segua! Le faccio tuttavia notare che dovrà comportarsi come un condannato, altrimenti sarà punito”.
Io decisi di tacere, ma ciò non fu per paura della minaccia. Anche il mio Signore e Maestro si era comportato così davanti a Erode, quando l'avevano rivestito con l'abito bianco. Il discepolo non è da più del maestro e il servo non è da più del padrone.
Percorremmo il corridoio. Le mie scarpe chiodate facevano un gran rumore. Davanti e di dietro incedevano le guardie. Facevo fatica a salire le scale, ma ciò nonostante esse mi sollecitavano a fare in fretta.
Entrammo in un ufficio vuoto, dalle cui pareti pendevano i soliti quadri di Lenin, Stalin, Zukov e Rakosi. Poi aprirono la porta di un altro ufficio, io vi entrai e mi fermai là nel mezzo, nella mia divisa da galeotto, magro e pallido. Davanti a me, al centro del gruppo disposto a ferro di cavallo, si trovava il segretario di Stato che non conoscevo. Gabor Péter, i suoi uomini e un gruppo di giornalisti scoppiarono a ridere alla mia vista. Anche il segretario di Stato rise e mi domandò:
“Lei è Mindszenty?”.
Ma io tacqui.
“Questa divisa le sta molto bene”.
Tutti scoppiarono in un'altra fragorosa risata. “Desidera qualcosa?”.
Nessuna risposta.
“Adesso è così. Comanda il popolo. Anche il Papa finirà presto nello stesso modo”.
Rimanemmo ancora per un momento l'uno di fronte all'altro muti. Io pensavo al festino di Erode e alla sua vittima, Giovanni Battista.
Finalmente il segretario di Stato fece un cenno e io venni ricondotto via.
Ritornato in cella mi inginocchiai e ringraziai il Signore per avermi trovato degno di condividere gli scherni con lui, nostro salvatore e redentore.


L'ergastolano non vede mai di persona la biblioteca della prigione. È un condannato e perciò indegno di partecipare alla cultura del “nuovo” mondo, così come non può quasi più incontrare quella del “vecchio”, poiché i libri di questa ne sono stati nella massima parte esclusi.
Dopo nove mesi di carcere il guardiano mi portava di tanto in tanto un libro come segno di particolare favore, senza che io ne facessi richiesta. Il punto di vista della “rieducazione” cominciava a giocare il suo ruolo. I detenuti venivano messi a contatto con libri di propaganda e con altri scritti comunisti.
Ma nella prigione, per quanto paradossale la cosa possa sembrare, si ha poco tempo per leggere.
Dieci ore sono destinate al sonno, al mattino due ore se ne vanno per la pulizia della cella e la passeggiata, tre ore sono riservate ai pasti, il che significa che quindici ore della giornata sono già occupate. Inoltre anche le rimanenti possono essere utilizzate poco per la lettura. Tra le sette e le dieci è ancora scuro. Nelle giornate nuvolose la cella rimane quasi sempre immersa nella penombra. Non tutti i comandanti permettono di accendere la luce elettrica. Una volta stavo pregando con la luce accesa, quando il maggiore entrò, mi vide il breviario in mano e mi apostrofò rudemente:
“Non le permetto di sprecare la luce. La gente che lavora sopporta già abbastanza sacrifici per le spese improduttive della sua detenzione”. Gli risposi che non ero stato io a chiedere di essere rinchiuso in quell'hotel e che neppure il popolo ungherese aveva inteso onorarmi in quel modo, al che egli se ne andò senza pronunciare parola.
Dopo parecchi mesi di carcere mi fu dunque possibile ricevere in prestito un libro alla settimana, anche se le possibilità di scelta erano ridotte. La vecchia biblioteca era stata in gran parte gettata al macero o bruciata. Per esempio i libri della Società di S. Stefano erano stati tutti distrutti. Da altri volumi, come la Dogmatica di Antal Schiitz, erano state strappare via le pagine “reazionarie”.
