Non, s’il vous plait.
Nella fretta, a caldo, li hanno perfino chiamati i due Simoni.
Non è perché li conosco, e in particolare conosco Georges, che mi infastidisce.
Certo, mi pare di vederlo, nel patio dell’American Colony di Gerusalemme, attraversarlo agli orari strani dei corrispondenti di radio, e fermarsi a commentare i fatti del giorno.
Un bravo inviato, politicamente corretto, ma con il giusto pizzico di cinismo, e molto francese. Uno che con Malbrunot aveva scritto un libro su Hamas, e se la cavava con l’arabo.
Ma vi risulta che abbiano ringraziato i sequestratori?
Certo, hanno detto di aver usato la posizione della Francia, negli interrogatori.
Di aver sottolineato che la Francia fu contro la guerra, ed è contro l’occupazione.
Sarebbero stati stupidi, e suicidi, a non farlo.
Ma hanno ringraziato le autorità francesi, per la loro liberazione. Hanno detto di non essere stati maltrattati, ma non hanno – da esperti del fenomeno terrorista – dato segni di gratitudine, o di fascinazione subita, davanti ai duri e puri che non li hanno toccati neanche con un dito.
Sono stati sobri, due veri reporter sfuggiti alla lista dei caduti dell’anno solare a cura di Reporters Sans Frontiéres, nessun proclama sulla vera natura dell’islam, o sul futuro dell’Iraq o sulle elezioni: freddi e felici.
E allora, onore al merito, oltre che bentornati.
Stavolta sì c’è da imparare dalla Francia, anche se ci hanno messo quattro mesi, nonostante tutto, a liberarli.
Ma con qualche differenza di stile, nelle loro parole e nelle parole del leader Francois Bayron, a proposito del riscatto:
“So fare la differenza tra quel che un primo ministro può dire e quel che è obbligatorio tenere segreto. Considero legittimo e perfino prudente il fatto di tenere al riparo un certo numero di cose”.

I rituali stanchi della sinistra
Ha fatto un solo nome, Georges, e non di sfuggita. Quello di Enzo Baldoni:
“E’ stato ucciso un giornalista italiano che si trovava nel nostro stesso casolare. Questo testimonia quanto è diventato difficile lavorare in Iraq”.
La morte di un collega, non la morte di uno strambo cittadino con passaporto di un paese occupante.
Già, Enzo Baldoni.
Il suo nome suona già strano, come sillabare un ricordo desueto. Avrebbe dovuto essere l’uomo dell’anno della sinistra pacifista, l’uomo andato a morire con un carico di speranze, di ottimismo, di buona volontà, tutte cose suonate surreali davanti alla brutalità del terrorismo.
E forse proprio per questo il suo ricordo è adesso solo un debito d’onore per il suo giornale, e un fardello di dolore per la famiglia, che chiede impegno a ritrovarne il corpo e lamenta comprensibilmente che non si fece abbastanza, allora, quando era ancora vivo, per ottenerne la liberazione.
Ma dov’è finita l’inchiesta per stabilire chi non diede l’allarme subito, chi non spinse i giornalisti del Palestine a titolare subito, chi non chiamò l’Unità di crisi della Farnesina?
Ha altre giustizie di cui occuparsi, la sinistra.
E il suo nome, la simbolicità del suo destino?
Storie di un anno passato in fretta, che obbligherebbero, ancora una volta, a chiedersi se venne ucciso così da un fuoco amico, o almeno non nemico, se il nemico è sempre Bush.
E obbligherebbero a uscire dai rituali stanchi, a non nascondersi dietro le bandiere, e chiedersi se era così sbagliato prendere Fallujah, e se è così inutile e insensato aiutare gli iracheni a contare le teste – ogni testa un voto – prima che vengano tagliate.
E sta in questo vuoto, in questa riluttanza a riconoscere comportamenti eroici di vittime non rassegnate, comportamenti sobri di ostaggi non grati, e comportamenti criticabili, in questa assenza di coraggio del pensiero, in questa debolezza pigra che si adagia con passioni estenuate solo su nomi, schieramenti, candidature, in questa rinuncia ad avere una morale – quella è tutta consegnata al giustizialismo – in questo eleggersi sempre un nemico a portata di mano – le barzellette su Berlusconi anche a Natale, sui telefonini, e come l’anno scorso anche quest’anno è lui che ruba i regali – il bilancio malinconico della sinistra italiana, nell’anno che è stato anche l’anno di Fabrizio Quattrocchi, di Matteo Balzan, di Enzo Baldoni e rischia di essere solo l’anno delle due Simona, come forse anche l’anno prossimo, perché la vita continua, la vita è bella.

Toni Capuozzo e dove se non su Il Foglio.

Saluti e auguri