Anche i popolarissimi romanzi di Karl May erano stati posti nella lista dei libri proibiti sia nel paese sia nelle prigioni, così come era successo per i racconti di alcuni classici ungheresi quali Ferenc Herczeg, eccetera.
Altri classici erano stati risparmiati. Ciò aveva permesso di inserire fra di loro le opere di comunisti come Ràkosi, Révai, Andics, però alcuni passi erano stati resi illeggibili con l'inchiostro come, per esempio, nelle opere di Lajos Kossuth, che d'altro canto il regime celebrava per motivi tattici. Anche gli scritti dell'inviato ungherese a Mosca Szekfu erano censurati. Che Victor Hugo, Balzac, Zola e Anatole France avessero trovato grazia è cosa comprensibile, così come la protezione accordata a Zsigmond Móricz. Meno comprensibile era invece la simpatia dimostrata per Kàlmàn Mikszàth. La parte principale della biblioteca era costituita da opere della letteratura russa, ungherese, tedesca e danese antica e moderna. Le opere principali erano quelle di Marx, Engels, Lenin, Stalin, Majakovskij, Gorkij, Makarenko, Fadyeev, Tolstoj, Andersen Nexo, Rakosi, Révai, Andics, Lukacs, Erik Molnar, Hay, oltre a un due-trecento opere di poeti moderni distribuiti là in mezzo come funghi spuntati improvvisamente dal terreno.
L'intonazione russa e comunista era evidente.
Dapprima lessi quello che rimaneva dei classici.
Poi passai in rassegna i discorsi e gli articoli dei capi delle vicine democrazie popolari (Gottwaid, Georghiu Dej, eccetera). Era una occupazione spossante! Quello che Gottwaid diceva nel 1953 veniva ripetuto allo stesso modo dal rumeno Georghiu Dej e dal polacco Berman. Solo Tito cantava una sua propria canzone.
Naturalmente non mancavano neppure gli aspiranti comunisti al trono come Thorez, Togliatti, eccetera.
Numerose erano le opere di filosofia materialistica.
Passai in rassegna tutto quanto rimaneva della letteratura russa, da Belinskij a Puskin, a Lermotov, a Gogol, a Turgenev, a Tolstoj, a Dostoevskij, eccetera.
Della letteratura inglese studiai tutti i drammi di Shakespeare e ne rilessi alcuni varie volte. Lessi anche Milton e Dickens, quest'ultimo con un diletto tutto particolare. Poco, invece, mi dissero Shaw e Ibsen. Una grande impressione mi fece la poderosa opera dello scozzese Cariyle sulla rivoluzione francese. Lessi Goethe e Molière. Ho letto anche tutti i pochi romanzi disponibili della letteratura americana, nonché Dante e il Quo vadis? Della letteratura ungherese lessi Zrinyi, Gyongyosi, Széchenyi, Kossuth, i due Kisfaludy, Arany, Petófi, Vorosmarty, Czuczor, Tompa, il grande Beothy. In modo particolare rimasi avvinto dalla polemica tra Széchenyi e Kossuth. Un motivo inesplicabile di meraviglia è sempre stato per me il fatto che poeti come Dante, Zrinyi e Sienkievicz abbiano potuto trovare grazia agli occhi dei censori.
In modo tutto particolare mi interessava naturalmente la letteratura che parlava di prigioni e di prigionieri. In questo senso lessi con altri occhi Tolstoj, Gogol, Dostoevskij e le descrizioni di prigioni fatte da Dickens. Nel complesso lessi così circa settecento volumi e fra di essi anche libelli politici sulla cospirazione di Grosz, il processo Rajk, la “cospirazione” ecclesiastica di Praga, scritti pieni di ingiurie contro il Vaticano e antiamericani. Ebbi in mano le opere di Rakosi e scartabellai pure i nuovi libri di testo ungheresi, soprattutto i manuali di storia e di letteratura.
Dopo il grande congresso di Mosca, anche in Ungheria si voltò una pagina della storia e si cominciò a guardare di più a Tito. Le conseguenze si fecero sentire pure nella biblioteca del carcere. Dal giorno alla notte scomparvero le numerose opere di Stalin e di Ràkosi, quelle che parlavano del processo Grosz e del processo Rajk, gli scritti antiamericani, eccetera. La biblioteca, che nel frattempo era arrivata a possedere circa millecinquecento volumi, ne perse un buon 20% in seguito a tale riforma.

[…]A partire dal 1950 ebbi il permesso di celebrare la Messa di mezzanotte. Da quando ero diventato sacerdote il 24 dicembre non ero mai andato a letto prima di mezzanotte, neppure per riposarmi un po'. In carcere invece alle sette del pomeriggio dovetti già essere sotto la coperta. Meditai fino alle undici e mezzo, poi mi alzai e celebrai il santo sacrificio. Quelle messe di mezzanotte in prigione rimarranno per me indimenticabili.
Durante le ore del primo Natale passato in carcere pensai alla solenne funzione che si celebrava a Zaiaegerszeg e ai bei canti popolari che vi si cantavano e a quel ricordo mi misi a singhiozzare sommessamente. Nel frattempo davanti alla porta della cella le guardie parlavano di una conferenza in cui era stato loro detto che Gesù sarebbe stato soltanto un impostore. Allora non potei più trattenere le lacrime. La sera di S. Silvestro davanti agli occhi della mente mi si parò il grandioso spettacolo della chiesa di Zalaegerszeg piena fino all'ultimo posto. E sempre a Zaiaegerszeg pensavo quando i canti della processione della Risurrezione o del Corpus Domini mi spingevano a farlo.
Dopo nove mesi di carcere potei celebrare per la prima volta nella festa del Sacro Cuore del 1950. In quell'occasione mi diedero anche il volume del breviario corrispondente al tempo liturgico dell'anno e un rosario. La cosa mi riempì di gioia, quantunque un amaro dolore venisse subito a smorzarla: nel memento dei morti dovetti includere il mio vicario generale Drahos appena defunto, senza sapere quale fosse stata la causa della sua morte.
Come mensa da altare mi fornirono un piccolo tavolinetto per telefono. Il quadro da altare era costituito da una minuscola immagine sacra, la palla del calice da un libro comunista. Sulla parete di destra e su quella di sinistra c'erano pitture come quelle che si vedono nella Pompei pagana. Mentre celebravo, le guardie curiosavano attraverso lo spioncino della porta, chiacchieravano e commentavano. Poi mi portavano la colazione. Come ho già ricordato in un capitolo precedente, qualche volta mi chiamavano per fare il bagno proprio dopo la consacrazione del pane e prima di quella del vino, oppure tra la consacrazione e la comunione, io però non ho mai dato retta alle loro parole.
La mia vita religiosa ebbe certamente a soffrire per l'ambiente che mi circondava, però non si spense. Mi mancavano molte cose di quelle che prima possedevo, ma intensificai molti altri esercizi religiosi. Non potevo naturalmente esercitare le opere di misericordia spirituale e corporale, cosa che rappresenta un impoverimento inaudito della vita religiosa, perché dando agli altri arricchiamo noi stessi. Comunque mi rimaneva il digiuno e l'astinenza, anche se in prigione risulta stranamente difficile praticarli. Non potevo confessarmi settimanalmente, ma in compenso facevo due approfonditi esami di coscienza al giorno. Tenevo regolarmente novene e tridui. Pregavo tutti i giorni l'angelo custode, san Giuseppe e i santi della buona morte, i santi apostoli Giovanni e Giuda Taddeo, la piccola santa Teresa di Lisieux, che fa piovere rose sulla terra, il santo del giorno e i miei fratelli gemelli morti in tenera età; imploravo i santi ungheresi e quelli della Chiesa universale, nonché tutti i Servi di Dio alla cui canonizzazione avevo personalmente collaborato. Recitavo il breviario meditando, la qual cosa mi occupava per tre ore. Il ricordo del mio prossimo immediato era così vivo che qualche volta vedevo davanti a me addirittura fisicamente i fedeli dell'arcidiocesi, di Veszprém e di Zaiaegerszeg.
Durante la recita del rosario facevo mie le istanze di tutto il mondo. Recitare il rosario contando con le dita è un'abitudine in vigore dappertutto; i prigionieri pregano così dalla cortina di ferro fino a Noriisk. Io ne recitavo sei parti ogni giorno; per la Chiesa in generale, per la Patria, per l'arcidiocesi la mattina; per i compagni di carcere, per la gioventù, per mia madre, per me e per le anime del purgatorio nel pomeriggio e la sera. “Non a noi, Signore, non a noi, bensì al tuo nome da' gloria” (Sal. 113, 9).[…]

[…]Chi è mia madre? Una donna di ottantacinque anni, madre di sei figli, che viveva nella sua casa a Mindszent circondata dal rispetto e dall'amore di quattordici nipoti e altrettanti pronipoti. Al tempo del mio arresto e quando io finii trascinato nel fango, ella aveva settantaquattro anni ed era rimasta vedova da due anni. Anche se proveniva da un ambiente semplice e paesano, si precipitò per aiutarmi e mi stette a fianco fino alla sua morte con intelligenza e con tatto. Fu capace di rintracciarmi nel mondo disumano delle prigioni comuniste. Prima d'allora non aveva mai varcato la soglia di un ministero. Ora invece abbordava i dirigenti del partito che erano giunti al potere in maniera illegale. Ciò fu per lei una croce pesante. Ma dovunque compariva, nei ministeri, in prigione, nel penitenziario, il suo atteggiamento testimoniava la sua forza d'animo.
Quando fui nominato primate, molti le avevano detto: “Che madre fortunata è lei!”. In Ungheria e all'estero innumerevoli persone le avevano chiesto di accettarle come suoi figli spirituali. Quando i vescovi Badalik e Rogàcs fecero visita a quella donna anziana e modesta nella sua semplice abitazione di campagna, io considerai ciò una particolare dimostrazione di onore. Durante l'ultima conferenza episcopale tenuta a Esztergom sotto la mia presidenza, il 16 dicembre 1948, ella prese parte al pranzo con i vescovi e gli arcivescovi. Sedeva alla mia destra e venne apprezzata da tutti i presenti per il suo atteggiamento modesto.
A partire dal 26 dicembre 1948, giorno del mio arresto, una notte oscura era calata sulla bontà e sulla cordialità irraggiante di quella donna.
Ella si trovava presso di me già dal 19 novembre ed era diventata così testimone del mio arresto. Voleva venire con me, cosa che naturalmente non le fu permessa. Ma già il giorno dopo si era recata nella capitale per cercarmi un difensore. Nella sua casetta venne a sapere con profonda tristezza e preoccupazione degli avvenimenti che si verificavano in via Andràssy 60 e in via Markó e apprese con orrore la notizia della sentenza. La marea delle
calunnie non si fermò neppure davanti a lei. Avrebbe offerto volentieri la vita per salvare il figlio prigioniero, ma non trovò nessuno disposto ad accettare tale sacrificio.
Similmente dovette sperimentare come molti degli ex amici si allontanavano sempre più da lei, come molte lettere e visite, che si sarebbe aspettate, si facevano desiderare, e come certi conoscenti e addirittura certi parenti non mettessero più piede nella sua casa.
Ella poté visitarmi dapprima nella prigione ordinaria e poi, dopo nove mesi di interruzione, il 17 giugno 1950. Non poté invece mai vedere la “mia stanza” e fu costretta a incontrarmi a Vac e a parlarmi sempre in presenza di qualche sorvegliante. I pacchi di cibarie, di uva e di carne che portava con sé venivano aperti e rovistati.
Potevamo parlare solo di faccende familiari, ma ciò nonostante ella riusciva sempre a darmi almeno qualche idea delle cose del paese e del mondo. Mi parlava dei “vescovi con la barba”, dei sacerdoti divenuti collaborazionisti; degli eroi e dei deboli, delle suore e dei frati torturati, dei sacerdoti di Zaiaegerszeg e di Szombathely perseguitati e incarcerati. Nel frattempo mi faceva osservazioni e mi dava notizie che non ci erano proibite, parlava dei casi di morte verificatisi in famiglia, dei matrimoni contratti e del futuro dei suoi pronipoti. Mi parlava di mio nipote József Légrady, che era un funzionario municipale, della sua famiglia e della via crucis che questi parenti dovevano ora percorrere per causa mia. Fu mia madre a comunicarmi che Stalin era morto e che fra i suoi eredi erano scoppiati contrasti e tensioni. Nel congedarsi, le ultime parole che mi diceva erano sempre sorrette dalla fede. Ogni volta ci domandavamo senza parlare, ma in maniera eloquente per ambedue, se ci saremmo ancora visti durante questa vita terrena. Il suo occhio materno scoprì subito l'inganno, quando mi portarono a incontrarla a Vac in abito nero anziché nella mia solita divisa da carcerato. Si accorse del mio stato di debolezza e delle condizioni disastrose della mia salute. Quando, ridotto a quarantaquattro chili di peso, sembravo un morto ambulante, ella si mise a gridare e investì il colonnello in maniera tale che quello rimase senza risposta. Quando le facevano osservare che non poteva parlare di politica, ella rispondeva tranquilla che le donne di paese vecchie e ignoranti non capiscono niente di politica e non c'è quindi niente da temere da loro.
La sua più grande gioia durante gli anni della mia prigionia fu quella di aver potuto finalmente ricevere di nuovo la santa comunione dalle mani di suo figlio a Puspokszentlaszió.
Il mio libro La madre è stato ispirato dalla sua figura. Forse in Ungheria non ne era rimasta neppure una pagina. La furia della
distruzione e l'odio dovevano certamente averne eliminato anche l'ultima copia. Comunque, quanto in quell'opera avevo scritto col cuore, continuava a vivere per me in lei e nella sua vita. Ella è stata per me il dono più bello della Provvidenza. Non ringrazierò mai abbastanza Dio per avermela data e per avermela conservata per i tempi più difficili della mia esistenza. Nel 1948 mi aveva pregato di non rimanere nel paese e di andarmene all'estero. Ma siccome io non potevo farlo, aveva accettato la mia decisione. Se in seguito avessi battuto la via più facile, ella avrebbe certamente visto un tradimento in una condotta del genere. Dobbiamo adempiere la volontà di Dio così come essa ci si presenta. Agendo in questo modo siamo sempre nelle sue mani, qualunque sia il cammino che percorriamo, e lei lo sapeva non meno chiaramente di me.
I luoghi in cui si svolgeva la sua vita erano la chiesa, la casa di famiglia in compagnia di sua figlia, dei nipoti e dei pronipoti, il cimitero, la vigna e la casa della seconda figlia, oltre alla mia residenza di Esztergom e, dal Natale 1948, la prigione.
Spesso dalla vigna guardava giù in basso il cimitero, dove riposavano mio padre, i nonni, i parenti, i parroci e i maestri del luogo e dove era attesa anche lei. Dopo il mio arresto, monsignor Gyula Géfin e il professor József Vecsey l'avevano circondata di molto affetto e quest'ultimo l'aveva accompagnata quando era venuta a trovarmi a Budapest. Il decano, il cappellano del villaggio e l'organista l'aiutavano durante la vendemmia e nel lavoro dei campi. Le spese dei molti viaggi ingoiavano il suo poco denaro; la sua piccola proprietà era gravata di tasse; ma ciò nonostante aiutava volentieri i giovani seminaristi, i futuri operai della Chiesa, e faceva celebrare continuamente messe per suo figlio.[…]